Inizialmente stampato in tiratura limitata, quest'esordio dei
chicagoani Coughs giunge al grande pubblico (si fa per dire…) grazie anche alle belle parole spese da Weasel Walter (Flying Luttenbachers), che tempo fa ebbe a definirli "l'ultima buona band da Chicago". E, infatti, la proposta del sestetto, guidato dalla voce sguaiata e febbrile di Anya Davidson, è di quelle che risaltano immediatamente sullo sfondo di un panorama troppo spesso asfittico e terribilmente legato a scene e scenette. Mistura vibrante di folk-punk
à-la Violent Femmes (ma molto più incazzati) e obliqua
free-form music con cartilagini funk in odore di
Pop Group, la musica di questo "Fright Makes Right" assale senza remore dall'inizio alla fine, muovendosi con disinvoltura sempre sull'orlo del baratro e dell'esplosione
ultra-noise.
Una poltiglia di suoni marci, deleteri e bruttissimi che compongono affreschi deformi, con tocco che si potrebbe definire "gestuale", anarchico. L'
input è sempre quello della lacerazione di un tessuto che si riesce solo a immaginare come imparentato col rock, ma che, a ben vedere, veleggia verso il mare aperto della liberazione inconsulta, dileggiando un già aberrante
kammerspiel con staffilate di rumor bianco ("Animal Hospital"), divertendosi in coro con banjo e cianfrusaglie ("Come Back To Me") o rivisitando il free-jazz "matematico" della Windy City con nevrastenici
ramalama lobotomizzati ("Elephant").
Il sax barrisce rassegnato dietro la danza sinistra e sconvolta di "Elimidate", così come nel
lied degradato di "Garter Snake". Altrove, saprà sibilare al limite delle sue possibilità, con accenti
braxtoniani. Vertiginose cadenze industriali sono quelle della
title track e di "I'm Just A Bill", momenti che santificano la carne viva di un suono tutto polpa, fino alle furibonde incursioni distruttive e ai fuochi di sbarramento di "Give Peace A Chance" (ironici, no?) o alle declamazioni dimesse ma sotterraneamente psicopatiche di "Narwahl", su ellissi minimaliste. La prodigiosa "Homeland" è uno dei vertici assoluti di quest'arte malsana e putrescente: rimasugli di melodia invasi da densissime colate di vetriolo. Musica che ama sfibrarsi senza pudore. Musica che il pudore ama svilirlo, ridurlo in catene; sbeffeggiarlo. Melma sonica. Cerchi che si chiudono, ingabbiando una psichedelia da manicomio ("Mail Order"). La "Penal Colony" è impenetrabile, come il suo tessuto puntellato di frequenze e percussioni da cerimonia infernale. E la Davidson che, imperterrita, blatera parole come urla nel buio, abbandonandosi all'istinto auto-distruttivo ("Photo Safari").
Catastrofi imminenti, in un'atmosfera sempre più cupa ("Starchitect"), annunciate da sincopi telluriche e da girotondi pazzoidi, di quelli che la gente imbastirebbe per far finta che il mondo non gli stia davvero svanendo sotto i piedi ("Stars And Stripes Whatever"). E se è vero che gli ultimi secondi tornano a intonare la stramba coralità di "Come Back To Me", è anche vero che ormai si tratta solo di uno stanco, inutile refrain: fisso su se stesso, tramortito da tanta furia omicida.