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Sprints - Il furore post-punk dei Dubliners

Emersi nella ricca scena irlandese (Fontaines D.C., Murder Capital, Gilla Band), i dublinesi sono riusciti a lasciare il segno, liberandosi anche da alcune gabbie compositive, guidati dal fidato Daniel Fox (Gilla Band, Lambrini Girls, Silverbacks) e dalla voce potente di Karla Chubb. Ricostruiamo la loro parabola dagli esordi al nuovo album "All That Is Over"

Le best new thing rock provenienti da Dublino sono così numerose che non si può più pensare alla città soltanto come capitale d'Irlanda. Tocca identificarla invece anche come quella del rock indipendente ancora affezionato a chitarre e ritornelli a presa rapida. Non solo Murder Capital e Fontaines D.C., o i capostipiti Gilla Band: la città offre un sottobosco di band ricchissimo e sfaccettato, che si estende dal power-trio punk Rogue Opinions alle delicate e suadenti Pillow Queens. In questa fertile fucina post-punk del nuovo millennio, si inserisce anche questo fulminante quartetto, le cui quotazioni appaiono decisamente in ascesa, grazie a una serie di brillanti produzioni discografiche e a una raffica di incendiarie performance dal vivo nei club di mezza Europa.

Dopo due Ep convincenti ("Modern Job" e "Manifesto") che hanno fatto guadagnare al quartetto date sold-out sia in Irlanda che in Uk, gli Sprints esplodono definitivamente proprio a gennaio del 2024, sganciando il loro primo Lp: Letter To Self.
Nel disco pubblicato dall'attenta City Slang, Karla Chubb (voce), Colm O'Reilly (chitarra), Jack Callan (batteria) e Sam McCann (basso) non aggiungono nulla a quanto fatto sentire nei due succitati antipasti: alt-rock di matrice garage-punk senza fronzoli, con le chitarre e la ritmica dall'incendio facile e, sul fronte del cantato, un'alternanza tra strofe intonate come filastrocche nevrotiche e ritornelli sgolati, funzionale a creare senso di attesa e poi di liberazione. Anche a fronte di questi undici nuovi brani, è facile comprendere quale sia il fascino di una band che afferisce a codici rock consolidati e già spremuti.
I quattro Dubliners sono capaci di sintesi, i loro brani non sprecano tempo in momenti morti e non eccedono in dettagli. Le loro canzoni non hanno un secondo più del necessario e, grazie a una capacità di scrittura e interpretazione efficace nell'elaborare alienazione quotidiana e rabbia, non senza la giusta dose di autoironia, centrano sempre il punto.
Seppur tutte molto simili negli sviluppi, le varie "Heavy", "Adore Adore Adore", "Shadow Of A Doubt" e "A Wreck (A Mess)" offrono un ritornello da mandare a memoria dopo l'altro e si aggiungono a un carniere per i concerti già esplosivo; mentre la più articolata "Literary Mind" svela punti in comune tra Karla Chubb e Dana Margolin (Porridge Radio), con la quale magari non condivide la vena poetica, ma certamente gamma e dinamiche emotive. Sapientemente distribuiti nel corso della scaletta, la drammatica "Shaking Their Hands" e "Can't Get Enough Of It" presentano un'ossatura acustica, quasi da ballad, ma rimangono tumultuose grazie alla ritmica sostenuta e alle nervature noise.
Appare ancora presto per dire se gli Sprints possano davvero ambire a palcoscenici e pubblici conquistati da concittadini più affermati, anche perché Letter To Self oltre a qualche grande canzone rivela una personalità ancora acerba e talvolta vede la band mancare di riconoscibilità. I dublinesi sono ancora molto giovani, però, come si suol dire, hanno tutta la vita davanti e, d'altro canto, nemmeno si può pretendere da tutti un esordio come "Dogrel".

Dopo tanta gavetta live in terra irlandese e oltre confine, gli Sprints tornano con una nuova produzione targata City Slang-Sub Pop che li rilancia di prepotenza.
All That Is Over (2025) proietta definitivamente il quartetto di Dublino verso una dimensione più mainstream, nell'accezione positiva, in grado di suscitare ancor di più l'interesse di quelli che prima ne avevano solo sentito parlare o non li conoscevano. Per tutti gli altri, invece, si tratta di una piacevole conferma ed evoluzione rispetto al materiale contenuto nell'album d'esordio.
Il "difficult second album", com'è noto, è uno scoglio insidioso. Nel caso degli Sprints, si è aggiunta anche la defezione del chitarrista originario della band, Colm O'Reilly, che ha salutato la compagnia nel 2024, venendo rimpiazzato da Zac Stephenson. Così All That Is Over, a detta della band, è letteralmente un nuovo inizio: “Kind of feels like a bit of a fresh start, which is weird because it’s only our second album”.
Lo start minimale ed evocativo di “Abandon” e “To The Bone” è solo una fase di rodaggio per far assestare tutte le componenti emotive e sonore di un album che alterna atmosfere cupe, ansiose, labirintiche, contemplative, a momenti di pura esplosione distorta, ruvida, grezza in cui le pedaliere di chitarre e basso giocano tra settaggi e volumi e la voce di Karla Chubb si esprime con determinata passione.
“Descartes” e “Need” sono potenza garage allo stato puro, esplositività e pane per i denti del mosh-pit. Se la prima richiama il surf rock di “Miserlou” di Dick Dale - colonna sonora di "Pulp Fiction" – la seconda è un'allarmante e frenetica introspezione di conoscenza e possessione.
“Beg”, “Rage”, “Something's Gonna Happen” sono invece più elettroniche e cupe, galleggiano tra darkwave e industrial senza mai però toccare le sponde di generi così vasti e variegati, anche perché poi la veemenza degli Sprints torna a galla improvvisamente come un pallone quando viene spinto sotto il livello del mare e poi rilasciato - “but the world has a cruel and bitter humour and you watch it slip like cigarette smoke through doors”. “Pieces” è il brano che riassume più di tutti la sensazione ondeggiante e mutevole che si vive all'interno dell'album, un pezzo dal sapore dancy, punk, sfrontato, quasi messianico nel chorus; gli Sprints ci lasciano e riprendono come un bambino farebbe con lo yo-yo, in un gioco avvincente tra vittima e carceriere, tra filo che tira e disco che ruota.
“Better” e “Coming Alive” proseguono la rotta a vele spiegate, il vento soffia ancora su liriche introspettive e considerazioni relative alla vita e alle relazioni che ci legano, alla possibilità di godere delle cose che ci circondano e come le emozioni siano tanto effimere quanto meritevoli di essere vissute: “And joy is mortality, joy is mortality It's here an instant and then it's gone instantly/ I'm coming alive, despite your best attempts at mutiny/ I'm fated to depart and we'll come back to heart”.
“Desire” è la vera ciliegina sulla torta che chiude quasi 40 minuti di ritmi forsennati e vibranti. “The good, the bad, the best you ever had”, canta ancora Karla Chubb, che, come abbiamo avuto già modo di scrivere in occasione del live romano al Monk - evento che ha aperto il tour destinato a portarli in giro per la stagione autunno-inverno anche oltreoceano - è una ballata decadente e psichedelica che sembra un flamenco incandescente, che nasce e serpeggia dalle viscere della Terra per poi esplodere e sfumare come in un'estasi di piacere e dolore. 

Con solo un paio di album alle spalle, ma già una consistente esperienza live, Karla Chubb, chitarra e voce, Sam McCann al basso, Jack Callan alla batteria e Zac Stephenson alla chitarra hanno insomma gettato le basi per affermarsi e crearsi quella credibilità musicale che dovranno ora cercare di conservare e maturare. Cheers guys!

Discografia

 Manifesto (Ep, Nice Swan Recordings, 2021)
 A Modern Job (Ep, Nice Swan Recordings, 2022)
 Letter To Self  (City Slang, 2024)
All That Is Over  (City Slang, 2025
Pietra miliare
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