Enrico Ruggeri -

Enrico Ruggeri - Quello che altri cantautori non dicono – Video

Uno chansonnier nato dal punk. Battezzato a Sanremo dall'irriverente synth-pop di "Contessa" e assurto in breve ad autore di tanti hit, per sé e per altri, l'artista milanese è uno dei personaggi più atipici del cantautorato tricolore. Ripercorriamo la storia completa della sua carriera, dapprima nei Decibel e poi da solista

La "zona"

Via Einstein è una strada secondaria lunga poco più di un centinaio di metri. Una cerniera d'asfalto che collega il viale che conduce alla Circonvallazione di Milano (area sud-est) e la "zona" vera propria. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, e la "zona" è un quadrilatero compreso tra il Friend's Bar di Via Tito Livio, il parco di Largo Marinai d'Italia, Piazza Martini e Piazza Insubria. Erano questi i luoghi in cui ci s'incontrava quando, convenzionalmente, si concordava con gli amici un appuntamento in "zona".
Su un ciglio della via scorrono le inferriate del retro dell'Istituto Tecnico "Pietro Verri" e l‘ingresso principale dell'omonimo Liceo Scientifico, dall'altra parte si affacciano due condomini inframmezzati dal prefabbricato della Scuola Media "Tito Livio" (oggi, dopo anni di fatiscenza, è stata spianata e al suo posto hanno costruito uno studentato universitario).

La carriera musicale di Enrico comincia proprio fra i banchi di scuola, nel 1972, al Liceo Classico "Berchet". I Josafat, la prima formazione, è una delle tante cover band filo-progressive che allietano le giornate di occupazione, e il corollario delle tante assemblee studentesche del periodo. Nel giro di qualche mese i Josafat fanno posto ai Molotov, poi Champagne Molotov, che veicolano le loro propensioni verso il più fascinoso universo del rock decadente.
L'approccio è amatoriale, la trafila del tutto identica a quella di molti adolescenti che giocano a fare le rockstar, ma ciò che contraddistingue Enrico è che per lui il gioco si fa, in breve, molto serio. La musica da suonare vissuta come missione suprema, con un'applicazione che assume connotati quasi religiosi: un tratto distintivo che ancora oggi, a distanza di decenni, ci sentiamo di riconoscergli.
Le scelte di vita sono la diretta conseguenza della strada intrapresa, così l'iscrizione all'università diventa il paravento per tenere buoni i genitori ansiosi di vedere chiaro nel suo futuro, mentre i lavori saltuari sono il modo per procurare risorse economiche da destinare alla causa.
Nel periodo in cui il suo nome iniziava a circolare in “zona”, l'embrione Decibel iniziava già a prendere forma, tra repentini cambi di formazione e vorticosi saliscendi per scantinati adattati alla bisogna.

Punk! (prima di tanti)

Enrico RuggeriIl 1977 è l'anno definitivo per il punk, la bomba atomica esplosa in rapida successione negli Stati Uniti e in Inghilterra in modo così fragoroso da far sentire la sua eco anche in un'Italia ancora alle prese con i monsters of rock del progressive e assai poco propensa alle novità.
Ma il nostro giovane frontman, già predisposto nei gusti, nell'estetica e nelle inclinazioni, è in prima fila per riceverne la folgorazione. La cartina al tornasole circa la sua dimestichezza a far propria la lezione di Malcom McLaren l'abbiamo nel settembre 1977.
Nel giro di qualche notte, infatti, tutta Milano viene tappezzata da manifesti che annunciano un concerto dei Decibel che si sarebbe tenuto il 4 ottobre presso la discoteca "Piccola Broadway", allora molto in voga. Tutto falso. E però davanti al locale si presentano tutti i punk della città per assistere al concerto che si rivelerà fantasma, ma con loro anche alcuni gruppi di militanti dell'estrema sinistra. Sono anni in cui un taglio corto di capelli o un giubbotto nero valgono da soli l'accusa di fascismo; per questo motivo il centralissimo Corso Buenos Aires si trasforma in pochi minuti in una polveriera, divenendo teatro di una maxi-rissa che ottiene spazio su tutti i quotidiani dell'indomani.
E' la svolta. Il clamore pubblicitario fa sì che alla porta del gruppo si presentino dapprima Maurizio Arcieri (già avvezzo di suo a simili iniziative) e poi, per il tramite dei Dik Dik, l'affermato produttore Sandro Colombini, patron della neonata Spaghetti Records (Shel Shapiro dei Rokes e Silvio Crippa sono gli altri soci), con cui è siglato il primo contratto. La formazione che nel dicembre di quell'anno entra in sala d'incisione per il debut-album vede Ruggeri alla voce, Pino Mancini alla chitarra, Enrico Longhin al basso e Roberto Turatti alla batteria. A questo assetto si arriva dopo la scelta di chiamarsi fuori da parte dell'amico nonché storico tastierista degli Champagne Molotov Silvio Capeccia, poco incline ad assecondare la direzione smaccatamente punk-heavy verso cui si indirizza il complesso.

La condizione che impongono i produttori è che il disco debba avere dei testi in italiano: un problema non da poco, stante un repertorio interamente cantato in inglese. Enrico non batte ciglio, e la sua proverbiale tenacia ha un'altra occasione per essere messa alla prova. Nel giro di qualche giorno scrive le liriche di Punk (in realtà il disco non ha un titolo, ma la scritta che appare sulla didascalica copertina, opera di Mario Convertino, finisce col battezzarlo così), un album senza troppe mediazioni, suonato quasi in presa diretta pescando ispirazione in forma grezza dal celebre live reediano "Rock'n'Roll Animal", e da cui emergono il talento chitarristico di Mancini e la sfrontatezza di un cantante che, a parte qualche inevitabile ingenuità, mostra di sapere il fatto suo.
Dalle otto canzoni che lo compongono (interamente firmate dal trio dei Dik Dik Vescovi-Salvaderi-Sbrigo in quanto Enrico a quel tempo non era iscritto alla Siae) affiorano brillanti intuizioni su cui vale la pena soffermarsi. La sarcastica insolenza di "Col dito... col dito" che prende di mira senza troppi giri di parole il movimento femminista ("E se pensi che ogni volta che ti tocchi col dito/ un orgasmo simulato ti sei procurata/ donna femminista non pensi che lo slogan sia solo per te una stupida trovata...", cui nulla può l'arruffato "pentimento" che giunge sul finire del brano), la valenza quasi divinatoria di "Superstar", che a sentirla col senno di poi pare fluire dalla mente di chi due anni dopo assassinerà John Lennon, la denuncia sociale da disallineati de "Il lavaggio del cervello", le lisergiche frustrazioni di "New York", forse il brano strumentalmente più riuscito.
Punk non può dirsi un disco adatto alle sonnacchiose platee italiche, difatti viene ignorato dal pubblico e stroncato da una critica con la testa altrove che al massimo riesce a bollarlo come qualunquista. Resta la soddisfazione di aver gettato un sasso nello stagno, e il privilegio di aver diviso il palco nei live italiani di Adam And The Ants, degli Heartbreakers di Johnny Thunders e Richard Hell, e degli Xtc

Tradimento! E una fine isterica

Il flop causa la dipartita di tutti gli strumentisti della band, ma Enrico non si perde d'animo e propone a Silvio Capeccia di tornare della partita. La nuova line-up si completa con Fulvio Muzio alla chitarra, Mino Riboni al basso e il quindicenne Tommy Minnazzi alla batteria (che uscirà poco dopo per dissapori con lo stesso Enrico, giacché Tommy non faceva dell'affidabilità una sua prerogativa). Quella che chiameremo la svolta wave-tastieristica si traduce nel 1979 nel singolo "Indigestione Disko/Mano armata". Con la produzione di Shel Shapiro (sempre per la Spaghetti Records), vengono alla luce due pezzi ricamati da testi di tagliente sarcasmo (il primo è uno sfottò alla vacuità modaiola da "Febbre del Sabato Sera" che connotava molti giovani bene dell'epoca, mentre il secondo è l'apologia del crimine di un delinquente sui generis) ma soprattutto da robotismi prossimi allo stile dei Devo, che danno l'esatta dimensione di quanto sia radicale la virata impressa alle sorti del progetto rispetto agli esordi. Tanto Muzio che Capeccia infondono nuova e originale linfa al suono dei Decibel, mentre Enrico si muove con insospettabile disinvoltura nel conio di testi che si rivelano i prodromi di uno stile distintivo.

Ma è nel 1980 che il gruppo compie una scelta destinata a mutare il corso degli eventi: la partecipazione al Festival di Sanremo con "Contessa". L'incedere cabarettistico, la divertita invettiva che Enrico dedica all'archetipo della donna volubile e, perché no, un look in camicia e cravatta che richiama da vicino gruppi come Ultravox e The Knack, non fanno passare inosservata la performance, e il brano (che vede Fulvio Muzio firmare le musiche) ottiene un inaspettato quarto posto.
I vecchi fan gridano al tradimento, al punto che Enrico è costretto ad abbandonare il concerto milanese dei Damned per evitare l'aggressione dei punk più facinorosi presenti sotto il palco, però nuove e più nutrite schiere di teenager salutano con favore il nuovo corso.
L'album Vivo da Re (che contiene l'hit sanremese), con suoi inserti sparksiani e la sua estetica decadente, è un lavoro caustico nelle parole e arguto nei componimenti, ma soprattutto dotato di una cifra stilistica assai riconoscibile e fuori scala rispetto al panorama italiano. Ottiene un buon riscontro di pubblico, e questa volta anche la critica riesce a coglierne le particolarità. Ma se il barometro del consenso segna bel tempo, la temperatura interna al gruppo scende a livelli di gelo preoccupanti. Le forti personalità di Ruggeri e Capeccia entrano in in frizione e, ironia della sorte, anche le due teste pensanti dell'etichetta, Colombini e Crippa, si trovano ai ferri corti.
La diaspora vede il cantante sbattere la porta in compagnia di Silvio Crippa, mentre gli altri tre Decibel decidono di restare con Colombini, con cui incideranno Novecento.

Sempre giù

Enrico RuggeriPer Enrico si apre il periodo in assoluto più difficile della carriera. Coinvolto in una doppia causa legale, è costretto a ritirare dal mercato il primo album solista (Champagne Molotov, 1981, che viene ristampato solo tre anni dopo) e viene diffidato da suonare in pubblico per cinque anni, ossia fino alla data di scadenza del contratto con la Spaghetti. Solo una pesante transazione impedisce che un quadro così apocalittico divenga realtà, ma ancora di più possono la stima che nutre nei suoi confronti Silvio Crippa, e la silenziosa amicizia di un altro personaggio che si rivelerà cruciale: il chitarrista Luigi Schiavone. È lui che suona la chitarra in questo disco, è lui che seguirà ininterrottamente il cantante milanese per tutti gli album a venire fino al 2016, e la stessa cosa farà il suo manager fino al 2010.
Champagne Molotov segue la rotta tracciata in Vivo da Re e la circostanza, viste le enormi difficoltà anche economiche che ne hanno accompagnato le registrazioni, può annoverarsi come una piccola impresa.
Quel che preme al volitivo musicista è dimostrare che il suono dei Decibel fosse principalmente una sua creatura, e ci riesce alla grande. "Amicizia da ricordare e cambiali per suonare e diciotto spettatori amici tuoi e l'impianto ce lo scarichiamo noi". "Sette anni divisi in due/ le mie canzoni con le tue/ le ragazze per giocare un po' con noi/ solo l'ultima ci avrebbe ucciso poi...". Il reggae-rock stranglersiano "Una fine isterica" apre le danze, riversando tutta l'amarezza per l'epilogo dell'esperienza Decibel, in particolare per la fine del sodalizio con Capeccia, e sono ancora gli Stranglers a mostrarsi nei folgoranti due minuti di "Fingo di dormire". Il synth-pop latineggiante di "Señorita" è un primo segnale di una cordiale apertura all'universo femminile, trattato nei testi, fino allora, come un nemico misterioso o al più come un universo di cui diffidare, mentre il mirabile pastiche psichedelico di "Nostalgia" mette ancor più a fuoco una versatilità non comune. "Sempre giù" mescola i primi Xtc con il tiro degli Stiff Little Fingers, "Passato Presente Futuro" apre le visioni ruggeriane oltre il contingente, accendendo riflessioni che saranno un piatto forte nel prosieguo della storia.

Il 1982 è forzatamente sabbatico a causa dei noti problemi legali, ma ciò non gli impedisce di co-firmare quello che sarà uno dei motivi culto del movimento italo-disco, "Tenax" di Diana Est. L'esperienza si ripete l'anno seguente con "Le Louvre", ma anche con "To Meet Me" di Den Harrow , e coi brani di Albert One e Jock Hattle, questi tre sotto l'egida del primo batterista dei Decibel Roberto Turatti che stava affermandosi come produttore discografico.

Va tutto (molto) bene

Finalmente libero da impedimenti giudiziari, il duo Ruggeri-Crippa sigla un contratto con l'etichetta Cgd, molto attenta alle nuove proposte nostrane grazie alla direzione artistica di un'illuminata Caterina Caselli.
Nella primavera del 1983 esce Polvere, un'opera cruciale poiché segna l'inizio di un nuovo corso, permette all'artista milanese di far la conoscenza di autori importanti (è ad esempio Ivano Fossati che lo avvia alla brillante carriera di autore per conto terzi, proponendo a Loredana Bertè la futura hit "Il mare d'inverno"), ma anche l'ingresso attivo nel songwriting di Gigi Schiavone. Proprio a quest'ultimo si deve la musica della bellissima title track, che è l'apice della forma cantautorale moderna già riscontrabile nella produzione precedente, ma che forse non si era ancora compiuta a questi livelli.
Il resto conferma nei testi un'espressa conflittualità con l'altra metà del cielo - "Va tutto bene", l'algida "Qualcosa (per prenderti il cuore)" e "Fuoco sui giocattoli" -, paventa ispirati afflati metropolitani (l'elettronica "Gerarchie") e persino contenuti politicamente scorretti ("Salviamo Milano"), probabilmente scritta con gli intenti del provocatore che non dimentica il suo background.
Polvere contiene canzoni che spaziano dal cantautorato all'elettronica, possiede arrangiamenti più sofisticati e una certa consapevolezza di fondo, segnando un passo importante verso prospettive più ampie. 

La conferma che tutto si muove verso la direzione auspicata si ha ancora sul palco di Sanremo, nel 1984, con "Nuovo swing". Anche quest'approdo ha una gestazione tormentata giacché Enrico rifiuta l'offerta di presentarsi nella categoria nuove proposte: il brano però piace agli organizzatori al punto da essere inserito all'ultimo momento nel tabellone dei "big". Chi si presenta al Teatro Ariston è un artista molto diverso rispetto a quello saltellante che si era svelato con "Contessa" quattro anni prima. Le pose, un tempo nervose, diventano pacate come i contenuti, ora molto prossimi ai disincanti del crooner consumato.
"Nuovo Swing" si classifica al penultimo posto, ma ottiene l'approvazione dei critici e del pubblico più giovane.

L'inaspettata partecipazione al Festival pone il problema del 33 giri da mettere sul mercato per sfruttarne l'onda mediatica. Sulle prime nasce l'idea di un "the best" che però non è percorribile, dal momento che Colombini non avrebbe mai autorizzato l'inserimento dei brani dei Decibel; così la scelta ricade su disco ibrido che riproduce il vecchio repertorio dal vivo, e nel contempo dà spazio ai pochi brani inediti disponibili. 
Presente, questo il titolo, ha sicuramente il pregio di fissare su vinile alcuni passaggi fondamentali (oltre al singolo sanremese, l'interpretazione de "Il mare d'inverno" e una gustosa cover di "Vecchio Frac", assai apprezzata dallo stesso Domenico Modugno e poi presentata a "Festivalbar"), ma risente della sua oggettiva frammentarietà.

Dopo aver regalato tre nuove canzoni per il disco di Loredana Berté ("Savoir Faire", che dà il titolo all'album della cantante calabrese, "La curiosità" e "Non finirà", tutte reinterpretate in tempi successivi), Enrico si butta a capofitto, e questa volta con la dovuta calma, nell'incisione di nuovo materiale. È questa la fase che fissa la collaborazione tra il frontman meneghino e i "nuovi" Champagne Molotov. Oltre al fido Gigi Schiavone, troviamo Alberto Rocchetti, Luigi Fiore, Stefania Schiavone e Renato Meli, che gli resteranno a fianco sotto le insegne della band fino al 1989 (in realtà il nome del gruppo appare già in Polvere, ma è formato dal trio da Schiavone, Meli, Amodio). Il gruppo esce in proprio con il singolo “C'è la neve” e con questa canzone,  in seguito ripresa da Gigi Schiavone nella sua esperienza solista, prende parte all’edizione del 1984 del Festivalbar, mentre l’anno seguente si presenta fra le nuove proposte sul palco di Sanremo con “Volti nella noia” che tra i crediti vede anche Enrico: un pezzo che avrebbe meritato una sorte assai migliore di una repentina eliminazione. 

Tutto scorre (1985) sancisce la maturazione di un autore che ormai si muove con gran disinvoltura tanto nello sviluppo dei testi che nella tessitura di trame in perfetto equilibrio fra un'inedita forma cantautorale e istanze mitteleuropee. Appartengono a questo momento di grande ispirazione molte liriche emblematiche del pianeta ruggeriano. Le disilluse riflessioni sul tempo che cambia la prospettiva ai sentimenti de "L'ultimo pensiero" ("Se si potesse ritornare indietro saremmo tutti migliori/ ed un qualsiasi dettaglio cambierebbe destini ed amori. Ma questa vita ci costringe a discutere su un vecchio divano/ e quella mano che mi davi da tenere ti serve per gesticolare..."), e di "Poco più di niente" ("Caffè? Grazie, ma non ne voglio questa sera/ Lo so, vado a dormire presto/ oppure salto il pasto e scappo via/ E tu, che non mi chiedi niente e stai in cucina/ E tu, nemmeno mi rispondi, oramai non ti offendi neanche più..."), i tormentati viaggi nella solitudine interiore di "La vita corre ancora" ("Come sono solo/ bicicletta incatenata a un palo/ E guardo le automobili/ e non mi muovo più/ ma faccio di necessità virtù..."), e fra i labirinti delle proprie contraddizioni di "Beneficio d'inventario" ("Stargli dietro è proprio impossibile/ ha il pensiero troppo mutevole/ Ciò che dice è sempre la verità/ ma chissà se poi durerà...").
È un Ruggeri allo specchio, del tutto deciso a mostrarsi senza alcuna mediazione quello di "Non sono incluse batterie" ("Autosufficienti mai, sempre instabili/ Mai troppo contenti noi e sempre fragili..."), che diventa un fine osservatore metropolitano nella sparksiana "Fantasmi di città" ("Sono sempre frettolosi, non si fermeranno mai/ Primi attori negli specchi, ma comparse nel via vai...")  e che, tributando gli Ultravox, esprime tutta la sua anima decadente in "Da questa vecchia casa" ("Quante macchie sopra quei muri/ e la luce con le strisce/ ed i volti sempre più scuri/ di chi non mi capisce..."). 
Egli non ottiene, è vero, i riscontri commerciali attesi ma poco importa, giacché il suo nome può ormai considerarsi un punto fermo fra quelli nostrani più quotati.

Lo chansonnier di successo (gli anni del gabbiano)

Enrico RuggeriDeciso a cavalcare il momento di grazia, l'anno seguente si presenta ancora al Festival di Sanremo con la colta e malinconica "Rien ne va plus", che vince il premio della critica e che viene poi inserita nell'Ep "Difesa Francese", mentre in autunno licenzia il long playing Enrico VIII, che gli garantirà il primo disco d'oro della carriera.
Ancora con gli Champagne Molotov al seguito, la nuova fatica discografica abbandona gli arrangiamenti elettronici a favore di un uso più tradizionale della strumentazione, e il risultato si rivela di nuovo eccellente. Enrico VIII è l'Lp del lento romantico "Non finirà", di una mirabile riscrittura della waitsiana "Foreign Affair" (che qui diventa "Con la memoria"), di "La bandiera" (che potrebbe essere tranquillamente inserita nel miglior repertorio di Paolo Conte), ma soprattutto de "Il portiere di notte". "A causa del mio vagabondare per alberghi, ho conosciuto parecchi portieri di notte – racconta – e sono sempre rimasto colpito dal fatto che negli alberghi la stanza rimane sempre quella, mentre cambiano i clienti: come un palcoscenico su cui si avvicendano diversi attori. Il portiere, poi, mi suggeriva l'idea dell'eterno spettatore: colui che guarda ed è costretto a lavorare, vede le camere come sono dopo e le prepara per chi deve arrivare. Organizza gli amori altrui ma ne rimane sempre escluso". Il brano è un'istantanea che rivela l'innato talento di raccontare storie da prospettive diverse dalla propria, cogliendone finanche le sfumature, al punto da entrare in seguito nel  del repertorio di Mina.  Una percezione che riuscirà a portarlo, con eguale efficacia, a raccontare nel 1991 (album Peter Pan) i drammi esistenziali di una transessuale in "Trans" ("E quelle stesse persone/ che ridono della mia voce/ hanno anche loro una croce/ ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa: storie da Pasolini nelle macchine strette/ con dietro i sedili dei bambini e le sigarette...": strofe che commuovo, cogliendo nel segno come poche altre), e i turbamenti d'animo visti con l'occhio delle donne in "Quello che le donne non dicono", firmata con Schiavone, con cui Fiorella Mannoia si aggiudicherà il premio della critica al Festival di Sanremo del 1987.

Che questo fosse il suo Festival è dimostrato dalla vittoria a mani basse di "Si può dare di più", presentata assieme ai compagni della Nazionale Cantanti Umberto Tozzi e Gianni Morandi. È la cronaca di una vittoria annunciata per un brano che rimarrà sì negli annali della musica leggera italiana, però amoreggiando in modo spudorato con il nazional-popolare e uniformandosi a canoni poco attinenti alle tre precedenti partecipazioni, che a loro modo avevano portato dei contributi d'originalità qui sconosciuti.
Ma se l'obiettivo è di raggiungere il massimo grado di popolarità, esso può dirsi compiuto. Il doppio vinile che include i due brani sanremesi è il live Vai Rrouge, in cui suona un'orchestra di cinquanta elementi e ripercorre le tappe di una carriera in impetuoso crescendo, qui suggellata dal disco di platino. Vi sono incluse "La canzone della verità", che era inizialmente la prima scelta del trio vincitore di Sanremo prima che l'opzione cadesse su "Si può dare di più", e la delicata "Confusi in un Playback", presentata due anni prima in coppia con l'amico Mimmo Locasciulli, che scava con la consueta sensibilità tra i turbamenti della propria infanzia. È proprio il successo di questo tour, ancora in atto al momento dell'uscita del disco nei negozi, che lo cementa a uno zoccolo duro di fan che non lo abbandoneranno mai permettendogli di organizzare negli anni calendari sempre fitti di date molto seguite.

Arriva il momento di levarsi qualche sfizio. Se La parola ai testimoni (1988) si rivela uno dei dischi meglio suonati e arrangiati della discografia, lo si deve anche alla presenza di musicisti del calibro di Andy Mackay, il cui sax è bene affiancato da un'intera sezione di fiati e di cori che connoteranno, questi ultimi, anche altri lavori a seguire.
I testimoni altro non sono che i personaggi delle canzoni, disegnati col solito occhio attento e con la penna intrisa di poesia. Abbiamo le sofferenze amorose di una donna (il capolavoro "Marta che parla con Dio"), la gioviale descrizione, volutamente sopra le righe, di fugaci avventure da letto ("Tango delle donne facili"), il soldato che si racconta tra i fuochi di una trincea ("Lettera dal fronte"), e ancora i ricordi di un'adolescenza ormai lontana ("Il tempo che immobile va"). 

Non c'è neppure il tempo di raccogliere i frutti dei nuovi consensi, ed Enrico parte alla volta dell'Unione Sovietica, dove lo attende l'Orchestra Filarmonica di Mosca con cui completerà Contatti (1989), il cover albumcon inediti in gran parte inciso durante le session de La parola ai testimoni. Il lavoro vive di fasi alterne: ottima la rilettura dell'endrighiana "Canzone per te", davvero notevole "Il funambolo", toccante canzone metafora sulla vita dell'artista musicata da Cocciante, un bel po' naif  "'A canzuncella" degli Alunni Del Sole, e un tiepido rifacimento di "Alice" di De Gregori. Dei tre inediti, spicca "Che temperamento!", che anticipa nel mood rockeggiante una nuova fase artistica che prenderà forma di lì a breve.

Il rock che ritorna (gli anni del falco)

All'alba del nuovo decennio l'abito disegnato da molti sulla sagoma di Enrico Ruggeri è quello del bravo autore per altri interpreti (anche Mina, come accennato, nel 1988 riprenderà "Il portiere di notte"), e del prolifico chansonnier melodico che però non brillerebbe dal punto di vista vocale. Intanto quest'analisi mostra di ignorare la fase underground e decadente della prima ora, e poi confonde la precisa identità di un timbro con l'assenza di un registro variegato.
Quasi a voler affermare questi concetti, Il falco e il gabbiano (1990) svela numerosi elementi di novità. Pur non rinunciando alla melodia, il faro di tutta la produzione, il disco vira verso sonorità decisamente più grezze. Stop ai fiati e agli arrangiamenti stratificati, stop alla ieratica glacialità degli esordi e via libera ad un rock melodico che in più di un'occasione strizza l'occhio alla scuola classica dell'hard. Una manna per Gigi Schiavone che si ritrova finalmente a viaggiare a briglia sciolta.
È questo l'album della veloce "Punk (prima di te)", in cui il nostro si toglie qualche sassolino dalla scarpa ("Sono stato punk prima di te/ e mi sono fatto male, io/ suonavo l'heavy metal quando tu/ eri molto più normale"), della ballata "Ti avrò", in cui è sempre la chitarra a incalzare, cesellando così l'altra faccia della stessa medaglia. Ma anche della splendida “Notte di stelle”- firmata con Schiavone -  che finirà l’anno seguente pure nell’album del talentuoso cantautore Dario Gay  “Nonsoloamore”,  a cui Enrico aveva già prodotto il disco di debutto (“Nella vita di un artista c'è sempre un disco che ha per titolo il suo nome”, 1988), anche per ricambiare la musica di “Le luci della sera”, che Dario ha firmato ne La parola ai testimoni.
Non è un caso se lo spettacolo portato in giro per teatri quell'anno sia diviso in due parti: la prima in cui Enrico è in giacca e cravatta per assecondare la sua vocazione cantautorale, la seconda in cui appare in t-shirt, a fare a sportellate con Gigi e con il resto della band.

Dal rock melodico alla rock-arena il passo è breve. E' così che Peter Pan (1991) spinge ancora più in là gli orientamenti del suo predecessore, presentando pezzi ancor meno mediati ("Tutto subito", "La band"), veri e propri omaggi ai Queen (il gran successo della title track), sentite immersioni intimiste ("Prima del temporale") che rovistano con la consueta innata perizia tra le proprie voci interiori ("Vola via", "Oggi chi sei?"). È il disco di "Trans", di cui si è già scritto, che rappresenta uno dei momenti più alti di una carriera. Trascinato dal singolo di forte impatto radiofonico, l'album sfonda il tetto delle quattrocentomila copie vendute, divenendo il bestseller della discografia e accompagnando il Rouge a spasso per l'Italia per oltre cento date.

In mezzo c'è tempo per il primo lavoro solista di Luigi Schiavone, "La spina nel fianco" (1991), di cui firmerà i testi, e per una storica collaborazione con Elio e Le Storie Tese, nel cui album "Italyan, Rum Casusu Çikti" (1992) appare come "special guest" ne "Il vitello dai piedi di balsa", svelando anche agli ultimi scettici una carica d'ironia di cui, tra l'altro, non ha mai difettato.

Non c'è quasi il tempo di terminare il tour e lo ritroviamo ancora al Teatro Ariston, dove con "Mistero" bissa la vittoria festivaliera ottenuta sei anni prima in compagnia di Tozzi e Morandi. Il brano, che ripete nella forma il rock operistico di Peter Pan con dosate citazioni sempre ai Queen è, fatti due conti, il primo brano rock nella storia della kermesse sanremese a raggiungere il primo posto del podio.
"Mistero" è inserita nell'antologia La giostra della memoria, che dà l'abbrivio al nuovo tour in cui il nostro diverte il pubblico e sé stesso improvvisando la scaletta, sorteggiata di volta in volta per mezzo di una grande ruota presente nella coreografia, ispirandosi a un analogo espediente utilizzato dall'amato Elvis Costello. L'attività di songwriter prosegue a getto continuo, tanto che in quello stesso anno è dato alle stampe il secondo album solista di Luigi Schiavone dal titolo "Animale", e inoltre si lavora alacremente per dare forma al successore di Peter Pan.

Oggetti smarriti (1994) ci presenta un musicista alle prese con le sue vicissitudini personali, ed è quasi la cronaca della separazione dalla moglie Laura, raccontata da più prospettive. Si va dalla didascalica, ma non per questo poco spontanea, "Non piango più", ai risentimenti di "Non è una canzone d'amore" ("Questa non è una canzone d'amore/ perché non sai scriverne tu/ è solo la piccola storia di quello che non potrà essere più..."), per arrivare alle amorevoli attenzioni di un padre verso il proprio figlio ("La vita davanti") e al crepuscolarismo di "Oggetti smarriti" ("C'è un giornale che ho letto/ le candele di cera/ tra le cose che non hai portato via/ il mio primo biglietto, quella tua canottiera/ tra le cose che mi fanno compagnia"), il cui espediente narrativo per raccontare l'amore finito attraverso gli oggetti che ne agganciano il ricordo è il medesimo che utilizzerà anni dopo Cesare Cremonini in "Marmellata #25".
Si completa qui un percorso avviato con Il falco e il gabbiano, che prevede una maggiore attenzione all'elemento musicale, su cui solo in seguito è confezionato il testo, in un iter creativo vicino al pop-rock con aperture allo psych-progressive, ma fatalmente distante dalla forma cantautorale cara a molti. Se questo da un lato fa un po' venir meno la ricercatezza lessicale (che raramente, va detto, declina nella scontatezza, pur giocandoci talvolta) dall'altro ne esalta la parte musicale, ora più libera di spaziare senza vincoli. Dobbiamo proprio a questo alcune piacevoli sorprese, come lo svolgimento beatlesiano di "Lunghe strade dipinte" (che dei quattro baronetti di Liverpool riprende pure i riferimenti all'Lsd nascosti fra le iniziali del titolo), l'umore da folk ballad di "Speranza", gli afflati morriconiani di "Piccole persone".

Anche il concept Fango e stelle (1996) fa tesoro di queste premesse, sviluppando ulteriomente le  istanze progressive, pur non rinunciando a citazioni già familiari (fra le note di "Cercami" è facile individuare gli Ultravox di "Hymn").
Anticipata dalla partecipazione a Sanremo con "L'amore è un attimo", passata pressoché inosservata, la nuova prova è connotata da brani di cinque minuti in cui è lasciato ampio spazio ad ariose tastiere, oltre alle immancabili chitarre, e ad arrangiamenti su cui Enrico riesce ancora a imprimere qualche lirica da ricordare. Come quella de "L'altra madre" (che, assieme alla riscrittura della waitsiana "I Don't Wanna Grow Up", appariva due anni prima su "Gente comune" di Fiorella Mannoia), in cui il tema della droga è tradotto con un'empatia fuori del comune, o di "Ulisse", la cui vicenda d'inafferrabile eroe viaggiatore diviene l'ennesimo pretesto per mettere a nudo le proprie contraddizioni.

Il successivo Domani è un altro giorno (1997) è un bignamino in chiave minore di alcune delle puntate precedenti. Sfruttando un sound ormai consolidato, troviamo "Neve al sole" che replica il refrain dell'amore perduto di "Non piango più", "Volti perduti" che mette in prosa "Fantasmi di città", "Quando i vecchi si innamorano" che si porta sottobraccio la aznavouriana "A mia moglie", "...E Geppetto rimase di nuovo solo" che ripone nell'intimo le esternazioni de "La vita davanti".
Un fattore di novità è dato da "Il fantasista", sentito omaggio di un vecchio cuore nerazzurro al genio volubile di Evaristo Beccalossi, a inaugurare le parentesi sportive che culmineranno nel 2000 con l'ancora più a fuoco "Gimondi e il Cannibale" (sigla di quell'edizione del Giro d'Italia), ma anche in seguito  con le meno memorabili "La donna del campione" e “La linea di meta”.
Quasi in contemporanea Luigi Schiavone licenzia lo scarno "III", sempre concepito in tandem con Enrico.

L'isola dei tesori (1999) diventa l'occasione per rispolverare alcune delle tante canzoni composte negli anni per altri interpreti. E non mancano le sorprese. Dalla briosa "Sonnambulismo" che le meteore Canton portarono a Sanremo nel 1984, al classico di Fiorella Mannoia "I dubbi dell'amore", dal trio con Shel Shapiro e Biagio Antonacci che rivitalizza "Canta ancora per me", in origine regalata a Gianni Morandi, al gustoso siparietto della riedizione de "Il vitello dai piedi di balsa", in cui Elio ricambia da par suo la comparsata di qualche anno prima.

Sempre presente

Enrico Ruggeri Fedele al moto perpetuo che si è imposto, Enrico si affaccia nei negozi appena un anno dopo per la nuova etichetta Sony. L'uomo che vola, che pure contiene dei passaggi degni di nota come la già citata "Gimondi e Il Cannibale", testi dal taglio politico sociale ("Nino no", "L'autocritica") e il mini-concept sui sette peccati capitali a chiudere un album che riprende, ampliandoli, gli scenari progressive già sviluppati soprattutto in Fango e stelle.

Non nuovo a esperienze come scrittore, nel 2001 sforna un'autobiografia scritta a quattro mani con il compianto giornalista Massimo Cotto (che segue ad altre pubblicazioni di racconti e poesie uscite nel corso degli anni, a conferma di una vivacità intellettuale difficile da tenere a freno), e il doppio disco live La Vie En Rouge, che rivisita il repertorio in chiave acustica con tanto di contrabbasso e fisarmonica.
Le suggestioni acustiche, unite a un crescente interesse verso i temi d'attualità, sono il viatico per "Primavera a Sarajevo", i cui umori folk balcanici sono portati al Festival di Sanremo nell'edizione 2002.

Anche l'album dell'anno seguente, Gli occhi del musicista, risente in modo importante di questi nuovi impulsi. Le intenzioni sono lodevoli, tanto che l'ennesima esposizione festivaliera è premiata dalla critica: "Nessuno tocchi Caino", scritta in coppia con Andrea Mirò, prende posizione contro la pena di morte, diventando il manifesto di una riuscita campagna civile. Però all'interno dei quindici brani si trova una forma compositiva che raramente coglie nel segno, probabilmente un po' compressa da una forma di cantautorato classico che poco gli si ritaglia addosso.

L'orgogliosa affermazione presente ne Il falco e il gabbiano diviene, nel 2004, il titolo del nuovo lavoro. Punk prima di te porta a compimento l'idea a lungo accarezzata di sdoganare il vecchio repertorio dei primi Decibel, e nel contempo di tributare gli artisti ammirati in gioventù. Si vestono di nuovi abiti gli arditi salti in avanti degli esordi, immortalati a braccetto dei vecchi amori rappresentati dai Ramones, da David Bowie, dai Clash, da Lou Reed, dai Mott The Hoople e dagli Stranglers, in un pout-pourri che asseconda i fan della prima ora e che non manca di incuriosire i nuovi.

Come d'abitudine, non occorre attendere che qualche mese per un'altra collana di canzoni. Ad Amore e guerra non fa difetto l'acume dell'osservatore ipersensibile, né l'ausilio di una band solida e navigata che orna i brani con consumata destrezza fra pop, rock e folclorismi assortiti. Per quanto il mestiere giunga spesso in soccorso della vis creativa, non è facile restare indifferenti alle disincantate retrospettive sui propri sentimenti di "Perduto amore", o di "Quando sogno non ho età" (tenero ricordo della madre scomparsa), quando non sorpresi dall'originalità della frizzante "Paisà" che, prendendo spunto dal nostro dopoguerra, fissa in qualche frame molti dei mai perduti vizi italici. Buona anche la caposseliana "Romantico aviatore" (qualche fan opterà per l'auto-citazione stilistica di Enrico VIII), mentre suonano un po' forzate "L'uomo dei traslochi" e "La prima volta", ed eccessiva la caricaturale "L'americano medio".

I tre anni che lo separano da un altro disco composto interamente da inediti sono colmati dalla tripla raccolta Cuore, muscoli e cervello, dal prescindibile Regalo di Natale (brani propri e cover a tema per celebrare la ricorrenza, in cui si alterna alla voce con Andrea Mirò), ma soprattutto dall'attività di conduttore televisivo ne "Il Bivio". Un programma in seconda serata ora ironico, ora impegnato, che pare ritagliato "ad hoc" sullo stile colloquiale e affatto verboso di un Enrico per nulla in difficoltà davanti alle telecamere. Il successo è tale che non solo si bissa nella stagione seguente, ma dà le mosse per una nuova trasmissione dal titolo "Quello che le donne non dicono", anch'essa nella seconda serata di Italia 1 a partire dall'autunno 2008.

In Rock show del 2008  si ha la talvolta la sensazione di viaggiare un po’ per inerzia. Alle storie raccontate con l'ausilio di sottotitoli affatto necessari ("Leggo le carte", "Attimi", "La terra e la luna") si contrappongono il country-rock dylaniano di "Sulla strada", l'azzeccata "Cuore segreto", che col suo sax sembra uscire dal repertorio degli ultimi Psychedelic Furs, il pregevole pop barocco di "Teneri amori", in una vorticosa altalena di generi, ma anche d'ispirazione, che fa pensare a un’occasione solo in parte colta.
Enrico trova comunque il modo di far parlare di sé col pezzo che chiude l’album “Il giorno del black-out” in cui immagina il giorno in cui “… la corrente finì, il contatto sulla rete sparì…” e  poi “…qualcuno si suicidò, qualcuno impazzì e la vita della gente cambiò, e la gente fuori casa tornò”, a fronte del quale  viene etichettato come reazionario e anti-tecnologico: non è la prima volta, né sarà l’ultima,  in cui il cantautore milanese finisce agli onori delle cronache per le sue, troppo spesso liberamente interpretate, prese di posizione.

Il moto perpetuo non si arresta nemmeno l’anno seguente, con un triplo cd dall’emblematico titolo All In - L'ultima follia di Enrico Ruggeri, che diventa l’occasione per la chiamata a raccolta di artisti amici vecchi e nuovi, alle prese nel cd1  con una rilettura istantanea dell’intera scaletta di Rock Show. Il secondo cd fotografa delle performance live in cui Enrico si misura col suo repertorio del cuore, per quanto si apra con bell’inedito “Incontri (Dimmi quand'è)”, originariamente concepito come jingle pubblicitario dell’Amaro Averna. Il terzo cd è una colonna sonora di “East West East - Volata finale”, film del regista albanese Gjergj Xhuvani  in cui appare un unico pezzo cantato “Volata finale”, mentre il resto è interamente strumentale e composto insieme ad Andrea Mirò e Luigi Schiavone. Si tratta di un passaggio eufemisticamente audace dal punto di vista commerciale che però ha il merito di restituire un’inedita versione di Ruggeri nelle vesti di autore di colonne sonore.

La ruota sta girando

Il nuovo decennio si apre con due eventi in apparenza non così decisivi ma che, osservati a posteriori, sono invece prodromici dei grandi cambiamenti che arriveranno di lì a poco. Enrico partecipa per la nona volta al Festival di Sanremo con “La notte delle fate”: il brano viene eliminato nel corso della penultima serata, quella dei duetti, in cui si presenta sul palco indossando gli storici Lozza bianchi, ma soprattutto in compagnia di Fulvio Muzio e Silvio Capeccia per una imprevedibile rimpatriata dei Decibel. Con Andrea Mirò a dirigere l’orchestra, il nuovo arrangiamento nel suo intro contiene più di una citazione a “Contessa”, una circostanza che da un lato innesca l’entusiasmo dei vecchi fan, ma dall’altro lascia tiepide le giurie che non mandano la canzone alla serata finale.

L’altro evento degno di nota, è che La ruota - l’album rilasciato in coincidenza dell’evento festivaliero - è anche l’ultimo che vede Silvio Crippa alla produzione esecutiva. “La ruota” si rivela essere un ottimo album, fresco, tirato il giusto e con un canzoniere che non presenta i punti deboli che da qualche anno, per via di una produzione che non ammetteva pause, faceva degli album di Ruggeri un’altalena di brillanti intuizioni, canzoni dallo standard eccelso, ma anche di riempitivi che nulla aggiungevano a quanto già fatto. Il disco scorre che è un piacere tra eleganti arrangiamenti, una produzione ben bilanciata, e testi che sposano episodi di un pop-rock raffinato che non cede alla tentazione del colpo ad effetto.
Oltre alla buona canzone sanremese, troviamo ballatone come “Vivi” (con Schiavone nei crediti) e la liason amorosa de “La ragazza del treno”, nuove riflessioni sulla guerra (oltre a quelle passate e a quelle che verranno) ne “Il mio onore”, e la ruota della vita immortalata senza scivolare nel luogo comune in “Padri e figli”. La religione vista da una prospettiva individuale con “La mia religione”, ma anche i robusto punk-pop di “Io conosco il rock’n roll” e della stranglersiana “L’ordine naturale”. A chiudere “Vorrei”, che musicalmente percorre schemi magari già tracciati (“Non finirà”?) ma che, come dichiarazione d’amore a un’ipotetica amata, non ammette troppe repliche od obiezioni.

Il 2011 è l’anno del debutto di Enrico come romanziere con “Che giorno sarà”, la storia di Francesco Ronchi, un cantante che sfiora il successo senza raggiungerlo e che diventa una sorta di “sliding door” narrativa, in cui pare di intravvedere, attraverso la descrizione delle piccolezze e delle meschinità del mondo discografico, la figura del suo autore qualora il destino non gli avesse fatto trovare la sua strada. Il romanzo è bissato nel 2012 dal giallo noir “Non si può morire la notte di Natale” a cui faranno seguito altre opere, segno che la carriera di scrittore, peraltro già misuratasi negli anni precedenti con poesie e racconti,  viene perseguita con  la medesima  grande proprietà di scrittura che connota i testi delle sue canzoni.

La produzione discografica, sempre inframmezzata dai lunghi tour su ogni palco del suolo italico (che sono poi la vera costante dell’irrefrenabile Rouge), prosegue anche nel 2012, un anno in cui almeno la sala d’incisione viene idealmente, ma non solo, ceduta a una schiera di musicisti che rivisitano secondo la propria visione alcuni dei pezzi più o meno celebri dello sterminato repertorio ruggeriano. Le canzoni ai testimoni, parafrasi del titolo del suo album del 1988, chiama a raccolta artisti più o meno noti tra cui Bugo, i Fluon (un progetto di Andy dei Bluvertigo e di Luca Urbani), Boosta dei Subsonica, oltre che altri musicisti del panorama indipendente italiano. Si tratta del classico album riservato ai fan, nella cui inevitabile frammentazione stilistica si possono cogliere alcuni episodi efficaci (la versione techno robotica di “Polvere” coi Fluon, il synth-pop spinto di “Tenax” coi Serpenti) di fianco ad altri decisamente rivedibili (Bugo ne “Il lavaggio del cervello”, o i Marta sui Tubi in “Contessa”), per quanto va detto che quello delle cover è un campo in cui il gusto soggettivo finisce con l’avere ancora più peso rispetto al normale.

Nel 2013 Ruggeri si lancia nel progetto più ambizioso della sua carriera, un’opera rock che prende le mosse dal classico della letteratura horror di Mary Shelley “Frankenstein”, a cui abbina il volumetto “L’uomo al centro del cerchio” anch’esso liberamente ispirato al romanzo della Shelley e la cui trama si intreccia con quella del disco. Il lavoro, dal punto di vista lirico, è probabilmente il più impegnativo della carriera del cantautore, ed è decisamente in controtendenza rispetto alle modalità di fruizione musicale del suo tempo. Non è infatti il tipo di ascolto che possa essere affrontato con una botta e via, ma la sua esplorazione sa ripagare. A non centrare del tutto l’obbiettivo è una veste musicale che, sebbene sia tutto sommato all’altezza, sembra non calarsi in toto nel contesto lirico e narrativo. Non sappiamo se quanto accade nel 2014 sia il frutto di analoghe riflessioni da parte del suo autore, oppure se Enrico avesse già in animo di reincidere l’album con una nuova veste,  fatto sta che Frankenstein 2.0 ripresenta a stretto giro  le stesse composizioni del predecessore (con l’aggiunta di nuovi brani) in un’audace chiave electro-industrial che, se fosse stata riconducibile a un’oscura band gotica e non a un cantautore catalogabile nel mainstream, avrebbe catapultato l’album in cima alle classifiche di fine anno di tanti ascoltatori alternativi, con riviste di nicchia annesse. Una menzione a parte la merita uno degli inediti, che apre la nuova versione, dal titolo “L’onda” in cui con la consueta lucidità vengono trafitti senza appello il nuovo il perbenismo, l’ipocrisia, e più in generale il pensiero dominante, in una sorta di “Lavaggio del cervello” aggiornata all’era dei social media.

Nel settembre di quello stesso anno il trio Ruggeri-Capeccia-Muzio, meglio noti come Decibel, proprio come ai vecchi tempi tornano a suonare insieme in una mini-session live a Milano e, proprio come ai vecchi tempi, a dicembre si ritrovano tutti e tre alla Barbican Hall di Londra, questa volta come spettatori al concerto in cui gli Sparks presentano dal vivo il loro capolavoro “Kimono My House” per celebrare i 40 anni dall’uscita dell’album. In mezzo, giusto per non farsi mancare nulla, Enrico si ritrova in ospedale per un intervento all’intestino per rimediare a una pericolosa peritonite.

Ma la ruota di Ruggeri continua a girare sempre più veloce, nonostante tutto e tutti. Nel 2015 e nel 2016 escono rispettivamente Pezzi di vita e Un viaggio incredibile, che, per stessa ammissione dell’autore, sono due dischi prodotti con il pilota automatico inserito, con i consueti buoni spunti ma con una stanchezza di fondo che affiora in più di un momento. Del primo disco, che contiene anche un ulteriore cd col rifacimento di alcuni successi del repertorio, menzioniamo “Tre signori” con cui viene presentato in veste di ospite a Sanremo per quello che è un omaggio a Gaber, Jannacci e Faletti, del secondo “Il primo amore non si scorda mai” con cui finisce in doppia cifra quanto a presenze nell’edizione 2016 del Festival di Sanremo. Il pezzo, più che buono, si piazza al quarto posto e anche in questo caso vengono presentati di fianco agli inediti, altri rifacimenti di canzoni già note.

Lettera dai Decibel

Enrico Ruggeri - DecibelNel 2017, ciò che sembrava bollire in pentola già da qualche stagione infine accade, e un rilevante stravolgimento artistico irrompe nella carriera del nostro. Del concerto londinese degli Sparks per il quarantennale di “Kimono My House” del 2014  vi abbiamo riferito sopra: ebbene, quello è stato il momento preciso in cui si è riacceso un fuoco che sembrava spento e infatti, poco prima di Natale 2016,  esce la notizia che i Decibel sono tornati insieme e che nel marzo seguente avrebbero pubblicato un nuovo disco con tanto di tour a corredo.
Esce così Noblesse Oblige, il primo dei dischi a nome Decibel a trentasette anni dal precedente. Trentacinque per l’esattezza, se consideriamo Novecento, l’album della diaspora del 1982 che vide Silvio Capeccia prendere in mano le redini del progetto e Ruggeri partire per la sua fortunata avventura solista. "Paradossalmente quello che era innovativo e originale qualche decina di anni fa è ancora più originale e innovativo oggi, perché dobbiamo pensare che gran parte della musica che ascoltiamo oggi è realizzata da strumenti virtuali, con suoni campionati che vengono eseguiti su computer. Quindi come Decibel, per restare avanti, abbiano deciso di guardarci indietro", così Silvio presenta la nuova e spiazzante avventura musicale.
Il ricostituito trio apparecchia un uno-due di benvenuto mica da ridere, e che riporta agli antichi fasti senza per questo cedere al nostalgismo: il primo singolo "My My Generation" suona come una vera dichiarazione d'intenti fra epicità ultravoxiane e il suo declamare i numi tutelari, in una la sorta di sequel concettuale di "Thank You" dei primi Chrisma (nell'ordine David Bowie, John Cale, Lou Reed, Talking Heads, Roxy Music, Sparks, Sex Pistols, Stranglers, Clash, Devo, Nico, Mink De Ville, Rolling Stones, New York Dolls, Who, Iggy Pop, Ramones... peccato per i Cars, che non ce l'hanno fatta per un soffio), mentre "Noblesse Oblige", nel suo incedere bohémien, afferma in modo convincente l'orgogliosa estetica decadente di un'élite che non sa prestarsi a compromessi. Non tutto però fila liscio, perché nella scaletta affiorano passaggi un po’ avulsi dal contesto, probabilmente fagocitati da stesure un po’ troppo “ruggeriane”, e tuttavia due bonus track delle "deluxe edition" sono un mini-compendio dell'album: notevole "La corte del principe", commovente la nuova versione di "Pernod" (al contrario dei prescindibili rifacimenti dei classici “Contessa” e “Vivo da re”, proposta anche in lingua inglese) che assume un senso grazie anche al cameo finale di Pino Mancini, il grande chitarrista dei tempi di Punk, riesumato da chissà dove.

Un discorso a parte merita il box in "Superfan Limited Edition" tirato in mille copie, e venduto in esclusiva su Amazon. Un oggetto da collezione ideale per chi anela ad avere fra le mani Punk in vinile (il debut-album che nell'edizione originale viene battuto a prezzi variabili fra i 350 e i 500 euro, e che lo sciagurato scrivente, non si sa perché, vendette una trentina di anni fa per due spicci), la riedizione sempre in vinile del secondo album e del primo 45 giri "A mano armata/Indigestione disko", nonché Noblesse Oblige sia in cd che in vinile, e altri invitanti oggetti a supporto.

Le cose che dovevano essere messe a punto prendono forma nel successore di Noblesse Oblige che viene messo sul mercato col titolo L’Anticristo nel 2018, sempre sotto le insegne dei Decibel e con una nuova partecipazione al Festival di Sanremo con il brano “Lettera dal Duca”, un sentito omaggio al nume tutelare David Bowie che viene presentato nella serata dei duetti nientemeno che con Midge Ure, il frontman degli Ultravox, che salirà sul palco anche in occasione di alcune date del tour che segue.
Ci troviamo di fronte a un disco compatto, a volte spigoloso, a volte più ricercato, nel quale non mancano i riferimenti alle stelle polari del rock decadente (sintomatico l’intro di “Choral In E Min”, probabile omaggio al sempre poco citato Klaus Nomi), ma nemmeno le rivendicazioni di uno stile esclusivo che ha influenzato negli anni le nuove leve dell’art-pop nostrano. Come, ad esempio, nel boogie à-la Mott The Hoople “Baby Jane”, una perfetta istantanea del vuoto indotto dai nuovi modelli sociali su un prototipo giovanile purtroppo assai diffuso, che fa da paio con la cavalcata glam “15 minuti”, nella quale – citando Wahrol – si riflette sull’assenza di amor proprio che spinge molti a sacrificare la propria dignità pur di strappare velleitariamente la scena nel più bieco dei talk-show. “Sally Go Round” evoca nella tessitura sonora tanto i Beatles di “Lucy In The Sky With Diamonds” che i Cockney Rebel di “Tumbling Down”, e nel testo le inquietanti storie narrate da Peter Gabriel in “Nursery Crime” (“The Musical Box”?), nella tragica e distaccata rappresentazione di una psicosi infantile. Ed è nella crudezza dell’inferno della droga che va a parare la decadente “Acid Queen”, canzone dall’incedere indolente e un po’ reediano nella stagione di “Berlin”, mentre il trascinante synth-rock della title track rimesta con vigore nelle stanze segrete dell’odierno pensiero unico.
Gli immancabili svolazzi delle tastiere d’epoca di Silvio Capeccia sono la vera marcia in più di episodi altrimenti più ordinari (“La città fantasma”, “Lo sconosciuto”) così come lo sono i cori combinati con lo ieratico Fulvio Muzio, che impreziosiscono il riuscito brano festivaliero “Lettera dal Duca” e la frizzante “La banca” (già, ma “il bandito è chi ruba nella banca o chi ci sta?”).
Il disco si chiude con una classica ballad da repertorio solista di Enrico (“Buonanotte”), tremendamente efficace per la struggevolezza delle liriche e per il solo di tromba del rispolverato collaboratore di vecchia data Davide “Billa” Brambilla, mai così ispirato e toccante. Se l’obiettivo era quello di trasmettere un messaggio musicale senza fronzoli, unendo l’immediatezza a buone dosi di creatività e di mestiere, L’Anticristo lo ha pienamente raggiunto, col fascino discreto di un gusto classico che, giustamente, se ne frega delle mode senza rinunciare alla modernità.

Una vera rivoluzione

Nell’estate del 2018 un brutto spavento funesta il tour estivo e rischia di mettere a repentaglio la carriera di Enrico, a cui viene diagnosticato un edema alle corde vocali: in effetti, da un po’ di tempo a questa parte, le vivaci esibizioni dal vivo lasciavano spazio a qualche perplessità, per via di una voce che si faceva via via più roca. Il tour viene interrotto e Ruggeri deve sottoporsi a un intervento chirurgico che lo obbliga letteralmente al mutismo per due mesi, trascorsi nella paura di aver perso, oltre alla salute, anche il suo prezioso e unico strumento di lavoro. Il pericolo è grazie al cielo scongiurato, e si torna a quella normalità che non prevede soste.

Chi pensava che quella dei Decibel fosse solo una parentesi e che la sua carriera solista proseguisse senza sussulti, si sbagliava. L’album del 2019 Alma fa balzare all’occhio delle novità che non possono passare sotto silenzio. Quella che appariva come una semplice sensazione agli occhi degli osservatori più attenti diventa ora una certezza, perché nella line-up del nuovo album non troviamo alcuni degli storici collaboratori come il polistrumentista Fabrizio Palermo, il batterista Marco Orsi, ma soprattutto colui da sempre considerato il suo partner in crime artistico da trentacinque anni, Luigi Schiavone. Non trattando argomenti di gossip, non sappiamo con certezza se il divorzio sia stato causato da motivazioni personali oppure da questioni squisitamente artistiche, resta il fatto che l’uscita di Gigi ha creato un po' di smarrimento nella fan base che da allora - più o meno silenziosamente - pur restando compatta al seguito del nostro, ha al suo interno una fronda (se così la possiamo chiamare) che non ha accettato fino in fondo la rottura del sodalizio.
Al posto di Schiavone alla chitarra troviamo il talentuoso giovane Paolo Zanetti, già presente nella doppia esperienza di Frankenstein, mentre al basso entra in pianta stabile Fortu Sacka (al secolo Fortunato Saccà), figura storica dell’hard rock nostrano che negli anni era già entrato in alcuni progetti del pianeta ruggeriano, e che abbiamo visto nei crediti e sul palco con gli ultimi Decibel.  Alma cavalca l’onda del rinnovato entusiasmo conferito dall’esperienza con la band d’origine e segna un punto discontinuità rispetto alle due precedenti prove soliste. Anche qui, come ne La ruota, del 2010, troviamo un buon mix tra musica d’autore e un pop rock dalle forme eleganti: una citazione importante la meritano il singolo “Come lacrime nella pioggia” (cofirmata col figlio Pico Rama), una sentita riflessione sulla vacuità delle vicende umane, “Un pallone” in duetto con Ermal Meta, che racconta con grande sensibilità e poesia la triste condizione del lavoro minorile e del suo bieco sfruttamento. E poi il sentito tributo a Lou Reed con “Forma 21”, che il suo autore illustra così: “È una delle canzoni più riuscite che abbia fatto. Descrive l’attimo della morte di Lou Reed. Il sole filtra dalle vetrate di casa e lui, sorretto da Laurie Anderson, fa la forma 21, una figura di Tai Chi che rappresenta l’elevazione verso il cielo. È capitato anche a me di vedere morire delle persone e l’ultima espressione che uno fa è di stupore, forse per il luogo a cui sta accostando “.

A cavallo tra l’autunno 2019 e la primavera dell’anno seguente lo troviamo addirittura su Rai Uno in veste di conduttore in prima serata al fianco di Bianca Guaccero con “Una storia da cantare” per sette episodi che raccontano in forma di show la storia di cantautori che hanno segnato la storia della musica italiana. Enrico si destreggia con buona autorevolezza nella veste di showman, non altrettanto in quella di perfomer di qualche canzone che probabilmente sconta il prezzo di un programma in diretta vissuto nella doppia veste di presentatore e di cantante.

Il 2022 è la volta de La rivoluzione, il secondo album solista del nuovo corso, che prende una china più smaccatamente rock. Prodotto in modo brillante dalla coppia Fortu Sacka e Sergio Bianchi, contiene un duetto con Francesco Bianconi. Enrico sintetizza così il senso dell’opera con l’abituale sagacia: "La rivoluzione è tante cose, niente di barricadero. E' la storia della differenza che c'è tra i nostri sogni dell'adolescenza e la vita vera con un occhio di riguardo nei confronti della mia generazione che è una generazione particolarissima, molto letteraria. É la generazione che ha visto le bombe di piazza Fontana quando eravamo bambini, la lotta armata, l'arrivo dell'eroina, l'Aids e i cambi epocali, partiti dal gettone siamo arrivati a Whatsapp. Quindi e c'è molto da raccontare sulla mia generazione".
Si tratta anche questo di un buon album, che risente della linfa benefica dei nuovi partner artistici, fra i quali non può essere ignorato Massimo Bigi, ex-tour manager di Ruggeri con l’hobby della musica che, a quanto pare, quel piacere lo ha coltivato così bene da arrivare a 62 anni a pubblicare, sotto l’egida del nostro, il suo disco di debutto “Bestemmio e prego”. Ne La rivoluzione la sua firma appare nella metà delle canzoni e non c’è dubbio che il contributo sia stato importante per la riuscita dell’album.

L’ormai consolidata seconda giovinezza di Enrico Ruggeri raggiunge la sua acme nel 2025 con La caverna di Platone, sempre con la tessa squadra di autori e con la medesima produzione.  Pur con un registro vocale sempre più waitsiano, ispessito da sigarette che qualche contrattempo gli procurano “on stage”, nell’album troviamo un pugno di canzoni che all’abituale maestria nella stesura dei testi associa paesaggi musicali in molti casi all’altezza del migliore repertorio. La caverna di Platone è un album fatto di spigoli e disincanto, di temi profondamente scomodi e memorie inusuali, di sguardi attenti sulla realtà che trasmutano in sbirciate romantiche verso un’altra realtà, più anelata che possibile.  “Gli eroi del cinema muto” è il malinconico riflesso dell’inconscio che, come la bowiana “Sons of the Silent Age” (già, proprio da…”Heroes”), ricorda quella parte di umanità avvelenata dagli effetti collaterali di un malinteso progresso e forse seppellita dai repentini mutamenti del mondo,  e “Il poeta” è il filo rosso che lega Oscar Wilde a Pasolini, passando attraverso Ezra Pound e a tutti quei liberi pensatori che hanno trafitto le coscienze con la penna venendo ripagati con scandalo e ludibrio.
“Zona di guerra” e “La bambina di Gorla” accendono un faro sui dimenticati di oggi e di ieri, con quest’ultima a rievocare uno dei tanti “errori” propri di ogni guerra, allorché gli Alleati nel 1944 bombardarono, sbagliando obbiettivo, la scuola elementare “Francesco Crispi” di Milano provocando una strage di bambini. Alla voce testi sconvenienti va aggiunto quello di “Das ist mir wurst”, un epico e decadente 3/4 - e per questo in zona Sparks e Decibel prima maniera, scritto a quattro mani con Silvio Capeccia – che diventa un richiamo appassionato all’Europa che fu, culla d’arte e di civiltà sideralmente lontana dall’attuale delle banche, delle multinazionali e dei centri di potere.
“Il cielo di Milano”, col suo fresco incedere, è un’istantanea nel viavai di una metropoli in cui “non si vede il sole”, sempre più trafelata e distante, divisa tra miseria e bel vivere; mentre sono i temi più intimi a fare capolino nel brano omonimo (l’amore come illusione che tuttavia merita di essere vissuta) e in “Come prima più di prima”, un sequel degli sguardi che Ruggeri ha già rivolto in passato all’universo femminile osservandolo dall’interno. Ne “Il problema” – come “Il cielo di Milano” connotata da un ispirato uptempo - ritroviamo il sardonico disincanto del Ruggeri degli esordi in una sorta di “’A livella” di Totò riletta in contesti terreni (“..magari ti trovi solo con la testa tra le mani oppure assecondato da puttane e cortigiani/magari non hai più soldi o la tua ricchezza è estrema, in ogni caso vivi il tuo problema”), ma la vera notizia è imbattersi in “Benvenuto chi passa da qui”, brano interamente scritto e interpretato dal figlio Pico Rama (non si ricorda un disco di Ruggeri senza un brano inedito che non porti almeno la sua firma, eppure lui qui è “solo” la seconda voce) che sulle prime spiazza per la sua naïveté, ma con gli ascolti diventa una piccola oasi d’innocenza in mezzo a tracce  che a vario titolo indagano - tra poesia e racconto - mondi interiori, squarci di passato e realtà contingenti.
La canzone che chiude il disco è quella che probabilmente causerà dei turbamenti presso la fanbase: “Arrivederci addio” - uno dei pezzi più belli e intensi dell’album - nella sua trama amorosa tratteggiata con l’abituale sapienza, lascia balenare il sentore che questa possa essere davvero… “l’ultima canzone”.  Sarà davvero così? Difficile dirlo. Di sicuro, si tratterebbe di un’uscita dalla scena discografica degna di una carriera artistica importante che - questo è certo – avrà comunque un seguito sul palco, e nei mille altri progetti con cui il vulcanico Rouge ha abituato il suo pubblico.

Discografia

 DECIBEL

 

  

 

 Decibel (Spaghetti, 1978)

7,5

Vivo da re (Spaghetti, 1980)

8

 Novecento (Spaghetti, 1982) senza Enrico Ruggeri 6,5
 Noblesse oblige (2017)
6,5
 L'Anticristo (2018)  7
   
 ENRICO RUGGERI  
   
 Champagne Molotov (Cgd, 1981)

7,5

Polvere (Cgd, 1983)

8

 Presente (Cgd, 1984)

6,5

Tutto scorre (Cgd, 1985)

8,5

 Difesa Francese (Cgd, 1986)

7

Enrico VIII (in cd: "Enrico VIII e Difesa francese", Cgd, 1986)

8,5

 Vai Rrouge! (live, Cgd, 1987)

7,5

 La parola ai testimoni (Cgd, 1988)

7,5

 Contatti (Cgd, 1989)

6

Il falco e il gabbiano (Cgd, 1990)

8

Peter Pan (Cgd, 1991)

8

 La giostra della memoria (antologia con inediti, Cgd, 1993)

7

 Oggetti smarriti (Cgd East West, 1994)

7

 Fango e stelle (Cgd East West, 1996)

7

 Domani è un altro giorno (PDU, 1997)

6

 L'isola dei tesori (PDU, 1999)

7

 L'uomo che vola (Columbia, 2000)

7

 La vie en rouge (doppio cd, live, Columbia, 2001)

6,5

 Gli occhi del musicista (Anyway/Sony Music, 2003)

5

 Punk prima di te (Anyway/Sony Music, 2004)

5,5

 Amore e guerra (Anyway/Sony Music, 2005)

6

 Cuore, muscoli e cervello (triplo cd, antologia, Anyway, 2006)

 

 Il regalo di Natale (con Andrea Mirò, Anyway, 2007)

5

 Rock Show (Anyway, 2008)

6,5

 All in - L'ultima follia di Enrico Ruggeri (Anyway, 2009)
 
 La ruota (Universal, 2010) 7,5
 Le canzoni ai testimoni (Universal, 2012) 5,5
 Frankenstein (Anyway/Universal, 2013)6,5
 Frankenstein 2.0 (Anyway/Universal, 2014) 7,5
 Pezzi di vita (Sony Music, 2015) 5,5
 Un viaggio incredibile (Sony Music, 2016)  5,5
 Alma (Anyway, 2019) 7
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