Este, Danielle e Alana Haim sono tre sorelle musiciste californiane che hanno unito nel forze nell’omonimo trio indie-pop, capace di imporsi sulla scena musicale nel corso degli anni 10. Con uno sguardo nostalgico rivolto al
soft-rock americano dei tempi andati e un occhio attento ai nuovi stili e tendenze, le tre hanno conquistato enorme popolarità e si possono ormai annoverare tra le più interessanti realtà del pop-rock contemporaneo.
Tre Sorelle
Este (1986, basso e voce), Danielle (1989, batteria, chitarra e voce) e Alana Haim (1991, tastiere, chitarra e voce) nascono e crescono nella San Fernando Valley, vicino a Los Angeles. Di famiglia ebrea, iniziano a suonare tutte e tre fin da piccolissime assieme ai genitori, Moti e Donna, anch’essi musicisti. La famiglia si esibisce per divertimento e senza seri intenti a feste, scuole e manifestazioni, suonando più che altro cover di canzoni di rock classico
anni 60 e
70. Questo infatti il genere preferenziale che viene fatto ascoltare alle tre da bambine e forse proprio da qui, da qualche parte, scaturisce quell’influenza poi ben chiara nella loro musica che deriva specialmente dai
Fleetwood Mac più noti, quelli del periodo Buckingham-Nicks.
La gavetta è lunga e faticosa: nel 2004 Este e Danielle vengono invitate a far parte di un gruppo pop-rock al femminile di nome Valli Girls con il quale si esibiscono anche ai Nickelodeon Kids’ Choice Awards. In seguito, la prima a fare veramente carriera è Danielle, la chitarrista (le tre sono tutte polistrumentiste in realtà pur rispondendo tendenzialmente a ruoli fissi), quando viene invitata a far da turnista dapprima per la cantante Jenny Lewis e poi, con un salto di qualità, per Julian Casablancas (Strokes) nei suoi concerti da solista. Arriva anche al punto di esibirsi con Cee-Lo Green e la sua band tutta al femminile, le Scarlet Fever, nel 2010. Ma il progetto con le sorelle le interessa molto di più.
Nel 2007 infatti le Haim si formano ufficialmente come trio con questo nome, iniziando a suonare dal vivo e a lavorare su suoni che fondono la tradizione del genere detto “Americana” con stili più moderni, una certa sensibilità indie e un approccio soul specialmente nei
vocals. Ma, come si diceva, gli inizi sono complicati. Secondo la leggenda, per il loro primo concerto ufficiale vengono pagate soltanto con una zuppa con polpette di matzah, un piatto tradizionale della cucina
kosher. Secondo quanto racconta Danielle, spesso le tre venivano ai tempi ingaggiate come ultimo
act per concerti in locali da cinquanta posti, e come risultato si ritrovano sovente a suonare in una sala vuota. Ma le cose inizieranno a evolversi con il cambio di decennio, parallelamente alla crescita di popolarità di Danielle.
Giorni andati
Quando le Haim pubblicano il loro album d’esordio,
Days Are Gone, nel 2013, il mondo dell’indie-pop è in fermento. Le band del genere iniziano a conquistarsi spazi crescenti, accattivandosi le simpatie di un pubblico
millennial probabilmente stanco dei toni seriosi dell’indie-rock e delle reminiscenze
post-punk. I gruppi indie-pop mostrano che si può essere “hipster” anche divertendosi. Gruppi come i Passion Pit, i Grouplove, i NONONO,
The 1975 (che esordiscono a loro volta nel 2013), gli
Imagine Dragons, i Twenty One Pilots e i Fun. aprono un nuovo scenario musicale, sposando il verbo indie ai suoni da classifica, con disinvoltura e voglia di cambiamento. Una deriva che non viene necessariamente ben vista ai tempi, finendo con l’essere spesso associata a un tentativo di apparire semplicemente più commerciali, con la complicità dei soliti
magazine. E certo una notevole dose di
hype non manca alle tre sorelle californiane, che giungono all'album di debutto dopo aver ottenuto nell’ordine: la copertina di gennaio del New Musical Express assieme ai
Palma Violets, la vittoria al Bbc Sound of 2013 davanti a nomi di un certo peso, un pugno di singoli che hanno fatto furore in giro per la Rete.
Il primo album delle Haim è un miscuglio di indie e rock classico, nel quale l’influenza dei Fleetwood Mac nella scrittura dei brani si avverte chiara e lampante, più forse dalla parte di Buckingham e della McVie che della Nicks. I tempi sono veloci e intrecciati, molta attenzione viene conferita soprattutto alla componente ritmica, finemente stratificata e alle armonie vocali tra le tre sorelle, mentre gli altri elementi, come chitarre e tastiere, rimangono relegati sullo sfondo. Non di rado, come in una delle loro prime hit “Forever” (già nel primo Ep del trio, del 2012) si segue una struttura in crescendo, che all’alternanza strofa-ritornello aggiunge un’intensità costruita passo dopo passo con l’aggiunta di elementi musicali diversi, sfociando in un climax emotivo notevole.
Le Haim si dichiarano grandi appassionate di gruppi quali le
Destiny's Child e le TLC, così come, spostandosi al presente, di rapper come
Kendrick Lamar e di Azealia Banks: un entusiasmo nei confronti della musica nera, recente e passata, che le sorelle non avevano esitato a mettere in mostra sin dai loro primi singoli e che è stata da allora portata alle estreme conseguenze, tanto da far sì che in parecchi brani del disco gli influssi
black diventino preponderanti (i vispi richiami funk nella
title track, ma pure “Song 5”, che un
Justin Timberlake potrebbe perfino invidiare).
Ma non è di certo nel riprendere stilemi propri dell'universo afroamericano che si estingue il fascino della proposta del trio; è nel riadattarne i costrutti, nell'indirizzarne le forme verso il
sound dei dischi amati da mamma e papà, i classici di una vita ascoltati sin da ragazzine, che il gioco si fa realmente serio. E le tre il gioco lo sanno condurre alla perfezione: dialogando in continuazione con passato e presente, scorrendo liberamente tra di essi, le losangeline individuano con precisione impeccabile la linea sulla quale proiettare il proprio
sound, sì
retronuevo ma con un gusto e una freschezza che ha ben pochi eguali.
Sarà difficile non farsi venire in mente Christine McVie e la stagione dei capolavori dei
Fleetwood Mac, se ci si sofferma sulla voce di Danielle in “Honey & I”. Quello che però sembra apparentemente un confortevole abbandonarsi tra le braccia dei mostri sacri, alla volta di una
West Coast dai contorni mitici, diventa un simulacro sfocato quando s'imbatte nel trascinante funk di “If I Could Change Your Mind”, mandando in fumo ogni eventuale accusa di emulazione. Un pericolo comunque sventato con la calma delle fuoriclasse, tant'è che pure pezzi più scivolosi, ad esempio il frizzantino “The Wire” e il suo trascinante power-pop, godono di ritornelli killer e di una scrittura che non fatica a lasciare il segno.
Attenzione poi a non farsi irretire da quella dolce trappola che risponde a nome di “Running If You Call My Name” (tra le
performance più “caratteristiche” di Danielle). E sarà bene il caso che chi storce il naso corra ai ripari, altrimenti potrebbe finire preda del trascinante
refrain di “Don't Save Me”. Il disco non fa sconti a nessuno: contagia e si diffonde con la forza di un virus, la cui consistenza e solidità sono le armi migliori.
Le Haim parlano principalmente d’amore, di rapporti personali, di aspettative, rimpianti e giudizi. In “The Wire”, per esempio, cantano: “Sai che non sono brava a comunicare/ È la cosa più difficile per me da fare/ E si dice che è la parte più importante attraverso cui passano le relazioni/ E rinuncio a tutto solo per poter dire/ Lo so, lo so, lo so che starai bene in ogni caso”. I loro testi non si presentano particolarmente ambiziosi, ma suonano spontanei, genuini e giovanili, in pieno spirito indie-pop, sposati a sonorità pregne di una certa ricercatezza, anche produttiva. Una formula che rende già il primo album dei trio un successo, fruttando il numero uno in classifica in Gran Bretagna.
L’immagine delle tre sorelle colpisce positivamente un pubblico, quello
millennial di inizio anni 10, sempre più aperto e disposto a capire suoni indie più morbidi e pop, ma alimenta anche un senso di emancipazione artistica femminile mostrando, nei videoclip e nei set dal vivo, le tre ragazze impegnate a suonare tutti gli strumenti, consacrandosi, pur giovanissime, come musiciste complete.
Qualcosa da dirti
Nel secondo album,
Something To Tell You (2017) l’ispirazione che fa capo ai Fleetwood Mac si fa ancora più marcata, anche se non esclusiva. Per esempio “Little Of Your Love” suona molto come una canzone della prima
Taylor Swift, quella più country, mentre in “Ready For You” si colgono certi accenti pop/funk e “Found It In Silence” è arrangiata come un pezzo di Carly Rae Jepsen del 2012.
Con Ariel Rechtshaid nuovamente in cabina di regia, affiancato in rare occasioni da
Rostam Batmanglij e
Twin Shadow, il
sound delle Haim trova ulteriore forza e slancio, privandosi delle quadrature più
urban di alcuni episodi dell'esordio in favore di un più caldo e compatto pop-rock dalle venature
West Coast, memore degli eroi putativi
Fleetwood Mac. In effetti, se la scelta di registrare parte dei brani nei Valentine Studios di Los Angeles non fosse già una prova schiacciante, "You Never Knew", strategicamente posta a metà del disco, stabilisce in maniera chiara il profondo legame con le armonie pacate e psichedeliche degli
anni 70 californiani, di quell'universo morbido e delicato che ha partorito tra i migliori prodotti dell'epoca. Tra chitarre
jangly, un andamento batteristico sereno e cadenzato e una scrittura che avrebbe potuto portarla a essere la
ballad mancante di
Days Are Gone (e forse in questo ha contribuito la collaborazione con
Dev Hynes), la canzone non manca di donare notevoli sussulti.
Peccato che, per il resto, la situazione non sappia tenere testa a un brano che come singolo avrebbe goduto di altra fortuna, finendo col difettare di quella varietà melodica in cui invece le tre sorelle si erano dimostrate provette. Non che "Want You Back", l'effettivo singolo di lancio, sia così scadente, anzi il suo andamento piacione in scia di funk-rock e la metrica vocale a perdifiato avrebbero potuto da soli strutturare un lancio indimenticabile, se non fosse che appunto la penna si siede su moduli un po' troppo canonici e il climax si sgonfia in un ritornello ripetitivo. Il timido e introverso r&b di "Walking Away", impostato su uno scheletrico
pattern di
beat al rallentatore e curiose manipolazioni atmosferiche, non riesce a compiere il balzo di qualità, impelagandosi in una commistione improbabile tra le (pur efficaci) sovraincisioni vocali delle ragazze e l'iterazione ostinata del titolo, sfruttato a mo' di mantra ritmico.
Qualche eccezione al
trend caracollante dell'album? A parte la menzionata "You Never Knew", giusto "Found It In Silence" sa valorizzare l'ottima struttura musicale del brano (impetuosi bordoni d'archi e ottime linee di basso), piazzando un
bridge di notevole gusto. Se è vero che la genesi di
Something To Tell You si è rivelata complessa, al punto che molte delle sessioni di registrazione hanno portato allo scarto di molto del materiale fino ad allora prodotto, quanto contenuto nel disco parla perlopiù di una band ancora in difficoltà, che nonostante le ottime qualità strumentali e le buone doti interpretative, sente il peso di un passato prossimo da cui è meglio che fugga al più presto.
L’immagine più memorabile di questo periodo per le Haim è comunque legata al video per il singolo di punta, “Want You Back”: un indie-pop prodotto con cristallina precisione, colmo di sentimentalismo e
texture sonore e ritmiche, che nella clip diretta dal regista Jack Schreirer accompagna le tre sorelle in una coreografia mentre danzano in un'unica
take ripresa all’alba nel quartiere di Sherman Oaks a Los Angeles. Ancora oggi è forse l’apparizione in videoclip delle Haim più impressa nella memoria collettiva, ed è divenuta (assieme alla canzone) un momento di punta della sottocultura indie e del genere indie-pop
anni 10.
A proposito di videoclip e apparizioni su piccolo e grande schermo, a questo periodo risale anche l’inizio della proficua collaborazione tra il trio e l’acclamato regista Paul Thomas Anderson. Per loro, realizza il documentario sulla lavorazione dell’album intitolato “Valentine” e anche le clip per “Little Of Your Love” e soprattutto “Right Now”, una splendida e intima esecuzione live di una delle migliori tracce dell’album, una sentita e atmosferica
ballad che l’occhio del cineasta cattura con speciale sensibilità. Una collaborazione che certo aiuta il successo dell’album, anche se - come detto - musicalmente nel suo complesso non può dirsi più riuscito del primo, con canzoni che non spiccano dal punto di vista compositivo né suonano molto audaci a livello di produzione, salvo poche eccezioni (la
title track, “Want You Back” e “Right Now”).
In ogni caso il riscontro è notevole: a metà decennio le Haim vanno in tour con la loro amica
Taylor Swift, partecipano alle colonne sonore di popolari
blockbuster come “Hunger Games 3” e “Insurgent” e registrano una cover della storica “Rihannon” dei Fleetwood Mac insieme all’autrice
Stevie Nicks: perfettamente in linea con il loro stile e il loro percorso.
Ma come sono le Haim dal vivo? Generalmente si esibiscono fondendo ausili elettronici ed effettistica con strumenti rock e avvalendosi dell’aiuto di alcuni turnisti, cosa per niente rara per un gruppo indie anni 10. Danielle figura di norma come la
frontwoman, voce principale della maggior parte delle canzoni e chitarra, a volte anche solista; Este suona il basso e spesso funge da seconda voce, mentre Alana gestisce le tastiere e le percussioni aggiuntive più un’altra chitarra con funzioni ritmiche. Di norma, le tre armonizzano anche dal vivo e momenti particolarmente noti delle loro esibizioni sono le
performance di percussione in trio, di grande effetto. Dai loro concerti traspare una indubbia preparazione musicale, seppur all’interno di una band che alla tecnica e alla parte strettamente esecutiva predilige il trasporto emotivo dei ritornelli, con frequenti richiami alla partecipazione del pubblico e alla spettacolarità dell’insieme.
Donne in Musica
La gestazione del delicato atto terzo si dimostra particolarmente dura e difficile. Prima la diagnosi di tumore ai testicoli per Ariel Rechtshaid, co-produttore nonché compagno di Danielle Haim, poi la morsa della depressione che ha colpito Alana dopo la morte della sua migliore amica. A questo si sono aggiunte le difficoltà create dal diabete a Este e infine il prevedibile inaridimento creativo post-tour. Una serie di problemi che, messi insieme, hanno tenuto le Haim fuori dal giro che conta. Un lungo periodo durante il quale le tre sorelle Danielle, Alana ed Este si sono concentrate sulla scrittura di nuove canzoni con la precisa volontà di mettere insieme una raccolta ricca ed eterogenea.
Per
Women In Music Pt. III (2020) si rivela fondamentale l’apporto produttivo dell’apprezzato Rostam Batmanglij (ex-
Vampire Weekend), che aiuta le tre a ottenere un
sound più eclettico, atmosferico ed etereo. Nel 2019 Danielle Haim collabora infatti con lo storico gruppo indie americano e con il produttore nell’album “Father Of The Bride”, e un anno dopo il favore viene restituito. La sua mano si avverte sin dalle prime note della traccia d’apertura, “Los Angeles”. Il
songwriting di
Women In Music Pt. III appare molto più maturo, sfaccettato e persino più strumentale: guarda a un rock più classico e meno indie, ma allo stesso tempo resistendo alla tentazione di emulare il modello Fleetwood Mac e aprendosi a una caratterizzazione più varia. Non mancano, infatti, rimandi ad altri generi: il peculiare R&B di “3 AM”; il pop puro di “Another Try”; la
dylaniana “I’ve Been Down”; l’intrigante esperimento di “All That Ever Mattered”; e infine il folk alla
Simon & Garfunkel in “Hallelujah”, inserita come
bonus track nell’edizione
deluxe del disco.
Le tre sorelle californiane trovano il perfetto equilibrio tra la verve solare e spensierata degli esordi e una straniante malinconia che resta dietro le quinte, creando un effetto sonoro tridimensionale che crea un ponte tra la migliore tradizione pop californiana e le moderne tribolazioni indie.
Ben sedici le tracce, tutte fortemente ispirate sia dal punto di vista lirico che musicale, ricche di volute citazioni a grandi protagonisti della musica rock, a partire da
Lou Reed, la cui “Walk On The Wild Side” fa da sfondo a “Summer Girl”, brano scritto per Ariel Rechtshaid mentre lottava con il tumore, per poi proseguire con
Joni Mitchell, un'artista che più di altre è stata vittima di quella misoginia che ha tenuto in secondo piano la figura femminile nell’industria discografica (“Man From The Magazine”). Sono tanti i riferimenti creativi del disco, dai
T. Rex e dai
Led Zeppelin che fanno capolino nella splendida “Up From A Dream”, ai
Fleetwood Mac era "
Rumours" in “Don't Wanna” e “Gasoline”, ed è quasi un plagio il suono della chitarra alla "
Purple Rain" in “FUBT”. In questo modo le Haim rinunciano a strategie ideologiche, puntando all’essenza di una formula pop che si rivela vincente e intelligentemente elaborata.
Oltre alle atmosfere pop-psych allestite da
Batmanglij, è la più raffinata struttura ritmica a reggere le fila, tra ritmi ska (“Los Angeles”) che si alternano con tempi pop-rock da manuale (“All That Ever Mattered”), brillanti intuizioni r&b (“3 AM”) e inattese virate verso un alieno country-pop (“I've Been Down”).
In definitiva, è difficile restare indifferenti al fascino di un disco pop raffinato, eppur lievemente incompleto, come
Women In Music, Pt III: un campionario dove ognuno troverà almeno un paio di canzoni da amare incondizionatamente. Non si può facilmente resistere ai sapori tex-mex, ma anche reggae e funk, di “Another Try”, alle moderne sembianze techno del folk psichedelico di ”I Know Alone” o al glitch
motorik di “Now I'm In It”, specie se confrontati con i modelli-tipo del pop contemporaneo. Nel suo insieme un lavoro completo, che spinge in più direzioni e rivela capacità musicali plurali e ammirevoli. Di gran lunga uno degli album pop migliori del 2020 e del nuovo decennio: non a caso sarà anche nominato come Album Of The Year ai Grammy Awards.
Nel 2021 arriva un nuovo importante passo avanti quando Alana, la minore delle tre sorelle, viene scelta come co-protagonista del film “
Licorice Pizza” di
Paul Thomas Anderson, recitato assieme a Cooper Hoffman. Il film è ambientato nella Los Angeles degli anni 70 ed è curioso che il mondo musicale dell’epoca (ricostruito in gran parte dalla colonna sonora) ricordi parecchio lo stile del trio; del resto si tratta proprio del panorama dal quale hanno sempre preso ispirazione, dei dischi con cui sono cresciute, ed è quindi una sorta di chiusura di un cerchio. Ma non è tutto: anche Este e Danielle compaiono in un cameo nel film, interpretando ovviamente le sorelle di Alana; si scorgono anche i genitori e la famiglia al completo appare (e viene presentata dovutamente nei titoli di coda) come Kane, non Haim.
Anche grazie all’effetto-traino del film, un nuovo pubblico scopre dell’esistenza delle tre sorelle. La
performance di Alana, acclamata assieme a quella del giovane Hoffman (figlio di Philip Seymour Hoffman, morto nel 2014), si rivela un formidabile veicolo promozionale per il trio.
Con l’incedere degli anni 20, il successo delle Haim prosegue. Nel 2022 aprono i concerti dei
Red Hot Chili Peppers, nel 2023 quelli di
Taylor Swift nel suo celeberrimo
Eras Tour; con la diva di West Reading collaborano anche nel brano “No Body, No Crime” del 2020. In una nuova versione di “3 AM” coinvolgono Thundercat in un
featuring che conferisce alla traccia un accento soul jazz inedito e pregevole, rendendo la collaborazione forse la migliore della loro carriera; e nel 2023 il loro inedito “Home” finisce nella colonna sonora del chiacchieratissimo “
Barbie” di Greta Gerwig, uno dei film dell’anno. Il riconoscimento del loro lavoro e della qualità della loro produzione musicale è ormai a riscontrabile in vari ambienti musicali; per esempio, nel 2022 fa molto clamore un post Instagram del rapper
Drake con le tre sorelle, nel quale il musicista canadese dichiara: “Ho appena incontrato i
Beatles”, ipotizzando uno smodato paragone tra l’influenza delle tre sulla musica della propria generazione e quella esercitata dallo storico quartetto inglese a suo tempo. Ma al di là di paragoni decisamente troppo ingombranti, è innegabile come, a metà anni 20, le Haim si siano ormai ritagliate un ruolo di punta nella scena indie-pop del nuovo millennio.
A consolidare il loro impatto sulla scena contemporanea, giunge - dopo 5 anni di assenza - il nuovo album
I Quit (2025). Il titolo può sembrare come una dichiarazione d’intenti negativa, una resa incondizionata, un farsi crollare le braccia. E forse lo è, ma da questa resa scaturisce – come dalle migliori delusioni – una poesia musicale ispirata che fluisce libera e spontanea in questa
tracklist sentimentale di 15 canzoni che pur guardando a suoni dei tempi andati risultano comunque fresche, accattivanti e trascinanti. Il carattere dominante dell’album è quello di un solido folk-rock
anni 70 in cui lo stile cantautoriale delle Haim si accompagna a decisi accompagnamenti ritmici pensati per rendere le canzoni energiche ma con eleganza. Dietro c’è Rostam Batmanglij – già collaboratore del trio nel disco precedente, “Women In Music Pt. III”, e che conferma ancora una volta di essersi portato via con sé la parte migliore del
sound dei
Vampire Weekend. Peccato per la band di NYC, meglio per le
sisters losangeline.
Nei vari brani le tre sorelle – affidandosi spesso alla voce di Danielle, leader
de facto del gruppo, in primis – riflettono sulle varie sfaccettature nelle storie d’amore di oggi. Lo hanno in un certo qual modo sempre fatto, fin dal primo album uscito nel 2013; ma qui ritrovano una malinconia e un senso di impotenza che trasudano meno sarcasmo e incitano di più alla comprensione reciproca tra i sessi, nella riscoperta di un certo romanticismo d’altri tempi – pur se con qualche “fuck” qua e là – che sembra davvero cantato per tutti.
Musicalmente, il disco è potente e variopinto. L’intrigante introduzione di “Gone”, un crescendo in stile
anni 70, costruisce una intensa atmosfera
soft-rock e si riallaccia a quella che è sempre stata definita l’influenza principe delle tre sorelle: i
Fleetwood Mac. E vista l’impronta rancorosa delle liriche, sarebbe una traccia che si potrebbe tranquillamente inserire in un album come “
Rumours”. In direzione diversa va invece “Relationships”, già una delle tracce più popolari del 2025, con un soul cadenzato che ricorda alcune delle cose più classiche di
Beyoncé – o di Solange, meglio ancora.
L’incoraggiante e nostalgica “Take Me Back” è un
country con cantato “rap” – parlato, sarebbe meglio dire – dall’accento molto “southern”, ma riporta anche ad alcune delle cose che a
Jack Antonoff piace tanto fare con i suoi
Bleachers, specie nell’arrangiamento molto “festaiolo”. E tra un sitar (“Love You Right”), un’armonica a bocca alla
Dylan e un banjo (“The Farm”) c’è spazio anche per il rock distorto con
wall of sound di “Lucky Stars”, arrivando fino al veloce esperimento semi-elettronico con ritmi jungle di “Million Years” – tra i cui autori figura, attenzione,
Justin Vernon. “Everybody’s Trying To Figure Me Out” è già un altro classico moderno, un pop-rock nel quale si possono sentire bene le tre sorelle armonizzare, e in cui il
drumming acceso e concitato sembra davvero affidato a un
Mick Fleetwood. “Spinning” è invece l’unico pezzo che sembra riportarci in pieno territorio indie pop anni 10, con più spazio per le tastiere e più attenzione al ritmo, meno all’atmosfera e alla poesia. E ragguardevole, infine, l’interessante test di “Now It’s Time”, tutta costruita su un ben evidente sample di “Numb” degli
U2.
La riscoperta dei suoni di un’altra era inseriti in un insieme dalla cornice moderna segnala la volontà di fare musica ambiziosa per tutti, che parli ai giovani e ai meno giovani, alle donne come agli uomini e a tutti quanti – specialmente a chi ha ancora una volta il cuore spezzato. I temi sono gli stessi di cinquant’anni fa, le musiche – suppergiù – anche; ma per come la propongono le Haim, la formula funziona benissimo.
Contributi di Vassilios Karagiannis ("Days Are Gone", "Something To Tell You"), Gianfranco Marmoro ("Women In Music, Pt III")