Galati -

Galati - Verso l’assoluto silenzio

Viaggiatore, fotografo e musicista, Galati ha fatto del viaggio estremo nei luoghi più inesplorati della Terra lo strumento propedeutico della sua musica. Ghiacciai e montagne diventano il luogo di riflessione per comprendere i limiti delle ambizioni umane. Tra elettronica e post-rock, ecco la discografia di uno dei più originali musicisti ambient-drone italiani

Roberto Galati è un musicista sperimentale italiano che ha usato - portandolo alle estreme conseguenze - il tema del viaggio come mezzo e metafora di un itinerario faticoso nel proprio io più profondo. I suoi viaggi nei luoghi più sperduti e inospitali del mondo lo hanno spinto a creare un lungo catalogo tra ambient-cosmico e post-rock strumentale assolutamente unico nella discografia italiana. Galati è infatti innanzitutto un viaggiatore e un fotografo (varie sue foto sembrano ispirate a Salgado) e solo successivamente un musicista, nel senso che la sua musica è assolutamente impensabile se non come fase successiva del viaggio. Da autentico artista necessita di un forte stimolo esterno, visivo e spirituale, di un'immersione assoluta e solitaria in un mondo ignoto, per poter descrivere in musica quelle sensazioni potenti che gli spazi immensi e disabitati dove vive per lunghi periodi riescono a far scaturire.
Il viaggio è quindi lo strumento propedeutico alla musica: come un pittore ha bisogno di un modello per creare la propria opera, Galati necessita di un luogo estremo, reale ma allo stesso tempo mitizzato dalla fantasia, per creare le proprie composizioni. Un modello impressionista di composizione della musica che nella scena ambient e nella musica strumentale in genere ha avuto grandi protagonisti.
Inizia a scrivere musica da giovanissimo nel 1989 con registrazioni amatoriali autoprodotte, pubblicate successivamente in alcune raccolte come Wistful, Introspective Home-Recorded Bedroom Space Rock Music (2006) o Wide Open Spaces (2013). La sua discografia successiva può essere suddivisa in vari fasi, in base ai luoghi che hanno dato vita ai suoi lavori.

Groenlandia - Il ghiaccio

 

snowI primi Lp di Galati sono influenzati dal ghiaccio, in particolare dai paesaggi gelidi della Groenlandia. Il primo è Floe Edge del 2012, con cinque composizioni ambient-drone lunghe con altrettanti video, che culminano nel vortice finale della quinta composizione di ventiquattro minuti.
Ascoltare i brani e vedere contemporaneamente i video è un'autentica esperienza di viaggio, che fa cogliere lo spirito di frontiera estrema che Galati riesce a trasferire nelle sue glaciali composizioni, cercando di sottolineare l'aspetto più solenne e luminoso nelle tre composizioni centrali e quello più cupo e desolato nella prima e nella quinta.

 

Nel 2013 pubblica Godhavn, opera composta da tre lunghe sinfonie elettroniche, ancora una volta nate nei paesaggi ghiacciati della Groenlandia. I ghiacciai, luoghi estremi e assolutamente silenziosi, spingono Galati a concentrarsi sulla staticità apparente di un mondo che è invece prossimo alla scomparsa a causa dello scioglimento continuo dei ghiacciai. Galati cerca quindi di ricreare quel suono immaginario, ma allo stesso tempo reale (se amplificato all'infinito). Le tre composizioni risentono ancora palesemente dell’influenza di Klaus Schulze e ricordano in vari momenti i colossali viaggi spaziali del più famoso dei corrieri cosmici.

Tibet - La Madre Terra

 

Il successivo viaggio nei ghiacciai del Tibet porta alla registrazione di Mother (2014), Lp più introspettivo dove l'autore riflette su quanto l'antropocentrismo alteri la nostra percezione della realtà. Mother - che sta ovviamente per Madre Terra - diventa quindi l'unica costante eterna che rimane alla base di ogni esistenza che invece, singolarmente, è destinata a scomparire all'interno di quel tutto che è appunto la Terra.
Dopo le prime due composizioni lunghe e monolitiche, si giunge alla terza con un inatteso finale percussivo ed estatico, fino alla quinta composizione con una sovraincisione di canto a dare una nuova prospettiva alla musica di Galati.

 

Pakistan

 

Il gelo e l’estremo silenzio sono ancora una volta il tema di Gletscher (2015) dove alla Groenlandia e al Tibet si aggiunge il Pakistan. I brani si fanno più brevi e più numerosi (dieci) e chiudono una fase della discografia di Galati arricchendo la tavolozza dei suoi suoni. L’imponenza di “Siachen I” ne è un esempio, così come le composizioni più raggelanti come “Hopar” o “Kiattuut”.
Nel 2017 inizia una collaborazione con Federico Mosconi, musicista più vicino alle sonorità elettroacustiche e noise. Il loro primo album Penombra è fortemente influenzato dal noise di Mosconi.

Islanda

 

galati_1Silence (As A Din) (2018) porta ancora il silenzio al centro, ma lo fa partendo da un nuovo viaggio in Islanda, la terra del silenzio. La musica di Galati adesso è diversa e raggiunge le sue massime potenzialità. Forse cosciente dei propri mezzi, esplora sonorità che coniugano le consuete atmosfere ambient con nuovi e imponenti edifici post-rock, che solcano i battiti di Loscil, le asimmetrie di Tim Hecker fino ai tentativi inespressi di crescendi in stile Godspeed You! Black Emperor.
Chitarre, violino e tastiera a creare mondi grandiosi e distanti, arricchiti dalla voce di Stella Talami (nella terza parte) e dalle note d’arpa di Sara Masiero Serra. Quattro grandi flussi di coscienza, di cui almeno due monumentali (il primo di venti e il terzo di venticinque minuti), si distaccano dalle classiche atmosfere ambient per dispiegarsi in territori più caotici e ambiziosi senza mai liberarsi definitivamente, come un urlo disinnescato dallo sguardo di una natura ostile che ci fa comprendere la nostra piccolezza. I tentativi di crescendo vengono schiacciati dal silenzio sovrastante, con chitarre che ripetono pattern (l’accordo ripetuto dal decimo minuto della terza parte) coniugando depressione e imponenza (i cauti rimandi a “Midrange” dei Labradford nei primi cinque minuti della prima parte). Tra corde pizzicate in stile Mike Oldfield e maestose architetture sonore di tastiere e chitarre sovrapposte, a emergere è l’essenza stessa della natura, non amica bensì potente nemica da guardare - alla maniera del Werner Herzog di "Aguirre" - affascinati ma con dovuto timore e rispetto.

 

Nel 2019 prosegue la collaborazione con Mosconi con l'album Dissolve, una lunga composizione ambient-noise divisa in cinque parti.

Asia

 

Nuovi viaggi lo portano dall’Afghanistan al Kashmir, avvicinandosi sempre più al silenzio e alla vera solitudine dei paesaggi naturali senza alcuna antropizzazione. La visione delle montagne austere, incuranti di attività umana pone inesorabilmente l'uomo di fronte ai suoi limiti e quindi alla propria fragilità. Le imponenti catene montuose di Afghanistan e Tagikistan sono l’ispirazione per Fragility (2019). E’ proprio la fragilità il sentimento che può nascere dalla visione di una natura tanto imponente e selvaggia, da un silenzio e da una solitudine tanto pervasivi da essere totalmente avulsi anche dalle più anomale esperienze possibili all'interno della nostra società.
La musica di Galati si arricchisce di strumenti differenti. La natura impone questa magniloquenza con la monolitica “Irshad Uween” e con la durata esorbitante della glaciale “Sarhad-e Broghil” (ventisette minuti). Sette brani che vanno contemplati, come fossimo dinanzi a uno spettacolo che ci sovrasta; gli elementi post-rock che avevano fatto la differenza nell'ultimo Lp Silence (As A Din) tendono a scomparire per una solennità costruita su tastiere e chitarre (“Sakar Sar” con chitarre quasi psichedeliche o i synth inquietanti di “Koe Mandaras”). Se il viaggio sia reale, fatto di terra e chilometri, o sia invece solo dentro se stessi, andrebbe chiesto a Galati. Ma l'impressione è che in questo viaggio si possa entrare, come nei dodici minuti finali di “Noshaq”, che dopo un inizio da orridi abissi transilvani, à-la “Nosferatu” dei Popol Vuh, si placa come per raccogliersi in quello che è il vero obiettivo del viaggio, la riscoperta di noi stessi nel silenzio.

Italia

 

alpsIl 2022 è un anno importante per Galati, per certi versi l’anno del ritorno a casa. A giugno pubblica Oneiric, il suo Lp più influenzato dalla musica ambient internazionale, forse il suo lavoro più maturo. Dedicato ai paesaggi del Carso, Oneiric ricorda più di ogni album precedente le sonorità tipiche di Rafael Anton Irisarri (“Endless Space”) e di Tim Hecker (“Motionless Ocean”), ma lo fa senza rinnegare quelli che sono sempre stati i temi della musica di Galati. In certi momenti, sembra una musica più solare (“White Mantle”) rispetto agli anni precedenti, ma il gelido vento elettronico di “Abysses” ci contraddice all'improvviso.

 


Questo ritorno a casa e questo lungo diario personale prosegue con Alps, secondo Lp del 2022. Pur sempre caratterizzato da una forte continuità sui temi, evidenzia anche una forte presenza della chitarra (“White And Blue”) che lo avvicina ancora una volta al post-rock più minimale. Mancano invece le tipiche stratificazioni ambient che lasciano spazio a trame di chitarra scarne, simili agli scenari apocalittici dei Labradford.
Se Galati è capace di udire i suoni dei ghiacciai e delle montagne, stavolta sembra udire il dolore dovuto alla loro inesorabile riduzione dovuta all'innalzamento delle temperature.

Dopo Alps, Roberto Galati torna a cercare di intercettare il suono delle montagne con Cold As A February Sky. La maestosità delle catene montuose, stavolta dell’altopiano del Carso, al confine tra Italia e Slovenia, è il tema conduttore principale della musica di Galati, ancora una volta incantato dal silenzio assoluto (da sempre il vero oggetto della sua ricerca) e dalla immensità sacrale di questi monumenti rocciosi che dovrebbero far comprendere all'uomo il suo vero ruolo all’interno della natura.

Cold As A February Sky (2024) segna un cambiamento nella discografia di Galati. Innanzitutto la presenza della chitarra, mai così preponderante, con un punto di incontro tra ambient e post-rock mai così inteso dai tempi di Silence (As A Din) (2018). “As Still As These High Mountains” è puro post-rock chitarristico, certamente lento e prossimo all’idea di una musica senza ritmo come l'ambient, ma suona abbastanza inatteso rispetto alla consueta discografia di Galati.
Nel complesso il compositore italiano sembra aver scoperto un punto di incontro con l'oggetto dei suoi studi più intimo e ottimista. Tutto suona più arioso, come in una ritrovata capacità di vedere e interiorizzare la bellezza esteriore. Brani come “That Day Exploded Silently All Around Me” o “If There’s A Spell That We Shouldn’t Break” hanno una estetica luminosa che fa percepire la maestosità monumentale delle montagne.
L'unione tra uomo e natura sembra ormai assoluta e inestricabile, nonostante la società contemporanea sembri aver tracciato un solco apparentemente indelebile. In questo Galati è davvero un alieno rispetto al nostro tempo, la sua musica non celebra l’esistente ma esattamente il suo opposto. E questo lo rende ancora più interessante.

Drift è l'inizio della collaborazione con Francis Gri, un disco che nasce da una dialettica tra due musicisti molto diversi tra loro e da un forte dualismo che gli autori descrivono come disorientamento e bellezza. È un incontro che evita qualsiasi facile sintesi e che trova proprio nella tensione la propria forza espressiva.

Roberto Galati, che ha dedicato la sua intera carriera al lato più selvaggio della natura, persegue una ricerca del disorientamento: le sue tessiture sottraggono coordinate, tolgono appigli. I brani si muovono come nebbie dense, attraversati da droni che non offrono un centro stabile e generano instabilità. Galati lavora per fratture, incrinature che rendono l’ascolto fragile e instabile.

Francis Gri proviene invece da una carriera maggiormente incentrata sul lato nascosto e magico del suono, alla ricerca di una bellezza improvvisa che può nascere quasi casualmente dall’incontro di note e timbri differenti. Gri cerca la bellezza senza affidarsi a melodie rassicuranti: scava nella fragilità di un suono che è materia e che si disgrega mentre viene riprodotto. Il suo intervento non addolcisce il quadro, ma lo rende più complesso e stratificato.

Se il tema di quegli album era l’estasi per la visione di un mondo che possiede tempi infinitamente più lunghi della singola vita umana, di catene montuose talmente immense e antiche da superare il concetto stesso di tempo che un singolo uomo può comprendere, Dust (2026) affronta il tema opposto: il disfacimento ultimo in polvere anche di ciò che nella mente umana può apparire eterno.

La musica di Galati cambia, diviene più incisiva e immediata. Non ci sono lunghi preamboli: i brani vanno subito al dunque, con improvvise note di synth (“Worn By The Wind, Lost To The Ages”) che danno inizio alle composizioni in modo quasi inatteso (“Dreams Lay Buried”). Rumore e fantasmi di melodie convivono per poi dissolversi in note che vagano nel nulla (“The Ephemeral Grit Of Time”), oppure ricomporsi in muri sonori invalicabili (“Millions And Millions Of Years”) o ancora in malinconiche melodie notturne (“Enchanted By These Silent Ruins”).

Questo dualismo (serenità e caos) trova la sua apoteosi nel binomio finale di "The Ephemeral Grit Of Time" (unico brano interamente acustico) e "Storm Of Stones" (un immersione in un caos disgregante). La disgregazione si percepisce nelle poche note di chitarra di “A Moment When Nothing Happens And Everything Is Revealed” che costruiscono un’atmosfera vaga, destinata a svanire sommersa da un mare di pulviscolo elettronico.

Discografia

 GALATI
  
 
Wistful, Introspective Home-Recorded Bedroom Space Rock Music (Benekkea, 2006)
 Floe Edge (Treetrunk, 2012)
 Wide Open Spaces (Sirona Records, 2013)
 Godhavn (Psychonavigation Records, 2013)
 Mother(Psychonavigation Records, 2014)
 Gletscher (Tranquillo/Psychonavigation Records, 2015)
Silence (As A Din) (Databloem, 2018)
 Fragility (Databloem, 2019)
Oneiric (Midira, 2022)
 Alps (Databloem, 2022)
Cold As A February Sky (Glacial Movements, 2024)
 Dust (ROHS!, 2026)
  
 GALATIMOSCONI
  
 Penombra (Krysalisound, 2017)
 Dissolve (ROHS! Lontano Series, 2019)
 Divide (ROHS! Records, 2023)
  
 GALATI & GRI
  
 Drift (autoprodotto, 2025)
Pietra miliare
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