Il quartetto si esibisce con regolarità alle feste o nei caffè di Kingsland, sobborgo di Auckland, ma le sue prospettive paiono decisamente limitate. L'opportunità di uno stravolgimento radicale non tarda comunque a manifestarsi e il merito, ancora una volta, è di quel congiunto arruffone ma provvidenziale. È proprio lui a far ascoltare a Bree una cassetta registrata durante l'esibizione di un'altra formazione locale di belle speranze, gli Yoko. Jonathan resta folgorato dalla voce versatile e tutt'altro che convenzionale della cantante e polistrumentista, il cui identikit espressivo pare corrispondere in tutto e per tutto a quello dell'ideale complice da duetti che sta da tempo cercando, per poter far compiere ai Brunettes il salto di qualità già riccamente sceneggiato nella sua mente. Contattata via telefono e invitata ad assistere a uno dei concerti del suo gruppo, Heather Mansfield accetta la proposta e rivela già al primo appuntamento una dote supplementare che la sola voce su nastro non poteva certo tradire: si tratta di una gran bella fanciulla, la candidata perfetta per trasformare la band in una proposta al tempo stesso brillante e cool, artisticamente rimarchevole ma in grado di aggiudicarsi qualche copertina anche per meriti extra-musicali.
Bree conta di organizzare la produzione del disco di debutto in maniera analoga, partendo dal registratore a cassetta per poi rifinire le incisioni in studio in un secondo momento. È un errore marchiano legato al supporto stesso e si traduce nell'accantonamento di tutto l'inservibile lavoro di qualche mese e nella necessità di ricominciare il processo da capo. I rapporti con Heather si fanno tesi e Jonathan, frustrato dall'incapacità di arrivare a un pur minimo risultato, in un momento di sconforto tenta il suicidio nel suo appartamento. Il gancio al quale contava di impiccarsi cede comunque subito, ma questo nuovo insuccesso gli si impone come il fondo da cui risollevarsi. Lo spiraglio che serve è rappresentato da un'agente del locale teatro St. James, Melinda Olykan, che in quegli stessi giorni si mette in contatto con il duo, ormai ai ferri corti, in cerca di una copia di quel disco che non c'è: ha ascoltato, non si sa bene come, una loro demo intitolata "Talk To Jesus", rimanendone favorevolmente impressionata. A sorpresa il cantante, scoperti i trascorsi della donna come manager di una misconosciuta compagine in scuderia alla Flying Nun, gli Strange Loves, le chiede di lavorare per loro con quella stessa funzione e si mostra a tal punto insistente da farla cedere.
La Lil' Chief Records nasce così nel 2002, con sede nell'appartamento (e studio di registrazione, affettuosamente ribattezzato "The Ghetto") del frontman, e Holding Hands, Feeding Ducks segna ben presto la prima tacca del suo catalogo. Prima occorre tuttavia un ultimo colpo di fortuna. Il grande Neil Finn, intercettando il video di "The Moon In June Stuff" in una trasmissione televisiva in cui è ospite il figlio Liam, si ricorda di avere da parte una copia promozionale dell'album che Heather gli aveva lasciato un annetto prima alla serata degli APRA Silver Scroll Awards. Entusiasmato dal pur tardivo ascolto, il frontman di Split Enz e Crowded House si spende (con successo) per far ottenere ai ragazzi un contratto di distribuzione con la Emi. Il disco esce il 28 giugno di quello stesso anno. Contestualmente la Olykan ottiene per la band una manciata di serate in venue suggestive come cinema e teatri.
La title track spinge ancor più sul pedale di una fascinosa affettazione, con opportuni ceselli d'artigianato e una prova vocale davvero rimarchevole da parte di Heather. Con le cadenze blande e i registri di un fiabesco in soft focus, i Brunettes sceneggiano la colonna sonora di un vaporoso incantesimo, scansando con perizia le trappole della stucchevolezza e superando i maestri svedesi (soprattutto) e scozzesi sul loro stesso, nostalgico terreno. La già citata "Talk To Jesus" si impone abbastanza agilmente come il miglior titolo del lotto, nonché come personale omaggio al romanticismo vacuo ma commovente di film come "Footloose". L'armonia tra i due attori in scena è impressionante e come poseur impostato anche Jonathan funziona in modo magistrale, merito delle solite orchestrazioni scintillanti ma non pompose (fiati inclusi), di un'ironia molto ben calibrata e di un talento melodico davvero non comune. L'infilata di gemme bubblegum zuccherine ma non pacchiane continua con "Dancefloor", che pare rubata ad "American Graffiti" e a tutto il relativo filone campione d'incassi anni Settanta, proponendosi quasi come l'estratto di un ideale musical su quell'universo prossimo alla mitologia.
Non mancano parentesi più estatiche e trasparenti come l'arcadica "End Of The Runway", in cui fa capolino un fine ricamo acustico alla maniera degli Acid House Kings o dei Club 8 (con la neozelandese che regge egregiamente il confronto con la quasi inarrivabile Karolina Komstedt), o altre persino vagamente jazzate e irrequiete ("Cotton Candy").
L'impostazione di questo nuovo lavoro pare da subito assai più raccolta, dimessa perfino, e nell'essenzialità dell'arrangiamento emerge in tutto il suo splendore una Mansfield abilissima seduttrice notturna ("Lovers Park"). Al twee fiorito dell'esordio, in questa occasione si preferisce un intimismo dolce e a basso contenuto di zuccheri, più incline all'impressionismo pop che non alla canzone d'autore ma comunque più adulto e meno platealmente disimpegnato. L'impronta si conferma più morigerata anche quando i Brunettes aprono alle opportunità di un synth-pop oligominerale e a cadenze blande, con Bree e la sua partner assai opportuni in duetti che tornano a profumare di revival ma si astengono dal forzare la mano. "I Miss My Coochie Coo" è semplicemente Heather al meglio, indosso la nostalgia del modello nonostante la parziale abiura della ruvidezza di ieri e il ripiegamento verso più glicemiche svenevolezze. Il terreno scivoloso della pura stucchevolezza easy-listening è eluso da una produzione misurata e mai davvero pacchiana, che fa rendere al meglio lo spirito equilibrato e la felice artigianalità del collettivo kiwi. Al di là del confezionamento sobrio e di un'inflessione volutamente domestica, le fascinazioni della casa hanno comunque modo di emergere ("Don't Neglect Your Pet"). Certo, manca lo strappo irresistibile, il refrain da mandare a memoria, e si è costretti a compensare con suggestioni più minute, come lo scherzo a cappella e il beatbox amatoriale della conclusiva "Maybe White Palisades" o la sofisticazione latin del brano che presta il titolo alla raccolta, emblemi di un'appendice curiosa e sincera, ma nei fatti incapace di puntare troppo in alto.
A questo punto la manager del gruppo si dice convinta che la Nuova Zelanda rappresenti un orizzonte troppo limitato e che Londra potrebbe rappresentare in compenso un ottimo trampolino di lancio. Con pochi soldi da parte, i Brunettes si imbarcano dapprima in un mini-tour australiano, quindi raggiungono la Gran Bretagna dove ottengono la miseria di una data a supporto dei Datsun allo Shepherd's Bush Empire, nella capitale. Quando sono sul punto di rientrare, la Olykan riesce a strappare una serie di serate a rimorchio dei Postal Service (di cui fa parte in quel momento anche Jenny Lewis, con la quale stringono amicizia) e questo li porta a esibirsi, tra gli altri, davanti a Wayne Coyne e al proprietario della Sub Pop, Jonathan Poneman.
L'inflessione riesce più frivola e spregiudicata che mai, la produzione sembra aver piegato di qualche altro grado verso la ruvidezza pur senza rinunciare del tutto alle vezzose decorazioni zuccherine. È direttamente la title track il biglietto da visita di un album che in questa nuova sontuosa veste suona accattivante proprio come da smodate ambizioni del protagonista in cabina di regia. "Polyester Meets Acetate" strizza l'occhio all'indie-rock all'acqua di rose che al momento va per la maggiore in ambito alternative e, al di là del proverbiale perfezionismo di Bree e di un certo appiattimento su standard non proprio loro, dimostra che i neozelandesi sono in grado di cavalcare anche questa tendenza con un certo estro (impressione suggellata dall'acidognola "Best Friend Envy", apparecchiata in chiave quasi punk al femminile da una Heather ben più sfrontata del consueto).
La band dimostra così di avere dalla sua una freschezza invidiabile per quanto la rinuncia a una formula univoca tolga forse spessore e coesione all'insieme. All'occorrenza si riscopre sinuosa e morbidamente sofisticata grazie alle vaporose volute degli organi di una "Too Big For Gidget" confezionata come un delicato bonbon sonoro. Il terreno è nuovamente quello scivoloso di certi passaggi del debutto, perché l'affettazione comporta talvolta i contraccolpi collaterali del manierismo, ma la Mansfield in particolare si mostra davvero brava a preservare la canzone da effetti troppo algidi o artefatti.
È proprio la title track ad azzardare in questa occasione quello stesso schema morbidamente acustico che con il successivo lavoro su lunga distanza diverrà una vera e propria formula irrinunciabile. Nell'ennesimo duetto alla saccarina prevalgono i ritornelli cantilenanti e fiabeschi, opportunamente trapuntati da sbaffi sintetici o delicati arpeggi di chitarra. Qui come in "Hulk Is Hulk" la peculiare weirdness dei ragazzi kiwi si esprime nell'affastellamento di squisitezze melodiche non sempre coerenti, da un camerismo elegante a un sovraccarico quasi barocco da vertigine glicemica. L'insieme è un piccolo gioiello di sofisticazione pop, divertente ma non agevole da maneggiare o rivendere come easy-listening da battaglia, poco spendibile quindi nei circuiti alternative che vanno per la maggiore. Emerge comunque tutta l'eccentricità di una band che eccelle nelle architetture corali come nell'amalgama di ipotiposi zuccherine. Con "Pink Ribbons" torna invece a farsi sentire il sontuoso revival girl-group, quello che alla band è sempre riuscito magicamente: le elettriche sono relegate a un ruolo di comparse ed è un generico bandismo, colorato e rigonfio, a scortare le due voci in una nuova liaison votata al romanticismo.
La Olykan, in questo frangente, convince Poneman a far suonare i Brunettes a rimorchio degli Shins nell'unica data nel loro paese. Entusiasti, James Mercer e soci richiedono i colleghi kiwi per l'apertura di tutte le date del loro tour statunitense. È la grande occasione e, pur ancora senza un contratto firmato, la label di Seattle offre un contributo significativo affinché quest'avventura americana si concretizzi, con la orchestrette di sette musicisti sul palco (al posto dei soliti quattordici) ma una strumentazione adeguata alle esigenze e un tecnico del suono di fiducia. I soldi finiscono già in occasione della prima serata, a Minneapolis, ma, dormendo un po' dove capita e mantenendosi grazie alla vendita di dischi e magliette, il gruppo riesce a onorare gli impegni e a farsi apprezzare da una platea vasta.
I Brunettes esordiscono per la storica label di Seattle nell'estate del 2007, con un disco che non snatura le tante declinazioni dell'indie-pop codificate in precedenza ma segna comunque una loro profonda evoluzione. Nel variegato Dna del gruppo neozelandese erano facilmente identificabili fino a oggi alcuni tratti stilistici ben marcati: una vena intimista molto sincera; uno spirito giocoso di fondo, a donare anima a tutte le canzoni senza scadere nella caricatura; un'incredibile sapienza nell'armonizzazione di registri e strumenti diversi in brani di tre minuti o meno, senza risultare ridondanti e potendo anzi vantare una mirabile capacità di sintesi; la predilezione per le sonorità sixties, con i Beach Boys come principale riferimento; un talento mostruoso nell'intavolare duetti a ripetizione. In Structure And Cosmetics questa tavolozza stilistica è mantenuta in un solo episodio, "Stereo (Mono Mono)". Nelle altre tracce restano gli inconfondibili incroci delle due voci, la naturalezza nel dare imprevedibilità alle canzoni oltre all'innegabile qualità generale del songwriting di Bree. Per il resto, va in scena una mezza rivoluzione espressiva.
Pur rimanendo pop ed evitando di addentrarsi nel progressive, Jonathan ha ricercato una scrittura un po' più articolata, lasciando anche che certi passaggi musicali si sviluppassero maggiormente in lunghezza. A livello di liriche, l'album parla di consumismo e della brama di beatitudine domestica, non con un taglio politico ma neanche in maniera cinica. In linea con i canoni del genere, il ritmo non è mai frenetico ma nemmeno si ha modo di annoiarsi. I Brunettes restano maestri nei cambi di passo in uno stesso brano: la title track e "Her Hairigami Set" lo testimoniano, con la prima guidata dall'armonica di Heather (che le conferisce una certa epicità) e la seconda dal synth, a definire un ritmo vivace accattivante.
Il quarto album del gruppo, Paper Dolls, è pronto già all'inizio del 2009, ultimato in condizioni non proprio agevoli (nel tour-van) e con una brusca sterzata verso l'electro-pop da battaglia. Forse per la prima volta dalla fondazione, la line-up promette peraltro una stabilità che ai neozelandesi è sempre mancata, essendo il gruppo articolato secondo il modello doppia coppia (con il marito di Heather, il newyorkese Andrew Thompson, e la fidanzata di Jonathan, Chelsea Nikkel, entrambi polistrumentisti) oltre al batterista John Parker, in squadra da un paio d'anni (praticamente un veterano). Iniziate non troppo bene, le cose vanno però a finire piuttosto male. Dopo aver faticosamente racimolato i soldi per pagarsi l'ennesima trasferta negli States, per prendere parte allo showcase della Sub Pop al South-By-Southwest, la storica label di Seattle comunica (a due giorni dalla partenza) l'intenzione di non distribuire il disco e la relativa cancellazione del gruppo dal festival texano e dalla propria scuderia. Una disastrosa girandola di manager vede i Brunettes, volati ugualmente a New York, affidarsi in extremis a Ben Goldberg, l'uomo dietro il successo di Beirut. La gestione viene affidata a una sua stagista, l'allora emergente Sharon Van Etten, che riesce se non altro nel miracolo di far uscire il disco negli Stati Uniti e di organizzare un mesto tour di commiato in combutta con i Throw Me The Statue.
Il singolo di lancio "Red Rollerskates" - già promosso qualche mese prima da un eponimo mini in funzione di antipasto (con tanto di auto-riletture, cover sfiziosa della "Lovesong" dei Cure e brano dedicato alle gemelle Olsen) - trasmette una fastidiosa impressione di annacquatura della bella vena melodica dei neozelandesi, ex-arma vincente che qui affoga letteralmente nella "cosmesi" (tanto per citare loro stessi), nella sovrastruttura sonora posticcia. Se nel caso specifico il trucco risulta inevitabilmente pesante, tradendo anche una certa dozzinalità a livello produttivo, il risultato non può che essere frigido. A parte questo fiacchissimo episodio da vetrina o una "It's Only Natural" a tratti stucchevole in maniera quasi imbarazzante, il resto soffre di una generica pochezza di stimoli e idee pur senza mancare di meritarsi per l'ennesima volta l'appellativo "cute" con cui da subito le canzoni dei Brunettes sono state etichettate dalla critica. Il problema in fondo sta tutto qui e riguarda il giusto inquadramento che questi nuovi brani ricercano. Il gruppo aveva le carte in regole per puntare a una svolta ma c'è da sperare che le sue effettive intenzioni fossero di procrastinare tale appuntamento con la maturità alla fatidica "prossima volta". Come "coraggioso passo avanti" Paper Dolls potrebbe avere un senso solo nella prospettiva del gambero, riducendosi per tutte le altre specie animali a un fiasco anche abbastanza clamoroso. È evidente allora (e auspicabile) che Bree e la Mansfield puntassero piuttosto a registrare uno smaliziato divertissement, buono come bizzarra pacchianata per raccogliere senza particolari sofisticazioni un ridotto numero di B-side (esemplare "Bedroom Disco"), uno sfogo antintellettualistico da perfetto cazzeggio nella stanza dei giochi.
Dopo una mezz'ora alquanto scarsa, arriva il finale garbato che ci si aspetterebbe a prescindere ("Thank You") e che porta in dote anche un ritornello finalmente all'altezza. Prima comunque c'è ancora spazio ("If I") per una riflessione di maggior spessore. Il romanticismo esasperato di Jonathan Bree trova un felice risvolto limitando all'essenziale le sporcature innaturali, rallentando l'andatura e riportando in primissimo piano le due voci: "Se dovessi morire accidentalmente e lasciarti così presto", canta lui, "suoneresti e canteresti ancora le nostre canzoni con qualcun altro?". Un piccolo brivido si riaffaccia allora nell'episodio più palpitante del disco. Ma è un attimo appena. Ecco, col vento è già volato via.
Al di fuori dei confini nazionali Paper Dolls non viene minimamente recepito e anche in patria, va detto, non è che la critica si stracci le vesti per l'entusiasmo. Dopo sei mesi orrendi in Nord America, il gruppo riesce a racimolare il necessario per rientrare in Nuova Zelanda, con la consapevolezza che l'esperienza è giunta al capolinea. Gli ultimi show in Oceania sono pianificati esclusivamente per saldare i debiti contratti nel corso del disastratissimo 2009. Al termine, la separazione tra i due protagonisti è consensuale e del tutto amichevole: la Mansfield torna con il marito a New York, mentre un Bree nauseato dall'industria discografica medita di abbandonare, salvo poi ricredersi e dedicarsi anima e corpo alla promozione del progetto capitanato dalla fidanzata, Princess Chelsea. Paradossalmente avrà molto più successo in questa veste di comprimario grazie al cameo nel video di uno dei primi singoli, "The Cigarette Duet", divenuto virale con i suoi 33 milioni di visualizzazioni su YouTube. Parallelamente, il Nostro scrive musica per la televisione e, incoraggiato dalla compagna, incide il proprio esordio solista, The Primrose Path, e lo rilascia in free download sulla sua pagina Bandcamp nel bel mezzo di un tour con la Nikkel, nel 2013.
Può sembrare un paradosso, ma il ripiegamento verso il cantautorato uggioso ma contemplativo dell'amico James Milne - confortato dall'ingaggio del sassofonista e del violinista di sua fiducia, Hayden Eastmond Mein e Andrew Keoghan, apprezzati nel non troppo distante "The Sparrow" - era nell'aria e trova qui il suo compimento ("Duckie's Lament"), con una celebrazione incantevole della nostalgia che premia la sua vena più crepuscolare e ce lo restituisce al meglio della condizione. Non sarà esattamente una festa, ma un'evoluzione per altri versi coerente in un percorso che dalla luce ha scelto di ripiegare verso l'ombra più radicale e le sue seduzioni. Le quinte rimangono disadorne, ma le rare decorazioni aprono squarci di fiabesca meraviglia, degni delle ben più roboanti animazioni di marca Polyphonic Spree (in "Seven", si intende, in una versione introspettiva e miniaturizzata). Se l'accuratezza negli arrangiamenti resta mirabile, è altresì innegabile l'assenza di quella calorosa pirotecnia pop per la quale Bree ha saputo imporsi, pur fuggevolmente, all'attenzione di un'intera scena nazionale.
Il progetto Princess Chelsea ha ottenuto una discreta visibilità con il debutto "Lil' Golden Book", forse il maggior successo per la Lil' Chief dopo "Sun Lion" dei Ruby Suns. La piccola etichetta di Bree non ha smesso di promuovere i lavori della scena indie neozelandese, dai Nudie Suits del cugino Mark ai dischi di Edmund Cake - in solitudine o con i Pie Warmer - e dagli amici Eversons e Gladeyes al "solito" Lawrence Arabia (all'appello mancano solo gli affini Liam Finn e Connan Mockasin, fuori e dentro il supergruppo Barb). Il sophomore della giovanissima partner di Jonathan, approdata nel frattempo in Flying Nun proprio come James Milne, prende tuttavia una svolta imprevista e tradisce la leggerezza anche sdolcinata del prototipo per abbracciare una desolazione emotiva alquanto raggelante, al punto che non può certo sorprendere il titolo "The Great Cybernetic Depression".
"Once It Was Nice". Il divertimento declinato al passato racconta di una disinvoltura e di una frivolezza ormai irrimediabilmente archiviate per lasciare il posto a questi sofisticati e sfuggenti incubi sonori, esercizi di un solipsismo privo di illusioni o anche solo di un barlume della gioia di ieri. "There Is Sadness" è un'altra intestazione fin troppo emblematica, adeguata alla solitudine di queste versioni (quasi esclusivamente) a cappella, che sbocciano poco per volta con indubbia classe. Nessun sussulto rigoglioso è previsto dal copione, ma "Tear Your Face Off" incarna forse il massimo compromesso possibile tra il sentire angusto dell'autore e i dettami espansivi del genere di riferimento (e, visto il tenore generale, qui il mantra ingentilito da archi e tastiere compie un mezzo miracolo). Il 2018 segna il ritorno da protagonista. Le maschere di spandex adottate per le recenti esibizioni dal vivo e per un nuovo video pure piuttosto fortunato, quello del singolo “You’re So Cool”, dovrebbero aver invertito a sorpresa l’inerzia offrendo insperati scampoli di visibilità a Bree, complice il provvidenziale assist di St. Vincent che ne ha scopiazzato senza troppi complimenti il concept in occasione del suo ultimo show al Coachella. La risalita emotiva, a dirla tutta, non tiene però il passo di quella legata ai consensi perché il Nostro si ripresenta col consueto crooning baritonale nella penombra, abile a trarre la massima resa dal minimo contributo di ogni strumento: cantato introverso, percussioni parche, una chitarra che gioca a nascondino e un synth che si accontenta di lasciare occasionali sgommate sulla tela. Completamento del percorso introspettivo avviato con i primi due tasselli dell’avventura solista, Sleepwalking è un disco meno claustrofobico dei predecessori, scritto con la stessa consumata propensione al melò di un Neil Hannon e superbamente arrangiato assieme a un manipolo di collaboratori. Per l’incantevole anacronismo della proposta e la consolidata qualità di un chamber-pop che non disdegna modiche orchestrazioni barocche, richiama come più diretto riferimento un altro “difficile terzo album” brillantemente plasmato, il “The Sparrow” dell’amico (e per qualche tempo compagno di squadra) Lawrence Arabia. Come suggerisce l’esemplare “Boombox Serenade”, non ci si è scostati dalla plumbea declinazione di certo cantautorato sixties – chansòn in testa – con il consueto stampo disarmonico a beneficiare del fascino dell’inquietudine e dello squilibrio.
E poi eccola “You’re So Cool”, minimalista ma incisiva per via degli umbratili sinfonismi in versione tascabile. Ancorché angoscioso, il camerismo di Bree si è fatto meno angusto e sembra sconfessare l’asfittico radicalismo di ieri, sostituendone l’impronta con un’essenzialità pure pavesata di gemme che lasciano intendere una possibile, prossima fioritura. Il mood è grave e imbronciato ma per una volta l’austerità non si traduce in sterile chiusura perché Jonathan lascia sempre intravvedere, sui refrain soprattutto, degli spiragli preziosi. Riesce piuttosto stuzzicante, per dire, il duetto con la ninfetta Clara Viňals in “Say You Love Me Too”, altra prova oligominerale. Certo quel che resta del suo indie-pop, oggi melodicamente scavato all’osso, conserva più che altro delle spettrali sembianze e vale forse più per la curiosità che suscita piuttosto che per effettivi slanci. Si conferma una cervellotica esternazione, ricca di un suo crudo incanto ma un tantino algida e respingente. Anche queste nuove canzoni mai davvero agevoli (“Roller Disco”, la scheletrica ma sensuale “Valentine”, persino rinfrancante nel suo candore) troveranno comunque il modo per farsi amare. I due titoli che ospitano la Nikkel sono forse quelli che presentano le maggiori assonanze nei confronti dei Brunettes, seppur nella variante frigidina delle collaborazioni sotto il moniker della fanciulla. Tra le due, meglio “Plucking Petals”, che rispolvera certe sinistre evocazioni e il registro fiabesco della prima Princess Chelsea.
Se con “Coke” l’impronta classicista si fa più ortodossa e ariosa, il congedo di “Fuck It” lascia trasparire l’ombra di un sorriso dietro al broncio d’ordinanza, con uno spavaldo (e sontuoso) synth-wave di chiarissima ascendenza eighties che idealmente chiude il cerchio a una parabola artistica partita dai medesimi territori. In attesa di ulteriori sorprese discografiche, non resta che aggiornare la misura del nuovo exploit di Bree, confinato su Youtube anche stavolta, suo malgrado. Sleepwalking è al momento l'ultimo tassello di una discografia che il cantante neozelandese avrebbe forse sperato di condurre su ben altri registri (e con altri riscontri) ma che il cinismo dell'industria discografica, le immancabili avversità operative e qualche scelta avventata hanno condizionato con innegabile durezza.
| THE BRUNETTES | ||
| Mars Love Venus Ep (King Records, 1998) | ||
| Holding Hands, Feeding Ducks (Lil' Chief, 2002) | 7,5 | |
| The Boyracer Ep (Lil' Chief, 2003) | 6,5 | |
| Mars Love Venus (Lil' Chief, 2004) | 7 | |
| When Ice Met Cream Ep (Lil' Chief, 2005) | 7 | |
| Structure & Cosmetics (Sub Pop, 2007) | 6,5 | |
| The Red Rollerskates Ep (Lil' Chief, 2009) | 5,5 | |
| Paper Dolls (Lil' Chief, 2009) | 5 | |
| JONATHAN BREE | ||
| The Primrose Path (Lil' Chief, 2013) | 6,5 | |
| A Little Night Music (Lil' Chief, 2015) | 6,5 | |
| Sleepwalking (Lil' Chief, 2018) | 7 | |
| PRINCESS CHELSEA | ||
| Lil' Golden Book (Lil' Chief, 2011) | 6,5 | |
| The Great Cybernetic Depression (Flying Nun, 2015) | 6,5 | |
| Aftertouch (Lil' Chief, 2016) | 6 |
The Moon In June Stuff | |
Holding Hands, Feeding Ducks | |
Polyester Meets Acetate | |
These Things Take Time | |
The Record Store | |
Loopy Loopy Love | |
Brunettes Against Bubblegum Youth | |
If You Were Alien | |
Her Hairagami Set | |
Small Town Crew | |
Red Rollerskates | |
The Cigarette Duet | |
Boxes | |
Weird Hardcore | |
Blur | |
Once It Was Nice | |
Murder | |
You're So Cool | |
Valentine | |
Say You Love Me Too |