Per Sam rappresentano in realtà anche un'occasione per misurarsi da protagonista in un personale cantiere creativo, nelle pause dagli impegni sempre più pressanti in tour con gli Heatmiser, formazione capitanata dall'amico fraterno Elliott Smith (nella quale entrerà in pianta stabile nel 1994). Mentre il matrimonio va in pezzi, l'affinità artistica con la compagna si rivela subito molto brillante, anche se i frutti rimangono assai scarsi: dopo l'uscita di uno sgangherato split single con i concittadini Bugskull, i Quasi fanno perdere le loro tracce fino al 1996, vero e proprio anno di svolta per il duo: Sam partecipa attivamente al capolavoro degli Heatmiser, "Mic City Sons", Janet diventa la nuova batterista delle Sleater-Kinney e la microscopica Key-Op Records pubblica una raccolta di brani registrati dalla coppia in maniera amatoriale e risalenti al biennio precedente, intitolata senza troppa fantasia Early Recordings.
Il Rocksichord di Coomes, sorta di tastiera ibrida potenziata con svariati effetti di distorsione, si erge ad assoluto protagonista del disco (e dello stile-Quasi prima maniera) come una scatola magica sfruttata dal musicista in un'estrema varietà di soluzioni, dalla marziale melodia nera di "When I'm Dead" al brio elettrico di numerosi brani, dalle tonalità incombenti della title track (largamente replicate anni dopo in The Sword of God) alla vaporosa indeterminatezza di "Clouds", precoce scommessa sulle sue doti di creatore di atmosfere.
Pilotato dall'estro di Sam, il rocksichord tinge di contagiose tonalità pastello una canzone dopo l'altra, dall'estetizzante (e a tratti ampollosa) "The Golden Egg" alla spensierata "The Skeleton", autentica fumisteria sonora di pregevolissima fattura pop. Anche così i Quasi dimostrano di saperci fare e Janet pare invogliata a farsi sentire più che mai come leggiadra voce di contorno, o ritagliandosi addirittura un ruolo da protagonista ("Two By Two"), senza peraltro lesinare mai in concretezza a livello ritmico.
Ancora una volta il risultato è spiazzante, per quanto le linee generali dello stile-Quasi siano sostanzialemente rispettate. Coomes e la Weiss optano per una curiosa forma di straniamento, replicando i propri cliché musicali in territori meno aggraziati e adottando tinte decisamente più fosche che nel recente passato.
Hot Shit! vede la luce nel settembre del 2003 e sin dalle prime note chiarisce di avere in serbo ben pochi svolazzi pop per i fan di vecchia data. Collocata strategicamente in apertura, introdotta da un organo quantomai sinistro, la title track è un biglietto da visita spietato e senza belletti, all'insegna di un indie-rock autistico, denso e ossessivo, che ben definisce l'impronta acida del disco. Ancor più del precedente, si tratta di un album dalla chiara inclinazione espressionista, etichettabile come sconvolgente proprio per la sua tendenza a esacerbare il gioco di contrasti di cui si è detto, privilegiando una contradditorietà di fondo che non lascia facili punti di riferimento.
Il 2003 si chiude con la pessima notizia del (presunto) suicidio di Elliott Smith. Se Janet è sempre più immersa in un autentico tour de force live e di studio con le Sleater-Kinney, dopo la pubblicazione della seconda prova del progetto solista Blues Goblins, di Sam e dei Quasi si perdono praticamente le tracce. Troppo duro il colpo incassato, troppo pesante la perdita dell'amico fraterno.
Proprio la bassista dei Jicks, l'ex-fiamma di Elliott Smith Joanna Bolme, suona regolarmente con Sam e Janet durante la tournée americana e appena un anno dopo viene annunciato il suo ingresso nella band come membro permanente a tutti gli effetti. Dopo quattordici anni, i Quasi cessano di essere un affare di coppia. Il processo di ridefinizione delle dinamiche interne al gruppo porta con sé un notevole entusiasmo e nuovi stimoli.
Un ritorno alla natura selvaggia per il duo, predisposto in quadretti trottanti e talvolta embrionali, che diviene emblematico in “Fat Fanny Land” nella bella fusione dello sbalestrato (e quasi mononota) roxychord di lui con il tamburellare primitivista della batteria di lei. Poco più di un bozzetto che è quanto di meno sofisticato si possa immaginare e riporta dritto alle origini, le sconclusionate ipotiposi della loro prima raccolta (Early Recordings). Beatamente ingarbugliati, alticci, caciaroni, sgraziati e vitali: sono i Quasi nella loro caccia a una seconda (possibile) giovinezza, e forse è proprio questa l’unica credibile via d’uscita dal cul de sac di cupezza, pessimismo e grigiore in cui parevano essersi cacciati. E in tema di attualità, è curioso leggere in giro di Bugger Me come del debutto solista di Sam Coomes, già mente dei veterani Quasi e di svariati progetti minori, amico fraterno del compianto Elliott Smith e turnista di rango per Built To Spill e Heatmiser. E’ curioso, perché tecnicamente l’esordio in solitaria risale a una quindicina di anni fa, alle sghembe animazioni e ai classici blues psichedelicizzati dello sfortunato alias Blues Goblins. A ben vedere, non si può considerare inedito nemmeno l’eccentrico collage che l’artista californiano ha ideato e piazzato in copertina – al centro la star del celeberrimo “Fantasma dell’Opera” diretto da Rupert Julian nel 1925 – visto che ricalca a grandi linee quello scelto qualche anno fa per un modello di t-shirt della sua band a due con Janet Weiss. Mentre le sue migliori creazioni (il trittico “R&B Transmogrification” / “Featuring Birds / “Field Studies”) sono appena state ristampate per lodevole iniziativa della Sub Pop, il Nostro non ha certo trascorso con le mani in mano i tre anni dall’ultimo avvistamento: si è dilettato in veste di produttore per gli Hungry Ghost, nuova band della batterista Sara Lund (Unwound, Corin Tucker Band) e ha messo in piedi l’ennesima stramba compagine, Deep Fried Boogie Band, condivisa tra gli altri con l’ex Guided By Voices Chris Slusarenko (già compagno nei Takeovers), il cui primo passo sulla lunga distanza è atteso per la fine di quest’anno.
Con puntuale ironia, la nota stampa fa un sommario ritratto stilistico al disco evocando “i Suicide che incontrano i Beach Boys”, salvo precisare poi che non è ai sofisticati interpreti di “Pet Sounds” che si deve far riferimento bensì ai loro cugini, ben più alla buona, di “Surfer Girl” o simili. Non mancano, per ingolosire ulteriormente, richiami ai nomi polverosi di one-hit wonder muffiti come Chris Montez e Timmy Thomas, da prendere peraltro con le relative pinze. Il cast è ridotto al solo statunitense, ai tasti bianchi e neri della sua piccola bestia totemica e a “Conny”, una rhythm box non programmabile di metà anni sessanta. L’album si apre con la rumba avariata di “Stride On”. Pulsazioni gommose accompagnano la dondolante malia del rocksichord e il candore un po’ guasto, amabilmente stralunato, di Coomes. Che a questo giro è un po’ come il Fantasma del Palcoscenico di Brian De Palma, chiuso nella solitudine di un ideale sotterraneo a scrivere le sue elegie sfiorite ma a loro modo incantevoli, con un’immediatezza formidabile e un cuore che, dimentico di certe pagine manierate di ieri, ha ripreso a sanguinare come nei giorni migliori. “Cruisin’ Thru” rispolvera il romanticismo all’aceto di certi passaggi su “Hot Shit!”, l’opera gioiosamente cupa che forse ricorda più da vicino queste nuove astrazioni, narcotiche e crepuscolari.
In “Tough Times in Plastic Land” si respira una piacevole atmosfera da laboratorio. Scalcagnato, gorgogliante, pauroso e polveroso, come potrebbe aver cittadinanza nella fantasia di un bambino, ma abitato da un genio creativo irregolare per necessità, quindi adorabile anche con tutte le sue brutture. Il grottesco, nella declinazione di Sam Coomes, trova in questa raccolta una messa a punto, e insieme una compiutezza, altrove solo accarezzate. “Everybody Loves A War” chiarisce come la sua weirdness pencolante, miserabile e sublime, abbia le carte in regola per illanguidire o intenerire i pochi ascoltatori che le si concedano, con le sue bizzarre evocazioni da un immaginario cinematografico che è ormai mitologia pura: in testa gli horror con Lon Chaney e Bela Lugosi, ma senza tralasciare la fantascienza pidocchiosa di tanti B-movie dimenticati e, più di rado, anche quella miliare (il segmento “Just Like The Rest” nasconde un omaggio nemmeno troppo velato al Vangelis di “Blade Runner”). Immalinconito e perdente come non mai, Sam sfodera alcune delle sue canzoni più struggenti e infettive di sempre, biascicando per poi sgolarsi mentre l’organo disegna impassibile le proprie spettrali, dolcissime melodie senza più speranza. Un Coomes minore e per certi versi monocolore, ma perfettamente a suo agio con registri umorali che da sempre gli calzano come un guanto, senza palesare la minima ansia da prestazione e senza la necessità di fare altrettanto bene con la chitarra elettrica, per l’occasione abbandonata nella sua custodia. In “Fordana” le ritmiche plumbee trovano una loro sublimazione grazie al magnetismo quasi mistico, allucinatorio, dell’organo, mentre la voce rovinata ma sincera del cantante si premura di mantenere il tutto in una dolorosa dimensione terrena, che sa di volo spezzato e tocca corde importanti.
I due inserti filler “The Tuccus” enfatizzano l’intonazione lugubre e naif del disco, eredità diretta dell’ormai remota stagione Donner Party, mentre la title track chiude i giochi nel segno della stessa rancida euforia, con il supplemento di uno sguardo torvo destinato a infrangersi e impazzire tra le vorticose spirali del synth, assecondando il rumore di una grana fotografica mandata poco per volta a farsi benedire. Quel che la pellicola ha registrato è il Coomes di oggi nel suo plateale disincanto. Un orgoglioso anacronismo che ai più cinici apparirà magari crudo ma a tutti gli altri potrebbe anche piacere.
Riecco i Quasi. Hanno da poco festeggiato i vent’anni di una carriera che deve molto, se non tutto, al fatto di non esser mai stata presa troppo sul serio, dai suoi protagonisti in primis ma anche dal pubblico (esiguo) e dalla critica (indifferente o poco generosa). Da principio band coniugale, da sempre parentesi non irrinunciabile cui tornare di tanto in tanto per il solo gusto di divertirsi, specie per Janet Weiss.
I veterani dell’indie-rock statunitense celebrano con Mole City (2013) la ricorrenza con un doppio album che è come un colpo di cancellino sulla lavagna delle loro più recenti esperienze, un riavvio entusiasta e privo della benché minima ansia da prestazione. Non è un caso che questo sia anche il disco con cui la compagine di Portland torna a essere un esclusivo affare di coppia, data la separazione consensuale dall’abulica Joanna Bolme: uno snellimento sostanziale in formazione, cui corrisponde la maggior fluidità di una scrittura sfrondata di tutto il superfluo. Non occorrono che pochi minuti – i detriti e le distorsioni atroci che incontrano il pentolame di Janet nella filastrocca “You Can Stay But You Gotta Go” – per accertarsi di come “Mole City” abbia voluto riproporre il gruppo nella sua dimensione più approssimativa, quella di un rock all’aceto, da ricreazione, che rende giustizia alla loro indole grezza, disimpegnata e refrattaria alle sovrastrutture. Dove sono le imprecisioni, le svisate vocali, la sporcizia ghiaiosa delle chitarre e il brio etilico delle tastiere a fare la differenza, dove ci si può imbattere nel tipico pezzo melodioso e saltellante à la “Field Studies”, cucinato però secondo la ricetta sghemba, brutale e trasandata di “Hot Shit!”.
Un ritorno alla natura selvaggia per il duo, predisposto in quadretti trottanti e talvolta embrionali, che diviene emblematico in “Fat Fanny Land” nella bella fusione dello sbalestrato (e quasi mononota) roxychord di lui con il tamburellare primitivista della batteria di lei. Poco più di un bozzetto che è quanto di meno sofisticato si possa immaginare e riporta dritto alle origini, le sconclusionate ipotiposi della loro prima raccolta (“Early Recordings”). Beatamente ingarbugliati, alticci, caciaroni, sgraziati e vitali: sono i Quasi nella loro caccia a una seconda (possibile) giovinezza, e forse è proprio questa l’unica credibile via d’uscita dal cul de sac di cupezza, pessimismo e grigiore in cui parevano essersi cacciati.
La capra ("The Goat”) diventa allora il simbolo di un rinnovato bestiario intimo, laddove il rinoceronte di “When The Going Gets Dark” aveva rappresentato una sorta di nadir umorale. E’ un notevole passo indietro rispetto alle poderose sfuriate muscolari o alla giocoleria pop di un tempo, ma si tratta del frutto di una scelta espressiva fortemente voluta – la riproposizione dell’insania primigenia, del grado zero della propria musica e del proprio stile – che potrà sembrare poco coraggiosa e farà storcere il naso, ma merita rispetto.
In questo clima di bislacca euforia non mancano peraltro diversi episodi lunari e introversi. Esemplare in tal senso “Chumps of Chance”, con Sam nel buio assoluto, assieme agli echi riverberati della sua tastiera, intento a recitare un soliloquio tristanzuolo che getta un’ombra atmosferica di pura inquietudine, pur non scardinando le basi della sua poetica strampalata. Per non parlare di “R.I.P.”, il classico brano estatico e malinconico (affidato alla voce della Weiss) che i due americani non hanno mai mancato di proporre, oppure delle ossessioni di “Headshrinker”, incombente teatro dell’assurdo in cui Coomes canta da perfetto alienato nel suo mondo a parte, senza la minima intenzione di venirne fuori.
Dopo lo sconfinato disincanto si apre insomma per i Quasi una nuova fase di incanti, per quanto fragili e non riducibili alla comodità delle convenzioni o alla bella forma. Nella seconda parte il disco ne asseconda gli intenti e letteralmente impazzisce, come la maionese. A parentesi di romanticismo bruciato e a voce e piano ubriachi ma orgogliosi si alternano (moltiplicandosi) strappi, brutture, frattaglie rumorose, gorgoglii sintetici da B-movie di fantascienza anni 60, frammenti autistici e sgorbi lisergici, simulando una logica che irrimediabilmente vada a farsi benedire.
Resta illuminante il pacco premio che lega un oscuro spoken word a un refrain zuccheroso per il solo piacere di spiazzare (“Ice Cube in the Sun”), così come le evocazioni seventies e la brochure psichedelica della canzone che chiude i giochi (“New Western Way”) prima delle brume nerissime del finale, sposando i Who grotteschi alle chitarre dei Pink Floyd e aprendo il cielo a un ultimo volo di liberatoria follia. Pezzi come questi, nel passato della band, tendevano a mostrare talvolta appena un velo di maniera decadente. In Mole City la vena crepuscolare non è invece mediata da alcun artificio, né mossa da disegni ruffiani. E’ semplicemente la fotografia, fedelissima, dell’irriducibile purezza dei Quasi.
Passano dieci anni prima del nuovo album Breaking The Balls Of History (2023), che è anche il decimo della loro discografia. Non sarà certo questo lavoro a cambiare le sorti di una band le cui concessioni al pop sono quelle legate al mondo indie di Pixies e Sebadoh (gli arcobaleni melodici dell’altrimenti rugginosa “Shitty Is Pretty”) o al ciondolare stonato dei Pavement (“Doomscrollers”); piuttosto che nel tentativo di comporre una ballata classic–pop (la pur pregevole “Gravity”) i Quasi sono più a proprio agio nello sporcarsi le mani col garage rock, ora con spruzzate funk e coretti sbarazzini à-la Beck (“Nowheresville”), ora con Sam Coomes sugli scudi di rocambolesche tastiere retroattive in “Riots & Jokes”, nello stile spericolato dei gloriosi Delta 72. Il loro spirito spregiudicato e surreale finisce per dissacrare persino un genere tradizionale come il blues con un piglio nonsense e dissonante, degno dei primi Soft Boys in “Rotten Wrock”.
A smorzare la carica ruvida dell’album viene gettata polvere psichedelica sullo slow-dream-gaze di “Inbetweenness”, dotata di un nichilismo metafisico degno di un haiku zen, mentre una flebile speranza emerge dalla conclusiva “The Losers Win”, bozzetto visionario apparentemente sbucato dalla dimensione onirica dei Flaming Lips (in particolare quelli di “The Soft Bulletin”) in cui dopo una vita di sconfitte si prospetta una vittoria per i perdenti.
L’(apparente?) ottimismo conclusivo stempera l’istantanea, ironica ma impietosa e figlia del periodo pandemico, di questi tempi distopici caratterizzati da negazionismi e alienazione (“Doomscrollers”), con l’ubiqua influenza di una tecnologia sempre più pervasiva al punto da ridurre l’essere umano a un pulsante su uno schermo touch (“Rotten Wrock”, con citazione di “1984” di Orwell) ma rimane la volontà di non sprecare nemmeno un singolo respiro (“Last Long Laugh”) e di resistere con un ghigno sarcastico, in attesa del riscatto, "rompendo le palle della storia" attraverso un album perfetto come colonna sonora dell’attesa di un’ennesima apocalisse prossima ventura.
SLEATER KINNEY
Sleater-Kinney Road è uno stradello suburbano, contornato di abeti alti e scuri e oppresso dall'eterna promessa di pioggia e nebbia. Ogni tanto si apre un vialetto che dà su una minuta casetta prefabbricata, con le veneziane abbassate e un'apparenza sciatta di moquette sporca e stoviglie abbandonate. In questo scenario sperduto, uno delle migliaia di Twin Peaks disseminati per i bordi degli Stati Uniti, nacque un movimento straordinario per una cittadina di circa trentamila abitanti, che a un primo sguardo distratto potrebbe suggerire al massimo il trambusto di routine di un centro amministrativo di importanza storica e culturale nulla. Olympia, il luogo in questione, è infatti la capitale dello stato di Washington, all'estremo nord-ovest del Paese - un piccolo avamposto immerso nella foresta, eppure in grado di imporre ben al di là dei suoi confini la forza di un movimento che saprà travalicare le proprie connotazioni "di genere" e di protesta e farsi modello sociale vero e proprio, per quanto circoscritto.
Eccolo, il grido dadaista che - ci immaginiamo - introduceva sul palco il Furore di una guerra pacifica, condotta con le sole armi di qualche corda (di chitarra o vocale) tartassata. Già si intuisce, in ogni caso, la potenza del messaggio (sub)liminale contenuto negli strepiti diseducati della Nostra: a volte l'impressione netta è quella di assistere all'impotente e disperata aggressività di un animale intrappolato. E' una consapevolezza che conferisce una profondità tangibile non solo a questo esordio, ma getta una luce peculiare su tutto ciò che verrà dalla giovane coppia statunitense negli anni seguenti.
Sold out
Do do you want it
On a magazine cover
Take it
It's my body
Take it
I want money
Diamonds are a girl's best friend
da "Sold Out"
Ad accompagnarle in questo inizio di carriera sarà Lora McFarlane, reclutata durante quel viaggio in Australia e partecipe di varie compagini minori del panorama australiano e statunitense tra la fine degli anni 80 e il decennio successivo.
Nel pur scarso valore musicale tout court di questa prima prova, rimane il fascino di avere tra le mani un documento "storico" non già dell'aria che si respirava in quel di Olympia a quei tempi, ma piuttosto del neonato rapporto - non solo sentimentale - tra due spiriti complementari. Un dialogo qui ancora non del tutto esplicito ("The Day I Went Away"), una timida scoperta reciproca con la fiducia già formata di una promettente intesa.
In effetti, che il progetto non fosse un'infatuazione estemporanea è confermato dall'evoluzione che si realizza nella seconda prova del gruppo: Call The Doctor segue di un paio d'anni l'esordio omonimo delle Nostre. Il filo conduttore rimane quello di un punk intenso e passionale, questa volta affrontato con più costrutto - sebbene ancora piuttosto "facile", soprattutto nelle evoluzioni chitarristiche, con le quali comincia però a formarsi una maggiore confidenza (si veda "Taste Test", ad esempio). Una potenza espressiva tangibile ma ancora confinata da espedienti troppo facili, a portata di mano ("I Wanna Be Your Joey Ramone", "Taking Me Home").
E' in questo disco che si sviluppano però - pur in modo ancora embrionale - alcuni dei cardini dell'esperienza del gruppo: uno di questi è certamente l'intreccio vocale tra Corin e Carrie, ritrovabile in quasi ogni traccia. L'urlo ferino della Tucker, ineducato e disperatamente aggressivo, è contrappuntato dal ghigno sardonico della Brownstein, che pare puntarti addosso la pistola, comodamente seduta in poltrona, il bicchiere nell'altra mano - mentre la compagna si dimena, schizzando acido sulla tappezzeria e appiccando il fuoco alla moquette.
Non aiuta il contributo ritmico, che non fa più che seguire la corrente di un lavoro che, alla fine, rappresenta un altro passo in avanti (ma nulla più) in un percorso dall'incedere marziale, destinato a non esaurirsi facilmente.
Le prime esperienze dal vivo riflettono la situazione di quegli anni: da una parte la naturale, empatica connessione col pubblico femminile, la cui (libera) presenza ai concerti non era così scontata, dato il contenuto - ancora oggi, purtroppo - di maschia, atavica violenza che scatenano queste occasioni. Ben più complicato fu, all'inizio, il rapporto inverso, tra le Sleater-Kinney e il pubblico, ancora assuefatto al rock'n roll come sinonimo di espressione testosteronica. Probabilmente, però, basterebbe chiedere al signore che ricevette il microfono in testa in quell'apertura per la Jon Spencer Blues Explosion per sapere come andò a finire...
L'esplosione di una bara precostruita: le Sleater-Kinney si scavano la propria via di fuga a mani nude
Come si sfugge dallo spettro di un movimento di protesta, talmente pieno di senso da accumulare una forza di inerzia tale da schiacciare le legittime aspirazioni di una giovane band a comporre, prima di tutto, musica? Il primo passo delle Nostre due pare il più azzeccato: ingaggiare una batterista che si sia già affermata al di fuori del movimento stesso, pur non essendone avulsa. E se questa batterista ha il tocco inesorabile e magnetico di Janet Weiss, un sincopato peregrinare, fluido e insieme granitico, tra cassa e piatti, allora il più è fatto, probabilmente.
Il 1997 è inoltre l'anno della firma del contratto con l'etichetta-madrina, la Kill Rock Stars di Slim Moon.
La deflagrazione alchemica di Dig Me Out impressiona fin da subito: è evidente che la band con questo disco abbia fatto un salto di personalità significativo; l'intesa del trio dev'essere apparsa folgorante, a chi abbia assistito alle loro prime esibizioni. In questo disco è anche sensibile la volontà di affrancarsi dalla schiva aggressività punk del primo periodo, tramutandola in pura, crepitante energia rock'n roll.
Riff taglienti come cesoie (la title track, "Words And Guitar", "One More Hour"), insospettate progressioni pregne di allucinazioni nineties ("Jenny") mostrano cosa serbavano la Tucker e la Brownstein per il lupo di mare che prende saldamente il timone in questo disco.
E' così che le Sleater-Kinney non si affannano a dissimulare l'impeto anche di puro intrattenimento del disco, avendo dalla loro pezzi trascinanti come "Turn It On", "Not What You Want" e "Dance Song ‘97". Sono consapevoli che la festa imbastita le vede regine, in potere di decidere della vita e della morte della stessa, e dei suoi partecipanti - pare banale sottolinearlo ma, se hai qualcosa da dire, meglio farlo con una bella canzone. Così viene facile trasfigurare il refràin di mille canzoni di femmine fervidamente appese al davanzale, tra labbra tumide e tendaggi fruscianti (come nella sarcastica "Little Babies"), e trasformarlo in lancinanti messaggi subliminali, incastonati in taglienti scorribande motorizzate ("The Drama You've Been Craving From"). Così il femminismo non è più un volantino da affiggere: non vi è più l'urgenza di un messaggio, ma la plastica coerenza di un'espressività connaturata, che prescinde dall'eviscerazione razionale di contesti e pensieri.
C'è spazio, infatti, anche e soprattutto per una rivoluzione emotiva che tradisce ben poca affettazione ideologica, bensì il grande slancio di necessità sentite sulla propria pelle:
We're manufacturing hearts
We've got the perfect thing
The word on the street
We've got the new love machine
Heart with and on/off switch and a remote control
Now you can program how you feel before you walk out the door
da "Heart Factory".
E' ormai chiaro, a questo punto della loro carriera, che le Sleater-Kinney sono entrate nell'immaginario collettivo: Spin e Rolling Stone le celebrano come una delle realtà più vitali del rock contemporaneo. Il corteggiamento della stampa nei confronti della band sarà una costante della loro carriera, nel tentativo giornalistico di farne un fenomeno di costume. Nel leggere il loro nome sulle copertine del New York Times, di Time verrebbe da pensare di trovarsi davanti a un gruppo di popolarità musicale assai vasta: invece ad attirare, più della musica stessa, fu il costrutto ideologico che in genere soppiantava del tutto il contenuto musicale, di certo non accessibile al pubblico più ampio - tanto che Dig Me Out raccoglierà, nonostante il battage critico-mediatico, la miseria di 56000 copie vendute.
Il contributo della band a tutto ciò fu in effetti modesto, se si eccettua l'appoggiare la cornetta al supporto alla domanda: "Come si sente una donna a fare musica rock?".
La difficile navigazione, tra scogli e sirene, per raggiungere il mare aperto
"Molto delle Sleater-Kinney ha a che fare con le comunità musicali da cui siamo venute, col sentirsi parte di esse. [...] Puoi lavorare con persone a cui tieni, e che tengono a te e alla tua musica allo stesso tempo, e comunque pubblicare dischi a cui molte persone hanno accesso."
(Carrie Brownstein)
The Hot Rock non è solo il titolo del quarto disco delle Sleater-Kinney, ma anche un film del 1972 con Robert Redford: "La pietra che scotta" racconta le rocambolesche vicende di un gruppo di rapinatori, a caccia del diamante puro e levigato di un'indipendenza di successo (dalla title track: "An uncut stone is flawed and beautiful/ Don't try to size me down to fit your tiny hands"). L'assedio dell'industria musicale dev'essere stato più che tangibile, a sentire la Tucker sussultare spavalda: "If you listen long enough, you'll forget there's anything else/ Tie me to the mast of this ship and of this band/ Tie me to the greater things, the people I love". Questo senso di orgoglioso accerchiamento, tradotto con fresca e divertita libertà compositiva, permea quest'uscita del 1999.
The Hot Rock, registrato in tre settimane mezzo - il doppio rispetto a Dig Me Out - tradisce un raffinamento espressivo che non compromette l'immediatezza del gruppo. La vocalità della Tucker procede nel suo percorso di limatura di eccessi e spigoli, per arrivare a un'espressività più educata ma non meno potente. Si tratta probabilmente di un momento della carriera delle Sleater-Kinney in cui si vedono costrette a riflettere e definire la loro posizione rispetto al mondo - musicale e non. Quasi una bonaccia di meditazione dopo l'esplosione catartica del disco precedente.
In questo processo non si esaurisce però la spinta evoluzionistica del suono delle Nostre, che si concretizza qui con assoluta naturalezza. Cangianti riff (con una Brownstein in forma verlainiana) e ritmiche in continua evoluzione (Built To Spill) sembrano voler ricordare che poche band sono riuscite a combinare un'irresistibile esplosività con l'eleganza della forma quanto le Nostre. A ribadire il concetto ci pensano inserti di violino, come nella dolente ballata di "The Size Of Our Love". Una caratteristica che, oltre a infondere un glamour colmo di un raffinato understatement nella musica del gruppo, rende l'ascolto dei dischi delle Nostre - soprattutto a partire da questo lavoro - qualcosa che prescinde dai tempi in cui è stato concepito.
Mai come in The Hot Rock il dialogo tra Corin e Carrie assume una connotazione così teatrale, una sorta di reading di coppia sempre precisamente combinato ("Get Up"). Forse fin troppo insistito nel corso del disco, a voler trovare una pecca: le parti cantate paiono a volte raggiungere il punto di saturazione. Si avverte la necessità per le due di "dire la loro" su certe questioni, tralasciando l'acuminata immediatezza dei dischi precedenti - con poche eccezioni collocate a inizio disco, quali la già citata "The End Of You" - e dedicandosi invece a un sicuro incedere tra inaspettati saltelli poppeggianti (ad esempio, in "Banned From The End Of The World") e più assorti vagabondaggi ("Don't Talk Like").
La sensazione dominante del disco è che si tratti del risultato di un'intensa sessione di registrazione, un fortunato e naturale rigurgito di idee in costante accumulazione: meno ispirata è forse la spinta compositiva. Senza mai arrivare alla capziosità vera e propria, si ha l'impressione di un saltabeccare non sempre a fuoco. Si ha in mano un disco permeato di un certo fascino intellettuale sbarazzino, in cui si respira l'aria di un pomeriggio in un caffè alternativo del Pacific North-West; la sua atmosfera rilassata di vecchie poltrone gualcite che accolgono le risate di vecchi amici.
Mettere le mani sul "Cattivone", l'album definitivo, e fare i conti con sé stesse
Il movimento delle riot grrl è ormai svanito all'orizzonte, tutte (o quasi) le band di quel periodo sono dissolte, il campo è lasciato alle Sleater-Kinney, uniche superstiti, purtroppo, di un movimento che pareva poter cambiare qualcosa anche in senso quantitativo. Si passa così il traguardo del millennio, e il quinto album (tutti sempre piuttosto generosi, fra l'altro) in sei anni fa la sua comparsa, per una band che non ha mai visto usurata la propria molla artistica.
Fin dal primo arpeggio di "The Ballad Of A Ladyman" si percepisce la divertita consapevolezza della band: All Hands On The Bad One rappresenta infatti una felice commistione tra l'agone viscerale di Dig Me Out (si veda"Ironclad", che potrebbe comparire comodamente tra i migliori pezzi di quel disco)e il richiamo understated e raffinato di The Hot Rock.
Felino e maleducato, algido e intrigante, questo lavoro delle Sleater-Kinney colpisce soprattutto per il contenuto pop apparentemente accomodante - sebbene sappia, come sempre, colpire sinuoso alla nuca ("If you wanna watch me chew/ My teeth are cutting you out" canta la Tucker in "Youth Decay"). Al di là di riconoscibili, sarcastici motivetti ("You're No Rock'n Roll Fun"), in cui la voce della Tucker si fa ormai rotonda e senza imperfezioni e le capriole chitarristiche della Brownstein portano sulla Luna, la caratteristica che rende All Hands On The Bad One superiore alle altre - comunque valide - uscite del trio è la capacità di prendere alla gola l'ascoltatore senza rinunciare alla costruzione di una propria epica cangiante e vitale.
Il tutto appare lampante nell'opera massima, probabilmente, della carriera delle Sleater-Kinney, la title track del disco. E' teatrale il succedersi di scene perfettamente concatenate: l'irresistibile attacco della Brownstein, beffarda sconsacrazione di virtù formali ("Can't get to heaven in a silver spoon/ Polish everything except for the mark on you"); l'acrobatica prova di forza nel bridge di una Tucker animalesca; infine il ritornello, in cui i personaggi si riuniscono in fila per la recita finale sotto lo scroscio dei piatti della Weiss (grande idea!).
Hanno dell'incredibile la padronanza, il savoir-faire con cui le tre ragazze di Olympia imprigionano l'ascoltatore nel loro straripante carisma, permettendosi anche di accantonare per un attimo le proprie scudisciate per una ballata pop come "Leave You Behind" ( ! ) e per sarcastiche obliquità ("Milkshake ‘N Honey").
Lucidamente, come non mai, le Sleater-Kinney si indirizzano al pubblico: All Hands On The Bad One contiene alcune delle liriche più esplicite del gruppo. La pornografia della spettacolarizzazione delle tragedie personali e la svendita della morte in tv ("Was It A Lie?"); lo splendido "tirare le somme" di "#1 Must Have": dalla severa accusa alla manipolazione che sottintende al quantomeno parziale fallimento del movimento delle riot grrls ("They took our ideas to their marketing stars/ And now I'm spending all my days at Girlpower.com") a una finale, rinnovata chiamata alle armi di un incessante tentativo di riallacciare le coscienze ("And for all the ladies out there I wish/ We could write more than the next marketing bid/ Culture is what we make it/ Yes it is/ Now is the time to invent"); infine lo slogan paritario di "Male Model", che solo la passione può rendere credibile:
Go back and tear the pictures from the page
It's time for a new rock'n roll age
History will have to find a different face
And if you're ready for more
I just might be what you're looking for
E' sancita ormai la credibilità delle Nostre come traghettatrici del rock nel nuovo millennio; un'immagine che si tende a scacciare, vittima di un certo cinismo d'atteggio, ma che per le Sleater-Kinney stesse ha evidentemente ancora un significato. Più che per barcollanti questioni di "spirito", furono un fulcro d'ispirazione vero e proprio per molte band del nuovo millennio: la liberazione sessuale dei loro riff roteanti, il costante bagliore di un cantato enfatico, la potente e terrigna espressione percussiva si ripeteranno qua e là per molti dei gruppi che si affacciano sulla scena in quei primi anni del 2000 (Bloc Party, per dirne uno?).
Il compito di lasciare questa eredità è affidato a One Beat, che esce nel 2002 per la fidata Kill Rock Stars. La data di pubblicazione rende evidente la necessità anche per le Nostre di confrontarsi con l'America di quegli anni, un America unilaterale anche al suo interno, che confonde il patriottismo con l'uniformità di pensiero. "Since when skepticism is un-American?", si chiede la Tucker in "Combat Rock", e così via.
One Beat è un disco effettivamente bizzarro, composto di canzoni che mancano il bersaglio in modo divertito, torturando con gusto a forza di colpi di striscio - un disco dal sound sempre vividamente scolpito, eppure senza canzoni di rilievo. Il caos avvolge il pianeta, e non vi è una via d'uscita chiaramente segnata: questo sembra emergere dal dimenarsi di rettile di "Oh!".
Il tutto convive con lo sbocciare di una nuova sensibilità, in piena e consapevole controtendenza con quanto si muove intorno a loro. Ne cogliamo le tracce nelle pietre rotolanti di "Light Rail Coyote", con quei chitarroni hendrixiani che appaiono spavaldi a definire una nuova rotta: quella del rock, puro e semplice. A chi pensava che, finché si trattava di punk, le Nostre se la potevano cavare senza troppo sforzo, tranne metterci un po' di orgoglio femminile, ma col rock era meglio che non ci provassero, ecco la risposta: "Step Aside". Grandioso il saliscendi emotivo tra il gioco dello stoppato della strofa e l'esplosione del ritornello, in cui la Tucker mostra ormai di padroneggiare il proprio vibrato (finalmente in grado di mutare espressività, come in "Prisstina"), mentre la Brownstein salta sulle casse in posa da rockstar.
One Beat è, nel contempo, un disco meno affascinante degli altri: scivola via liscio, ed è tangibile che la formula delle Sleater-Kinney inizia a logorarsi, a perdere imprevedibilità. E' chiaro cosa intende Carrie Brownstein nel dire: "Ascoltavo la radio, le stazioni di rock moderno, e mi veniva su un tale nervoso nel rendermi conto della direzione verso cui l'eredità del punk e del rock alternativo stava andando - questa roba stra-sicura: 'Oh, tutte le canzoni che passano alla radio devono durare meno di tre minuti. Devo sapere come suonerà il ritornello ancora prima che arrivi' Era tutto così sicuro e così prevedibile. Poi mettevo su una stazione di classic-rock, e capita questo pezzo da otto minuti che sfocia in questa parte fuori controllo, e non hai idea di cosa possa succedere."
Lo scoppiettante atto finale di una carriera senza macchie
Non è quindi così imprevisto il divorzio con la Kill Rock Stars e la firma per i pesi massimi della Sub Pop (e con essa la possibilità di produrre un disco con mezzi più importanti e sotto la guida di un produttore affermato come Dave Fridmann), che porta alla pubblicazione di The Woods, a tre anni dal precedente. Il primo momento di riflessione di una carriera decennale, coinciso con la maternità della Tucker e in cui il trio mette in discussione la propria esistenza: a emergere, ancora una volta, prima delle riflessioni sulla scemata forza della propria identità e sull'inevitabile logorio di tutto il tempo passato insieme, su un mondo della musica che si avverte frammentato e un po' svuotato, è la voglia di suonare insieme.
Il risultato sarà ancora una volta un successo, a conferma della capacità delle Sleater-Kinney di attingere dalle incertezze, dal caos circostante e trasfigurarlo in qualcosa di vitale e personale, ma mai prevedibile. E' quanto emerge dal singolo di lancio, "Jumpers": la strofa di allucinata alienazione, in cui piccole note ossessive evocano luci al neon intermittenti e rumori incessanti di traffico metropolitano, esplode in una catarsi à-la Zabriskie Point prima nell'urlo vertiginoso della Tucker e poi nell'assolo straripante della Brownstein.
The Woods verrà ricordato probabilmente come il disco più carico: la voce di Corin estesa fino allo spasimo, la chitarra di Carrie mai così distorta, le percussioni di Janet che risuonano su vastità impervie. Non è però "anabolizzato", come farebbe una band agli sgoccioli della propria ispirazione. Le Nostre vogliono allestire uno spettacolo pirotecnico che sia all'altezza della propria esperienza e lo fanno attraverso un disco che combina spavalderia hard-rock - come nel maschio incipit di "The Fox", con la chitarra che pare suonata con la famosa monetina e la Tucker che veste senza sfigurare i panni di un Robert Plant - e il dissonante, spensierato orgoglio di "Modern Girl".
Il drumming di Janet esprime un calore poderoso fuori anche dai propri standard, rullate truci e selvagge sembrano provenire da una preistoria kubrickiana del rock, quando l'uomo imparò il concetto di ritmo intorno al falò di un rituale di vita e di morte ("Entertain", "Let's Call It Love").
Per questo ultimo disco si avverte la volontà della band di giocare un all-in pokeristico che le allontani da un lento spegnimento artistico, un accomodarsi all'inesorabile passare degli anni. Quante band, anche tra le più grandi, hanno avuto il coraggio di compiere un'operazione simile? E in questo si avverte anche una sensazione di "addio in grande stile", che non a caso prelude allo iato - scioglimento? - del gruppo; l'ultimo show della band sarà nella loro Portland, capitale dell'Oregon, con la mente all'ombra di quel cavalcavia dove tutto iniziò, il 12 agosto 2006.
Gli indizi più consistenti riguardo alle motivazioni puntano alla vocazione di madre della Tucker, che più volte in quegli anni fece intendere che The Woods sarebbe potuto essere l'ultimo disco della band. A ciò va aggiunta una naturale stanchezza, che si ritrova oggi nel "silenzio" della Brownstein (impegnata in attività alternative di blogging e di attrice: comica al Saturday Night Live e coprotagonista in una pellicola indipendente in coppia con James Mercer degli Shins).
Eppure, qualcosa fa pensare che non sia stata detta l'ultima parola. Per certo le Sleater-Kinney non torneranno per uno show di reunion qualsiasi...
Ma usare la nostalgia come trampolino di lancio, si sa, è un’arma a doppio taglio: per quanto belli siano i vecchi tempi, difficilmente torneranno così com’erano. E Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss non hanno certo impostato il loro ritorno come un amichevole ritorno in sordina, ma hanno proclamato in vari modi con la caratteristica, sardonica baldanza quanto hanno investito nel loro nuovo Cities To Love, primo disco dallo iato seguito alla pubblicazione di The Woods.
Già ripetere l’esperienza di quel disco, una chiusura pirotecnica, con il suono portato sopra le righe da Dave Fridmann e i pezzi forse più memorabili in senso stretto della loro carriera, sarebbe stato un ottimo traguardo. Le tre ex riot grrl dichiarano addirittura di aver voluto innovare la loro idea di band – quando, con le ovvie evoluzioni e deviazioni, erano sempre rimaste fedeli a sé stesse per tutta la loro carriera.
Che vengano prontamente smentite su questo punto rappresenta una delle cose più apprezzabili di No Cities To Love, per il resto una divertita ma non particolarmente divertente sgroppata in cui il trio vuole suonare d’un fiato, senza compromessi – con una sensazione di martellamento monotono soverchiante nell’ascolto del disco.
I riff della Brownstein perdono il loro elegante graffio Television per entrare in una più comune etichettatura seriale di stampo Black Keys, o Arctic Monkeys era-Josh Homme (“Bury Our Friends”, “Fangless”); la voce della Tucker sembra incatenata a una tonalità di mezzo appena scalfita da una versione doma del suo urlo.
Sembrano mancare insomma le qualità di scrittura necessarie a lasciar esprimere compiutamente le diverse identità, fortemente caratterizzate, di Carrie, Corin e Janet; anzi spesso le soluzioni melodiche e di arrangiamento suonano piuttosto stanche (la title track, “No Anthems”). Nonostante il tentativo di occultare il carattere nostalgico dell’operazione, è proprio da questo che vengono le note positive, da quei pochi momenti in cui si sente più il graffio che la zampata di piatto. Più che altro, rimane la speranza di vederle di nuovo insieme sul palco (per molti, per la prima volta).
Per chi non sarà riuscito a vederle, arriva un documento live, un disco dal vivo, Live In Paris, che fissa per sempre l’esibizione tenuta a “La Cigale” il 20 marzo del 2015, mostrandoci una band in grandissima forma. C’è molto "The Woods” (4 tracce), molto “No Cities To Love” (altrettante), ma anche ripescaggi importanti dal passato più remoto, come la “I Wanna Be Your Joey Ramone” ripresa dal secondo album “Call The Doctor” (1996) e le due tracce dall’esplosivo “Dig Me Out” (1997). In tutto tredici episodi serrati, eccitanti e irresistibili, di quel sano rock’n’roll che sa mediare forza d’urto e accessibilità, senza mai una caduta di tono: una fucina di idee proposte nella consueta disposizione a tre, senza basso, con una delle due chitarre a tenere la ritmica sulle corde più basse, un’estetica che in molti hanno cercato di imitare senza (quasi mai) riuscire a raggiungere i medesimi risultati.
Due notizie hanno anticipato The Center Won't Hold, il nono disco delle Sleater-Kinney (primo per Mom + Pop). La prima è l'addio di Janet Weiss, comunicato via social a ridosso della pubblicazione: “Le ragazze stanno andando in una nuova direzione ed è giunto per me il momento di voltare pagina.” Riguardo questa nuova direzione, subentra la seconda notizia: la scelta di St. Vincent alla produzione. Una decisione importante: a quattro anni dal graditissimo ritorno con “No Cities To Love” e con una carriera storica alla spalle che le ha elette come paladine dell'alternative rock più scatenato, le riot girls optano per un cambio di direzione.
Il tocco della Clark si sente: i brani sono avvolti da una veste più sintetica e scintillante, fornendo i momenti più melodici della carriera delle Sleater-Kinney. I cambiamenti si palesano subito, con l'omonima traccia d'apertura. Ripetuti clangori metallici intrecciati a distorsioni e un incedere di voci e cori: poi tutto viene spazzato via dalla foga inarrestabile di Corin Tucker (recentemente apprezzata anche nel secondo disco dei Filthy Friends) e dal resto degli strumenti, impreziositi da tocchi calibrati di piano. Dal punto di vista delle performance, degli scambi vocali e chitarristici tra Carrie Browstein e Corin Tucker ecco i momenti più pop della carriera della band: “Reach Out” e soprattutto “Can I Go On” (uno dei brani di primo impatto più spiazzante), mentre il proto synth-funk di “LOVE” è il passaggio in cui si sente di più la mano St. Vincent. Il tutto – fortunatamente – senza che le Sleater-Kinney rinuncino a un grammo della loro trascinante energia.
“Restless” è uno dei passaggi più deboli, molto meglio la tesa “RUINS”. A spiccare nella tracklist ci pensano i primi due splendidi singoli “Hurry On Home”e “The Future Is Here” a cui va aggiunta per completare il terzetto la fragorosa “Bad Dance”.
Tematicamente il disco si manifesta molto fisico, quasi corporale. “Il centro non regge” è il corpo della donna, l'equilibrio di ogni individuo costretto a fare i conti con una contemporaneità che porta al collasso: “There's nothing more frightening and nothing more obscene/ Than a well-worn body demanding to be seen/ Fuck!”(“LOVE”). Dove la “missione” della band e la nuova dimensione musicale toccano il vertice più alto e proprio nel gran finale “Broken”, sentita ballata al pianoforte incentrata sulla vicenda di Christine Blasey Ford. Che sia l'effettivo inizio di una nuova direzione non lo sappiamo: per il momento The Center Won't Hold è il lavoro in cui le Sleater-Kinney hanno sperimentato di più fornendo esiti sempre degni della loro grandezza.
“It's not the summer we we're promised/ It's the summer that we deserve” cantano Carrie Brownstein e Corin Tucker in “Down The Line”, sul finire del nuovo Path Of Wellness. E' l'estate del 2020, siamo in America. Covid-19 e moti di protesta per le strade mentre le Sleater-Kinney superstiti pongono le basi per il ritorno. Infatti, il decimo album è stato concepito come duo, senza Janet Weiss, storica batterista fin dal 1996, uscita dal progetto a ridosso del precedente “The Center Won't Hold”. Autoprodotto dalle chitarriste (è la prima volta), la pubblicazione vede sostituita la Weiss da una serie di turnisti della scena di Portland (base operativa storica dalle Sleater-Kinney, tanto da far concepire alla Brownstein la serie cult "Portlandia") tra cui la batterista degli ultimi live, Angie Boylan.
Brownstein e la Tucker con Path Of Wellness optano per una formula dove sonorità energiche e grezze convivono con gli slanci melodici esaltati nel predecessore, segnato dalla tanto dibattuta produzione di St.Vincent. La furia delle riot grrrl è ormai svanita, ed ecco servito un indie-rock supportato da intriganti intrecci di chitarre degnamente sostenuti dal pulsante suono di basso, scambi vocali e ritornelli d'impatto.
Il disco è stato anticipato da due bei singoli: “Worry With You” e “High In The Grass”, dal sound più aggressivo e un videoclip alquanto lisergico. I quaranta minuti d'ascolto scorrono alternando gli echi del movimento #metoo (tratteggiati nel testo di “Complex Female Characters”, coperto dalla furia della batteria e delle sei corde) e si fanno i conti con i drammi della pandemia tra gli affilati assoli di “Tomorrow’s Grave”. Path Of Wellness non rappresenterà un passaggio imprescindibile della produzione delle Sleater-Kinney, ma ripresenta Carrie Brownstein e Corin Tucker affiatate e coese in questa nuova dimensione.
Little Rope è il quarto album realizzato dopo lo iato della band (2006-2014) e segna i trent’anni di carriera. Ed è il secondo lavoro che non prevede più la presenza della batterista Janet Weiss, che era stata parte delle Sleater-Kinney da “Dig Me Out” (Kill Rock Stars, 1997). L’album è segnato dalla perdita improvvisa della madre e del patrigno di Carrie Bronwstein in un incidente avvenuto nell’autunno del 2022, mentre la band stava lavorando col produttore John Congleton (Murder Capital, Alvvays, St. Vincent, Explosions In The Sky, Cloud Nothings). Una perdita che la musicista stessa ha avuto modo di elaborare attraverso la musica, come in “Hunt You Down” (“I forgive you, I wish I'd told you so / Nowhere for the words to go, with what's left of me / I’ll send your ashes my love), riconducendo se stessa alla chitarra e trovando il conforto del lavoro in studio con la sua “famiglia di elezione”. Si tratta di una tragedia che arriva in un momento denso di inquietudine per il presente, di cui è informato tutto il disco.
Al centro delle canzoni troviamo infatti varie sfumature emozionali, dal senso di perdita diffuso provato dopo la pandemia da Covid19 alla convinzione di poterlo superare insieme, fino a ciò che Brownstein definisce come il senso di in-betweenness tra epoche della vita, tempi della storia.
L’apertura con “Hell” è dirompente: un brano al vetriolo che riflette sulla violenza nella società statunitense contemporanea alternando l’apparente quiete della strofa alla furia del ritornello. Troviamo poi gli esiti più felici nel post-punk scattoso di “Needless You Why”, “Hunt You Down” e “Don’t Feel Right”, mentre il mid-tempo pop di “Say It Like You Mean It” e le cavalcate rock di “Small Finds” e “Six Mistakes” risultano abbastanza incolore. Il finale regala tre dei brani più interessanti, tra sfumature funk (“Crusader”) e ballad electro-pop (“Dress Yourself”). Chiudono le chitarre elettriche compresse di “Untidy Creature”, che recuperano un po’ della foga del sound di “The Woods” (Sub Pop, 2005) prima di sciogliersi nel pianoforte.
L’ultima fatica del duo Tucker-Brownstein si fa forte di una certa consapevolezza dei propri mezzi in termini compositivi e di arrangiamento, uno stile ormai consolidato da “No Cities To Love” (Sub Pop, 2015). Ma la sensazione che permane, ascolto dopo ascolto, è che le canzoni di Little Rope siano “sedute” su un pop-rock manierato al quale manca la vibrazione, quell’elettricità nervosa e quella “fame” che hanno sempre caratterizzato la musica delle Sleater-Kinney (“Hunger Makes Me a Modern Girl” come suggerisce il titolo del memoir di Brownstein).
Donner Party: Francesco Nunziata
Quasi: Stefano Ferreri
Sleater-Kinney: Lorenzo Righetto
Contributi di Claudio Lancia ("Live In Paris"), Alessio Belli ("The Center Won't Hold", "Path Of Wellness"), Giuseppe Rapisarda ("Breaking The Balls Of History") e Maria Teresa Soldani ("Little Rope")
| DONNER PARTY |
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| Donner Party (I) (Cryptovision Records , 1987) |
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| Donner Party (II) (Picth-A-Tent, 1988) |
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| | Complete Recordings 1987-1989 (Innerstate, 2000) |
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| QUASI | ||
| Quasi (cassette, self-released, 1993) |
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| Quasi/Bugskull (Split 7", Red Rover, 1994) |
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| Early Recordings (Key-op, 1996) |
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| R&B Transmogrification (Up, 1997) |
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| Featuring 'Birds' (Up, 1998) | ||
| | The Poisoned Well (Ep, Up, 1998) | |
| Field Studies (Up, 1999) | ||
| The Sword Of God (Touch&Go, 2001) | ||
| Tour 7" (7", self-released, 2001) | ||
| Hot Shit! (Touch&Go, 2003) | ||
| Live Shit (live, Touch&Go, 2003) | ||
| Hot Shit Tour CD (Ep, self-released, 2003) | ||
| When The Going Gets Dark (Touch&Go, 2006) | ||
| Quas(i Self-Boot 93-96 (self-released, 2006) | ||
| American Gong (Domino/Kill Rock Stars, 2010) | ||
| Mole City (Domino, 2013) | ||
| SLEATER-KINNEY | ||
| Sleater Kinney (Villa Villakula/Chainsaw, 1995) |
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| Call The Doctor (Chainsaw, 1996) |
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| Dig Me Out (Kill Rock Stars, 1997) |
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| The Hot Rock (Kill Rock Stars, 1999) | ||
| All Hands On The Bad One (Kill Rock Stars, 2000) | ||
| One Beat (Kill Rock Stars, 2002) | ||
| The Woods (Sub Pop, 2005) | ||
| No Cities To Love (Sub Pop, 2015) | ||
| Live In Paris (live, Sub Pop, 2017) | ||
| The Center Won't Hold (Mom + Pop, 2019) | ||
| Path Of Wellness (Mom + Pop,2021) | ||
| Little Rope (Loma Vista, 2024) | ||
| BLUES GOBLINS / SAM COOMES | ||
| Blues Goblins (Off, 2002) |
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| As Is (Thee Quasi Imprint, 2016) |
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| Bugger Me (Domino, 2016) |
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| QUASI | |
| | Testi |
| | Myspace |
| | Sito ufficiale |
| VIDEO | |
| | Our Happiness Is Guaranteed (live, da "Featuring 'Birds'", 1998) |
| | You Fucked Yourself (live, da "Featuring 'Birds'", 1998) |
| | All The Same (live, da "Field Studies, 1999) |
| | White Devil's Dream (da "Hot Shit!", 2003) |
| | Rockabilly Party (live, da "American Gong", 2010) |
| SLEATER-KINNEY | |
| | Testi |
| | Sito ufficiale |
| | Myspace |
| VIDEO | |
| | I Wanna Be Your Joey Ramone (da "Call The Doctor", 1996) |
| | Dig Me Out (live, da "Dig Me Out", 1997) |
| | One More Hour (live, da "Dig Me Out", 1997) |
| | Get Up (da "The Hot Rock", 1999) |
| | You're No Rock'n Roll Fun (da "All Hands On The Bad One", 2000) |
| | All Hands On The Bad One (live, da "All Hands On The Bad One", 2000) |
| | Jumpers (da "The Woods", 2005) |
| | Modern Girl (live, da "The Woods", 2005) |