Subito dopo il congedo, l’ormai ex-soldato John Ray Cash torna a Memphis dove viene salutato dalla famiglia e, soprattutto, da Vivian Liberto. Nel "comitato d’accoglienza", Marshall Grant e Luther Perkins, meccanici amici di suo fratello nonché aspiranti musicisti.
Prodotto da Al Quaglieri e Don Law, The Fabulous Johnny Cash (Columbia, 1959) è il disco che tenta di consacrare una volta per tutte un talento del country. E ci riesce, anche se non ce ne sarebbe bisogno, affatto. Per il suo primo album con la Columbia, Johnny Cash si divide in due, mettendo in mostra altrettante direzioni soniche. Da un lato, un pugno di armonie corali, condivise con The Jordanaires, gruppo vocale in chiave doo-wop. Ecco, allora, il western di "Run Softly, Blue River" e numeri come "One More Ride" e "The Troubadour", cover di Cindy Walker.
Dopo l’abbuffata lirica di Ride This Train, la Columbia decide di pubblicare un disco di transizione, tentando di esorcizzare il momento di disagio di Johnny. Now, There Was A Song (Columbia, 1960) è, tuttavia, un album sostanzialmente inutile, zeppo di cover che nulla aggiungono al percorso artistico intrapreso da Cash. Come l’ormai solito boom-chicka-boom di "Transfusion Blues". In aggiunta, è un disco sostanzialmente monotono che scorre via senza particolari cambi di marcia. A dominare, infatti, è il formato ballata country, infarcita di arrangiamenti bluegrass in brani come "Season Of My Heart", "I’d Just Be Fool Enough (To Fall)" e "I Will Miss You When You Go". Meglio, forse, quando questo stesso bluegrass si abbina a ritmi più rockabilly (come in "I Feel Better All Over" e "Time Changes Everything") o a numeri barrelhouse come "My Shoes Keep Walking Back To You".
June Carter è l’essere terreno mandato dal divino per salvare il drogato Johnny. E’ un’amica, un’alleata, dotata di pazienza infinita. Ovviamente è una relazione pericolosa quella tra Cash e June, perché sono entrambi sposati. Lei lo è con Edwin "Rip" Nix, carrozziere di Madison, Tennessee, ma il rapporto è in crisi già dalla luna di miele del 1957. June è letteralmente lacerata, divorata da un amore sempre crescente nei confronti di Johnny. Per lui scrive una canzone dal titolo "Love’s Burning Ring Of Fire". "L’amore è come un cerchio di fuoco".
Ottobre 1965. Dopo un concerto a Dallas, Johnny Cash arriva a Juarez, in Messico, per incontrarsi con uno spacciatore del luogo. Compra oltre 1000 pasticche e le nasconde dentro una chitarra. A El Paso, Texas, viene arrestato dalla dogana federale che aveva precedentemente messo lo spacciatore messicano sotto sorveglianza. Passa una notte in carcere prima di venire accusato pubblicamente di "aver introdotto droga nel paese e di averla nascosta". Johnny esce dal tribunale dietro occhiali scuri e viene immortalato da alcuni fotografi di Casitas Springs. Si dichiarerà colpevole, ma non è tutto. Dalle foto sui giornali - in cui Cash è accompagnato dalla moglie - si intravede la carnagione piuttosto scura di Vivian Liberto. Il Ku Klux Klan inizia a distribuire in giro volantini che accusano Johnny di stare con una "negra", invitando la gente a boicottare i suoi concerti. Cash è furioso e decide all’istante di fare causa al KKK per venticinque milioni di dollari. L’organizzazione fanatica si accorge dell’errore e molla tutto, ma non è finita; non ancora. Peter La Farge viene trovato morto in una stanza di New York apparentemente a causa di una overdose.
All’inizio del 1970 Cash continua a godersi la sua popolarità da piccolo schermo, alimentando il "Johnny Cash Show" con grandi classici dal vivo e ospiti d’eccezione. L’artista riprende l’epopea del selvaggio West con il momento di "Ride This Train" in cui, vestito con abiti d’epoca, propone testi e canzoni come "Loading Coal". L’unico compromesso riguarda il suo aspetto che deve essere più curato e languido, adatto a un pubblico generalista. Da qui, il suo saluto "Hello, I’m Johnny Cash" diventa una sorta di marchio di fabbrica in technicolor. Ecco che il "Man In Black" si trasforma in un vero e proprio custode della fede e delle tradizioni americane. L’incarnazione più limpida e affascinante dell’uomo laborioso che pensa alla sua famiglia, al Signore e alla patria. In sintesi, la voce d’America. Voce non certo conservatrice, dato che Cash si oppone all’intervento militare in Vietnam e comprende le voci di protesta delle nuove generazioni. Eppure, voce amata perché fedele alla nazione, ai soldati impegnati nel tragico conflitto. "Finché non tornerà un po’ di luce, sarò l’Uomo in Nero".
"Sono sempre stato attratto da ciò che è spigoloso ed estremo. Johnny Cash è sempre stato un fuorilegge, una figura che non rientrava nei canoni. Lo consideravano un artista country, ma non credo che la gente di campagna l'abbia mai accettato davvero. Era un outsider, e credo sia stato questo ad attrarmi a lui più di ogni altra cosa"
Rick Rubin
Reach out and touch faith
Nella primavera del 1971 Johnny Cash è un uomo rinato, lontano dalle anfetamine, dalle camere d'albergo devastate e dalle fughe nel deserto per sfuggire a un matrimonio troppo vicino alle fredde mura delle prigioni che ha visitato e reso felici con la sua musica. E' vero che gli ascolti del Johnny Cash Show sono improvvisamente precipitati, portando la Abc alla decisione di bloccare spettacoli un tempo di grande successo, ma l'Uomo in Nero è ormai un'autentica star americana. June Carter lo rende felice ogni giorno che passa, avendogli anche regalato il tanto atteso figlio maschio. Ha girato l'anno prima un film con Kirk Douglas ("Quattro tocchi di campana") e ha addirittura perdonato il tanto ignorato padre. Cash è un uomo nuovo, pronto a intraprendere il suo viaggio più spirituale, atto di fede a redimere la sua anima un tempo empia. E' in questo periodo che Johnny inizia a frequentare assiduamente l'Assembly Of God, chiesa di origine pentecostale fondata a Hot Springs, Arkansas nel 1914. Qui furoreggiano i sermoni di Jimmy Snow, ex-cantante drogato, rinato sulla via del Signore contro le tentazioni demoniache del rock and roll. E' lui a convincere Cash a dichiarare pubblicamente il suo pentimento, in ginocchio davanti a tutta la congregazione. E c'è di più.
Johnny è oltremodo deciso a offrire il suo più sentito pentimento alla religione, offrendo di tasca propria un budget di 750.000 dollari per realizzare un film sulla vita di Gesù Cristo da affidare alle mani di Robert Elfstrom, già regista di "Johnny Cash: The Man, His World, His Music".
A novembre, una troupe si reca in Palestina per iniziare le riprese di un progetto ancora acerbo, con June Carter nel ruolo di Maria Maddalena e lo stesso Elfstrom a fare Gesù. Qui, Jimmy Snow battezza Cash nel fiume Giordano. La Columbia, in attesa di un artista sempre più lontano dal music business, pubblica due raccolte: Greatest Hits Vol. 2 (Columbia, 1971) e Sunday Morning Coming Down (Columbia, 1972).
All'inizio del 1972, Cash inizia a lavorare con il produttore Larry Butler per realizzare quella che dovrebbe diventare la colonna sonora del nuovo film cristiano. Nel frattempo, esce A Thing Called Love (Columbia, 1972), disco piuttosto scialbo con poche canzoni che contino. Cash mette in mostra il suo lato più romantico e sentimentale, con brani come "I Promise You" e la corale title track. Emerge un riavvicinamento con la tanto contestata figura paterna ("Daddy" e "Papa Was A Good Man") e solo quando riecheggiano gli stili di Folsom ("Kate") qualcosa di vitale riesce a venire fuori. Si sente che l'Uomo in Nero ha altri progetti da portare avanti.
Le session per film e disco, infatti, continuano negli studi nuovi di zecca della House Of Cash a Hendersonville. A collaborare attivamente con Johnny sono Kris Kristofferson e l'aspirante cantante Larry Gatlin. A giugno, i tre partecipano all'Explo '72, organizzato dalla Campus Crusade For Christ e definito "la Woodstock religiosa". Gli ottantamila presenti sono tutti per il cristiano rinato Johnny Cash.
Nello stesso mese viene pubblicato l'album America: A 200-Years Salute in Story And Song (Columbia, 1972) che prosegue con la scia di lavori dedicati al folklore e alla storia degli Stati Uniti. Qui, tuttavia, la penna di Cash si concentra soprattutto su eventi centrali per la nazione, tra numerose parti recitate e brani dal forte sapore politico. Si parte con il rockabilly che narra le vicende di "Paul Revere" per scivolare subito tra le linee delle due battaglie di New Orleans e Alamo. "The Battle Of New Orleans" risale al 1815, resa canzone per la prima volta da Jimmie Driftwood e interpretata da Johnny in chiave folk, così come la ripresa di "Remember The Alamo". "The Gettysburg Address" ricama scarni accordi per la lettura del discorso di Abraham Lincoln, seguita dalla ballad country "Big Foot". "The Big Battle" respira arie bluegrass e appare più che convinta la dichiarazione d'amore di "These Are My People".
Il disco, nonostante un lavoro di quasi due anni e la volontà dello stesso Cash di spedirlo sulla Luna con la missione Apollo 14, non è all'altezza dei precedenti lavori "americani" e testimonia un'attenzione decisamente orientata verso le vicende di una fede che sta richiamando l'artista a nuova vita.
Durante la seconda metà del 1972, Jimmy Snow crea una sorta di versione gospel del Grand Ole Opry da svolgere al Ryman Auditorium con, ovviamente, la presenza di Johnny Cash. Il nuovo predicatore del country è, ormai, ovunque dove si celebri la parola di Dio. A Las Vegas viene organizzato un ciclo di sette concerti che suscita più di qualche critica: in giro si dice che Cash faccia proselitismo sul palco, invitando gli spettatori ad accettare la cosiddetta "chiamata all'altare".
Le accuse non sminuiscono la sua aura carismatica, ancora più forte dopo un'esibizione di un'ora alla Casa Bianca per volere del Presidente Nixon. Cash rifiuta l'invito di quest'ultimo a suonare "Welfare Cadillac" (brano non suo) e tira fuori il discorso sul Vietnam, difendendo l'operato di Nixon sulle note di "Peace In The Valley".
Alla vigilia del Natale, esce il suo secondo album per le festività, The Johnny Cash Family Christmas (Columbia, 1972). Ci sono ancora meno canzoni scritte da Cash rispetto a "The Christmas Spirit", come, ad esempio, "When You're Twenty-One" di Carl Perkins e "King Of Love" di Harold Reid. E' un lavoro corale, insieme alla Famiglia Carter, imbottito di banali canti natalizi come "Silent Night" e "Jingle Bells". Irrilevante da un punto di vista artistico.
Più ricco, invece, il doppio International Superstar (Columbia, 1972) che raccoglie materiale già conosciuto come "Jackson" e "Mr.Garfield". L'album presenta anche canzoni ancora inedite che, se non aggiungono nulla a quanto già ascoltato, almeno rinfrescano un'aria troppo natalizia e liturgica. "No Need To Worry" gira in rockabilly, seguito dal coro bianco di "Song To Mama" e il lamento di "Cotton Pickin' Hands". "Rosanna's Going Wild" ottiene un grande successo come singolo, sorta di "Ring Of Fire" in versione western. A chiudere, un pugno di bluegrass come "Pick A Bale Of Cotton" (da Leadbelly), "You And Tennessee" e "Hammer And Nails".
Nel prosieguo dell'anno, il college battista Gardner-Webb conferisce a Cash un dottorato honoris causa in lettere. "E' un principe della musica country americana e gli conferiamo il dottorato per le sue attività umanitarie a vantaggio degli umili e dei poveri, delle vittime di droghe e alcol, e delle migliaia di persone dietro le sbarre delle carceri". Carceri, ancora una volta.
Pa Osteraker (Columbia, 1973) è la testimonianza dal vivo di un concerto tenuto da Cash alla prigione svedese nell'ottobre del 1973. Quello che salta subito all'orecchio è una differenza sostanziale (se non abissale) con gli show di Folsom e San Quentin. Il pathos da galera è ridotto ai minimi termini, con qualche grido lanciato qui e là e basta. Johnny si limita al pilota automatico, sciorinando brani che sembrano usciti più da un disco in studio che da una grande esibizione su palco. Le canzoni, tuttavia, sono degne del suo nome, brillanti come il bluegrass western di "Orleans Parish Prison" e il folk carcerario di "Jacob Green". Cash recita ("The Invertebraes") e dedica canzoni al padre ("That Silver Haired Daddy Of Mine"), accelerando il ritmo in "City Jail" e "Looking Back in Anger". Due, poi, i brani dello stimato Kris Kristofferson, "Me And Bobby McGee" e "Help Me Make It Through The Night".
Il Grande Americano
Nel 1973, Johnny Cash è ormai considerato una bandiera nazionale, un uomo buono che non si risparmia quando si tratta di aiutare gli emarginati, simbolo ultimo di un patriottismo fiero e imbevuto di cristianità. L'artista riesce a unire gli ascoltatori più diversi, dai carcerati senza speranza di San Quentin ai giovani ribelli, dagli amanti del country e del rock and roll ai conservatori più rigidi. Questo miscuglio di stili e influenze viene messo in evidenza dall'album Any Old Wind That Blows (Columbia, 1973) che si apre con il bluegrass orchestrale della title track, dal repertorio di Dick Feller. Emerge il romanticismo sempre crescente di Cash, con "Kentucky Straight" e l'ode "The Good Earth". "Oney", invece, racconta un'altra storia di lavoratori, ammorbidita in seguito dai ritmi caldi di "The Ballad Of Annie Palmer" e dal billy di "If I Had An Hammer" dalla penna di Pete Seeger. Più discutibili alcune filastrocche prive di appeal come "Best Friend" e "Country Trash", pieghe oscure di una prolificità troppo abbondante per costruire ogni volta un album convincente.
Il suo manager Saul Holiff, nel frattempo, decide di dimettersi per tornare in Canada e laurearsi in letteratura inglese. Viene sostituito da Lou Robin, esperto d'economia e già promotore di concerti per Beatles e Rolling Stones. La sua missione, tuttavia, non è affatto facile: Cash sarà anche un "grande americano", ma la sua carriera inizia ad accusare qualche colpo sotto il peso dei tempi che passano. Primo fiasco discografico, infatti, è The Gospel Road (Columbia, 1973), doppio album che racconta la vita e le opere di Gesù Cristo, facendo da colonna sonora all'omonimo film diretto da Roberty Elfstrom. I quattro lati sono confusi, zeppi di introduzioni parlate e odi di lode al Signore: la musica ne risente, tra brani incisi per l'occasione e vecchie conoscenze.
La mini-opera "Gospel Road" è un miscuglio poco coeso di parole, ritmi country e cadenze western. Ancora più difficile da comprendere, il melenso orchestrale di "Follow Me" con June Carter che piange davanti al barbuto redentore. Recuperate, tra le altre, "Jesus Was A Carpenter" e "Last Supper" per un disco che non va decisamente da nessuna parte, tranne che verso la ritrovata fede di un uomo.
La vitalità discografica di Cash pare arrancare, schiacciata dal troppo peso delle pubblicazioni continue. Johnny Cash And His Woman (Columbia, 1973) è un altro album superfluo, raccolta di duetti con la moglie June Carter. Si tratta di country canonici, da "The Color Of Love" a "Allegheny", cantati con gusto, ma privi di verve. Meglio il blues dolente di "Saturday Night In Hickman County" o certi numeri folk come "City Of New Orleans" e "The Pine Tree".
Alla metà del 1974 il governo degli Stati Uniti non se la passa molto bene, minato alle fondamenta dalle attività illegali della presidenza Nixon, inchiodata dai giornalisti del Watergate e costretta alla caduta rovinosa ad agosto. Il patriottico Johnny Cash si è esibito proprio per Nixon e, prima ancora delle sue dimissioni da presidente, ha deciso di dire la sua, ancora una volta in musica.
In Ragged Old Flag (Columbia, 1974) l'artista indica all'ascoltatore una bandiera a stelle e strisce, logorata da strappi e buchi. E' il dito del patriottismo, richiamato a gran voce in un momento difficile per la nazione e per la sua democrazia. Chiave di volta è la title track, spoken-word per le nuove generazioni su base polistrumentale di banjo, pianoforte e armonica. Cash sottolinea il problema ambientale nella corale "Don't Go Near The Water", continuando progressivamente su stili a lui cari, tra i rockabilly "All I Do Is Drive" e "Lonesome To The Bone".
Il disco perde all'improvviso la sua vena politica, sfumando in una serie di ballate western come "King Of The Hill", "Pie In The Sky" e "Good Morning, Friend". Per fortuna si tratta di brani validi, ispirati da arie bluegrass ("Southern Comfort") e dalla metà penna di June Carter ("I'm A Worried Man"). Almeno è il Cash più vero a parlare.
Junkie And The Juicehead Minus Me (Columbia, 1974) è un altro album apprezzabile, nonostante la presenza di molti brani tratti da repertori altrui. Cash è ormai innamorato della musica di Kris Kristofferson, omaggiata dalla scanzonata title track e da "Broken Freedom Song", cantata da Roseanne Cash. "I Do Believe" vira verso un country tipico, lasciando spazio al corale "Keep On The Sunny Side" con la famiglia Carter al gran completo. Intenso, poi, un duetto con Rosey Nix per la cover di "Father And Daughter (Father And Son)" di Cat Stevens. E' l'anima folk scoperta anni prima grazie a Dylan che riemerge anche nella delicata "Christal Chandeliers And Burgundy".
All'inizio del 1975 un grave lutto sconvolge la famiglia Cash: il 22 gennaio muore il padre di June, Ezra "Eck" Carter. I due si chiudono in un religioso silenzio, rotto soltanto dal tenero album The Johnny Cash Children's Album (Columbia, 1975). Il disco, al di là dei buoni propositi da focolare domestico, risulta assolutamente melenso, rimpinzato di filastrocche come "I Got A Boy (And His Name Is John)" e "Miss Tara". Sono brani buonisti, senza alcuna pretesa artistica, piccoli ritratti country come "Nasty Dan" e "One And One Makes Two" o brevi stomp come "Call Of The Wild". "Dinosaur Song" cerca di far imparare divertendosi, ma numeri come "Little Magic Glasses" affondano in un mare melenso difficile da sopportare.
Il momento difficile si ripercuote anche sugli esiti commerciali dei dischi di Cash, assenti dalle classifiche pop fin dal 1972. La Columbia appare piuttosto turbata dal calo generale delle vendite, decidendo di intervenire più decisamente nella scelta dei brani da incidere.
In Precious Memories (Columbia, 1975), ci sono così alcuni must di un ascolto piacevole e massificato: il mellifluo orchestrale di "Amazing Grace", il canto natalizio di "Rock Of Ages" e la melassa pop di "The Old Rugged Cross". L'idea iniziale di Cash è quella di confezionare un altro disco dal sapore gospel, sulla scia di "Hymns From The Heart". "Softly And Tenderly" e "In The Sweet By And By" sono, infatti, brani corali a testimonianza di una vena liturgica e introspettiva. La mano della Columbia, tuttavia, aggiunge zucchero a cucchiaiate, rendendo il disco scialbo come tanti e seppellendo tra i suoi solchi due intimi gioielli folk come "Just As I Am" e "Father Along".
Nel settembre 1975, Cash si imbarca per una tournée europea, seguita da un giro di concerti giapponesi. La Columbia continua a sfornare album, inseguendo un successo commerciale che pare ora un pallido ricordo. Nemmeno Look At Them Beans (Columbia, 1975), infatti, riesce a risollevare le sorti di un artista amato come pochi, ma in declino come tanti in seguito ai cambiamenti radicali che fermentano nell'underground musicale. Troppo anacronistiche, dunque, le classiche svisate country come "Texas, 1947" o l'ennesimo numero barrelhouse di "Beer Drinking Song". E non vanno certo a lasciare il segno i fiati soul della title track o lo spirito da storyteller in "All Around Cowboy", incapaci di dare una direzione precisa sia al disco che alla carriera di Cash.
A conferma di questo declino artistico, l'album live Strawberry Cake (Columbia, 1976), registrato in presa diretta durante un concerto al Palladium di Londra. L'artista afferra con decisione il suo glorioso passato, raccontando al pubblico britannico la genesi di canzoni per la maggior parte provenienti dal periodo Sun. Accolto da applausi scroscianti, Cash dà vita a un piccolo revival, a partire da "Big River" per proseguire con "Doin' My Time" e "I Still Miss Someone". E' una dimensione intima, da storyteller navigato, che si fregia di ballate toccanti come "The Church In the Wildwood" e "Strawberry Cake". Il ritmo accelerato di "Rock Island Line" è coinvolgente come un tempo, ammorbidito solo dai ritmi country di "Navajo" e "Destination Victoria Station". Un concerto riuscito, se visto come cartolina dai tempi che furono.
House of Cash
Il 1976 è un anno importante per gli Stati Uniti perché si festeggia il bicentenario della nascita della nazione con la Dichiarazione d'Indipendenza ratificata il 4 luglio. Johnny Cash è richiestissimo e inizia le sue attività di festeggiamento con uno special tv su Nbc per celebrare i duecento anni del circo americano. Successivamente, tiene un concerto di beneficenza per il Bicentenarial Freedom Train, fino al 4 luglio dove partecipa come gran maresciallo durante la parata a Washington. A trainare l'entusiasmo nazionalista, esce un singolo, "Sold Out Of Flagpoles", che cerca di caricare il popolo di un entusiasmo ormai perduto dopo lo scandalo Watergate. E', tuttavia, un secondo brano, "One Piece At A Time", a salire finalmente in classifica con una storia improbabile su un operaio che costruisce una macchina nuova partendo da pezzi rubati da una catena di montaggio.
Il successo di questi due singoli non riesce a costruire un disco degno d'interesse: One Piece At A Time (Columbia, 1976) è, infatti, soltanto un'ammucchiata di brani senza particolare verve. "Let There Be Country" scivola via nel suo andamento corale, conducendo all'altare la title track, buona per i palati più nostalgici con il suo galoppo western. Della stessa pasta, "Michigan City Howdy Do" che si abbina bene con i ritmi spensierati di "Sold Out Of Flagpoles". A Cash pare non importare, prolifico come pochi nella storia della musica: "Committed To Parkview" e "Go On Blues" sono semplici divertissement e, forse, in questo momento, basta davvero così.
Johnny Cash sembra finalmente un uomo felice, soddisfatto di quello che ha conquistato con estrema fatica. La sua vita trascorre serena, sempre più rilassata soprattutto alla Cinnamon Hill Great House, villa coloniale del Settecento a Montego Bay, in Giamaica.
Testimonianza acustica di questa felicità interiore è The Last Gunfighter Ballad (Columbia, 1977) che si impreziosisce di brani melliflui e tranquilli, basati su melodie orecchiabili come quelle della title track e di "Ballad Of Barbara". Cash torna, soprattutto in "I Will Dance With You" e "You're So Close To Me", allo stornello country, reso ancora più tenue dal mezzo orchestrale "Far Side Banks Of Jordan" con June Carter. Meglio, tuttavia, il country acustico di "Ridin' On The Cotton Belt" o la corale "That Silver Haired Daddy Of Mine", registrata insieme al fratello minore Tommy.
A maggio, Bill Hamon, preside della Scuola cristiana internazionale di teologia, consegna a Nashville una laurea di primo livello a Johnny Cash, in occasione di una cerimonia alla House Of Cash. Viene consacrato ministro del culto, capace ormai di battezzare e di officiare i matrimoni di alcuni amici stretti. Molti artisti che un tempo lo avevano trattato come un'autentica leggenda, ora lo definiscono uno "svenduto alla religione", preferendo di gran lunga l'outlaw drogato e alcolizzato al servo del Signore. Johnny sente il peso di quest'anima doppia, bisognoso di un equilibrio come figura pubblica, incapace di piacere contemporaneamente ai due lati della sponda morale e spirituale. E i suoi dischi non lo aiutano di certo: The Rambler (Columbia, 1977) è un altro lavoro che non riesce a riportare luce sulla carriera di un artista che soffre sempre di più il tempo che passa. Eppure, l'idea che c'è alla base dell'album non è priva di un certo fascino: Cash interpreta il vero uomo della strada, chino sul volante a macinare chilometri sulle highway e pronto a far salire a bordo l'umanità più varia, dal fisherman alla cowgirl. Qui, il senso narrativo dei dialoghi che si inseriscono tra un brano e l'altro, dall'iniziale blues per pianoforte di "Hit The Road And Go" alle marce solenni di "No Earthly Good" e "My Cowboy's Last Ride". Sono gli episodi migliori di un album altrimenti fiacco come altri, al di là dell'intelligente struttura narrativa.
Tra la fine del 1977 e l'inizio del 1978, Johnny Cash attraversa per la prima volta da quando ha abbracciato la fede un periodo di difficoltà emotiva e spirituale. Mentre dall'Inghilterra impazza il furore sonico del punk e delle rivolte stradaiole, il Grande Americano smette di frequentare l'Evangel Temple, incapace di conciliare la sua stessa fama con la voglia di sobrietà religiosa. La sua idea di mettere su una congregazione presso la House Of Cash deve fare i conti con i fiumi di fedeli che arrivano per vedere la star del country e non il ministro del culto. Johnny è così sempre più tentato da una vecchia conoscenza: la droga. Inizia a scroccare pillole ai musicisti con cui lavora e, ben presto, si ritrova con una dipendenza forse ancora più forte di quella degli anni 60. Solo che ora non pensa al sesso occasionale o ai continui concerti per guadagnarsi fama e gloria, ma all'apostolo Paolo e alla sua saggezza. Nel frattempo, il 16 agosto, Elvis Presley passa a miglior vita dopo un cocktail fatale di undici farmaci diversi. Cash, che ha condiviso con il Re palcoscenici, manager e produttore, non pare particolarmente scosso dalla notizia. Forse perché le droghe l'hanno reso nuovamente distante, imprevedibile ed egoista. "Ho perso il contatto con Dio", dichiara nel 1978.
Senza il tocco divino, tuttavia, Johnny se ne esce con uno dei dischi meglio riusciti degli ultimi anni: I Would Like To See You Again (Columbia, 1978). Parte del merito è di Waylon Jennings, altro fuorilegge della country music, che toglie la polvere dagli stilemi finora ripetuti alla nausea da Cash, ridando grinta vitale ai suoi accordi. In coppia con Jennings, l'uomo in nero ritrova la profondità acustica di "I Wish I Was Crazy Again", accelerando con il sublime country-rock di "There Ain't No Good Chain Gang". La partnership artistica ha un effetto benefico su tutto il disco, a partire dalla title track, dolente ballad, fino all'inno corale di "I'm Alright Now".
Nel mezzo, Johnny si riscopre saggio storyteller, raccontando ancora le leggende degli outlaw in "Who's Gene Autry?" con un piglio narrativo degno del miglior Bob Dylan ("Abner Brown").
Servivano forze fresche e sono arrivate.
Estate 1978. Una gloriosa pagina del country a stelle e strisce si chiude repentinamente: Mother Maybelle e Sara Carter salutano questo mondo, ultime testimonianze della formazione originaria della Carter Family. Cash perde due colleghe, ma, soprattutto due amiche. La Columbia risponde pubblicando la terza parte di Greatest Hits, Vol. 3 (Columbia, 1978) che pesca soprattutto dagli ultimi album di Johnny.
Dopo la buona riuscita del disco in compagnia di Jennings, Johnny riesce in un inaspettato bis, pubblicando Gone Girl (Columbia, 1978). Il disco è sì una rincorsa agli stili che l'hanno reso leggenda, ma allo stesso tempo offre un piccolo repertorio di canzoni da ascoltare più di una volta. La title track è scritta da Jack Clement e si abbina con la melodia di "The Diplomat", antipasto a un sound che si irrobustisce con i solchi. Cash spinge sull'acceleratore, con il rockabilly scanzonato e nostalgico di "I Will Rock And Roll With You" e la febbrile cover di "No Expectations", dal capolavoro rollingstoniano "Beggar's Banquet". "It Comes And Goes" vira ancora in barrelhouse, accompagnata dalla bandistica "Cajun Born". Intima, poi, l'acustica di "The Gambler" e l'ode pianistica "Song For The Life", uscita poco prima sul primo album di Rodney Crowell.
Il blues della cocaina
La Bear Family Records è un'etichetta indipendente con base in Germania, specializzata nella pubblicazione di materiale rimasto inedito, soprattutto a partire dagli anni 50 tra country e rock and roll. Nel 1978, proprio mentre Johnny Cash ritorna a un'esistenza drogata e solitaria, esce il primo di tre album che guardano a un passato ormai quasi remoto, agli inizi di un ragazzotto baldanzoso e sbruffone, strappato alla Sun dalla sua prima grande madre discografica. The Unissued Johnny Cash (Bear Family Records, 1978) presenta innanzitutto un pugno di gioielli tratti dalle session per "Fabolous Johnny Cash", primo album registrato con la Columbia. Sono gli albori del galoppo country di "Mama's Baby" e "Cold Shoulder", tinto di blues ("Fool's Hall Of Fame") nello splendido fraseggio acustico di "Walkin' The Blues". E' il primo grande Cash, romantico come in "So Do I" e "I'll Be All Smiles Tonight", cantastorie nato, perso tra i solchi di "The Fable Of Willie Brown". Un disco che è un prezioso viaggio a ritroso, alla riscoperta di uno dei più cristallini talenti della musica americana.
Seconda puntata della trilogia retrospettiva, Johnny & June (Bear Family, 1978) raccoglie in particolare alcuni duetti inediti con la moglie June Carter. Il country di "How Did You Get Away From Me" si mescola, così, con i ritmi esotici di "Adios Aloha" e la grinta di "Cotton Pickin' Hands". Gli episodi migliori, tuttavia, sono quelli che vedono il solo Cash alla chitarra, tra un barrelhouse romantico ("The Baby Is Mine") e il western orchestrale di "Thunderball", pensato come colonna sonora di James Bond. Brillante la cover di "One Too Many Mornings" di Bob Dylan, seguita dal boom-chika-boom che l'ha reso una leggenda, con "Smiling Bill McCall" in odore di santità country-rockabilly.
A chiudere poi il trittico, ci pensa Tall Man (Bear Family, 1979) che non riesce, tuttavia, a presentare brani all'altezza dei precedenti. La title track è un doo-wop allegro e senza pretese, seguito a ruota dalla quasi bandistica "Besser So Jenny Jo". A convincere, solo il piano blues di "The Sound Of Laughter" e il country solitario di "Engine 143". Segno che, forse, l'etichetta tedesca ha esaurito le sue scorte di piccoli gioielli sonici.
Nel 1979 la Columbia Records decide di festeggiare il venticinquesimo anno di attività di Johnny Cash, affidandolo alle cure del produttore canadese Brian Ahern, già con Emmylou Harris. Gli anni sono, in realtà, ventiquattro (dal primo singolo per la Sun) e si intuisce abbastanza chiaramente che quella della Columbia è un'operazione di mercato per tentare di rimettere in vendita un artista in declino, troppo legato a un sound che lo ha reso sì leggenda, ma anni e anni prima.
In Silver (Columbia, 1979) viene quindi smorzato il classico boom-chicka-boom, in favore di toni più ripuliti e arrangiati in maniera meticolosa. "The L & N Don't Stop Here Anymore" è, ad esempio, una tradizionale ballata western, solo più scintillante, arricchita da un violino quasi celtico. La mano del produttore si fa sentire, soprattutto nel rendere meno impastata la voce di Cash che, nello stomp "Bull Rider", pare riacquistare una limpida verve narrativa. E' un disco strano, certamente ripulito, ma pieno di canzoni sopra la media, degne del migliore degli outlaw. "(Ghost) Riders In The Sky" cerca l'epica, accompagnata dalla marcia cadenzata di "West Canterbury Subdivision Blues". "Muddy Waters" ritrova il sapore agre di certi velenosi blues di frontiera, mentre "I'm Gonna Sit On The Porch And Pick My Old Guitar" è una sorta di stornello serale, da suonare con pochi intimi se non con se stessi.
"Silver", alla fine, riesce nel suo intento, entrando nella Top 30 dei dischi più venduti e addirittura al numero due di quella dei singoli con "Ghost Riders In The Sky". Non solo: il disco è l'ultimo con l'apporto del basso di Marshall Grant, licenziato all'inizio del 1980 per "divergenze artistiche" con Johnny. E in parte questo è vero, vista la fermezza con cui Cash si impegna a modificare il suo classico sound galoppante, troppo vecchio all'alba di un decennio che stravolgerà parecchie cose in ambito musicale. Grant è vecchio, antico, ma soprattutto vuole controllare in modo razionale la vita di Johnny, credendo di essere l'unico insieme a June a poterlo salvare dalle droghe. Un vero e proprio manager, in pratica, che si vede arrivare diverse lettere di benservito, a detta sua "molto scortesi".
Il licenziamento di Grant, quindi, fa parte di un tentativo generale di svecchiamento artistico, accolto con sollievo dalla Columbia quando a uscire sono dischi come Silver. Il problema emerge, tuttavia, quando Cash comunica all'etichetta la sua intenzione di pubblicare addirittura un disco doppio, tutto a base di gospel. A Believer Sings The Truth (Columbia, 1979) viene inizialmente rifiutato dalla Columbia, affidato alle cure editoriali della Cachet, di proprietà dello stesso Cash. Si tratta di un magniloquente doppio album, diviso in quattro lati e ricco di lodi al Signore in formato country-gospel. Un passo indietro rispetto alle amare ballate di Silver e apparentemente un controsenso nella biografia di un artista ricaduto nelle mani di Satana e delle sue abbondanti droghe pesanti. Cash sembra voler nuovamente insistere sulla sua immagine di "Cristiano Rinato", sciorinando filastrocche di preghiera come "Wings In The Morning" e "Oh Come Angel Band". La sua missione è di comporre nuovi ritmi per Gesù ("Gospel Boogie" e "Old Chunk Of Coal"), abbandonandosi a intimismi acustici come quello di "Children Go Where I Send Thee".
L'atmosfera corale di certi brani, su tutti "When He Comes" e "Lay Me Down In Dixie", rendono perfette le partecipazioni delle varie June Carter, Cindy e Roseanne Cash per tentare di ritrovare non solo la strada divina, ma anche quella perduta della grande famiglia del country religioso americano.
Nell'ottobre 1980, Johnny Cash ha quarantaquattro anni ed è la persona più giovane in assoluto a entrare nella prestigiosa Country Music Hall Of Fame, dichiarando ai presenti di essere pronto a tener duro a livello artistico, sperando di poter tener testa a tanti ancora per qualche anno.
Rockabilly Blues (Columbia, 1980) è di fatto il suo tentativo di riprendere una fetta prestigiosa della tradizione americana, il rockabilly che tanto ha avuto fortuna negli anni 50. L'azzardo, in effetti, sta proprio qui, nel riproporre trent'anni dopo (e dopo il punk) un genere al massimo buono per i nostalgici. A poco, dunque, serve la produzione di Earl Pool Ball che aiuta Cash a lavorare di armonica a bocca ("Cold Lonesome Morning" e "Texas 1955"), sempre attento al ritmo del country di "Without Love" (scritta da Nick Lowe, con Dave Edmunds alla chitarra) e alla melodia di "It Ain't Nothing You Babe". Meglio quando a comporre è un talento più fresco (quello di Kris Kristofferson in "The Last Time", ma in sostanza nulla di rilevante, almeno non per tornare davvero in pista come protagonista.
All'alba di un nuovo decennio, il leggendario outlaw pare privo di idee fresche, costretto a ripiegare, dopo l'ennesimo passo falso di un disco rockabilly, su uno dei più classici temi, quello del Natale. Classic Christmas (Columbia, 1980) è un album infarcito di tessiture orchestrali e cori per un pugno di banalissimi canti festivi, da "Silent Night" a "Joy To The World". Basta questo per spiegare il momento di difficoltà artistica di Cash.
Uomo della strada
Nel 1981, Johnny Cash tenta inutilmente di tornare a una ribalta artistica ormai divenuta quasi anacronistica. The Baron (Columbia, 1981) è l'ennesima prova d'autore, affidata alle esperte mani del produttore Billy Sherrill, veterano di Nashville e di un sound country-pop. Il risultato del suo lavoro, tuttavia, non soddisfa Cash che più tardi si pentirà di aver realizzato un disco così fiacco, a partire dall'orribile videoclip del singolo apripista. Ne viene fuori un country piatto e artificiale (la title track su tutte), affogato nella melodia di "Mobile Bay", tutto cosparso di salsa sintetizzata ("The Hard Way").
Per esorcizzare il momento duro nella sua vita musicale, la Columbia decide di pubblicare un'altra raccolta, Encore (Columbia, 1981), che, tuttavia, copre proprio il suo ultimo periodo. Spicca l'unico brano inedito, "Song Of The Patriot", tra banjo, ritmo militaresco e atmosfere irlandesi.
A giugno, Cash è in tournée in Australia, poco prima di un'altra cattiva notizia: Marshall Grant gli fa causa per 2,6 milioni di dollari, accusandolo di inadempienze contrattuali e diffamazione. L'ex-bassista afferma che Johnny gli ha promesso centomila dollari l'anno fino alla fine della carriera, anche se il pubblico ministero dichiarerà che i due non sono mai stati soci in affari e che Grant è stato licenziato per assenteismo e mancanza di professionalità. I problemi non finiscono qui: alla fine dell'anno, Cash viene attaccato da uno struzzo del suo zoo personale presso la casa sul lago. L'uccello, battezzato Waldo, gli fracassa alcune costole, costringendolo a un periodo di degenza a base di analgesici. Ovviamente, Johnny ne prende sempre qualcuno in più.
Prima di partire per la tournée australiana, Cash si esibisce a Stoccarda dove, per caso, incontra i due veterani del rock and roll, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins (anche loro in Germania per un giro di concerti). Questi ultimi decidono, a sorpresa, di raggiungere Johnny sul palco, per uno show da antologia della musica. The Survivors Live (Columbia, 1982) è, appunto, la cronaca del meeting tra "sopravvissuti" del primo rock americano, tra grandi classici e brani meno conosciuti. A non mancare sono, ovviamente, "Get Rhythm", "Whole Lotta Shaking Going On" e "Blue Suede Shoes", colonne soniche delle carriere dei tre musicisti. Attorno a queste, il country di "I Saw The Light" (Hank Williams) e il ritmo di "Matchbox" (Carl Perkins), per finire con l'inno gospel di "Peace In The Valley". Le esecuzioni sono imbolsite dagli anni, infarcite dei canoni tradizionali a stelle e strisce, per un revival nostalgico (ma alla fine efficace) tra leggende sulla via del tramonto.
Alla fine del 1981, la famiglia Cash decide di passare un po' di tempo a Cinnamon Hill per il Natale. Proprio nel momento di mettersi a tavola, i commensali vengono presi in ostaggio per quattro ore da tre rapinatori armati che, alla fine, scappano via con un bottino del valore di cinquantamila dollari. I banditi vengono presi successivamente, con il primo ministro giamaicano Edward Seaga a scusarsi personalmente con Cash.
Prodotto dall'amico di sempre Jack Clement, The Adventures Of Johnny Cash (Columbia, 1982) è un altro disco che tenta di riprendere la scalata al successo, senza centrare l'obiettivo. L'album risuona troppo nella sua eco, andando ad appiattire brani potenzialmente di un certo valore. "I Been To Georgia On A Fast Train" ha un discreto ritmo, fregiato di un inutile coro yodel iniziale; "Fair Weather Friends" e "Sing A Song", invece, tentano la via della profondità canora, meritando almeno la menzione. Buoni poi, certi numeri bluegrass come "Good Old American Guest" e "Ain't Gonna Be A Hobo No More", forse il brano migliore di tutto l'album.
Verso la fine del 1983 Johnny Cash è un autore sempre meno prolifico, autore di appena cinque brani negli ultimi cinque album pubblicati dalla Columbia. L'ultimo di questi, Johnny 99 (Columbia, 1983) presenta un quasi inspiegabile paradosso: Cash il maestro si ritrova a emulare la straordinaria verve lirica di Bruce Springsteen, ispirato dalle stesse registrazioni di Johnny nel suo nuovo disco, "Nebraska". Cash il maestro, dunque, a rifare le scarne e cristalline "Johnny 99" e "Highway Patrolman", alla sua maniera, ovviamente. Prodotto da Brian Ahern - che continua il suo lavoro di svecchiamento della musica dell'ormai ex-outlaw - il disco finisce per convincere, almeno in intensità. A parte il folk delle due gemme springsteeniane, Cash vira in blues con "That's The Truth", seguito dallo spoken di "God Bless Robert E. Lee". In alcuni pezzi, tuttavia, emergono vecchie tentazioni melliflue ("Joshua Gone Barbados"), per fortuna rese emozionanti dal finale di "I'm Ragged But I'm Right". Il problema di fondo resta in piedi, al di là dell'album riuscito: la penna di Johnny è sempre più arida.
E la situazione non è delle migliori anche per quanto riguarda la sua salute psico-fisica. Nel novembre 1983, a Nottingham, ha delle allucinazioni da alcol e droga, convinto che oltre la parete della stanza d'albergo ci sia un letto a sorpresa. Inizia a battere talmente forte contro il muro che si gonfia una mano, facendola infettare. Verrà sottoposto a intervento chirurgico di ritorno a Nashville prima di scoprire di soffrire di emorragie interne e di dover togliersi via duodeno e parti di milza, stomaco e intestino. La famiglia Cash è tutta per lui, ma lo rimprovera profondamente per lo stato in cui ha gettato tutti i suoi cari a causa dei suoi comportamenti egoistici da drogato.
Johnny alla fine acconsente al ricovero al Betty Ford Center di Rancho Mirage, in California, per intraprendere la filosofia dei "dodici passi" e disintossicarsi. Ci resta per quasi due mesi, pronto a rinascere ancora una volta a nuova vita.
Durante il Natale del 1984, Cash presenta uno speciale televisivo dalla Svizzera, con ospiti d'eccezione come Waylon Jennings, Willie Nelson e Kris Kristofferson. E' qui, a Montreux, che nasce l'idea di formare un supergruppo di musica country, successivamente noto come Highwaymen. Dall'Europa l'idea si sposta a Nashville, dove viene realizzato in studio l'album Highwayman (Columbia, 1985). Il disco viene accolto con grande clamore dal pubblico, arrivando al numero uno delle classifiche country e, certamente, le stelle che vi partecipano sono di prima grandezza. Molto rumore, tuttavia, si traduce spesso in nulla e il lavoro a otto mani non convince, appiattito da una produzione in classico stile eighties. A parte l'epica iniziale della title track e di certi numeri corali come "The Last Cowboy Song", l'album scivola via senza evidenziare alcunché di effettivamente spettacolare, particolarmente compassato quando si tratta di numeri come "Committed To Parkview" (Cash) e "Desperados Waiting For A Train". Più divertenti, la versione country di "Big River" e il ritmo di "Welfare Line". Per il resto, sembra di assistere a quattro vecchie leggende americane che proprio non hanno altro da fare nella vita.
The Mercury Years
Tra la fine del 1984 e l'inizio del 1985, la Columbia Records pare non essere più interessata al futuro della carriera di Johnny Cash. L'ultimo disco con il supergruppo Highwaymen ha dimostrato che il successo può essere inseguito solo se insieme ad altre vecchie leggende del country, non con vagonate di dischi da solista, magari pieni di cover. La goccia che fa traboccare il vaso è l'album Rainbow (Columbia, 1985) che passa completamente inosservato sia artisticamente che a livello commerciale. Cash continua a orbitare intorno ai suoi recenti compagni di band, interpretando la melodia di "Here Comes The Rainbow Again" e "Casey's Last Ride", entrambe dalla penna di Kris Kristofferson. "You Beat All I Ever Saw" ospita la voce di Waylon Jennings, ma non basta a confezionare un disco convincente, soprattutto alla luce della scialba cover di "Have You Ever Seen The Rain" dei Creedence Clearwater Revival. Il disco vende a stento ventimila copie, convincendo così la storica etichetta a dare il benservito al vecchio pupillo Johnny Cash.
Verso la fine del 1985 Cash è alle prese con il film "The Last Days of Frank and Jesse James", con gli stessi Kristofferson e Waylon Jennings. Il 23 dicembre, tuttavia, arriva un evento che sconvolge ancora la sua vita: all'età di ottantotto anni muore suo padre, Ray Cash. Con la dipartita del pater familias, Johnny matura sentimenti ambivalenti, da una parte segnati dall'astio nei confronti di un forte e violento potere gerarchico, dall'altra ammorbiditi con il tempo, quasi sconfinati nel rispetto. Dopo il divorzio di ben tre delle sue figlie, Johnny Cash "padre" decide di dedicare più tempo al piccolo John Carter, per evitare gli stessi errori di sempre.
Nel frattempo, liberato dalle pressioni commerciali della Columbia, l'Uomo in Nero decide di dare ancora una volta sfogo alle proprie pulsioni religiose, pubblicando per l'etichetta cristiana Word l'ennesimo disco di gospel. Believe In Him (Word Records, 1986) è, tuttavia, anche l'ennesimo polpettone religioso, condito a non finire con lodi al Signore e arrangiamenti artificiali degni dei peggiori anni 80. L'iniziale title track ne è un ottimo esempio, seguita dall'orchestrale biblico di "The Old Rugged Cross". Alcuni numeri preferiscono tessiture acustiche ("God Ain't No Stained Glass Window" e "Over There", ma rifacimenti come quello di "Belshazzar" non meritano nemmeno la menzione.
Nel marzo 1986, Cash porta a termine il suo ambizioso lavoro narrativo per "The Man In White", dedicato interamente alla vita e alle gesta di San Paolo. Il libro esce nello stesso momento in cui la Columbia gli comunica ufficialmente che non ci sarà per lui un rinnovo del contratto, dopo ventotto anni di fedele devozione alla causa dell'etichetta. Rick Blackburn, capo della casa discografica di Nashville, decide a malincuore che un artista che ha avuto il suo boom negli anni 50 non può piacere più ai ragazzi, bacino fondamentale del mercato musicale. Cash non piazza un disco nelle classifiche pop (quelle più appetitose) da dieci anni, continuando imperterrito a battere strade e stili sonici già sentiti da decadi. L'ultimo album ufficiale pubblicato dalla Columbia è Heroes (Columbia, 1986), registrato in coppia con Waylon Jennings. Anche qui si cerca di riportare alla vita il fruttuoso miscuglio di talenti del progetto Highwaymen, ma quello che viene fuori è semplicemente un gruppo di canzoni arrangiate in maniera modesta. I due virano verso una certa melodia di base, a partire da "Folks Out On The Road" per proseguire con il mandolino di "I'm Never Gonna Roam Again" e finire con la cover blanda di "One Too Many Mornings" di Bob Dylan. Nel mezzo, due ballad ("Heroes" e "The Ballad Of Forty Dollars") che nulla aggiungono al valore dei due attori sul palco.
Alla fine del 1985, Cash era tornato, per la prima volta in quasi trent'anni, nei vecchi studi della Sun Records a Memphis, per una riunione nostalgica con vecchie glorie del primo rock and roll come Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison. Uscito solo nel 1986, Class Of ‘55 (Polygram, 1986) è un album deprimente per molti aspetti, a cominciare dall'aspetto fisico in evidente declino delle quattro leggende della musica popolare americana. Cash e soci cercano di ricordare al meglio la stella di Elvis Presley, dedicandole "We Remember The King" (scritta per l'occasione a otto mani). Le canzoni sono, tuttavia, fiacche, stanche, incapaci di mordere come un tempo faceva una "Great Balls Of Fire" o una "Big River". Rimane la gioia dei presenti in studio e qualcosa da raccontare ai nipoti.
Alla metà degli anni 80, Cash sembra aver perso qualsiasi entusiasmo nel comporre e registrare musica, non certo aiutato dalla pessima figura fatta con l'ultimo singolo per la Columbia, "The Chicken In Black", dove si veste addirittura da supereroe in calzamaglia per il relativo video.
Come lato B, viene pubblicata "The Battle Of Nashville", chiaro attacco del musicista alla sua ormai ex-casa discografica. Johnny non fatica, tuttavia, a trovare un'altra pretendente, firmando nell'agosto 1986 con la Polygram Records a Nashville, per pubblicare i suoi futuri album con l'etichetta Mercury. Per l'occasione, Cash torna a lavorare con l'amato Jack Clement che gli presenta un fido tecnico del suono, David "Fergie" Ferguson.
Johnny Cash Is Coming To Town (Mercury, 1987) è così il primo disco del nuovo corso discografico, intriso di voglia di rivincita e di resurrezione artistica. I toni profondi di "Ballad Of Barbara" e "Let Him Roll" sembrano indicare una strada di impegno effettivo, ma sono soltanto poche luci, non paragonabili ai grandi dischi del passato. E' evidente, in pratica, che il vecchio Cash ha bisogno di un nuovo performer del country (l'Elvis Costello di "King Of America") per rispolverare lo stile di "The Big Light". E ci vuole ancora l'aiuto di Waylon Jennings per la pur ottima "The Night Hank Williams Came To Town". Una prova non da dimenticare, certo, tra toni swinganti ("Sixteen Tons") e beat insoliti ("Heavy Metal"), ma che risulta più o meno come l'ennesimo, estenuante tentativo di rimanere a galla in un mondo non più proprio. Quello che resta, ormai, pare l'uomo, l'intrattenitore, la leggenda.
Spinta dalla buona riuscita del primo album, la Mercury decide di sfruttare l'oceanico canzoniere di Johnny Cash, pubblicando la sua prima raccolta dal titolo Classic Cash: Hall Of Fame Series (Mercury, 1988). Il disco è una carrellata di successi del passato, solo deturpati con nuovi arrangiamenti sintetizzati, per renderli più appetibili al pubblico moderno. La nuova casa discografica intende, cioè, dimostrare a Cash di poterlo trattare in maniera molto più attenta rispetto alla Columbia, ma sbaglia su tutta la linea, snaturando completamente quelli che erano capolavori del country e del rockabilly, assolutamente non proponibili in chiave eighties.
Nello stesso anno esce Waters From The Wells Of Home (Mercury, 1988), album composto interamente da duetti. Per l'occasione viene rispolverata "Ballad Of A Teenage Queen", insieme alla figlia Roseanne Cash e alle voci degli Everly Brothers. Cash incontra le vocalità salmodianti di Emmylou Harris (nel country di "As Long As I Live") e della moglie June (nella ballad "Where Did We Go Right") prima di accelerare con il blues di "The Last Of The Drifters" (con Tom T. Hall) e la grinta di "Call Me The Breeze", insieme al figlio John Carter. Il disco è, tuttavia, povero di spunti significativi, ad eccezione della chicca scritta con Paul McCartney, "New Moon Over Jamaica".
Alla fine degli anni 80, Cash inizia ad accusare più di un colpo dopo un'intera vita passata in bilico, sul filo dell'autodistruzione. Nel 1987, durante uno show a Council Bluffs, Iowa, si interrompe alla seconda canzone per un problema coronarico. Viene portato fuori dal palco, dove i medici gli diagnosticheranno uno stato di ipertensione. Nel 1988, viene ricoverato a Palm Springs, California, per una laringite e poi a Nashville dove gli inseriranno un bypass. Cash racconterà di aver fumato una sigaretta mezz'ora prima dell'intervento. Ai giornalisti viene addirittura chiesto di iniziare a preparare necrologi.
Il suo ritorno sulle scene avviene all'Embassy Theatre di Fort Wayne, Indiana, prima di un tour europeo che lo porta a Parigi, dove suona nonostante le contrarie raccomandazioni dei medici.
Nel frattempo, la Mercury decide di pubblicare Boom Chicka Boom (Mercury, 1990), un ritorno in bello stile dei vecchi fasti del suo inconfondibile sound. L'iniziale "Backstage Pass" fa rivivere il ritmo saltellante degli esordi, seguito da numeri country di alta scuola, la cover di "Cat's In The Cradle" e la profondità di "Monteagle Mountain". Prezioso il rifacimento di "Hidden Shame" dal repertorio di Elvis Costello e la melodia tenera di "Harley". Non si tratterà di qualcosa di nuovo, ma almeno è un'iniezione di grinta nelle arterie di una carriera dispersa nel tempo che passa.
On the road again
"E' stata un'esperienza rivelatrice per me. Non voglio ripeterla più": sono le prime parole pronunciate da Johnny Cash dopo le sue difficili condizioni di salute che l'hanno portato a un'operazione di bypass per il blocco del novanta per cento delle arterie coronariche. Il suo ritorno al lavoro discografico è ancora insieme a Kristofferson, Nelson e Jennings per realizzare il secondo album con il supergruppo Highwaymen. Nonostante un forte dolore alla mandibola, nel marzo 1990 appare alla conferenza stampa di presentazione del disco, annunciando un imminente tour statunitense. Highwayman 2 (Columbia, 1990) è, tuttavia, un altro album riuscito soltanto in parte, completamente al di sotto delle grandi potenzialità di quattro cavalieri del country riuniti insieme. "Silver Stallion" e "Born And Raised In Black And White" sono ballate rurali come altre, con i toni che si addolciscono sempre più in "Two Stories Wide" e "We're All In Your Corner", quasi grondanti melassa sonica. Meglio il western di "American Remains", che almeno regala un po' di saggezza cantautoriale a tutto l'album. Per il resto, sembra che Cash, Jennings e soci siano troppo presi da se stessi per realizzare un'opera che risulti davvero corale.
Nel marzo 1991 viene a mancare Carrie Cash, adorata madre di Johnny, all'età di ottantasei anni. E' un altro duro colpo per il musicista che scoppia in lacrime durante il funerale, nel ricordo dell'unica persona che lo ha incoraggiato fin dai suoi primi tentativi con la musica.
Come per reagire a un sentimento diffuso di sconforto, Cash pubblica quello che poi sarà l'ultimo disco registrato per la Mercury Records. The Mystery Of Life (Mercury, 1991) offre spunti tra i meno peggio del lungo periodo di aridità creativa del musicista, leggermente più freschi degli altri per arrangiamento e piglio esecutivo. Cash recupera il galoppo di "The Greatest Cowboy Of Them All" per lasciarsi andare a numeri rockabilly ("I'm An Easy Rider" e una riuscita cover di "Wanted Man" di Bob Dylan) e bluegrass (la title track e "My Songs Again" con Tom T. Hall).
E' vero, tuttavia, che Cash continua a non riuscire a riprendersi da uno stato di insufficienza compositiva, dato che si riduce anche qui a riproporre "Hey, Porter" in versione moderna oltre che una "Man In Black" non troppo nascosta tra le righe di "Angel And The Badman".
Il disco non ottiene alcun successo commerciale e lo stesso Johnny ammetterà, in una sua biografia del 1997, che la Mercury decide di realizzarne la misera cifra di 500 copie.
Verso la fine dell'anno, Cash riceve il premio Living Legend ai Grammy Awards, prima di entrare nella prestigiosa Rock And Roll Hall Of Fame nel 1992. Sono, tuttavia, segni di stanchezza: Johnny ormai è un mito di un tempo passato, costretto a esibirsi in piccoli club in giro per gli Stati Uniti. Le cose vanno certamente meglio quando a entrare in gioco sono gli Highwaymen, che riempiono gli stadi di mezzo mondo tra il 1990 e il 1992.
Certamente non aiuta la pubblicazione di dischi come Johnny Cash Country Christmas (Delta, 1991) che contiene ancora una volta un'accozzaglia di canti natalizi completamente fuori fase.
Stesso discorso per Return To The Promised Land (Renaissance Records, 1992) che viene imbottito dei soliti sermoni biblici, inframezzati da gospel pomposi e già sentiti.
Cash sembra essere confuso, investendo in Cash Country, un parco a tema da realizzarsi presso Branson, Missouri. Il progetto viene portato avanti da un costruttore californiano, ma né i teatri previsti né le aree tematiche sulla musica e sui costumi americani arrivano alla luce.
Scoraggiato dalla dichiarata bancarotta del costruttore, Johnny decide di tornare a suonare dal vivo, giungendo in una particolare città europea in un particolare giorno di un particolare anno. 8 febbraio 1993.
American Recordings: il ritorno della leggenda
8 febbraio 1993. Johnny Cash arriva a Dublino, Irlanda, per una nuova tappa del suo tour europeo. Arriva a Dublino come una vecchia cariatide del country. Dopo il concerto, Bono degli U2 lo invita a fare un salto ai Windmill Studios, dove la band sta incidendo del materiale sperimentale insieme a Brian Eno, per un disco che dovrà risultare piuttosto diverso dal tipico sound dei quattro rocker. Il brano a cui Bono sta lavorando si chiama "The Preacher" e parla di un viaggio interiore ispirato all'Ecclesiaste. Cash dà ai versi liturgici di "The Preacher" la profondità necessaria e poi se ne torna in patria, pensando che il brano non verrà mai utilizzato dalla band. E invece sì, con il nuovo titolo di "The Wanderer", la canzone è l'ultima traccia dell'album "Zooropa" che arriva al primo posto delle classifiche angolofone ed espone il vecchio Johnny a un pubblico del tutto nuovo, quello monumentale dei fan degli U2.
27 febbraio 1993. Tornato da Dublino, Johnny Cash si esibisce in un piccolo ristorante a Santa Ana, in California. Dopo lo show, gli si fa vicino un personaggio alquanto strano, lunghi capelli neri e barbone, quasi un alcolizzato. "Signor Cash, sarei decisamente interessato a produrla", gli dice con fare sicuro. L'uomo in nero è stupito, soprattutto dall'aspetto bizzarro dell'uomo, ma rimane profondamente incuriosito dalla cosa. L'uomo bizzarro che sembra un alcolizzato si chiama Rick Rubin ed è proprietario dell'etichetta Def American Records.
Originario del Long Island, Rubin è un affamato di musica, amante del rock più aggressivo e duro, dagli Ac/Dc agli Slayer. Ha fondato insieme a Russell Simmons, impresario del mondo del rap, la Def Jam, etichetta che ha lanciato un nuovo modo di sintetizzare i ritmi più underground con l'heavy-metal. Rubin è particolarmente ricco, perché è riuscito a legarsi a dischi di estremo successo come "BloodSugarSexMagik" dei Red Hot Chili Peppers. Il produttore è alla caccia di un'avventura davvero stimolante, alla ricerca di un artista affermato da rilanciare all'attenzione del pubblico mondiale. Johnny Cash gli sembra perfetto, perché incarna quello spirito maledetto degli outsider che Rubin adora così tanto. Oltretutto, Johnny non è affatto contento del trattamento che la Mercury gli sta riservando, come se fosse un pezzo d'anticaglia sonica da pubblicizzare come tale. E alla fine accetta la folle proposta.
Rubin gli spiega subito che la sua intenzione è quella di farlo sedere su una sedia per registrare un numero di brani acustici: solo Johnny Cash e la sua chitarra. Casualmente, è la stessa idea che è venuta in mente alla leggenda del country: un pugno di canzoni folk scarne, che vengono solo dalle viscere e dal cuore. E così, tra il 17 e il 20 maggio del 1993, Cash arriva nel salotto di casa Rubin a Hollywood armato soltanto di una chitarra nera. Registra oltre trenta canzoni tra vecchi classici, cover e brani suggeriti dallo stesso produttore. Quello che emerge subito è che Johnny ha ritrovato all'improvviso il gusto di suonare quello che veramente ama. Il nuovo flusso di coscienza musicale funziona al di là di ogni previsione: Cash registra al 7 dicembre 1993 la bellezza di novantaquattro canzoni. E questo fornisce a Rubin una nuova idea: un concerto di soli brani acustici da tenersi al Viper Room di Hollywood, il locale più alla moda della zona di proprietà dell'attore Johnny Depp. Tre spettacoli di fila per mettere il vecchio menestrello del country davanti a un pubblico troppo giovane per ricordare ogni sua gloria passata. Trasformarlo in un esordiente assoluto per far girare la voce che Cash è bravissimo e mette il cuore della gente sopra una corda di chitarra. Gli spettacoli sono un successo assoluto e regalano a Rubin altro materiale su cui lavorare per quello che sarà il primo album di una serie.
Che American Recordings (Def American, 1994) sia un disco diverso lo si intuisce già dalla sua copertina. Cash troneggia nel mezzo di un campo selvatico, come un vecchio cantastorie mefistofelico, protetto da due cani (uno bianco e uno nero) che sembrano indicare il Peccato e la Redenzione. E di peccato e redenzione parla l'album, che non è un concept ma poco ci manca. Rubin ha la capacità di far emergere il lato più dolente di un uomo pervaso dai suoi anni, seduto su uno sgabello da solo, per mettersi completamente a nudo davanti al suo pubblico. L'assassinio di "Delia's Gone" è una sorta di dichiarazione d'intenti, per recuperare un'intimità perduta e iniziare a raccontarsi come in un memoriale del country e del folk. "Let The Train Blow Whistle" scivola via dolorosa, come un antico blues dell'anima, insieme al satanismo acustico di "Tennessee Stud", dal vivo al Viper Club, mecca dorata del nuovo jet set hollywoodiano, rapito dal silenzio assordante di un uomo in cerca di luce interiore. E da questo punto di vista è la struttura scheletrica di "The Beast In Me" a fare da magnete a tutto il disco, scritta da Nick Lowe per un Cash quasi in stato di grazia. Un Cash che ora sembra aver toccato non si sa quale grazia, trasformando "Why Me Lord?" di Kristofferson in un'accorata preghiera al Signore e, soprattutto, "Thirteen" (di Glenn Danzing) in un'ode magistrale alla libertà dell'uomo in catene, direttamente dai fasti della prigione di Folsom. Sono i panni dello storyteller navigato, luccicanti nella loro austerità, tra "Bury Me Not" e la splendida versione di "Bird On A Wire" di Leonard Cohen.
Il disco si chiude in tragedia, sulle note devastate e piangenti della cover di "Down There By The Train" di Tom Waits e soprattutto sulla nuova esibizione live di "The Man Who Couldn't Cry", toccante melodia dal repertorio di Loudon Wainwright. "American Recordings" rilancia la fiammeggiante luce delle tenebre interiori di Johnny Cash, tornato improvvisamente a nuova vita artistica grazie alla mano di un solo uomo, Rick Rubin.
La stampa di settore si rivela entusiasta dell'album, rilanciando in maniera decisa le quotazioni di un autentico cantastorie americano, soprattutto tra gli ascoltatori più giovani e alternativi.
Il video di "Delia's Gone" vede la partecipazione della modella Kate Moss, aprendo la strada a una serie di esclusivi concerti in alcune dei locali più in voga degli States. A giugno, Johnny Cash si esibisce al prestigioso festival di Glastonbury, davanti a una folla di cinquantamila giovani. Andy Kershaw, dj britannico, lo annuncia definendolo un gigante della musica americana e un gigante d'uomo. Cash è visibilmente nervoso, ma si esibisce in uno show memorabile, suonando quattordici brani e mandando in estasi Glastonbury.
Nel febbraio 1995, American Recordings vince il premio Grammy come miglior album di folk contemporaneo. Nel frattempo, viene pubblicato il terzo album ufficiale degli Highwaymen. The Road Goes On Forever (Liberty Records, 1995) è con ogni probabilità il migliore lavoro partorito dai quattro, aperto dal sostanzioso rock springsteeniano di "The Devil's Right Hand" (scritto da Steve Earle). Il brano trascina un disco piuttosto robusto, quasi moderno nonostante l'età dei suoi protagonisti: "It Is What It Is" vira verso il rock-blues, spingendo sull'acceleratore. Ma non mancano gli stilemi classici della musica tradizionale americana. "Live Forever" splende come una piccola gemma acustica, mentre "Death And Hell" e la title track ricamano variazioni sul genere country. E non mancano le ballate, come "Everyone Gets Crazy" e "I Do Believe", che per una volta non annoiano l'ascolto, a impreziosire un disco ben fatto.
Il successo di critica e pubblico che accompagna American Recordings spinge Rubin a continuare la collaborazione con Cash. Anzi, mai come in questo momento appare chiaro che Rubin ha bisogno di Cash come Johnny del produttore che trasforma in oro tutto quello che tocca. In previsione di una seconda puntata delle "registrazioni americane", Rick Rubin decide di cambiare quasi completamente registro, evitando di ripetere il formato solitario in acustico del primo album. Ad affiancare Cash vengono così chiamati Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Flea dei Red Hot Chili Peppers e Lindsey Buckingham e Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac.
Definito un insieme di canzoni comode come un cappotto nero da lutto, Unchained (American Recordings, 1996) mescola in modo chirurgico il tocco nostalgico di un grande vecchio del country con il coraggio di un produttore alternativo come Rubin. Basta ascoltare per la prima volta la versione di "Rowboat", gemma acustica del giovane Beck Hansen trasformata da Cash in una sarabanda ritmica personalissima. O l'inimmaginabile cover di "Rusty Cage", da aggressivo sfogo grunge made in Soundgarden a diabolica sferzata blues tra acustico ed elettrico. Johnny la leggenda interpreta brani fuori dal suo tempo con la grazia di un veterano, adattandoli al suo spirito controverso, come accade nel gospel di "Spiritual" degli Spain di Josh Haden.
Ma Unchained non è soltanto Rubin che forza magnificamente Cash all'interno di stilemi non suoi, ma anche Cash che mostra a Rubin di non essere mai morto artisticamente, a costo di dover riprendere in mano brani antichi come una generazione. La cadenza saltellante di "Sea Of Heartbreak" aggiorna un hit di Don Gibson risalente al 1961, mentre la velocità furente di "Country Boy" torna al 1957 con un boogie supersonico tra western e folk-punk. L'artista provato dalla vita ha bisogno di sfogare i suoi temi più cari, come il legame e la liberazione, il peccato e la redenzione. E' la stessa title track, in questo caso, a rappresentare il vertice di un bisogno di essere libero, fino all'intima preghiera di "Meet Me In Heaven", speranza ultima per un mondo che verrà.
Intorno al cuore liberato del disco, una serie di brani di piglio e freschezza, dalla giravolta boogie-woogie di "Mean Eyed Cat" alla ballad "Southern Accents" (di Tom Petty), dal country romantico di "The One Rose" al rockabilly finale di "I've Been Everywhere".
Unchained non riesce a lacerare il cuore come American Recordings, ma pare più adatto a testimoniare la grandezza versatile di un cantastorie d'altri tempi.
L'uomo solitario
All'inizio del 1997, Johnny Cash intraprende prima un tour statunitense e poi uno in Europa, ma si accorge presto di non essere fisicamente in grado di affrontare il palco. A settembre, prima di uno show al Ford Theater di Washington D.C., c'è una riunione tra musicisti dove viene annunciato ufficialmente che la grande stagione dei concerti è finita, che saranno sempre di meno fino al termine ultimo dell'anno 2000. Non è così. Durante uno spettacolo a Flint, Michigan, Cash inciampa mentre tenta di raccogliere un plettro e poi annuncia al pubblico di essere affetto dal morbo di Parkinson. E' di fatto l'ultimo concerto intero di J. R. Cash.
La situazione precipita: il 29 ottobre viene ricoverato d'urgenza per una sorta di combinazione di polmonite, diabete e problemi nervosi. Entra in coma e ci rimane per dodici giorni. June Carter è disperata, chiede le preghiere dei fan di tutto il mondo. Alla fine Johnny si risveglia, ma gli viene diagnosticata la sindrome di Shy-Drager. Ovvero, gli rimane soltanto un anno e mezzo di vita.
E' un alone di tristezza e morte che circonda tutto quello che rimane del grande Johnny Cash che vive ormai quasi da recluso all'Old Hickory Lake. Nel gennaio 1988 muore l'amico Carl Perkins, poi Helen e Anita Carter. La vita sulla strada con il pullman del tour è finita e l'uomo in nero non può più sfogare la sua natura di cantastorie, sprofondando in una profonda depressione. Fisicamente, è ridotto ai minimi termini: è ormai sordo all'orecchio sinistro e semicieco dopo un attacco di glaucoma. A rincuorarlo, una serie di elogi pubblici alla sua musica, come quello fatto da Al Gore in occasione del Kennedy Center Lifetime Achievement Award. "Ha rivelato l'intera gamma dell'esistenza umana: fallimento e rinascita, catene e fuga, debolezza e forza, perdita e redenzione, vita e morte". Nel febbraio 1998, Unchained vince il Grammy come miglior album country.
Verso l'estate dello stesso anno, viene pubblicato VH1 Storytellers: Johnny Cash & Willie Nelson (American Recordings, 1998), lungo racconto in musica da parte di due autentici cantastorie americani. Ancora prodotto da Rick Rubin, il disco si apre in una dimensione intima, con Cash e Nelson che si presentano allo stesso modo, prima di attaccare una soffusa e sofferta "Ghost Riders In The Sky". I due si parlano, comunicando a se stessi e al pubblico aneddoti riguardanti un percorso compositivo lungo una, anzi due vite. Prima per "Worried Man" e "Don't Take Your Guns To Town" di Cash e poi per "Funny How Time Slip Away" di Nelson. E' uno scaldare progressivo delle chitarre acustiche, impreziosite dalla voce profonda dei due musicisti, uniti in maniera più coesa rispetto al progetto degli Highwaymen. La versione di "Flesh And Blood", infatti, spicca per intensità, a formare una trinità centrale con "Crazy" (Nelson) e "Unchained" dall'ultimo album con Rubin. A brillare, anche la dolente deriva di "Drive On", narrata dalla voce stanca di Cash, quasi opposta a quella squillante di Nelson nella sua "Me And Paul". Il disco si chiude con dolcezza, sulle note morbide di "I Still Miss Someone" e su una versione placidamente saltellante di "Folsom Prison Blues".
Nella primavera del 1999, il mondo della musica si riunisce alla Hammerstein Ballroom di New York per omaggiare Johnny Cash con un All-Star Tribute Concert. Tra gli altri, si esibiscono gli U2, Bob Dylan e Bruce Springsteen.
Ormai lontano anni luce da una vita di concerti in giro per il mondo, Cash vive rintanato in casa, trovando nuova ispirazione per la sua musica, non più tanto incentrata su temi classici come il peccato e la redenzione, quanto su un senso effimero della vita. Spinto ancora dal nuovo mentore Rick Rubin, l'uomo in nero incide quasi come un condannato a morte, con la collaborazione di altri prestigiosi amici come Sheryl Crow, Will Oldham e Tom Petty.
Verso la fine dell'anno, Cash interrompe le registrazioni per gli ennesimi ricoveri, giungendo a una lieta conclusione dei suoi travagli: non è affetto dalla letale sindrome di Shy-Danger. Johnny fa spallucce, convinto di aver vissuto una vita intensa, guidata da Dio. Quasi a rimarcare una sorta di trinità aleggiante sulla sua esistenza, nella primavera del 2000 viene pubblicato un prezioso cofanetto di tre dischi, intitolato Love, God, Murder (Columbia, 2000). A scrivere dentro il booklet per i tre album, June Carter Cash ("Love"), Bono ("God") e Quentin Tarantino ("Murder").
Nell'ottobre dello stesso anno, viene finalmente pubblicata la terza puntata della serie American Recordings, dal titolo American III: Solitary Man (American Recordings, 2000). Si tratta di un lavoro a metà strada tra l'intimismo disperato del primo album con Rubin e il luttuoso scintillare di "Unchained". Cash continua il suo viaggio nelle vertigini tenebrose della sua anima, tra una voglia irrefrenabile di essere libero e le catene della malattia, della morte incombente. E' in questa zona grigia che l'uomo in nero indossa per la prima volta i panni del solitary man, del cantastorie disperato che non ha più nulla se non i propri ricordi. Qui, una serie di stornelli desolati come "Lucky Old Sun" e "I See A Darkness", toccante versione della canzone di Bonnie "Prince" Billy. Cash ritrova certi racconti scheletrici come "Nobody", prima di celebrare il vuoto apocalittico con la cover di "The Mercy Seat" dal repertorio dei Bad Seeds di Nick Cave.
A seguire, un pugno di ballad scintillanti nella propria intima tragicità, dal country-pop di "I Won't Back Down" (da Tom Petty e Jeff Lynne) allo strazio pacato di "One" degli U2. Su tutte, il manifesto di "Solitary Man", trasformata a partire dalla penna di Neil Diamond in una riflessione sulla consapevolezza di essere ai margini di un percorso già compiuto e segnato dalla grazia divina.
Alla fine del 2000, Cash sa benissimo che gli rimangono pochi anni di vita. Decide, allora, di gettarsi a capofitto verso un nuovo album con Rick Rubin. Nel frattempo, la vecchia Columbia decide di svuotare i cassetti, pubblicando prima un antologia in due dischi - The Essential Cash (Columbia, 2002) - e poi una testimonianza dal vivo, precisamente un concerto tenutosi al Madison Square Garden di New York durante il 1969, a quattro mesi di distanza dallo storico concerto alla prigione di San Quentin. In At Madison Square Garden (Columbia, 2002) Cash viene accompagnato dall'amico Carl Perkins e dalla Carter Family, per un concerto che non arriva ai livelli di Folsom e San Quentin, ma poco ci manca. E' un'orgia dal vivo di generi cari alla tradizione a stelle e strisce, una sorta di carrozzone itinerante che spazia dai ritmi serrati di "Cocaine Blues" al rockabilly di "Big River". Uno show enciclopedico quanto incendiario, intagliato dalle stesse mani di una leggenda della tradizione musicale degli Stati Uniti.
American IV: The Man Comes Around (American Recordings, 2002) arriva nei negozi il 4 novembre del 2002 e diventerà particolarmente noto a tutti in quanto ultimo disco pubblicato da Cash nel corso della sua vita. Il risultato è ancora una volta titanico nel suo dolore agonizzante, a iniziare dalla title track, l'ultima riflessione acustica di un uomo spinto verso il divino, verso la fine della vita terrena. Si tratta di una delle ultime canzoni scritte da Cash, ad aprire un altro disco composto quasi interamente da cover, tutte alla nuova maniera di Rubin, stravolte rispetto alle versioni originali, per adattarle alla splendida voce spenta di Johnny. Come il tono disperato nella cartolina sanguinante del dolore di "Hurt", strazio in endovena a firma Trent Reznor, sgocciolato dal piano e dagli anni di una leggenda che sta per tornare alla polvere. Cash sembra divertirsi a rendere più tristi brani altrui, come nella ballad "Bridge Over Troubled Water" (Simon & Garfunkel), nella dolce e malinconica "In My Life" (Lennon) e nel folk-blues sinuoso di "Personal Jesus" (Depeche Mode) che diventa quasi un brano scritto da Cash perché cantato da Cash con la chitarra di John Frusciante.
L'album presenta numeri di impressionante e gelido impatto, nelle scheletriche "I Hung My Head" e "Saw Your Face", ma soprattutto nella versione con Nick Cave di "I'm So Lonesome I Could Cry". Cash sembra quasi appagato quando ricanta a distanza di anni "Give My Love To Rose", perché pare far uscire dalle sue labbra una maturità conquistata all'ultimo istante dell'esistenza. I traditional "Streets Of Laredo" e "Danny Boy" lo trasformano quasi in un crooner degli abissi, cantore di una vita che corre via velocemente e che prima o poi si presenta a chiedere il conto. Morale, fisico, artistico.
Redemption Songs
Dopo l'uscita di The Man Comes Around, John e June si ritirano nella casa di Cinnamon Hill, gustandosi in isolamento il grande successo di critica e pubblico del disco. Il video di "Hurt" tocca i cuori di migliaia di fan, definito da Rolling Stone uno dei videoclip più intensi ed emozionanti di sempre. L'album arriva sorprendentemente a vendere un milione di copie, primo disco di platino della sua sconfinata carriera. In Giamaica tornano i problemi di salute per Cash, costretto ad altri ricoveri prima e alla sedia a rotelle poi. Il medico gli ordina di non uscire di casa. June Carter si dedica anima e corpo alla situazione disperata del marito, svuotandosi di ogni energia rimasta nel proprio corpo. Il 28 aprile del 2003, viene ricoverata ed entra in coma. La sua fine è ormai segnata: a maggio, June Carter Cash si spegne, lasciando Johnny in uno stato di sconforto difficile da descrivere a parole.
Impossibilitato a reagire emotivamente in alcun modo, Cash decide di ributtarsi a capofitto nel secondo amore della sua vita, la musica. Purtroppo, non riesce più a cantare, né a leggere gli spartiti o memorizzare i testi. Incredibilmente, riesce a suonare sette brani al Carter Family Fold in Virginia, toccando oltre 1600 persone con un'ammissione straziante: "Il dolore è così forte che non c'è modo di descriverlo". Davanti alla lapide di June Carter, Johnny le dice: "Sto arrivando, tesoro".
Il 21 agosto 2003 suona in studio la sua ultima canzone, "Engine 143", che si conclude con i versi "più vicino a te, mio Signore". Cash inizia a sputare sangue la sera dell'11 settembre, subito ricoverato come decine di altre volte. Ma questa volta non torna indietro: il suo viaggio per la vita ultraterrena inizia alle due del mattino di venerdì 12 settembre 2003. Sulla sua lapide, accanto a quella di June, c'è scritto il versetto 14 del Salmo 19: "Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia roccia e mio redentore".
La stampa internazionale è unanime nel dipingere Johnny Cash come un grande uomo americano, un immenso artista che ha modellato le generazioni musicali a venire.
Appena due mesi dopo la morte di Cash, Rick Rubin decide di svuotare gran parte dei suoi cassetti sonici, per erigere un monumento in musica alla vita, all'arte e alla passione bruciante dell'uomo in nero. Descrivere nel dettaglio tutto quello che è contenuto nel cofanetto di cinque dischi Unearthed (American Recordings, 2003) risulterebbe alquanto azzardato, dal momento che le sue oltre quattro ore di musica sono quasi la summa creativa dell'uomo solitario dell'Arkansas. Cinque album per raccontare un percorso artistico e umano, tra caduta e redenzione, amore e isolamento. Cinque album per la storia di un uomo che non ha mai mollato la sua musica e la sua anima, al di là della leggenda, degli show televisivi, delle tournée e delle droghe. Il primo disco - "Who's Gonna Cry" - rappresenta la genesi del lutto, quel sapore acre del dolore che Cash è riuscito a raccontare con dovizia di particolari. Johnny il cantore degli emarginati, degli uomini che peccano e poi si pentono, della carne che sputa sangue. Si tratta di diciotto canzoni acustiche, realizzate alla scheletrica maniera del primo episodio di "American Recordings": la voce profonda e stanca di Cash seduta su uno sgabello, sola. "Long Black Veil" e "Flesh And Blood" sono scarnificate, rese così asciutte da sembrare lacrime fossilizzate. Sono lamenti folk e country, mescolati da antichi blues come quello di "I'm Going To Memphis". Su tutti, la riproposizione della funebre "Dark As A Dungeon", privata della foga ribelle della prigione di Folsom e arricchita dalla disperazione di un uomo che sta per morire.
Il disco secondo - "Trouble In Mind" - riprende un sentiero fatto di luce, reso elettrico dall'accompagnamento strumentale degli Heartbreakers di Tom Petty e di Flea/Frusciante dei Red Hot Chili Peppers. A sorprendere subito per lucidità, le splendide gemme dal repertorio di Neil Young, ovvero "Pocahontas" e "Heart Of Gold". Cash vira verso territori elettrici, frutto di un'esperienza decennale nel mondo del blues e del country più sostenuto. Da qui, "I'm A Drifter" di Dolly Parton e il rockabilly di "Brown Eyed Handsome Man" di Chuck Berry con la chitarra di Carl Perkins.
Il terzo disco - "Redemption Songs" - riprende in parte il formato acustico del primo, per raccontare in altre quindici tracce una storia fatta di squarci di buio e ampi lampi di luce. Cash si presenta come un "Singer Of Songs", accompagnandosi con le sue corde in un viaggio lento a ritmo di blues, folk e country music. "The L & N Don't Stop Here Anymore" sembra un diario di viaggio dal sentimento western, così come la cover di "Father And Son" (con Fiona Apple) è un'intima testimonianza d'affetto da parte di un uomo rinato più volte nel corso della sua vita. Rubin si diverte a coccolare il suo pargolo con una serie di brani che scivolano via come il divertissement di un'intera vita, dal banjo di "Chattanooga Sugar Babe" alla filastrocca "Cindy" (con Nick Cave), dal ritornello bluegrass di "Salty Dog" alla toccante versione di "You'Re My Sunshine". Su tutte, spicca il duetto con Joe Strummer per una sentita cover di "Redemption Song" di Bob Marley e "Big Iron", ballata di confine dall'ampio respiro country.
Il quarto disco - "My Mother's Hymnbook" - torna alla dimensione acustica in solitario, rimembrando con voce e chitarra gli antichi inni gospel cantati a un piccolissimo Johnny dalla madre. Cash torna a una dimensione intima, sussurrata, mai invadente, dimostrando di trovarsi maggiormente a suo agio rispetto alle cover moderniste proposte da Rick Rubin. Brani come "Where We're Never Grow Old" e "When The Road Is Called Up Yonder" sono come filastrocche liturgiche, cantata con tono di preghiera. "Do Lord" e "I'm A Pilgrim" testimoniano la svolta spirituale di Cash, dopo anni di eccessi e devastazioni interiori, ritrovato nella fede sul sentiero del gospel e della musica di matrice cristiana. Nell'ottica di un disco magniloquente che illustra tutti gli aspetti dell'artista e dell'uomo, si tratta di una piccola raccolta dovuta, perché Cash è stato sì un degno outlaw, ma anche un pastore della country music.
Per chiudere, il quinto disco - "Best Of American" - è un insieme di estratti dai dischi precedenti con Rubin, una serie di gemme tra tristezza e passione, dal funerale di "Delia's Gone" al sangue colante di "Hurt".
Termina così, dopo oltre quattro ore, un viaggio tra i più affascinanti nella musica popolare americana, tra i solchi di un artista seminale e mastodontico nella sua aura musicale.
Scomparso da ormai due anni, Cash entra lentamente nel firmamento delle leggende rock, aiutato non poco dal lungo testamento in musica di Unearthed, acclamato dalla critica come un capolavoro. Nel 2005 esce un altro grande cofanetto, questa volta senza inediti. The Legend (Columbia, 2005) copre quasi tutta la carriera di Cash, a partire dai primi vagiti countrybilly fino alla profondità di The Wanderer negli anni 90.
Nel 2006, la Columbia decide di svuotare ulteriormente i suoi cassetti, pubblicando un doppio album della durata di più di due ore, per circa 50 brani rimasti inediti e registrati presso lo studio personale di Cash alla House Of Cash tra il 1973 e il 1982. Personal File (Columbia/ Legacy, 2006) offre una vasta selezione di canzoni intime, create per lo più a partire dal classico abbinamento tra chitarra acustica e voce dolente. Si tratta dell'ennesima preziosa testimonianza sonica della lunga carriera dell'uomo in nero, incentrata su piccoli spezzoni di folk tradizionale e inni gospel. Cash riprende gli artisti che hanno formato la sua vita artistica, dal Rodney Crowell di "Wildwood In The Pines" ai tanto amati numeri della Carter Family, dalla dolcezza di "The Winding Stream" ai toni melliflui di "It Takes One To Know Me". Cinquanta canzoni per raccontarsi in maniera personale, come seduto davanti a un fuoco caldo e familiare, in modo da illuminare una zona poco conosciuta dello spirito creativo di Johnny Cash.
All'inizio di luglio del 2006, Rick Rubin decide di dare alle stampe l'ultimo capitolo della serie delle registrazioni americane. American V: A Hundred Highways (American Recordings/ Lost Highway Records, 2006) rappresenta per Cash un ritorno alle dimensioni intimamente spettrali del primo episodio di dodici anni prima. "Help Me" (di Larry Gatlin) e "If You Could Read My Mind" (Gordon Lightfoot) gocciolano accordi strazianti, in bilico tra oscuro folk da camera ed emozioni su corde di chitarra. A differenza degli ultimi episodi della serie con Rubin, Cash rinuncia a ospiti d'onore e cover famose per concentrarsi maggiormente sulle canzoni, come nel caso del magistrale stomp apocalittico di "God's Gonna Cut You Down" o della vellutata versione jazzy di "Like The 309". Il Bruce Springsteen ripreso da "Further On Up The Road" non è quello magniloquente di "The Rising", bensì quello rinchiuso di "Nebraska" e "The Ghost Of Tom Joad".
Non mancano poi numeri più rilassati e docili, come la tenera ballata country "Rose Of My Heart" e lo strimpello "Four Strong Winds", scritta dal canadese Ian Tyson. Mentre "On The Evening Train" ricorda ancora una volta la memoria artistica di Hank Williams, la nuova versione acustica di "I'm Free From The Chain Gang Now" arriva a commuovere, ultimo toccante atto di una lunga e indimenticabile vita tra note anfetaminiche e passioni indomabili.
Pacificato. Consapevole. Pronto. Questo è il ritratto di Johnny Cash che emerge dal sesto e, si presume, ultimo album della serie American Recordings, American VI: Ain't No Grave (2010), pubblicato in concomitanza con quello che doveva essere il settantottesimo compleanno del cantautore americano. Ogni canzone pare scelta per figurare un pensiero attinente agli ultimi anni di Cash. Guardando in faccia la morte. La sensazione che scaturisce dall'ascolto di queste parole cantate dalla voce del nostro, non più gagliarda come un tempo ma rotta dagli acciacchi di una vita, fa passare in secondo piano il fatto che quelle di "American VI" non siano le cose migliori edite dall'artista sotto l'egida di Rick Rubin.
Nonostante non regga il confronto con altri lavori, questo album però regala pezzi di assoluto valore; i rintocchi del folk-blues gravoso di "Ain't No Grave", l'orchestrazione discreta ma efficace della splendida "Redemption Day" (a firma Sheryl Crow), la delicatezza del romanticismo di quella "For The Good Times" che fu di Kris Kristofferson, la rinnovata bellezza del puro country di "I Don't Hurt Anymore" o la timida solarità di "Can't Help But Wonder Where I'm Bound", sono episodi che ci offrono ancora un grande Cash.
In definitiva, se Mr. Rubin (che pure non ci sembra il tipo) vorrà risparmiarci azioni di reiterato sfruttamento postumo, American VI: Ain't No Grave sarà l'ultimo canto di un artista fuori dal comune, un addio toccante come al solito, creato con quell'onestà e semplicità interpretativa che hanno reso Johnny Cash una delle cose più belle e sincere nella musica degli ultimi anni.
The End
God's Gonna Cut You Down
C'è un video dove un uomo barbuto mostra i suoi denti dietro oscuri occhiali da sole. Sta spiegando a chi guarda che Johnny Cash ha sempre indossato il nero per risultare più vicino ai poveri, agli emarginati. Come un'eco dalla prigione di Folsom, un suono secco, tribale, uno stomp luciferino. Si può correre per molto, molto tempo. Krist Kristofferson sta suonando la sua chitarra acustica in mezzo alla campagna. C'è un crocifisso e una parola che è diventata cruciale proprio negli ultimi anni di vita di una leggenda outlaw: redemption, redenzione. Prima o poi la mano divina ci taglierà via da questa vita. Bisogna dirlo a tutti, accompagnati da una voce calda, tremolante, arrochita dalle troppe sigarette e dalle veloci anfetamine. Una bionda si muove sinuosa, mentre il maledetto cowboy delle prigioni e del country va in ginocchio a parlare con l'uomo di Galilea. E' l'uomo di Galilea che ha chiesto a Johnny Cash di annunciare l'inevitabile apocalisse all'umanità? I peccatori, si sa, sono i santi più acclamati. Come Bono e Sant'Agostino. Solo Dio porterà alla luce ciò che viene fatto nell'ombra. Come l'opera immensa di Brian Wilson. Due uomini sono in piedi, in cappello da cowboy. C'è un precipizio a mare e un cielo terso. Un mazzo di fiori viene lanciato in aria. Per fare in modo che i suoi petali si disperdano nell'aria, uno per ogni sentimento narrato da Cash nella sua lunga, bruciante esistenza.
A Johnny (e scusa per i 5)
| Johnny Cash With His Hot And Blue Guitar (Sun Records, 1957) | 8,5 | |
| Sings The Songs That Made Him Famous (Sun Records, 1958) | 7,5 | |
| The Fabulous Johnny Cash (Columbia, 1959) | 7 | |
| Greatest! (Sun Records, 1959) | 7 | |
| Hymns By Johnny Cash (Columbia, 1959) | 6 | |
| Songs Of Our Soil (Columbia, 1959) | 6,5 | |
| Sings Hank Williams (Sun Records, 1960) | 6 | |
| Ride This Train (Columbia, 1960) | 7 | |
| Now, There Was A Song! (Columbia, 1960) | 5 | |
| Now Here’s Johnny Cash (Sun Records, 1961) | 6,5 | |
| The Lure Of The Grand Canyon (Columbia, 1961) | 5 | |
| Hymns From The Heart (Columbia, 1962) | 4,5 | |
| The Sound Of Johnny Cash (Columbia, 1962) | 6,5 | |
| All Aboard The Blue Train (antologia, Sun Records, 1962) | ||
| Blood, Sweat And Tears (Columbia, 1963) | 6,5 | |
| Ring Of Fire: The Best Of Johnny Cash (Columbia, 1963) | 6,5 | |
| The Christmas Spirit (Columbia, 1963) | 5 | |
| The Original Sun Sound Of Johnny Cash (Sun Records, 1964) | 7 | |
| I Walk The Line (Columbia, 1964) | 7 | |
| Bitter Tears: Ballads Of The American Indian (Columbia, 1964) | 7,5 | |
| Orange Blossom Special (Columbia, 1965) | 7 | |
| Sings The Ballads Of The True West (Columbia, 1965) | 7,5 | |
| Everybody Loves A Nut (Columbia, 1966) | 6 | |
| Happiness Is You (Columbia, 1966) | 5,5 | |
| Greatest Hits Vol. 1 (antologia, Columbia, 1967) |
| |
| Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter (Columbia, 1967) | 6 | |
| From Sea To Shining Sea (Columbia, 1968) | 5 | |
| At Folsom Prison (live, Columbia, 1968) | 9 | |
| Old Golden Throat (Columbia, 1968) | 6,5 | |
| Heart Of Cash (antologia, Columbia, 1968) |
| |
| The Holy Land (Columbia, 1969) | 5 | |
| At San Quentin (live, Columbia, 1969) | 8 | |
| More Old Golden Throat (Columbia, 1969) | 6 | |
| Hello, I’m Johnny Cash (Columbia, 1970) | 6,5 | |
| The World Of Johnny Cash (antologia, Columbia, 1970) | ||
| The Johnny Cash Show (Columbia, 1970) | 5,5 | |
| I Walk The Line (colonna sonora, Columbia, 1970) | 5 | |
| Little Fauss And Big Halsy (colonna sonora, Columbia, 1971) | 5,5 | |
| Man In Black (Columbia, 1971) | 7 | |
| Greatest Hits Vol. 2 (antologia, Columbia, 1971) |
| |
| Sunday Morning Coming Down (antologia, Columbia, 1972) |
| |
| A Thing Called Love (Columbia, 1972) | 5 | |
| America: A 200-Year Salute in Story and Song (Columbia, 1972) | 6 | |
| The Johnny Cash Family Christmas (Columbia, 1972) | 4 | |
| International Superstar (Columbia, 1972) | 6 | |
| Pa Osteraker (live, Columbia, 1973) | 6,5 | |
| Any Old Wind That Blows (Columbia, 1973) | 5,5 | |
| The Gospel Road (Columbia, 1973) | 4,5 | |
| Johnny Cash And His Woman (Columbia, 1973) | 5 | |
| Ragged Old Flag (Columbia, 1974) | 6,5 | |
| Junkie And The Juicehead Minus Me (Columbia, 1974) | 6 | |
| Five Feet High And Rising (antologia, Columbia, 1975) |
| |
| The Johnny Cash Children’s Album (Columbia, 1975) | 4 | |
| Sings Precious Memories (Columbia, 1975) | 5 | |
| Look At Them Beans (Columbia, 1975) | 5 | |
| Strawberry Cake (live, Columbia, 1976) | 6,5 | |
| One Piece At A Time (Columbia, 1976) | 5 | |
| The Last Gunfighter Ballad (Columbia, 1977) | 5,5 | |
| The Rambler (Columbia, 1977) | 5,5 | |
| I Would Like To See You Again (Columbia, 1978) | 7 | |
| Greatest Hits, Vol. 3 (Columbia, 1978) |
| |
| Gone Girl (Columbia, 1978) | 7 | |
| The Unissued Johnny Cash (Bear Family, 1978) | 7,5 | |
| Johnny & June (Bear Family, 1978) | 7 | |
| Tall Man (Bear Family, 1979) | 5,5 | |
| Silver (Columbia, 1979) | 6,5 | |
| A Believer Sings The Truth (Columbia, 1979) | 5 | |
| Rockabilly Blues (Columbia, 1980) | 5 | |
| Classic Christmas (Columbia, 1980) | 4,5 | |
| The Baron (Columbia, 1981) | 4,5 | |
| Encore (antologia, Columbia, 1981) |
| |
| The Survivors Live (live, Columbia, 1982) | 6 | |
| The Adventures Of Johnny Cash (Columbia, 1982) | 5 | |
| Johnny 99 (Columbia, 1983) | 6,5 | |
| Biggest Hits (antologia, Columbia, 1984) |
| |
| Highwayman (con The Highwaymen, Columbia, 1985) | 5,5 | |
| Rainbow (Columbia, 1985) | 5 | |
| Believe In Him (Word, 1986) | 4 | |
| Heroes (con Waylon Jennings, Columbia, 1986) | 6 | |
| Class Of ‘55 (America/Smash, 1986) | 5 | |
| Columbia Records: 1958-1986 (antologia, Columbia, 1987) | 6 | |
| Johnny Cash Is Coming To Town (Mercury, 1987) | 6 | |
| Classic Cash: Hall Of Fame Series (antologia, Mercury, 1988) |
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| Water From The Wells of Home (Mercury, 1988) | 5 | |
| Boom Chicka Boom (Mercury, 1990) | 6 | |
| Highwayman 2 (con The Highwaymen, Columbia, 1990) | 6 | |
| The Mystery Of Life (Mercury, 1991) | 6 | |
| Johnny Cash Country Christmas (Delta Records, 1991) | 4 | |
| Patriot (antologia, Columbia, 1991) |
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| Return To The Promised Land (Renaissance Records, 1992) | 4 | |
| Wanted Man (antologia, Mercury, 1994) |
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| American Recordings (American Recordings, 1994) | 8 | |
| The Man In Black: 1963-1969 (antologia, Bear Family, 1995) |
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| The Road Goes On Forever (Liberty, 1995) | 6,5 | |
| Unchained (American Recordings, 1996) | 7,5 | |
| VH1 Storytellers: Johnny Cash & Willie Nelson (live, American Recordings, 1998) | 7 | |
| The Man In Black: His Greatest Hits (antologia, Columbia, 1999) |
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| 16 Biggest Hits (antologia, Sony, 1999) |
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| Love, God, Murder (antologia, Columbia, 2000) |
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| American III: Solitary Man (American Recordings, 2000) | 7 | |
| The Essential Johnny Cash (antologia, Columbia, 2002) |
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| At Madison Square Garden (live, Columbia, 2002) | 7 | |
| American IV: The Man Comes Around (American Recordings, 2002) | 7,5 | |
| Unearthed (box set, American Recordings, 2003) | 9 | |
| The Legend (box set, Columbia, 2005) |
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| The Legend Of Johnny Cash (antologia, Columbia, 2005) |
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| June Carter & Johnny Cash: Duets (antologia, Sony, 2006) |
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| Personal File (Columbia, 2006) | 7 | |
| American V: A Hundred Highways (American Recordings, 2006) | 7 | |
| American VI: Ain't No Grave (American Recordings, 2010) | 6,5 |
| Sito ufficiale | |
| Sito ufficiale Sony | |
| Testi |
| VIDEO | |
| Big River |
| I Walk The Line |
| Ring Of Fire |
| Folsom Prison Blues |
| Flesh And Blood |
| Man In Black |
| A Boy Named Sue |
| If I Were A Carpenter |
| This Train Is Bound For Glory |
| Get Rhythm |
| Ghost Riders In Sky |
| Long Black Veil |
| Redemption Song |
| I'm So Lonesome I Could Cry |
| Personal Jesus |