Nel 1984 Sergio Bruni pubblica "Napoli - La sua canzone", ambizioso album costituito da un cofanetto di quattro vinili. Nel 1991 torna sui propri passi con "Napoli - La sua canzone (Seconda parte)", altri quattro vinili.
I due progetti hanno goduto di tirature limitate e sono presto andati fuori catalogo. Nel 2006 l'etichetta Lucky Planets – con base a Milano, ma da sempre attenta alla musica partenopea – li fonde in "Antologia napoletana 1200-1990", composta da tre cd. Non è un'operazione del tutto riuscita: le opere originarie contenevano 40 canzoni a testa, e quindi 80 in tutto, mentre in questa raccolta ne sono presenti soltanto 59: sarebbe bastato aggiungere un quarto cd per avere tutti i brani.
A ogni modo, essendo a oggi l'unica ristampa disponibile di quel materiale, non c'è altra scelta, posto che anche questa antologia non viene ristampata dall'anno della sua uscita e oggi se ne rintracciano soltanto rimanenze di magazzino. Non va meglio sul mercato virtuale: nel 2013 era stata inserita nei servizi di
streaming, ma è stata in seguito rimossa e da allora non vi ha fatto ritorno – poi ci si stupisce del fatto che la musica italiana stia completamente dimenticando le proprie radici!
Non si sta parlando di opere secondarie, anzi i nomi coinvolti sono colossi della cultura nazionale: i brani sono quasi tutti arrangiati da Roberto De Simone (musicista e musicologo, figura cardine della Napoli del secondo Novecento, già celebrato su OndaRock con l'articolo dedicato a "
La gatta Cenerentola"), mentre il mandolino è suonato da Antonio Coletti e le chitarre soliste da Antonio Siano e Umberto Leonardo, nomi d'eccellenza della scena locale. Sergio Bruni suona la chitarra ritmica, peraltro con notevole abilità, e ovviamente canta.
La voce è posta al centro: non ci sono cori né sovraincisioni, tutto poggia su un'unica linea vocale registrata in presa diretta. Il valore della voce di Bruni è ben spiegato dalle parole di De Simone:
Sergio Bruni non è di Napoli, è di Villaricca, una cittadina a pochi chilometri da Napoli. La mamma di Sergio era di origine contadina. In Bruni prima di tutto si ravvisa un particolare stile vocale che si riannoda alla grande tradizione etnica popolare di tutta la Campania, ma a questa sua natura ha anche accoppiato un attento studio. Ha studiato clarinetto, ha studiato musica, tendendo al controllo di particolari emissioni vocali che non fanno capo allo stile del bel canto, cioè emissioni gutturali, strisci vocali, glissati, attacchi ingolati che è difficilissimo controllare in un particolare contesto di canto urbano. Per questa doppia natura, cioè di cantante di origine della Campania innestato sulla cultura del bel canto napoletano, Bruni è un cantante unico. Questa unicità sembra riannodarsi a quella tradizione della quale ci parlano scrittori del Seicento, del Cinquecento, gli scrittori Giambattista Basile, Felippo Sgruttendio, Giulio Cesare Cortese, i quali favoleggiano di questi cantatori napoletani che incantarono l'Europa con le melodie delle villanelle cinque-seicentesche
(Dalla trasmissione "Sergio Bruni: Napoli - La sua canzone", RaiDue, novembre 1991)
La pretesa di antologizzare la storia della musica napoletana dalle origini alla contemporaneità non fu esclusiva di Bruni: vent'anni prima di lui la stessa idea era venuta a Roberto Murolo, che fra il 1963 e il 1965 pubblicò i dodici album della serie "Napoletana - Antologia cronologica della canzone partenopea".
Anche l'approccio spoglio fu un'idea di Murolo: quei dischi li cantò e suonò completamente da solo, dando impressionante sfoggio di preparazione e capacità di arrangiare i brani. Bruni ai tempi di quei lavori di Murolo era già un cantante affermato, ma si approcciava al repertorio con arrangiamenti molto più commerciali, spesso caratterizzati da orchestrazioni invadenti e tutt'altro che filologiche.
Tuttavia, se Murolo è indubbiamente stato il pioniere di questa volontà di rimuovere dalla musica napoletana la patina della modernità e delle leggi del mercato, ciò non toglie che i risultati ottenuti da Bruni in seguito siano a loro volta eccelsi: gli arrangiamenti studiati per lui da De Simone sono più ricchi, contando spesso su due chitarre e un mandolino. La parsimonia viene mantenuta, ma al contempo c'è più carne sul fuoco: considerando che i progetti di ambo i cantanti contano decine e decine di canzoni, avere più di un elemento per tenere viva l'attenzione può aiutare.
Inoltre lo stile canoro è completamente diverso: quello di Murolo è insuperabile per pulizia e pacatezza, ma quello di Bruni è nettamente più dinamico. Sono approcci agli antipodi, non si può stabilire chi sia il migliore, ma forse il secondo offre più varietà a chi non si è mai approcciato al campo in questione.
C'è inoltre da considerare che i cultori del campo in questione tendono a simpatizzare per Murolo, forse anche per la modestia del personaggio, laddove Bruni con la sua esuberanza non raccoglieva le simpatie di tutti.
Chiunque abbia frequentato l'ambiente degli appassionati di settore, per quanto ormai sparuto, avrà notato come Bruni venga spesso considerato eccessivo rispetto a Murolo, ma non c'è niente di dimostrabile scientificamente. Anzi, se parliamo di quella parte del repertorio di origine contadina o popolana, appare verosimile che sia stata cantata con un approccio sanguigno e quindi più vicino allo stile di Bruni che non a quello di Murolo, che è poi ciò che diceva – pur evitando paragoni fra i due cantanti – lo stesso De Simone nelle parole sopra riportate: Bruni ripesca anche da una musica proveniente dalla campagna nei dintorni di Napoli e da stili canori anteriori alla nascita del bel canto.
"Antologia napoletana 1200-1990" si apre con "Canto delle lavandaie del Vomero", risalente per l'appunto al 1200 e considerato il più antico frammento di musica napoletana che ci sia pervenuto. All'epoca il Vomero era scollegato da Napoli e consisteva in una piccola fortificazione con qualche casa isolata intorno, inoltre non aveva corsi d'acqua consistenti, quindi le lavandaie provenienti da quella zona si spostavano altrove per le proprie attività (Capodimonte, Porta Capuana).
Il testo consiste in pochi versi, così traducibili:
Mi hai promesso quattro fazzoletti,
sono venuto qui, me li vuoi dare?
E se non sono quattro, allora dammene due,
quello che porti al collo mica è roba tua
Sono parole secondo alcuni interpretabili come un canto di protesta: i fazzoletti sarebbero appezzamenti terrieri promessi dal signore del luogo ai contadini e poi negati. C'è anche chi ritiene che il soggetto accusato fosse Alfonso V d'Aragona, ma la teoria non regge, dato che il monarca governò Napoli a partire dal 1442. Detto ciò, De Simone ritiene che si trattasse semplicemente di un canto con cui accompagnare ritmicamente il lavoro e che non avesse significati reconditi.
Il secondo brano in scaletta è "Villanella ch'all'acqua vaie", risalente intorno al 1500: in mezzo c'è un buco di tre secoli, dovuto alla scarsità della documentazione sulla musica popolare dell'epoca. Da lì in avanti le datazioni vanno lentamente infittendosi ed entro il decimo brano si arriva al 1732 di "Chi disse ca la femmena", su musica di Giovanni Battista Pergolesi: si passa così dai cori popolari nati nel Medioevo sulle fontane pubbliche alle commissioni delle corti illuministe dell'epoca moderna.
Con l'avvicinarsi ai nostri giorni, il materiale aumenta a dismisura: l'Ottocento offre 24 brani alla voce di Bruni e il Novecento altri 25. Verso la fine del terzo cd spuntano anche i brani firmati dallo stesso cantante, autore di alcuni grandi classici: "Palcoscenico" (1956), "Na bruna" (1966), "Carmela" (1976), "Amaro è 'o bene" (1980), "Napule è mille ferite" (1981), "Parole nove" (1982) e "Bella si tu venisse int' a sti braccia" (1990). Le date fra parentesi si riferiscono all'anno in cui Bruni ha composto i brani: per i primi quattro non si tratta delle sue incisioni originarie, ma di versioni riadattate allo stile sottrattivo del progetto, mentre gli ultimi due furono registrati per l'occasione, rispettivamente per il primo e il secondo volume di "Napoli - La sua canzone".
Nella speranza che in futuro i 21 brani mancanti all'appello trovino sbocco in qualche ristampa, "Antologia napoletana 1200-1990" rimane uno scrigno imprescindibile per tutti gli amanti della musica napoletana e, più in generale, per chi tiene alla preservazione della cultura italiana.