Jungle Music (Essential And Unreleased Remixes 1976-1986)

Walter Gibbons

Jungle Music (Essential And Unreleased Remixes 1976-1986)

2010 (Strut)
disco-mix

Turntableism da Kingston a Manhattan: tecnica e innovazione dietro la console

New York, 1974; la panoramica aerea svela i sintomi di un declino economico – la città ribolle di sporcizia e degrado civico, c’è prostituzione ovunque, la criminalità è in crescita e le signore tengono stretta la borsetta se incrociano un nero sul marciapiede. Ma la vita notturna è un brulicare di suoni e situazioni, con protagonisti tutti quelli che devono inventarsi un modo per sbarcare il lunario – neri appunto, ma anche latini, gay, musicisti, designer, hippie, drogati e pervertiti, tante piccole comunità di emarginati che si rincorrono come gatti randagi nei bar più loschi, sulle scale anti-incendio e tra i bidoni della monnezza. Tutti sanno che al 256 West sulla ventitreesima di Manhattan c’è il Galaxy 21, una discoteca che apre le porte solo alle 4,40 di mattina, un orario improponibile che funge indirettamente da selezione all’ingresso. Più che un locale, infatti, il Galaxy 21 è un’esperienza spaziale come da nome, un ricettacolo di personaggi estetizzanti e anime insonni. Ma, soprattutto, questo è il ritrovo di tutti quei disc-jokey i quali, una volta finito il turno nei rispettivi club, vanno ad aspettare il sole con l’attrazione più originale in città: un timido ragazzetto bianco di nome Walter Gibbons, “the dj’s dj”.

In principio c’è stata la Giamaica, ovviamente; tra baraccopoli, palmeti, tamburi e nubi di marijuana, i sound system sono parte fondante della cultura locale, e gli architetti di tal colonna sonora – Lee “Scratch” Perry in testa – impiegano il turntable (giradischi) non solo come macchinario per suonare vinili, ma come strumento a sé, capace di rallentare, riavvolgere, distorcere e svuotare il suono dalle casse, travisando il calore del reggae verso la sua controparte più spettrale e psichedelica, il dub – tecnica che poi viene portata in studio per creare ulteriori (re)mix. Nativo proprio di Kingston ma cresciuto nel Bronx, Clive Campbell, in arte Dj Kool Herc, è tra i primi in quegli anni a sperimentare il cosidetto turntableism su dischi americani di funk, soul e r&b, ma anche l’elettronica europea dei Kraftwerk; assieme a Grandmaster Flash e Afrika Bambaataa, stanno nascendo le fondamenta di quello che, oggi, viene comunemente chiamato hip-hop.

Anche il Walter di cui sopra è arrivato alle stesse intuizioni, ma da bravo omosessuale nato a Brooklyn col pallino per il collezionismo (possiede già uno scaffale con oltre 1.500 singoli gelosamente custoditi), è attratto dalla prossima moda scuotichiappe in arrivo: la disco music. La differenza è che Walter pratica il turntableism dal vivo con precisione inaudita, al punto che in tanti credono stia suonando un brano originale – e chi già conosce il brano in questione rimane basito di fronte a questo inaudito “doping” di ritmo e struttura. Rich Flores, coinquilino di Walter conosciuto a una manifestazione in favore dei diritti gay nei primi anni Settanta, nonché già ingegnere del suono nell’ambiente newyorkese, ricorda:

[...] aveva due copie di 'Hot Pants' di Bobby Byrd e allungava l’introduzione usando un paio di cuffie e il fader, poteva mandarle avanti finché aveva voglia, gli veniva davvero facile

È per questo che vanno tutti a fare le ore piccole al Galaxy 21, da Nicky Siano e Larry Levan a François Kevorkian, Tommy Smith e John “Jellybean” Benitez. Nascosto dietro la console nel semi-buio della discoteca, Walter si muove a orecchio dopo aver memorizzato ogni sezione del brano, manda avanti un piatto, poi lo ferma e fa ripartire l’altro, mescola e disidrata a piacimento la strofa, taglia e cuce a seconda dell’umore. Il trucco sta nel trovare il preciso inserto ritmico che gli interessa – il cosidetto break – per poterlo mandare in corto-circuito e creare tensione in sala prima di far esplodere il ritornello sulla folla.
Tra mano svelta, orecchio allenato e un gusto onnivoro per tutto ciò che è beat – assoli di batteria, cellule ritmiche di congas, sonagli, spazzole, triangoli e tamburi – Walter non è uno che “passa i dischi”, la sua creatività gli fa dilaniare i brani più impensabili per stupire il pubblico con trovate sempre nuove. Secondo il giornalista Peter Shapiro, il risultato più astratto e danzereccio del turntableism in quegli anni viene chiamato jungle music.
Certo, ci sono altri notevoli spinner in città, come Francis Grasso, John Luongo e soprattutto David Mancuso, probabilmente tra i più noti ancora oggi; lo stesso Walter predilige lo stile di Richie Kazcor, ma in particolar modo quello di David Todd, che ritiene tra i migliori sulla piazza per la sua capacità di mantenere un brano in vita senza fermarsi. Ma Mark Zimmer, un altro dj dell’epoca, ricorda:

Walter era incredibile [...] lavorava con questi brani così corti, tre minuti al massimo, ma aveva affinato la tecnica al dettaglio. Era magnifico osservarlo [...]

In commercio: l’originale disco fever che viene dal basso 

Walter è anche un tipetto pignolo e ambizioso, più interessato a escogitare il nuovo mix che ascoltare le richieste del pubblico. Per semplificarsi il lavoro alla console, e allo stesso tempo preservare gelosamente le proprie idee, dal momento che “scoprire” un disco è motivo di grande vanto, inizia a frequentare gli Angel Sound Studios per usare il reel to reel – un costoso macchinario a nastro dal quale può isolare e copiare i break che gli interessano. È grazie a questa continua ricerca d’innovazione e di materiale che, sul finire del 1975, Walter giunge alle porte della Salsoul, etichetta indipendente che si sta specializzando in funk, soul e presto disco. Il co-direttore, Ken Cayre, è impressionato dalla tecnica del giovane dj, ma soprattutto dal modo in cui il pubblico della notte risponde ai suoi set: c’è qualcosa di elettrico nell’aria che va assolutamente catturato.

Nasce qui un pezzettino di storia della musica da ballo americana che tutti dovrebbero conoscere; Walter viene incaricato di rielaborare “Ten Percent”, un brano del gruppo funky-soul Double Exposure, e ne realizza un’epopea di quasi dieci minuti, abbandonando il formato singolo in 7” per espandersi sull’intero lato di un 12” che contiene più spazio e ha una miglior resa del suono. Tra wah-wah e giravolte di violini, con quel famoso break strumentale che si disidrata sugli hi-hat facendo trasparire l’ossatura primordiale di house e techno che verranno, il brano è pulsante e avveniristico, la sua struttura avvincente e progressiva senza bisogno di nuovi arrangiamenti. In teoria è lo stesso nastro, ma in pratica il brano ha acquistato un irresistibile nervosismo, ruvido e vivace come la New York di quegli anni.
Il successo in pista è immediato, alla Salsoul capiscono che il brano non è solo una curiosità da addetti ai lavori, là fuori ci sono potenziali ascoltatori che non hanno interesse per l’album originale. Nel maggio del 1976, “Ten Percent (12” Mix)” viene immesso sul mercato come prodotto a sé stante – è il primo remix commercialmente disponibile in America. Le vendite doppiano quelle del singolo originale, l’autore del brano, Allan Felder, si dice perplesso dall’operazione, ma le acque sono rotte: la storia del remix è partita in quarta e Walter Gibbons ne è un pioniere tanto importante quanto visionario.


Compilata nel 2010 da Quinton Scott per Strut Records, “Jungle Music (Mixed With Love: Essential & Unreleased Remixes 1976-1986)” offre dunque una preziosa panoramica sugli anni “ruggenti” di Walter, mostrando la sinergia tra nastro e discoteca che sta creando un nuovo modo d’intendere sia lo studio di registrazione che il mercato discografico.
Ancor più eccitante “Sun... Sun... Sun... (Original 12” Edit)”, brano originariamente inciso dal misconosciuto gruppo gospel Jakki. Qui Walter si prende ogni libertà, trasformando una compatta composizione di appena tre minuti sullo stile dei Jackson Five in un ottovolante di salti e capriole – l’eco delle voci in dissolvenza contro il beat ossuto, l’assolo spaziale di synth, l’incalzare della batteria, tutto viene smembrato e riassemblato con un gusto tribale che potremmo definire proto-house. E questo per tacere di “Get Up On Your Feet (Keep On Dancin’) Mix” di TC James & The Fist O’Funk Orchestra, che stavolta sfora gli undici minuti – più che un remix, una lussuosa divagazione space disco da consumarsi sulle mattonelle fluorescenti di un perlaceo club lunare. Impossibile non ricordare anche il ritorno di fiamma per le big band, alla Salsoul del resto hanno la propria Orchestra; Walter taglia l’ossatura di “Magic Bird Of Fire” con bassi e campane, portando in pista un più complesso brano strumentale le cui timbriche, a momenti, sarebbero più affini ai lavori di Prokofiev e Mussorgsky.

Potranno mai mancare le voci femminili? “You Are My Love (12” Version)” di Sandy Mercer è un mini-capolavoro di accumulo e rilascio di tensione, curioso perché il materiale originale è un brano romantico e melodico che va abilmente smembrato per funzionare in pista alle sei di mattina. Con gli undici minuti di “Doin’ The Best That I Can (12” Mix)” Walter si mostra nuovamente virtuoso e ambizioso, anche se certo stavolta la voce di una fantastica Bettye Lavette vale da sola il prezzo del biglietto. Ma “Jungle Music” regala una chicca inedita, pescata dagli archivi per l’occasione: “It’s A Better Than Good Time (Acetate Mix)”, abilmente bilanciata sul contrasto tra la ricca voce di Gladys Knight e una sintesi ritmica che isola gli ottoni e distorce gli hi-hat come fossero spazzole di rame contro una padella di bronzo – il risultato offre respiro melodico ma allo stesso tempo instaura un particolare nervosismo che, una volta velocizzato, potremmo chiamare techno.
Se è vero che Walter non sarà mai il più famoso, né il preferito dall’industria – avrà più successo Tom Moulton, che già nel 1975 aveva legato in un’unica suite l’intero lato A di “Never Can Say Goodbye” di Gloria Gaynor, per tacere ovviamente di Frankie Knuckles nella Warehouse di Chicago – il suo contributo rimane avveniristico. Nel 1979, un altro record da appendere al muro: Salsoul pubblica “Disco Madness”, un disco contenente otto rielaborazioni di Walter – è il primo remix album della storia su suolo americano. Non male, per un tipetto gay baffuto e mingherlino che non parla quasi con nessuno.

Lato B: dai frantumi nascono i fior

Non si può parlare di disco senza ricordare la sua immensa saturazione commerciale in tutto l’Occidente lungo il biennio '77-'78; da espressione carbonara creata da gay, neri e latini, la formula presto diventa un fenomeno di costume totalizzante e inevitabilmente annacquato – un conto sono “Saturday Night Fever”, Chic e Donna Summer, un altro è “Disco Duck”. Lo stesso Walter peraltro già detesta lo Studio 54, “la discoteca più famosa al mondo”, perché la parata di stelle di Hollywood che vi si fanno fotografare ogni sera è solo un sintomo di classismo e celebrity culture, lontano dallo spirito comunitario dal quale tutto era nato. Anche per questo, la Disco Demolition Night del 12 luglio 1979 è tanto devastante quanto profetica; certo, in senso più ampio e internazionale, la disco non morirà mai, reinventandosi attraverso nuove forme e tecnologie fino ai giorni nostri. Ma in America quel primo cambio di guardia è drammatico in classifica e nei club, soprattutto perché, dietro l’insofferenza per il genere musicale, si nascondono i sintomi del conservativismo bianco che porteranno all’elezione di Ronald Reagan nel 1981.
L’idea che là fuori si stia contemporaneamente sviluppando un misterioso “cancro per soli uomini gay” sarà ulteriore conto alla rovescia sulle sorti di un’intera generazione. Difficile quantificare a parole il violento scarto emotivo e culturale che esiste tra l’eccitazione dei tardi anni Settanta e l’opprimente senso di disfatta degli anni dell’Aids.

Ma Walter nel mentre ha altri problemi. Disilluso dai ritmi frenetici e dallo stile di vita libertino della comunità gay, si avvicina a nuove forme di spiritualità, presto riabbranciando a modo suo quel cristianesimo dal quale si era sempre sentito respinto – fonda pure un marchio per pubblicare i propri lavori, chiamato non a caso Jus Born (senza la t) in onore della celebre espressione born again Christian. Ma i dischi che suona in pista adesso devono rispettare il nuovo credo: via i brani più spinti e mondani (che spesso censura impiegando un pennarello per cancellare dal nastro le parole che non gli piacciono), dentro gospel, fede e speranza, una scelta coerente ma drastica, che si riflette nei sempre più scarsi ingaggi che riceve come dj, dal momento che i promoter non vogliono perdere clienti. Kenny Carpenter, addetto alle luci al Galaxy 21, ricorda:

[...] la parola compromesso non faceva parte del vocabolario di Walter [...]

Ma se quest’ingerenza da un lato chiude le porte dei club, dall’altro crea un nuovo sbocco alla fantasia, perché sulle rovine della disco stanno nascendo una miriade di nuovi stili a vari livelli di elettricità: hip-hop, boogie, synth-funk, electro, rap, house, techno e Hi-NRG. È qui che “Jungle Music” svolge l’importante compito di portare alla luce un lato più sperimentale e avantgarde, perché avere fede non significa rincitrullirsi a recitare il rosario, anzi, attuando una brusca sterzata elettronica proprio adesso, Walter mostra quanto la musica possa essere un libro aperto sull’universo, in bilico tra la strada, la discoteca e Gesù Cristo.
Il suo remix di “Moon Maiden” della Luv You Madly Orchestra, ancora licenziato sotto Salsoul, è un ascolto bipolare tra morbidezze funk e pungenti screzi di violini, certo accattivante e originale ma difficile da piazzare in pista – la dimostrazione di una mano ormai talmente sicura da non aver più bisogno dell’approvazione del pubblico.

Ovviamente è sotto Jus Born che Walter si sbizzarrisce, producendo l’obliqua proto-house “I’ve Been Searching (12” Mix)” per Arts & Crafts, un pulsante numero alternativo che sfrigola come patatine nell’olio. Ma è col vocalist Strafe nel 1984 che Walter mette a punto uno dei momenti topici in carriera, con tanto di piazzamento al n.1 della Dance Chart: “Set It Off (12” Mix)”, celebre hit a cavallo tra rap ed electro-funk tutt’oggi tra le più campionate dell’era per via di una produzione ossuta e minimale tremendamente avveniristica. Walter è talmente entusiasta del brano che ne realizza un’altra versione con la voce di Barbara Tucker, pubblicata sotto al nome Harlequin Fours – messe a confronto, le due tracce mostrano lo zenith del Walter-pensiero negli anni Ottanta: calorosa la prima, con intonazione più soul, infingarda e monella la seconda, nel suo crudo incedere tech-dub.
L’affinità di Walter per l’hip-hop risplende anche nel rimaneggiamento di “4 Ever My Beat (Beat Bongo Mix)” del sestetto afroamericano Stetsasonic, tra le prime crew dell’era assieme agli altrettanto visionari Mantronix; svuotato come un dub nella latta dei pelati, il brano è un gioco di equalizzazione delle parti, nel quale bongo, synth e drum machine occupano lo stesso spazio delle voci tagliuzzate. Il risultato è metafisico: lo stesso ragazzetto che qualche anno addietro creava scintille disco in diretta sulla folla, adesso, è uno spinner protratto verso gli anfratti più psichedelici della materia elettronica.

Dall’avanguardia al futuro: Arthur & Walter go bang! 

Per un carattere come quello di Walter, l’incontro con un altro outsider perso nella New York post-disco era già scritto nelle stelle: Arthur Russell, il borbottante violoncellista avantgarde eternamente incerto tra minimalismo e dancefloor. Tra i due s’instaura una profonda sinergia, non solo creativa ma filosofica; sono entrambi poco adatti al mercato discografico, spesso squattrinati perché fuori dai circuiti più “in” della scena gay, ma allo stesso tempo sono folli e ambiziosi, incapaci di considerare le mode in un misto di disinteresse e rivalsa verso un rifiuto che sanno arriverebbe a priori.
Walter è amareggiato e si sente; nel giro di pochi anni, il suo talento è passato dall’essere sulla bocca di tutti a vecchio ricordo di una moda considerata intoccabile "roba da froci". Anche per questo, il materiale di Arthur offre una via di fuga; “Calling All Kids (Mix)” è più riassemblaggio che remix, un taglia e cuci di frattaglie elettroniche, ruvide corde sfregate a caso e cianfrusaglie vocali su gradassa base hip-hop, probabilmente la cosa più affascinante e anti-disco che si poteva fare.

Ma non finisce qui; “Jungle Music” inserisce in scaletta “Go Bang (Unrelerased Mix)”, il raro gioiello dell’intera collezione rimasto inedito per decenni. Il materiale originale era già di per sé un avveniristico momento mutant-disco, pubblicato da Arthur sotto al nome Dinosaur L nel 1980 assieme all’album “24->24 Music”. Non fu certo un tormentone, ma un primo remix a cura di François Kevorkian lo portò comunque alle orecchie del popolo della notte, grazie a una più precisa sincronizzazione dance. La versione di Walter, a confronto, suona più fedele all’originale, attenta a mantenere quel delicato equilibrio tra ritmo, synth, organetto free-jazz, piano blues e delicatezza melodica, ma lungo i ben 12 minuti e 24 secondi di durata ne potenzia semmai quietamente la carica emotiva, offrendo un abbraccio fraterno all’intera comunità rappresentata dalle liriche. Il brano rimane tutt’oggi pregno di significato, fulgido esempio di cosa vuol dire fare musica da ballo per la mente e il cuore.


Ma da qualche parte sul finire degli anni Ottanta, l’Aids torna a bussare alla porta. A poco è servita la fede cristiana se il governo Reagan continua a ignorare un’emergenza che è solo sanitaria, certo non morale. Ci vorranno anni per sviluppare un medicinale, i primi cocktail di pillole hanno effetti collaterali tremendi, il costo spesso proibitivo. Arthur Russell scompare nel 1992, ormai ridotto in condizioni di povertà, la sua memoria si cementerà solo con l’andare del tempo. Anche Walter appare sempre più magro ed emaciato. A seguito di un paio di tour in Giappone nei primi anni Novanta, nazione nella quale la disco ha visto un ritorno di fiamma offrendogli un ultimo hurrah, Gibbons si spegne il 23 settembre del 1994, a soli trentotto anni. Il suo nome poco più di una nota a margine. Motivo sul perché “Jungle Music – Mixed With Love (Essential & Unreleased Remixes 1976-1986)” non è solo una raccolta, ma un documento importante che racconta dieci anni cruciali di storia della musica dance tramite il lavoro di uno che la storia l’ha scritta davvero. Anche quando non ne aveva voglia – Kevorkian ricorda:

Walter era un innovatore, ma aveva un approccio alla 'non me ne frega un cazzo' [...] non gli interessava se la gente ballava o meno. Walter era concettualmente avanti a tutti, un genio solitario

Bibliografia:

Tim Lawrence: “Disco Madness: Walter Gibbons and the Legacy of Turntableism and Remixology” (articolo, 2008)
George Freeman: “Galaxy 21, A Cosmic Extravaganza” (articolo, 2018)
"Disco Pioneer Walter Gibbons Remembered by Danny Krivit & Tony Smith" (intervista, 2010)
"The Secret Disco Revolution" (documentario, 2012)
www.milliondollardisco.com
Wikipedia.org

Tracklist

Disc 1
  1. Jakki - Sun... Sun... Sun... (Walter Gibbons 12" Original Edit)
  2. Double Exposure - Ten Percent (Walter Gibbons 12" Mix)
  3. TC James & The Fist O'Funk Orchestra - Get Up On Your Feet (Keep On Dancin') (Walter Gibbons Mix)
  4. Gladys Knight - It's A Better Than Good Time (Walter Gibbons Acetate Mix)
  5. Salsoul Orchestra - Magic Bird Of Fire (Fire Bird Suite)
  6. Sandy Mercer - You Are My Love (12" Version)
  7. Bettye Lavette - Doin' The Best That I Can (Walter Gibbons 12" Mix)
Disc 2
  1. Dinosaur L - Go Bang (Walter Gibbons Unreleased Mix)
  2. Strafe - Set It Off (Walter Gibbons 12" Mix)
  3. Arts & Crafts - I've Been Searching (Walter Gibbons 12" Mix)
  4. Luv You Madly Orchestra - Moon Maiden (12" Mix)
  5. Stetsasonic - 4 Ever My Beat (Beat Bongo Mix)
  6. Harlequin Fours - Set It Off (US 12" Version)
  7. Arthur Russell - Calling All Kids (Walter Gibbons Mix)

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