Centellinato come l'acqua nel deserto, gettato in pasto a un pubblico che abitualmente ha difficoltà nel superare il quarto d'ora di ascolto ininterrotto, il nuovo disco dei
Necks è finalmente fruibile nella sua interezza. Tre ore di "Disquiet", il lavoro più disarmante di una formazione non nuova a opere del genere. I Necks hanno rivoluzionato il concetto di musica jazz, non tanto per averla contaminata con l'avanguardia, il post-minimalismo, l'improvvisazione e l'ambient-drone, ma per aver sfruttato questi elementi fino a spingere il tutto verso nuovi confini, annullando il concetto stesso di genere.
Il trio australiano celebra 40 anni di carriera con quattro composizioni distribuite su tre cd e una lucidità creativa che lascia senza fiato. Tony Buck, Chris Abrahams e Lloyd Swanton proseguono in quella entropia armonica disseminata con il precedente album "Bleed", attingendo alla natura cosmica che i
Popol Vuh trasformarono in vibrazioni terrene o alla dissertazione su una nota solitaria che
Terry Riley esaltò fino a renderla totale e imperscrutabile.
Opera da assimilare nella sua interezza, "Disquiet" è un viaggio, non necessariamente metafisico. Un album che viaggia ai confini di quell'ambient music che
Brian Eno rielaborò da Erik Satié e che i Necks hanno diluito in una forma ipnotica e mai simile a sé stessa.
Durante i cinquantasette minuti di "Rapid Eye Movement" è facile perdersi pensando a
Miles Davis, a certi dischi Ecm e perfino ai
Talk Talk di "
Laughing Stock". Quello che incanta è la totale assenza di regole e prevedibilità. Brevi assolo di piano o tastiera, arpeggi evanescenti eppur potenti, il suono del basso quasi svogliato, le percussioni che si perdono dietro le poche note che ondeggiano senza crescere d'intensità, il monolitico suono del violino che graffia nel
post-rock più sperimentale: tutto questo insieme è diabolico e rilassante nello stesso tempo, viscerale come un buon brano
blues ed elegante come un concerto di
Keith Jarrett.
Le tante citazioni non confondano il lettore, i Necks sono artigiani consapevoli del passato, ma anche musicisti proiettati verso il futuro. Il processo di destrutturazione di quanto finora noto e assimilato è materia prima dell'orgia di
groove e melodie microtonali di "Ghost Net": un'ora e quattordici minuti di indeterminatezza estetica, uno scontro ad armi pari tra l'organo di Chris Abrahams in estasi
prog-
Canterbury o addirittura fusion, un nugolo di note appena schitarrate che si ripresentano sotto le vesti di
feedback, potenti inserti di contrabbasso e incursioni di
drone music che ne smussano le asperità fino a trasfigurarne le sembianze, quel che resta è un eterno
groove che potrebbe continuare all'infinito.
La densità del terzo capitolo "Causeaway" è inversamente proporzionale all'architettura strumentale, un dialogo tra basso, contrabbasso, organo e piano che lentamente si fortifica per poi dissolversi senza mai scomparire. Un brano che per ingegno e classe conquista un posto di rilievo nella pur cospicua produzione dei Necks: ventisei minuti di puro incanto.
Con "Warm Running Sunlight" la band ritorna sulle atmosfere iniziali: il tono è ancora più soffuso, ma più che notturno è crepuscolare e monocromatico come una foto color seppia. Una divagazione post-rock che ricorda le pagine più descrittive dei
Godspeed You! Black Emperor, un flusso ciclico dove il tempo viene annullato e i tanti dubbi diventano poche ma fondamentali certezze.