Deep River

Hikaru Utada

Deep River

2002 (Eastworld)
art-pop

L'“asse” nippo-americano

Esordire con un riassunto “per tappe” dell'influenza della musica americana su quella giapponese post World-War II può apparire impresa improba, viste le dimensioni e i caratteri variegati dell'imprinting. A spingerci verso questa decisione è stata, però, una questione di necessità. E la necessità consiste nel fornire al lettore una (striminzita) serie di strumenti grazie ai quali rapportarsi, qualora lo volesse, a una realtà musicale troppo spesso ignorata, ridotta a stereotipo, oppure conosciuta per sommi capi o per singole scene che più si confanno all'appassionato di rock occidentale (il japrock dei 70's, la pluralità di manifestazioni nota come japanoise) quando non ai palati più avantgarde (movimenti pseudo-avant basati su aria fritta come l'onkyo). Perché se è innegabile che il Giappone sia stato colonizzato da tutti i possibili sottoboschi di matrice anglosassone, dal rock psichedelico all'hardcore-punk fino al grindcore, alcune delle realtà nipponiche più avvincenti sono sbocciate proprio nel panorama mainstream, capace di fagocitare spropositate quantità di informazioni adattandole al diverso contesto e a specifiche esigenze estetiche (o, all'inverso, capace di riadattare parzialmente il contesto per renderlo “recettivo” ai nuovi input esterni). Rileggere e decontestualizzare la musica a stelle e strisce, quindi: una prassi che in Giappone ha scandito gran parte delle fasi del j-pop, accompagnandolo fin dalla culla.

Per quanto paradossale, la fascinazione del Sol Levante per i modelli musicali statunitensi ha fortissime motivazioni storiche alla base. In seguito all'occupazione americana dopo il secondo conflitto mondiale, la popolazione giapponese è entrata infatti decisamente più a contatto con gli usi e i costumi yankee piuttosto che con quelli del Vecchio Continente, motivo per cui, nel corso dei decenni successivi, e specialmente con l'esplosione dei più disparati linguaggi rock, la loro musica ha finito con l'avere un impatto maggiore sulla gioventù del Sol Levante rispetto ai pur amatissimi Beatles o Pink Floyd. Non stupisce, pertanto, che il mercato discografico nipponico dei 50's e dei 60's abbia visto un lento ma inarrestabile ridimensionamento del pop tradizionale kayōkyoku ed enka, spesso soppiantato, nei gusti del pubblico giovanile, da fenomeni d'importazione quali rokabirī, eleki, Group Sounds, fōku. E se durante gli anni Ottanta il predominio americano si attenuerà, vuoi per la nascita di fenomeni quali j-fusion e visual-kei, vuoi per le britanniche infiltrazioni post-punk e synth-pop che, opportunamente rivoluzionate nella semantica Yellow Magic Orchestra, costituiranno le basi dell'electropop giapponese come lo conosciamo oggi, a partire dai 90's il ritorno di fiamma sarà impetuoso e fuori di controllo (non a caso, ciò coinciderà con il primo boom del j-pop a tutto tondo). 

Dalla "svolta" Aor di una vecchia volpe delle classifiche come Yumi Matsutoya nel suo "Gates Of Heaven" (primo disco nella storia della discografia giapponese a raggiungere i due milioni di copie), all'ascesa rapidissima di band come gli hard-rocker B'z e i Mr. Children (autori questi ultimi di un pop-rock decisamente più morbido nelle forme), passando per i Chage And Aska (all'apice della popolarità nei primi anni Novanta) e gli ZARD, il panorama mainstream giapponese d'inizio decennio pullula di gruppi e cantanti che si rifanno agli scenari rock e pop-punk americani, tant'è che le pochissime voci fuori dal coro (vedasi, ad esempio, i primi album dell'esuberante Chara) ancora sono legate a un immaginario di stampo new wave del decennio precedente, dal quale ancora sembra difficile slegarsi. Altrettanto vispo è il versante dance-pop, sul quale si stagliano prepotenti le figure del produttore-Re Mida Tetsuya Komuro (responsabile della diffusione capillare del suono eurodance) e delle sue protette, da Namie Amuro a Tomomi Kahala. All'appello, in tutto questo popò di scene e filoni, manca soltanto l'r&b, ed è proprio qui che entra in scena Hikaru Utada.

Acque profonde

Non che prima della sua comparsa l'idioma "urban" fosse completamente ignoto in terra nipponica: a livello underground aveva cominciato a mostrarsi, insieme all'hip-hop, sin dall'inizio degli anni 90, e anche se il successo di band come le Speed, gli m-flo o i Chemistry era di là da venire, già parecchi nomi agitavano i sobborghi di Tokyo (Zeebra, per citare il nome per eccellenza della scena hip-hop giapponese) e costruivano una scena che piano piano sarebbe esplosa. Ma anche grazie ai frequentissimi passaggi radiofonici dei brani di Mariah Carey (tuttora l'artista estera di maggiore successo in Giappone), Toni Braxton, TLC et similia i giapponesi si erano “sintonizzati” in tempo reale con la realtà r&b statunitense; semmai mancavano l'appropriazione e la rielaborazione, ed è appunto su queste direttive che si basano i primi passi di Utada, divenuta in pochi anni una delle stelle più fulgide (nonché artista a tutto tondo) del firmamento j-pop.

E' lei, figlia della popolare interprete enka Keiko Fuji e del produttore Teruzane Utada, infatti, la principale indiziata per l'introduzione a un pubblico generalista del contemporary r&b statunitense di fine Millennio. Nata a New York nel 1983 e lì rimasta fino al 1994, assorbe e interpreta perfettamente le evoluzioni dei linguaggi black, facendone tesoro e traendo lo sprone per cominciare a scrivere i primi pezzi. L'ambiente familiare non tarda a incoraggiare tale interesse e ad avvicinare una ragazzina ancora alle medie a sperimentare con uno studio discografico e registrare i primi pezzi. Il risultato sarà in breve tempo esplosivo: dapprima come timida quattordicenne, nel 1997, sotto le mentite spoglie di Cubic U, in un fallimentare tentativo di debutto negli States (il disco “Precious” vedrà la luce soltanto in madrepatria), in seguito col suo nome di nascita, compierà una rivoluzione copernicana che ha cambiato per sempre le dinamiche del pop giapponese.

Comunque la si voglia prendere, senza un disco come "First Love" (1999) non soltanto non sarebbero esistite tutte le stelline dell'urban che hanno imperversato in maniera incontrollata da allora in poi, ma probabilmente, lo strapotere di un Tetsuya Komuro avrebbe finito per furoreggiare ancora per molto, molto tempo. È vero però che la storia non si fa coi se, e i 7 milioni e mezzo di copie vendute nel solo Giappone (oltre 10 milioni in tutto il mondo: cifra che lo incorona disco più venduto nella storia della musica asiatica) parlano chiaro. Riascoltato oggi, resta comunque un'operina fin troppo piatta e derivativa, rilevante più sul piano dell'importanza storica che della bellezza intrinseca. Il classico "Automatic", la giostra alla "Waterfall" di "B And C", gli sprazzi synth-funk che abbelliscono "Another Chance" e la garage-house di "Moving On Without You" restano le uniche cose degne di rilievo, anche se nessuna di queste lasciava presagire sviluppi così clamorosi.

"Deep River" è in un certo senso lo spartiacque rispetto alla produzione più r&b-oriented dei primi due dischi, un lavoro che è frutto di sintesi e metabolizzazioni di linguaggi, attitudini, contesti in apparenza antitetici. Con esso, Utada inizia a prendere effettiva coscienza delle sue potenzialità di compositrice/arrangiatrice (non che non lo fosse di già, ma le capacità non erano ancora emerse, avvolte com'erano in un bavaglio emulativo spesso troppo soffocante) dando il via alla fase sperimentale della sua carriera, coronata nel 2006 da "Ultra Blue", secondo capolavoro personale.
Diversi sono comunque i fronti sui quali si concretizza lo "scarto" rispetto all'r&b calligrafico di "First Love" e “Distance” (2001), a cominciare dal procedimento di costruzione delle ritmiche: "cellulari", iper-sincopate, sospinte da una frazione circolare che si ripercuote in un gioco d'incastri, veri e propri mosaici di pattern sovrapposti (alcuni basati su percussioni tradizionali-latine, come in "Letters" o "A.S.A.P."). Anche quando il beat poi è un canonico four-on-the-floor (le fantasie house di "Traveling", il ritornello di "Tokyo Nights"), a infittire la trama sono i ghirigori di contorno, veri e propri loop accessori/ornamentali.

“Arrangiamento”, poi, è una parolina magica per comprendere non solo il disco ma il j-pop nel suo complesso: la mania per la soluzione bizzarra, per il timbro particolare, è una costante di grosso modo tutto il panorama pop del Sol Levante, anche quello più usa e getta come può essere il mondo idol. A maggior ragione, il suo peso è tanto più consistente in “Deep River”, opera graziata da un netto dualismo nella concezione: da un lato figurano infatti la relativa ruvidezza degli strumenti a corda e i richiami a un immaginario stilistico più tradizionalmente nipponico (rievocato anche nei testi), dall'altro danno invece bella prova di sé le trame sintetiche del pop d'inizio millennio.
Kawano Kei (co-arrangiatore principale) e Utada hanno lavorato a lungo sul bilanciamento di queste due spinte opposte, finendo col prediligere un'elettronica mai opprimente e infittendo, per contro, un organico dove sfilano strumenti come violino solista, arpa, clavicembalo, oboe, archi dal respiro più classico, chitarre acustiche dal suono a tratti percussivo (quasi a mo' di shamisen), pianoforti barocchi (si ascolti "Shiawase ni narou", con chiari riferimenti alla "Für Elise" di Beethoven) e finanche un mellotron (le strofe dell'iniziale "Sakura Drops").
A preservare il risultato dal sovraccarico sonoro garantiscono comunque i produttori Akira Miyake e Teruzane Sking (significativa la rinuncia a input esterni, specie dopo le recenti collaborazioni con pesi massimi del mainstream americano come Darkchild e la storica coppia Jimmy Jam & Terry Lewis) i quali, coadiuvati dalla stessa Utada, amalgamano con raffinatezza le diverse anime del sound, concedendosi pure qualche vezzo eccentrico (il riff di chitarra elettrica “trattato” ed efficacissimo in "Uso mitai na I Love You").

Necessario un cappello per la peculiare costruzione delle melodie: la loro concezione, riflesso di una marcata dimensione intimistica/sofferta, porta a un songwriting più coeso e "autoriale", dove si prediligono tonalità minori e i cambi di accordo a scendere (forse il culmine del nuovo corso in fase di scrittura è la corale "Hikari"), eppure già informato di quel peculiarissimo senso dell'armonia che Utada continuerà a sviluppare nei due dischi successivi.
Forse anche per una spinta dovuta alla burrasca di un vissuto personale non proprio edificante (la rimozione di un tumore benigno nel bel mezzo delle registrazioni), il tocco della penna rifugge il sentimentalismo dei primi album per abbracciare ironia (il dadaismo dei versi di "Traveling"), un vago sentore di fatalismo (il senso di abbandono dietro alle parole di "Letters"), un maggiore ricorso ai diversi registri linguistici del giapponesi, tra rapidi scarti da maschile a femminile (l'uso variegato dei pronomi nel racconto in prima persona di "Hikari") e passaggi letterari.
Di pari passo, la voce appare come epurata dal melisma, svincolata da ogni orpello tipicamente black, finalmente pronta a entrare in una dimensione drammaturgica nella quale più risalto hanno modalità espressive imparentate con enka (forse per ispirazione della madre) e kayōkyoku (le suadenti pose della title track, riflesso dei pellegrinaggi indiani immortalati nell'omonimo romanzo di Shusaku Endo). Il tutto senza sacrificare l'eleganza del fraseggio, le mille sfumature di un canto che si fatica a non definire – e sia detto con la minor enfasi possibile – prodigioso.

E prodigioso lo è senz'altro "Deep River", considerato il notevole salto di qualità rispetto ai due precedenti lavori e i tempi richiesti per la scrittura e la registrazione. Realizzato nonostante l'intervento chirurgico in poco più che la metà del tempo richiesto per “Distance” (coi futuri classici "Final Distance" e "Traveling" a far la comparsa sugli scaffali rispettivamente a quattro e otto mesi dall'uscita del secondo full-length), il lavoro, sotto ogni aspetto, non soltanto è prova di reale statura artistica, ma va ben oltre, diventando in brevissimo tempo una significativa, insostituibile pietra angolare del pop giapponese del Nuovo Millennio, confermando un successo stratosferico (oltre tre milioni di copie vendute nel solo Giappone) che non viene scalfito da una maturazione così dirompente.
Tempo quattro anni, e sarà la volta di "Ultra Blue" a confermare l'assoluta caratura di Utada (senza dimenticare la bizzarra, curiosa esperienza americana a nome "Exodus"): un tuffo in questo fiume profondo resta però l'esperienza più illuminante per comprendere l'appassionata sensibilità di una vera regina della musica nipponica, pecora nera e al contempo parte integrante di uno scenario che lei stessa ha contribuito a costruire, e non in minima parte.

Versione parzialmente ampliata ed editata dell'articolo pubblicato nel 2013 presso una webzine non più in Rete, a memoria di ciò che è stato e ciò che ancora è.

Tracklist

  1. Sakura ドロップス (Sakura Drops)
  2. Traveling
  3. 幸せになろう (Shiawase ni narou)
  4. Deep River
  5. Letters
  6. プレイ・ボール (Play Ball)
  7. 東京Nights (Tokyo Nights)
  8. A.S.A.P.
  9. 嘘みたいな I Love You (Uso mitai na I Love You)
  10. Final Distance
  11. Bridge (Interlude)
  12. 光 (Hikari)






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