Forse perché la mia fanciullezza continua a giocare sulle tue spiagge,Si dibatte spesso sul confine tra cantautorato e poesia, ma nella title track, che apre la scaletta, questo confine Serrat lo oltrepassa eccome, proprio alla maniera del mare che canta, che abbatte ogni confine e lo travalica.
tra le tue canne dorme il mio primo amore.
Porto la tua luce e il tuo odore con me ovunque vada,
e ammucchiati sulla tua sabbia
conservo amore, giochi e pene, io,
che porto sulla pelle il sapore amaro del pianto eterno
che hanno versato in te cento paesi, da Algeciras a Istanbul,
affinché dipingessi di blu le tue lunghe notti invernali,
e a forza di disavventure,
la tua anima è profonda e oscura,
e ai tuoi tramonti rossi si sono abituati i miei occhi,
come il tornante alla strada.
Sono cantore, sono bugiardo, mi piace il gioco e il vino,
ho l'anima di un marinaio.
Che cosa ci posso fare se io sono nato nel Mediterraneo?
E ti avvicini e te ne vai dopo aver baciato il mio villaggio,
giocando con la marea, te ne vai pensando di tornare,
sei come una donna profumata di catrame,
che si desidera e si ama,
che si conosce e si teme.
Se un giorno, per mia disgrazia, verrà a cercarmi la parca,
spingete la mia barca nel mare con un vento di levante autunnale,
e lasciate che la tempesta distrugga le sue ali bianche,
e seppellitemi senza lutto,
tra la spiaggia e il cielo,
sul fianco di una montagna più alta dell'orizzonte,
voglio avere una buona vista,
il mio corpo sarà un cammino, darò verde ai pini
e giallo alla ginestra,
vicino al mare, perché io
sono nato nel Mediterraneo
Uno crede che le abbiano uccise il tempo e l'assenza,I ricordi riaffiorano anche verso il finale del disco, nella uggiosa “Barquita de papel” (barchetta di carta). I giochi e l’immaginazione dei bambini fanno da contraltare alle difficoltà pratiche e cognitive della vita da adulti, ma diventano anche un vecchio porto sicuro dove ormeggiare quando si è sopraffatti dalle vicissitudini.
ma il loro treno ha venduto il biglietto di andata e ritorno,
sono quelle piccole cose
che ci ha lasciato un tempo di rose,
in un angolo, in un pezzo di carta o in un cassetto.
Come un ladro ti osservano dietro la porta,
ti hanno così in loro potere,
come foglie morte
che il vento trascina qui o là,
che ti sorridono tristi e
ci fanno piangere quando nessuno ci vede
La donna che io amo non ha bisognoOltre ai soliti archi, in quello che è in tutta probabilità l’arrangiamento più rigoglioso dell’intero disco, ad avvolgere il baritono sospiroso di Serrat troviamo qui campanelle, corde pizzicate come un carillon e soavi cori femminili. È molto forte la presenza della mano di Reverberi e del modus operandi che aveva utilizzato e avrebbe utilizzato con diversi cantautori italiani (Lucio Battisti, Lucio Dalla, Fabrizio De André, Gino Paoli).
di bagnarsi ogni notte nell’acqua santa.
Ha molti difetti, dice mia madre,
e troppe ossa, dice mio padre.
Ma lei è più verità del pane e della terra,
il mio amore è un amore che viene da prima della guerra.
Per saperlo, la donna che io amo non ha bisogno
di sfogliare ogni notte una margherita
Appeso a un burroneNella parte successiva, invece, il menestrello introduce alcune figure della popolazione, in particolari giovani, svelando le loro preoccupazioni e i loro crucci, per poi invitarli nella terza a un doloroso addio:
dorme il mio villaggio bianco,
sotto un cielo che, a forza
di non vedere mai il mare
si è dimenticato di piangere.
Per le sue viuzze di polvere e pietra,
per non esserci passata neppure la guerra,
solo l'oblio cammina lentamente lungo il vallone,
dove non cresce un fiore,
né un pastore transuma
Fuggite, gente tenera,"Que va a ser de ti" ("Cosa sarà di te, lontana da casa, piccola mia", come continua la canzone) è il grido del padre di una ragazza che lascia casa per emanciparsi, dopo essere maturata al ritmo metaforico del susseguirsi delle stagioni. Il brano è tanto brioso e lieto nella prima parte, quella che racconta il desiderio di libertà della ragazza, quanto più cupo nella seconda, in cui a venire scoperchiato dal coro in crescendo è il vuoto che lascia nei genitori, abbandonati in un nido ora ricolmo di preoccupazioni e solitudine.
che questa terra è malata,
e non aspettate domani
ciò che non vi ha dato ieri,
perché non c'è niente da fare,
prendete la vostra mula, la vostra donna e il vostro carico,
seguite la strada del popolo ebraico
e cercate un'altra luna,
forse domani sorriderà la fortuna,
e se vi toccherà piangere,
è meglio farlo davanti al mare
Stanco di essere stanco, mi sono stancato
di chiedere al mondo perché e perché,
la rosa dei venti mi dovrà aiutare
e d'ora in poi mi vedrete vagabondare
tra il cielo e il mare,
vagabondare come una cometa di canna e di carta,
andrò dietro una nuvola per esserle fedele,
ai monti, ai fiumi, al sole e al mare,
a loro che mi hanno insegnato il verbo amare,
sono un piccione viaggiatore,
lasciatemi in pace.
Non mi sento straniero in nessun luogo,
ovunque ci sia fuoco e vino, ho la mia casa,
e per non dimenticarmi di ciò che sono stato,
la mia patria e la mia chitarra le porto dentro di me,
una è forte e fedele,
l’altra un pezzo di carta.
Non piangere perché non resterò,
mi hai dato tutto ciò che sai dare,
l'ombra che nel pomeriggio cade su un muro
e il vino che mi aiuta a dimenticare la mia sete,
cosa può offrire di più una donna.
È bello partire senza dire addio,
sereno lo sguardo, ferma la voce,
se veramente mi cerchi, mi troverai,
il cammino è troppo lungo per guardare indietro,
che importa, qui o là
“Lucia” ha invece le spoglie di una lettera a una vecchia amante, un amore perduto e mai dimenticato che cavalca un arpeggio di pianoforte che si fa via via, col riaffiorare di ricordi e rimpianti, più teso e lacerante. La canzone si chiude quasi bruscamente, inghiottita da un repentino e inaspettato scoppio d’archi: segno che per Serrat i ricordi e i sentimenti che essi causano sono importanti, ma è altrettanto importante ripartire.
“Tio Alberto” è dedicata ad Alberto Puig Palau, un aristocratico barcellonese dell'epoca noto per il suo impegno come mecenate, il suo supporto al flamenco e ai gitani (fonte: Sebas E. Alonso per "Je ne sais pop", 16 novembre 2021):
Zio Alberto ha assaggiato tutti i vini,Ennesimo esempio dello stile di Serrat, al solito plastico nel mescolare folk spagnolo, aspetti della chanson francese e arrangiamenti moderni con elementi al confine fra il jazz (apporto di Calderón) e la musica da camera, in un suono pieno ma mai eccessivamente melodrammatico, la canzone ricorda lo zio come un personaggio resiliente, talvolta triste e disilluso, ma sempre carico di una dignità inscalfibile. La sua figura diventa così metafora di una parte di popolazione spagnola, abusata, soppressa, ma mai davvero vinta o doma.
ha camminato per mille sentieri
e ha attraccato porto dopo porto
tra la rovina e la ricchezza,
tra bugie e promesse,
sa ancora sorridere, zio Alberto
Per la pianura manchega"Mediterráneo" viene pubblicato nel novembre del 1971, raggiunge il numero 1 della classifica spagnola il 27 dicembre e mantiene la vetta per ben 21 settimane, risultando l'album di gran lunga più venduto durante il 1972. A oggi è l'album di Serrat per antonomasia (che già sarebbe di per sé un riconoscimento importante, data la mole della sua carriera) e più in generale si è imposto fra i simboli della cultura spagnola e del cantautorato anni Settanta. Per la scena musicale italiana dell'epoca è un vanto notevole aver contribuito alla sua realizzazione.
si rivede la figura
di Don Chisciotte passare,
e ora, oziosa e ammaccata,
va sul ronzino l'armatura,
e ozioso va il cavaliere,
senza pettorina e senza schiena,
va carico di amarezza,
che lì trovò sepoltura
il suo amorevole combattere