Nel corso degli
anni Novanta, l'etichetta "
progressive metal" è andata crescentemente identificandosi con una sua particolare declinazione: il
sound virtuosistico ed enfatico dei
Dream Theater e dei loro numerosi emuli. Con l'avvento del Ventunesimo secolo, tuttavia, nuovi suoni e nuovi pubblici contribuiscono a riallargare lo spettro associato all'espressione, comprendendo stili diversificati e ibridi, spesso accomunati dalla commistione fra più frange del metal, sfumando anche la dicotomia fra metal estremo e metal melodico. Nomi come
Tool,
Opeth,
Pain Of Salvation sono oggi ben noti anche fuori dalla cerchia dei metallari di stretta osservanza, mentre altri come Sikth,
Maudlin Of the Well o Devin Townsend restano ancora appannaggio prevalentemente degli appassionati del filone. Un po' a metà strada si collocano gli statunitensi
Mastodon, che nascono ad Atlanta, in Georgia, proprio allo scoccare del nuovo millennio (gennaio 2000). È il loro secondo album "Leviathan", uscito nel 2004 su Relapse, a fare del gruppo un riferimento per i giovani ascoltatori e musicisti che, in quel periodo, guardano con entusiasmo sia al
rock progressivo comunemente inteso che a territori al tempo "di frontiera" come
sludge metal,
mathcore,
metalcore.
L'apertura è affidata al
riff granitico e saettante di "Blood And Thunder", quasi immediatamente affiancato dall'elemento più universalmente riverito della musica della band: il
drumming tumultuoso e tentacolare di Brann Dailor, perfettamente a tono con il tema marittimo del disco, un
concept ispirato nientemeno che al romanzo "Moby Dick" di Herman Melville. Da subito, il brano dispiega alcuni dei principali ingredienti dell'album: fendenti chitarristici
thrash metal congiunti alle bordate basse e distorte del più giovane
sludge (le accordature sono in tutto il disco ribassate di un tono intero), furia ritmica da
hardcore punk reincanalata attraverso continui cambi di tempo e accentazione, passione per atmosfere cangianti e coloriture psichedeliche, con passaggi che riecheggiano nei suoni lo
stoner metal, ma anche - nell'articolazione e nella grandiosità - il
post-metal di quegli anni.
Fuzz e
overdrive degli amplificatori valvolari sono i pilastri (poco) tecnologici dei timbri urticanti che dominano il fulmineo seguito "I Am Ahab", due minuti e quarantacinque che presentano il punto di vista del protagonista (o, almeno, del protagonista
umano) della narrazione. Trafitto da una gragnuola di zigzag e ricombinazioni in 6/8, il capitano della baleniera Pequod dà voce al sentimento che misteriosamente attrae l'uomo verso l'oceano e illustra il suo legame - di fascinazione e desiderio di vendetta - con il titanico cetaceo ("mountain put at sea") che, tredici anni prima, gli ha sottratto una gamba con i suoi denti da capodoglio.
Lo stile delle composizioni offre assai pochi momenti di respiro, ed è dunque significativo l'inizio di "Seabeast", arpeggiato su estensioni alquanto minacciose dell'accordo di La minore, ma comunque sia più disteso e atmosferico di quanto vissuto finora. Con più fangosità e decisamente più tempi dispari, il brano è quanto di più vicino ai
Metallica possa ascoltarsi nel disco, e l'alternanza di
clean vocals e articolazioni più gutturali (del chitarrista Brent Hinds e del bassista Troy Sanders, rispettivamente) contribuisce a variarne il clima almeno quanto i suoi costanti e tortuosi rivolgimenti ritmici.
Assai più furenti "Island" e "Iron Tusk" - entrambe poco oltre i tre minuti. La prima trasporta l'ascoltatore in un'Islanda mitica, tra ghiacci perenni e sommovimenti tellurici: il martello di Thor, citato prima del
break strumentale a ridosso del finale, è reso come un gorgo dissonante e ossessivo. La seconda, con i suoi
riff fondi e martellanti in
palm mute, rappresenta invece il combattimento con la balena, e culmina con muri di lame
mathcore - uno dei momenti più epici del disco, che contribuisce a fare del pezzo il secondo più ascoltato su Spotify fra quelli tratti dall'album.
"Megalodon" ha inizio nuovamente con arpeggi aperti e dissonanti, che agli amanti di
post-sludge e dintorni certamente ricorderanno le sezioni più quiete (e anche alcune di quelle meno quiete) di "
Through Silver In Blood" o "Souls At Zero" dei
Neurosis, influenza
dichiarata della band di Atlanta. Nel seguito largamente strumentale, le sfuriate
thrash trovano comunque lo spazio per un improbabile - ma brevissimo e a suo modo iconico - interludio
hillibilly, che separa l'unica strofa dal
prechorus ancor più incalzante dei passaggi precedenti.
La varietà delle porzioni strumentali si fa via via più marcata negli episodi che mancano al finale. "Naked Burn" gioca fin da principio con intrecci in
palm mute sulle corde più alte, e ne riprende lo stile barocco nel luminoso
break subito dopo il ritornello. Ancor più cervellotica, "Aqua Dementia" segna un apice sia nell'asprezza del cantato (uno
scream affidato proprio a Scott Kelly dei Neurosis) che nella serratezza dei contorsionismi musicali. Il brano, come già altri nella scaletta, devia dal corso narrativo del romanzo immaginando un futuro di oceani ribollenti e vita che scompare: una sorta di "profezia retroattiva" che è utilizzata come espediente per adattare ai tempi correnti il messaggio ecologico del romanzo.
I quasi quattordici minuti di "Hearts Alive" contrastano con la brevità degli altri brani (nessuno dei quali supera di molto i quattro minuti) e fanno del pezzo un
unicum del disco. Posto proprio nella penultima posizione della
tracklist, è inevitabilmente il culmine epico sia del racconto che della costruzione musicale dell'album. Poche le strofe che si susseguono nel suo flusso largamente strumentale: un
tour de force di variazioni dinamiche e voltafaccia ritmici che mette in scena l'annegamento dell'equipaggio del Pequod, inabissato da Moby Dick durante lo scontro finale. Anziché affrontare le fasi della battaglia, la prospettiva assunta è quella di un marinaio che, sprofondando nel fondo dell'oceano, ricorda l'accaduto, conscio di non poterlo mutare e di non avere alcuna possibilità di salvarsi. Sul piano stilistico, la composizione gioca tutte le frecce all'arco della band, accostando armonie enigmatiche e
drumming sconquassante, cantato melodico e vocalizzi ringhianti, accenni fugati,
let ring a corde vuote, in un turbinio di cambi d'atmosfera che richiama la spiraleggiante inevitabilità del destino che attende la ciurma. È l'apice emozionale e sonoro dell'album, il momento di sintesi che chiude il cerchio della tragedia.
Il brano conclusivo, "Joseph Merrick", è uno strumentale per chitarra acustica, che chiude "Leviathan" con una sorprendente nota di quiete, ispirata alla figura del celebre "Uomo elefante", contemporaneo di Melville. Questo finale suggerisce una dimensione più intima e meditativa, lasciando il segno su un pubblico che, all'epoca come oggi, ha trovato nel disco un punto di riferimento per nuove esplorazioni non soltanto sonore, ma anche emotive.
"Leviathan" ha avuto un impatto duraturo, influenzando una nuova generazione di musicisti che, muovendosi all'interno del metal progressivo, hanno abbracciato la commistione di generi: dai
Baroness ai
Gojira agli
High On Fire, sono svariati gli artisti che ne hanno ereditato la potenza sonora e la profondità concettuale - nonché, talvolta, l'attenzione ai richiami letterari. La collaborazione con Scott Kelly, iniziata qui, è proseguita in tutti gli album successivi, segnando un sodalizio creativo che ha contribuito a definire l'identità sonora della band.
"Leviathan" è stato, ed è ancora a vent'anni dall'uscita, un faro nelle acque tempestose del metal contemporaneo.