Daniel Bevilacqua, in arte Christophe, è stato uno dei più importanti chansonnier, sebbene fuori dai confini francesi il suo nome non sempre abbia generato l’eco di alcuni suoi illustri colleghi, contemporanei e non. Esplode nel 1965 con la ballata "Aline", ad oggi uno dei dieci singoli più venduti di sempre in Francia. In questa fase la sua musica è fortemente influenzata dal movimento yéyé, un ramo del pop francese risalente ai primi anni Sessanta, influenzato dal rock'n'roll, ma decisamente più leggero come approccio rispetto al corrispettivo americano. France Gall, Francoise Hardy, Sylvie Vartan, Brigitte Bardot sono solo alcune delle più fortunate esponenti del movimento; artisti del calibro di Serge Gainsbourg e Jacques Dutronc hanno invece contribuito in maniera decisiva come autori dietro le quinte. Dopo il botto di "Aline", la carriera di Christophe come musicista sembra arenarsi a causa della sua passione per le automobili, che lo vede tentare una carriera come pilota. Fallito il tentativo, torna alla musica nel 1970 e da lì parte la nuova fase della sua carriera, con un approccio però meno commerciale.
"Les mots bleus”, uscito nel 1974, è il secondo album in studio di questa nuova fase (quarto contando la colonna sonora del film "La route de Salina" e una raccolta di singoli). A dirigerlo è Francis Dreyfus, uno tra i più importanti produttori nella storia della musica francese: in seguito ha lanciato Bernard Lavilliers, ha collaborato con Alain Bashung e ha organizzato tutti i concerti storici di Jean-Michel Jarre. Proprio Jarre, all'epoca ancora sconosciuto, firma i testi dell'album, come già nel precedente "Les Paradis perdus” (1973). Le musiche sono composte tutte da Christophe, che suona anche l'organo elettrico Eminent 310 e l'armonica a bocca.
L’album si apre con “Le dernier des Bevilacquas” e il suo chilometrico incipit strumentale di oltre tre minuti e mezzo di durata, secondo una prassi di superamento della forma canzone propria del progressive rock. Risulta evidente fin da subito la natura tastieristica dell’intero brano: a fare la parte del leone sono infatti pianoforte e sintetizzatori. Questi ultimi, in particolare, inscenano una sorta di accompagnamento orchestrale sintetico, come a simulare degli archi che dapprima accompagnano gli arpeggi del pianoforte con lunghe note prolungate, poi puntellano l’arrangiamento con la frase melodica che comincia al minuto 0:35. Le tastiere del brano sono suonate da Dominique Perrier, che ne è anche l’arrangiatore: è proprio nel corso di questo album che la sua strada si incrocerà con quella di Jarre, di cui diverrà stretto collaboratore per decenni. Si possono apprezzare gli interventi di contrabbasso suonato con l’arco, nonché quelli della voce solista raddoppiata che intona una melodia senza parole, prima dell’ingresso di batteria, basso e chitarra, climax del lungo crescendo di tensione. Quando Christophe finalmente entra, la canzone muta profondamente: dopo la lunga introduzione drammatica e in minore, infatti, “Le dernier des Bevilacquas” diventa un uptempo in maggiore, rock’n’roll sinfonico che narra le gesta dell’ultimo dei Bevilacqua. Si tratta di una sorta di autobiografia romanzata di Christophe, in cui realtà e fantasia si mischiano continuamente. Come lui il protagonista del testo ha la passione per i motori (“Ho preso la mia Vespa, sono andato dritto, sempre dritto in avanti”, “Lunga è la strada che conduce all’ironia suprema guidando la mia futura macchina, taglio in stile Pininfarina”), si è lasciato coinvolgere nel gioco d’azzardo (“Allora per cena, a volte, ho scommesso su qualcosa. Tutto si riduceva a una coppia di re per l'ultimo dei Bevilacqua”), ha fatto fortuna con la musica e ha ormai raggiunto la maturità umana e artistica (“Ho quasi trent’anni, adesso faccio la musica che amo e rimarrò me stesso”). Il cantautore paga poi un tributo alle proprie origini cantando gli ultimi versi in italiano (invero non mostrandone grande padronanza); bisogna però precisare come il nostro non sia cresciuto a Roma e non sia mai scappato di casa, al contrario del personaggio descritto in questi versi. Varie digressioni e finezze in fase d’arrangiamento suggellano questo ibrido tra chanson e progressive pop.
La title track è invece una ballad plumbea e sintetica. Sebbene le note gravi vengano suonate da un basso elettrico, il songwriting sembra evocare una composizione a monte di stampo prettamente pianistico. Lo si evince in particolare dall’accordo di Si/Do# (‘Si su Do diesis’), nel quale "sopra" la nota Do diesis viene suonato un Si maggiore. Accordi di questo tipo sono solitamente riprodotti con una maggiore naturalezza da uno strumento come il pianoforte, o comunque a tasti, rispetto ad esempio alla chitarra.
Al di là dei singoli accordi, la strofa di “Les Mots Bleu” sembra far presagire un brano piuttosto linearmente ascrivibile alla tonalità di Re bemolle minore; in realtà, l’utilizzo strategico dell’accordo di Mi bemolle maggiore inserisce anche la nota Sol naturale, anziché il Sol bemolle che ci si sarebbe aspettati. Questo fa quindi pensare o a un cambio di tonalità verso il La bemolle minore o, volendola vedere in un’altra prospettiva, a una composizione interamente costruita su quest’ultima tonalità.
L’utilizzo capillare di sintetizzatori di vario tipo (si segnalano in particolare gli splendidi pad dall’afflato vocale che permeano i ritornelli) indicherà paradossalmente la via a Jean-Michel Jarre, coinvolto sì nella canzone, ma non come compositore o arrangiatore, bensì come autore del testo.
Si tratta di una canzone d’amore e desiderio dal respiro cinematografico, interpretata con grande trasporto dalla voce angelica e priva di screziature di Christophe:
Segna le sei il campanile della chiesa,
nella piazza i fiori diventano poesia,
una ragazza sta per lasciare il municipio.
Come ogni sera la aspetto,
lei mi sorride,
devo parlarle, a tutti i costi.
Le dirò le parole blu,
le parole che diciamo con gli occhi.
Parlare mi sembra ridicolo,
mi faccio avanti ma poi torno indietro,
di fronte a una frase inutile
che spezzerebbe il fragile momento di un incontro.
Le dirò le parole blu,
quelle che rendono felici le persone.
Se queste sono le due canzoni più eclatanti dell’album sotto l’aspetto lirico-musicale, il resto della scaletta non è mero contorno, anzi, diventa testimonianza di un approccio al contempo eclettico e talmente attento a captare le nuove tendenze della musica mondiale da essere all’avanguardia. Si prendano ad esempio “Señorita”, “C’est la Question” e “La Mélodie”: tutte e tre mostrano vari gradi di parentela con le più avanzate forme di art e glam rock dell’epoca. Nella prima, gli abbellimenti d’archi e gli improvvisi squarci di chitarra elettrica tipici di certo glam trovano spazio tra gli arpeggi di chitarra folk e l’atmosfera quasi samba rock dei ritornelli.
“C’est la question” farebbe presagire un boogie rock classico: il riff blues rock è suonato da una chitarra elettrica dal suono particolarmente crunch, oltre al quale l’impalcatura strumentale prevede batteria, basso e pianoforte. Dopo il secondo ritornello, tuttavia, la canzone ha una digressione inaspettata: il battito rallenta fortemente e il tempo da 4/4 passa a 3/4, con alternanza di battute da 5/4 (o da 3+2, a seconda di come si preferisca contarle). Per circa un minuto, durata di questa sezione, la chitarra sparisce, per poi tornare e condurre il brano durante la strofa successiva e nella coda strumentale.
Glam-rock con chitarre abrasive ma non esasperatamente "avanti" nel missaggio, forti toni da cabaret, voci in falsetto operistico: sono questi gli elementi che hanno sempre contraddistinto la musica degli Sparks e per i quali i fratelli Mael ottengono da decenni il plauso di critica e appassionati. Ebbene, nello stesso anno di “Kimono My House”, “La mélodie” ne utilizzava tutti gli elementi, contestualizzandoli senza problemi nel solco della canzone francese, permettendo così a Christophe di librare la sua voce su altezze non pensabili per la maggior parte delle ugole maschili. “Le petit gars” addirittura anticipa di un paio d’anni certe atmosfere di “Low”: ci sono i sintetizzatori monofonici di stampo tedesco, la batteria marziale ma non sintetica, una scrittura melodica non convenzionale, pianoforte e chitarre elettriche dedite e cromatismi e dissonanze.
Un Mellotron dal sapore cinematografico solca la dolente ballata “Drôle de vie”, dal ritmo rallentato e teatro dell’ennesima interpretazione accorata del cantautore, mentre il breve bozzetto strumentale “Souvenirs” conclude l’album con una reminiscenza di musica classica dal sapore sinfonico (non si tratta però di rielaborazione: la musica è anche in questo caso opera di Christophe).
A dispetto dello status di classico ad oggi raggiunto, l’album vendette circa 125mila copie e il 45 giri della title track 220mila: cifre più che soddisfacenti, ma non trionfali come ci si potrebbe aspettare.
Se oggi “Les mots bleus” è una delle canzoni francesi più famose di sempre, lo si deve anche alle innumerevoli cover e reinterpretazioni che l’hanno omaggiata. Tra le più importanti si annoverano quelle di Alain Bashung (1992), Thierry Amiel (2003) e Johan Papaconstantino (2019). La canzone ha assunto tale rilevanza da essere divenuta una sorta di brano standard per le selezioni dei talent show francesi.
Dopo questo album Christophe diventa uno dei nomi più emblematici della musica d'autore francese e lo rimane per tutta la carriera. Muore il 16 aprile 2020 a settantaquattro anni, in seguito a complicazioni legate al Covid-19.