Spacy

Tatsuro Yamashita

Spacy

1977 (Rca)
city pop
Tatsuro Yamashita è uno dei più importanti artisti nella storia della musica giapponese. Il plauso unanime della critica giornalistica, dell'industria dello spettacolo, del grande pubblico, ma anche dei musicisti indipendenti che lo hanno come punto di riferimento, ne fa un'icona trasversale con pochi eguali.
La sua opera è caratterizzata da un'elevata costanza qualitativa, che l'ha spinto a rallentare l'attività una volta sfogata l'euforia giovanile, uscendo nei negozi solo una volta certo di avere accumulato abbastanza materiale in grado di soddisfare i suoi maniacali standard di cura per il dettaglio (il suo ultimo album, "Softly", è giunto dopo uno iato di undici anni).
Il giudizio della critica su quale sia il suo disco migliore è frastagliato, perché non ci sono motivi per i quali indicare un album come nettamente superiore al resto. "Record Collectors" e "Music Magazine" puntano su "Songs" – uscito nel 1975 a nome Sugar Babe – essendo oggi considerato il disco che inaugurò il city pop, mentre "Snoozer" e l'edizione giapponese di "Rolling Stone" propendono per "Spacy" (1977), il suo terzo album (secondo come solista). È in lizza anche "For You" (1982), che lo trasformò in una delle figure dominanti del mercato locale e vanta un altissimo prestigio fra gli appassionati, anche se non ha riscosso i piazzamenti maggiori nelle classifiche delle riviste appena citate.
 
Se non è detto che "Spacy" sia effettivamente il suo disco migliore, qualsiasi cosa significhi, è però evidente il suo equilibrio impeccabile, laddove in altri album c'è sempre un ingrediente che rischia di provocare lievi sbilanciamenti nella scaletta: in "Songs" non tutti i brani sono scritti e cantati da lui e lo scarto stilistico si avverte, "Ride On Time" (1980) avrebbe dovuto alternare pezzi funk e ballate anziché dividerli rigidamente (i primi sul lato A, le seconde sul lato B), in "For You" il flusso è interrotto dai troppi intermezzi, "Boku no naka no shounen" (1988) è uno dei capolavori del synth-funk, ma ha due ballate patinate che si amalgamano poco al resto del formidabile repertorio, mentre "Cozy" (1998) è forse il suo disco più eclettico, ma 73 minuti di musica non sono pochi neanche per un peso massimo come lui.
Si tratta di voler cercare il pelo nell'uovo, visto che sono tutti titoli da manuale della musica pop e ognuno di essi è nei fatti un classico. In "Spacy" però non solo è impossibile scovare particolari fuori posto, ma si assiste all'inaugurazione di alcuni fra i punti di forza dell'autore. È anche la prima opera realizzata sotto il suo completo controllo artistico e per questo viene talvolta indicato come il momento in cui Yamashita divenne Yamashita.
 
Il suo primo album da solista, "Circus Town" (1976), si era fermato al numero 50 nella classifica settimanale di Oricon, vendendo appena 10mila copie, nonostante la Rca ci avesse creduto al punto di dargli la possibilità di andare negli Stati Uniti a registrarlo. 
Yamashita fu colpito sia dall'indifferenza dimostrata dai turnisti di Los Angeles, che non gli lasciò ovviamente una bella impressione, sia dall'entusiasmo di quelli di New York, in particolare il produttore Charles Calello, che gli regalò i suoi spartiti per poterli studiare. Calello era uno dei più grandi orchestratori dell'industria americana: aveva lavorato con Frank Sinatra, Neil Diamond, Ray Charles, un ancora giovane Bruce Springsteen e decine di altri nomi importanti. Avendo imparato i suoi trucchi, Yamashita decise di volerli mettere subito in pratica per il nuovo album, da registrare questa volta in Giappone.

Non avendo un budget enorme a disposizione, cercò di assemblare la migliore squadra possibile, selezionando i musicisti locali che più lo avevano colpito di recente. Chiamo così a sé, fra gli altri, il chitarrista jazz Tsunehide Matsuki, il batterista Shuichi "Ponta" Murakami (anch'egli jazzista, ma rivelato al mondo del pop rock dal celebre cantautore Yosui Inoue), il bassista Haruomi Hosono (che aveva da poco sciolto gli Happy End e suonato nei primi epocali album di Yumi Arai) e il tastierista Ryuichi Sakamoto, all'epoca ancora turnista in erba. Gli ultimi due avrebbero fondato la Yellow Magic Orchestra l'anno successivo, insieme a Yukihiro Takahashi.
Yamashita suonò tutte le parti ritmiche di chitarra elettrica, le percussioni e diverse tastiere, oltre ad arrangiare tutti i brani, interventi orchestrali compresi. Per i testi – aspetto che più avanti nella carriera avrebbe curato in proprio ma che all'epoca attirava il suo interesse solo saltuariamente – chiese il supporto di Minako Yoshida, la quale si prestò anche come corista (l'interscambio fra i due all'epoca era piuttosto fitto: i coevi album Yoshida vedevano tutti la presenza di Yamashita in veste di coautore, arrangiatore e/o produttore).

"Spacy" si apre con "Love Space", uno dei brani emblematici dell'approccio raffinato per cui l'autore è divenuto celebre. Si tratta di un midtempo funk con orchestrazioni da disco music, il cui testo escapista trasforma una canzone d'amore in un viaggio nel cosmo:
La dispersione dell'amore mi fa infatuare,
so che ti vedrò presto.
Tira la corda e scappiamo,
fino a che non diventeremo tutt'uno con il cielo notturno di questa città.
Il costante scintillio di una stella
decora il nostro amore.
Non posso lasciarti andare una volta che ti ho con me,
voliamo nello spazio
È un testo semplice [nota 1], ma che si interseca perfettamente con la costruzione musicale: si pensi all'intermezzo che attacca a 1’42’", con le giravolte di archi e i cori ascensionali di Yoshida che sembrano per l'appunto mimare un decollo.
Il giro d'accordi sfrutta tensioni armoniche di nona e di settima, oltre a fare un sapiente uso di diminuiti, creando un tappeto su cui Yamashita esprime al meglio la propria voce tenorile, in particolare nel ritornello, dove tocca il Si3 della tastiera, a voce piena (la maggior parte dei cantanti utilizza il falsetto per raggiungere quella nota): una prova di forza esecutiva che sposa in pieno la passionalità dei versi.
Si tratta di uno stile compositivo inusuale per la musica pop, con molti rimandi al jazz, e attraversa praticamente l'intero album, creando un'atmosfera di sospensione emotiva per cui nei momenti trionfali mantiene comunque una tinta di malinconia e in quelli più uggiosi conserva comunque una nota di vitalità.
Si percorre così un sentiero in equilibrio fra brani al contempo romantici e dinamici ("Tsubasa ni nosete", in qualche modo accostabile alla coeva música popular brasileira), ballate pop soul ("Sutekina gogo wa", dichiarato omaggio a Gene Chandler) e lenti con sequenze di accordi decisamente bizzarre ("Candy", che ricorre a un eccedente con quinta bemolle).

"Dancer" chiude il primo lato del vinile con un arrangiamento particolarmente elaborato: la strofa è costituita dalla voce di Yamashita che echeggia sul ritmo di Murakami, scandito in sedicesimi, mentre in lontananza emergono sottili dissonanze d'archi. È una costruzione sottrattiva che mette la batteria in particolare risalto, anche grazie a effimeri interventi di pianoforte e chitarra elettrici. Nel ritornello irrompe un sestetto di ottoni, che riempie il vuoto di colpo e crea un forte impatto emotivo.
Il testo, particolarmente cupo, è uno dei pochi scritti da Yamashita in quel periodo: gli venne ispirato da uno studente coreano di sua conoscenza, che abbandonò il Giappone per la Corea del Nord a causa del "Progetto di rimpatrio per i Coreani in Giappone" voluto da Kim Il-sung, la cui macchina propagandistica (appoggiata dall'Unione Sovietica e dal Partito Comunista Giapponese) trasse in inganno 93mila persone: nessuna di loro avrebbe più avuto la possibilità di lasciare il paese una volta fatto ritorno, né di rimanere in contatto con i parenti rimasti in Giappone.
Siamo tutti ballerini acrobatici,
rimaniamo in silenzio e continuiamo a ballare.
Non decidiamo neanche i passi,
scuotiamo solo i nostri corpi freddi.
Fuori dalla finestra il buio.
Nei dintorni, irrimediabilmente, 
anche il cuore e l'amore bruciano come il fuoco.
Nessuna voce mi raggiunge
e la città sta svanendo. 
Fuori dalla finestra il buio.
Cosa dovrei fare?
Noi ballerini acrobatici dobbiamo sempre 
continuare a ballare
"Umbrella" è un brano mutevole, che interseca momenti sussurrati con atmosfere intimiste, intermezzi disco music, contrasti fra timbri elettrici e acustici, passaggi art rock in forma libera e suoni che emergono dal calderone inaspettatamente (il sitar elettrico, gli archi pizzicati, il tuono di un temporale).

Seguono tre canzoni dall'approccio cameristico, suonate quasi interamente da Yamashita in assenza di sezione ritmica: "Ienakatta kotoba wo" (che ricicla un arrangiamento di ottoni di Calello scartato dal precedente album), "Asa no youna yuugure" (che contiene la prima parte a cappella incisa da Yamashita sovrapponendo più volte la propria voce – elemento destinato a diventare un suo marchio di fabbrica) e "Kinuzure" (un bozzetto psichedelico degno dei gruppi corali degli anni Sessanta – Beach Boys e Free Design su tutti – con le voci di Yamashita e Yoshida che si librano in ardite forme astratte su uno strato di pianoforte, fisarmonica e linea di basso sintetizzata con l'Arp Odyssey).

In chiusura "Solid Slider", funk di sette minuti registrato da una formazione parzialmente diversa dal resto dell'album, con Kenji Ohmura alla chitarra solista, Akihiro Tanaka al basso e Hiroshi "Yukari" Uehara alla batteria. 
Si distingue per il peculiare slap di basso dato sul levare del quarto battito, per i ricami di flauto, e per l'ampio spazio dato all'improvvisazione, con assoli di chitarra, sassofono e pianoforte elettrico (quest'ultimo segna la migliore performance di Sakamoto all'interno dell'album, mostrandolo pienamente a suo agio con la jazz fusion dell'epoca).
Il testo è più inquietante di quanto la musica potrebbe suggerire:
Solid slider,
nel silenzio della notte,
attendo ben nascosto,
osservo attraverso l’atmosfera tesa.
Mi ripeto "questa è l’ultima volta",
con gli occhi prosciugati l'ho messo all’angolo. 
Il coltello brilla al chiarore della luna,
in un attimo posso ucciderlo
"Spacy" si risolse in un clamoroso fiasco commerciale, mancando la top 50 e vendendo soltanto seimila copie. È probabile che oggi non sarebbe considerato uno dei capolavori del pop giapponese se il suo intestatario non fosse in seguito diventato uno dei più importanti artisti del paese, con dodici album al numero 1 spalmati nell'arco di quarantadue anni. Cosa che però è successa e ha spinto la critica a fare i conti con il fatto che quell'universo di complesse armonie, atmosfere celestiali e ritmi funk avesse posto in questi solchi le proprie fondamenta. 
Nel febbraio del 2002, la riedizione in Cd toccò finalmente il numero 29, in una settimana in cui Yamashita vantava peraltro sette dischi in contemporanea fra i primi trenta.

Oggi l'album vanta un forte culto anche in Occidente, complice la riscoperta che ha interessato Yamashita – e conseguentemente tutto il city pop [nota 2] – a partire dall'esplosione della vaporwave. Nel 2018 persino i romani Colle der Fomento sono arrivati a campionare "Love Space", nel brano "Music e fumo (Re-Edit)".
 
 
[Nota 1] Si precisa che la traduzione è piuttosto distante dal senso letterale e ha una forte componente interpretativa, o sarebbe stato difficile renderla sensatamente in italiano. Sono comunque emerse alcune forzature, come per esempio "la dispersione dell'amore", espressione che appare un po' ingessata nella nostra lingua. Si tratta di una metafora che probabilmente mira a intendere l'amore come un'entità che si espande e colpisce le persone.
 
[Nota 2] Pur essendo il disco uno dei capisaldi del city pop, si è preferito non ingolfare l'articolo con una trattazione sul genere in questione. Si rimanda, per uno sguardo panoramico sul fenomeno, all'apposito articolo presente su OndaRock.
 

Tracklist

  1. Love Space
  2. 翼に乗せて (Tsubasa ni nosete)
  3. 素敵な午後は (Sutekina gogo wa)
  4. Candy
  5. Dancer
  6. アンブレラ (Umbrella)
  7. 言えなかった言葉を (Ienakatta kotoba wo)
  8. 朝の様な夕暮れ (Asa no youna yuugure)
  9. きぬずれ (Kinuzure)
  10. Solid Slider

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