Compagni, chi di noi non sarebbe contro la guerra?
(Traduzione tratta dal sito "Canzoni contro la guerra")Però, lo splendore delle stelle del mattino di Müntzer
sopra i contadini in rivolta,
quando tingevano la testa dei loro aguzzini con una luce insanguinata.
Però, la melodia del Katiuscia
quando, a Natale, urlava "Pace sulla terra"
nelle orecchie gelate dei soldati di Hitler.
Però, l'eleganza dei missili automatici
nei cieli di Ho-Chi-Minh
quando danno quel bacio straordinario
alle straordinarie prestazioni meccaniche degli ingegneri di Detroit.
Però, la bellezza della mitragliatrice
in spalla al guerrigliero
quando fornisce al facchino boliviano adeguati argomenti
contro i suoi oppressori, che loro infine capiscono.
Però, quel che è meglio: Poliziotti addestrati contro il popolo,
quando stanno per affogare sbattuti nel fiume delle masse infuriate,
e alla fine, alla fine, invece delle loro armi
stringono la mano salvatrice degli inermi
"Oriente e occidente" è, almeno nell'ispirazione, l'episodio più prog del disco. È anche, pare, il primo nucleo tematico del disco a formarsi nella mente di Battiato. Ricostruisce il musicista e battiatofilo Fabio Zuffanti in "Franco Battiato: tutti i dischi e tutte le canzoni, dal 1965 al 2019" (Arcana, 2020): "Un'umanità che vive nel cratere di un vulcano, in particolare la vicenda di uno di questi [abitanti] che vuole abbandonare l'ameno luogo per cercare una nuova vita". Scenario e lessico adottati hanno un che di omerico, ma non è difficile scorgere nel testo una trasposizione mitologica della condizione dell'autore, desideroso di allontanarsi, costi quel che costi, dalle troppe costrizioni della sua precedente fase artistica e dare seguito al verso conclusivo "scelgo una nuova vita".
A differenza degli altri brani del disco, il pezzo è esplicitamente segmentato in porzioni, che si avvicendano con stacchi netti. C'è l'introduzione, a base di chitarra e VCS3, che crea un clima d'attesa cui fanno seguito l'ingresso della voce e il cambio di patch del sintetizzatore. I timbri sfavillanti di quest'ultimo, l'eco sulle frasi e la solennità della declamazione ("Riduci le stelle in polvere/ e non invecchierai/ mi appare in sogno Venere/ ...") conferiscono alla sezione l'aura ritualistica di una profezia, enunciata di fronte all'ardere del fuoco. È dunque profondo il cambio d'atmosfera quando dal silenzio emergono i doppi guizzi dell'oboe del fiatista Gaetano Galli, che con estro vagamente stravinskiano aprono la via al graduale rifiorire strumentale: prima la mandola, poi di nuovo il VCS3 (questa volta in veste puramente melodica). Un breve interludio di sole percussioni, scandite con rigore cerimoniale, permettere agli strumenti di riprendere tutti insieme, divergendo in maniera crescente tanto nelle altezze occupate nella scala quanto nei temi melodici. È trasparente l'influsso del minimalismo estatico sullo stile compositivo di questa coda, ma altrettanto manifesta risulta la ricerca di una via alla ripetizione/evoluzione che affondi le sue radici nelle musicalità e spiritualità tradizionali. I due aspetti si combinano evocando immagini cangianti di purificazione e rinascita, ombre e fiamme tremolanti, vaghi culti iniziatici che riconnettano l'uomo alla terra.
Si è atteso finora a menzionare "Sequenze e frequenze", la traccia che occupa l'altra facciata dell'ellepì, perché in questa convergono tutti gli elementi finora evidenziati. La ricerca sintetica e l'inusuale slancio pop, i testi sghembi, intimi e immaginifici, il minimalismo, lo spazio dedicato al folklore. E ne rispuntano altri: l'apertura cacofonica del brano, basata su intromissioni di materiali sinfonici e vocalizzi astratti delle sopraniste Jutta Niehaus (Analogy) e Rossella Conz, è l'unico frangente del disco che rimandi allo stile collagistico presente nei due album promossi da Gianni Sassi. Anche il drone di chitarra distorta, che emerge allo sfumare dell'introduzione, può essere visto come un richiamo alle sonorità ispide della fase artistica appena trascorsa.
Che il vento sia cambiato è però palesato dall'arrivo della voce sopra agli strati di VCS3: di nuovo due strofe secche, nello stile già descritto per "Aria di rivoluzione", cantilenante e a modo suo incancellabile dalla memoria. Qui il tema è il più autobiografico possibile, e mette doppiamente al centro le origini dell'artista: dal punto di vista biografico, riportando in vita stati d'animo legati all'infanzia, e da quello geografico, connettendo i ricordi alla struttura stessa dei luoghi di provenienza.
La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile
Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare
Ogni tanto passava una nave
Ogni tanto passava una nave
Il canto monodico, apparentemente essenziale, ma armonicamente sospeso tra modo dorico e modo eolio, interagisce col bordone sottostante, creando saltuari unisoni che rafforzano l'espressività di alcune parole chiave: su tutte, mare. Sul secondo "nave", la linea incerta del VCS3 muta in un disegno schematico e ripetitivo: un arpeggio VII-I-III-I che segue l'oscillazione della strofa tra maggiore e minore, riaffermandone l'elusività.
E le sere d'inverno restavo chiuso in casa ad ammuffire
Fuori il rumore dei toni rimpiccioliva la mia candela
Al mattino improvviso il sereno
Mi portava un profumo di terra
Anche qui alcuni termini sono posti in evidenza: mattino/ improvviso/ sereno/ portava/ profumo/ terra, col primo in particolare marcato da un cambio di tempo che - facendo per un attimo perdere la bussola ritmica - affianca all'arpeggio la scansione ternaria della chitarra.
Mare, terra, brezze, profumi, mutamenti atmosferici, raggi di luce. Sono questi gli ingredienti, non detti ma più presenti che mai, nei quasi tredici minuti che seguono l'ultimo verso. Dal muretto, lo sguardo si protende verso il Mediterraneo che si estende a perdita d'occhio, lo solca con l'occhio della mente, ne insegue le increspature e le correnti. È un'esperienza extracorporea, il viaggio in una dimensione atemporale dove l'unico riferimento è la regolarità delle onde, uguali nel presente, nel futuro, nel passato e in ogni direzione possibile. Sono molteplici gli elementi musicali che si succedono nel rappresentare la pulsazione di questo brulicante oceano sonoro: tabla, sintetizzatore, e da metà del sesto minuto un loop palpitante di chitarra iper-effettata, perfetta trasposizione del moto ondoso che non abbandonerà il brano fino alla sua conclusione. Su questa base incessante, altri strumenti danzano come spruzzi, uccelli, pollini portati dal vento: mandola, chitarra, poi (dal quinto minuto) il pianoforte preparato, riprodotto accelerato per innalzarne il pitch, e dal settimo minuto in poi uno strumento a percussione non accreditato (probabilmente una kalimba), dal suono particolarmente brillante e giocoso.
"Sequenze e frequenze" è uno di quei rari brani riguardo ai quali non si vede alcuna valida ragione perché, prima o poi, debbano giungere a un termine. Potrebbe andare avanti in eterno, e andrebbe benissimo così. Mette in pace coll'universo. Sta forse in questo, forse ancor più che negli indubbi legami stilistici, l'analogia profonda con le musiche che Battiato voleva approfondire a New York: la nuova via alla musica contemporanea sviluppata da Steve Reich, Philip Glass, Terry Riley. Di questi dirà, raffrontandoli ai "vecchi" Cage, Stockhausen, Boulez che precedentemente costituivano per lui un grande riferimento: "Per me quelli erano un'altra cosa. Erano la mia cosa" (v. sempre "Superonda"). Rispetto ai musicisti newyorkesi, similmente interessati al rapimento paradisiaco indotto da ripetizione, sovrapposizione e variazione, l'approccio di Battiato ha però la concretezza e il radicamento del rapporto con la terra. Che riecheggino i suoni delle due sponde del Canale di Sicilia, oppure esprimano un orizzonte tradizionale vago e del tutto immaginario, i saltarelli astratti in cui si inseguono gli strumenti accendono nella musica potenzialità evocative aliene alle manifestazioni più pure del minimalismo americano, e decisamente distinte anche dalle derive più ambientali e futuribili che caratterizzeranno la kosmische musik tedesca negli anni a venire.
Piuttosto, è possibile ricondurre alla strada mediterranea qui indicata da Battiato altre sperimentazioni successive condotte nel nostro paese: dal minimalismo spumeggiante di Roberto Cacciapaglia (già collaboratore di Battiato in "Pollution") e Arturo Stalteri (Pierrot Lunaire) fino al celestiale jazz-prog-folk dei tardi Canzoniere del Lazio ("Miradas"), intersecando i percorsi di collaboratori futuri di Battiato (Lino "Capra" Vaccina, Francesco Messina) o il singolare electro-folk minimalista del semidimenticato Pepe Maina, autore nel 1977 e nel 1979 di due dischi da riscoprire, "Il canto dell'arpa e del flauto" e "Scerizza".
"Sulle corde di Aries" è tra i dischi più celebrati della stagione progressiva del rock italiano; filone del quale - ammesso che davvero vi sia riconducibile - costituisce un rappresentante del tutto sui generis, proiettato com'è verso sonorità altre rispetto ai riferimenti consueti del prog di casa nostra. È inoltre uno spartiacque nella carriera dell'artista, e in qualche modo uno snodo dal quale si diramano molte delle linee che in seguito ne avrebbero orientato le ricerche. Già dal successivo "Clic" (1974) pezzi come "Propietad Prohibida" accentueranno grazie all'avvento dei sequencer la componente minimalista, che sarà poi estremizzata nelle nuovamente incompromissorie esperienze della seconda metà degli anni Settanta. Eppure, anche il canzonettismo enciclopedico che segnerà la "svolta pop" immediatamente trova i suoi semi nelle iconiche strofe di "Sequenze e frequenze" e "Aria di rivoluzione". E l'avvicinamento a sonorità world, dominanti nei primi Novanta di "Caffè De La Paix", non hanno forse gli echi mediterranei che animano il disco come primo embrionale punto d'origine?
Proprio nel periodo in cui cominciava a lavorare a "Sulle corde di Aries", inoltre, Battiato scopriva teorie e pratiche meditative delle culture mediorientali e orientali - aspetto che inizia a mostrarsi nelle atmosfere trascendentali del disco e, come ben noto, si farà via via più centrale nelle successive vicende artistiche e personali dell'autore.
Al netto di tutte queste contestualizzazioni, tuttavia, il terzo album di Franco Battiato è soprattutto un disco di enorme e insopprimibile fascino intrinseco. Musica fuori dal tempo e dallo spazio, capace in mezz'ora e pochi minuti di racchiudere l'eternità.