Lui ti offre la sua ultima carta
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire
quando dice: “È quattro giorni che ti amo
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”
E non hai capito ancora come mai
gli hai lasciato in un minuto tutto quel che hai
però stai bene dove stai
E basta così. Perché non importa sapere se l’amore sia finito o no, se la storia sia reale o meno. Stavolta non c’è proprio niente da capire. Il lirismo visionario del testo, denso di riferimenti letterari (“La luna e i falò” di Pavese, il Montale dei “cocci aguzzi di bottiglia”), è calato in una cornice musicale sobria ed elegante, con le sue trame articolate e inusuali: il suono cristallino di una chitarra acustica, il nitore trasognato del fingerpicking, con quelle decine d’accordi che diventeranno la bestia nera dei chitarristi alle prime armi, il tono sommesso del cantato, una melodia che s’insinua tra gli arpeggi, tenera e saltellante.
Beautiful losers
Corsi e ricorsi cantautorali. L’epopea dei perdenti, degli outsider, dei reietti della società è un topos inveterato del songwriting. Da Brassens alla beat generation, da Dylan a De André e Guccini, torme di beautiful loser sono emerse dalla quinte conquistando il proscenio. Canzoni politiche, in gran parte, di denuncia. Oppure solo celebrazioni di esistenze al margine, del “wrong side of the road” di waitsiana memoria. In De Gregori, però, è lo stile a cambiare. Tutto, ancora una volta, si gioca sul filo dell’evocazione e della metafora. Come in “Pablo”, “il collega spagnolo” immigrato in Svizzera e caduto sul lavoro, forse perché il “padrone” si è infischiato di qualche norma di sicurezza. “È un Malavoglia, Pablo, non ha coscienza sociale, non ha coscienza politica – spiegherà De Gregori - È una vittima dell’ingiustizia del mondo, non è vittima di una controparte politica”.
Per anni confusa con un omaggio a Neruda o persino a Picasso, “Pablo” è invece solo quello che racconta: due note di cronaca, una storia minimale di amicizia, immigrazione e morte sul lavoro. Il ritornello, ritoccato da Lucio Dalla (co-autore del brano) ed enfatizzato dall’organo hammond, giunge liberatorio, in crescendo, con quel suo portentoso ossimoro: “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Grido di verità, di denuncia, cui fa da contraltare la surrealtà di quegli applausi finti, posticci, a simboleggiare la reazione di un’immaginaria assemblea che riceve la notizia.
Non è un perdente, ma ci assomiglia un po’ “Il Signor Hood”, con le sue “due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole”. Una nobile figura donchisciottesca, che sbatte contro il senso comune e l’ipocrisia della società (“regalò le sue parole ai sordi”). Al pari di “Pablo”, animerà infinite discussioni e i critici si accapiglieranno per stabilire di chi si tratti, trascurando, ad esempio, il notevole assolo di chitarra acustica e le armonie western delle sue musiche. Per la cronaca, la versione più accreditata è quella che lo identifica con Marco Pannella, all’epoca impegnato nelle sue titaniche battaglie referendarie.
Storie di ieri (e di sempre)
L’incubo dei regimi totalitari, di nuove croci uncinate e camicie nere, s’insinua anche in un disco di ritratti ed enigmi sentimentali come “Rimmel”. Ritagliandosi uno spicchio agro: “Le storie di ieri”. Inserito inizialmente nel disco della “Pecora”, il brano fu bloccato dalla Rca e riproposto solo un anno dopo, quando evidentemente – come ironizzerà De Gregori – “l’antifascismo era diventato più accettabile anche per i mass media”. Finirà nello stesso anno anche su “Volume VIII” di De André, il disco della collaborazione tra i due cantautori.
Il testo, amaramente ironico, smaschera i fascismi di ieri, ma soprattutto quelli di oggi, in doppiopetto:
E anche adesso è rimasta una scritta nera
sopra il muro davanti casa mia
dice che il movimento vincerà
i nuovi capi hanno facce serene
e cravatte intonate alla camicia
Nella versione originaria, al posto di “nuovi capi”, si faceva nome e cognome: Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale. De André sceglierà una via di mezzo: “Il gran capo”. L’espediente dell’alternarsi tra il padre e il figlio è funzionale al cambio di scena, alla proiezione del passato nel futuro e viceversa.
Mio padre ha una storia comune
condivisa dalla sua generazione
la mascella nel cortile parlava
troppi morti lo hanno smentito
tutta gente che aveva capito
C’è chi ha letto in questo verso il debito di De Gregori alla lezione storica di Renzo De Felice (suo maestro all’università), alla tesi del fascismo come “storia comune”, cui la gran parte della borghesia italiana aderì con entusiasmo (nella versione originaria e in quella di De André si parla proprio di “sogno comune”). Ma c’è un contrappunto nella rappresentazione della vicenda: non è Mussolini a parlare al cortile, bensì “la mascella”, il tratto più banalmente pittoresco del duce; inoltre, si abbassa il valore delle folle oceaniche che riempivano le piazze, ridotte a un “cortile”. Un contrappunto che si tinge di sarcasmo, ricordando il tributo di sangue pagato a quella allucinazione collettiva (“troppi morti lo hanno smentito, tutte gente che aveva capito”) e chiosando con illuminante metafora scacchistica: “A giocare col nero perdi sempre”. E se è vero che “Mussolini ha scritto anche poesie”, allora i poeti devono essere “brutte creature”, al punto che “ogni volta che parlano è una truffa”. E chissà se De Gregori si riferisce davvero a costoro, con cui avrà sempre un rapporto travagliato, o ai nuovi apologeti cortesi del regime, quelli che hanno preso atto che “i cavalli a Salò sono morti di noia” e che ora si mostrano con la faccia più presentabile.
Ma il bambino è l’elemento di rottura. Entra in contatto con un’altra dimensione (“tira sassi nel cielo e nel mare, ogni volta che colpisce una stella, chiude gli occhi e comincia a sognare”) e quando passa davanti a una scritta sul muro e “si guarda le mani”. Mani che lotteranno contro quell’oppressione. È il passaggio più positivo del testo, la speranza di una rinascita politica e culturale. L’ultimo verso sembra invece indicativo di certe dialettiche “politiche” vissute in famiglia:
Ma mio padre è un ragazzo tranquillo
la mattina legge molti giornali
è convinto di avere delle idee
e suo figlio è una nave pirata
Il figlio comunista è una nave pirata nell’arcipelago moderato di casa De Gregori? Forse, ripensando a quel che Francesco raccontava delle discussioni politiche con il padre. Ma sono false tutte le altre ricostruzioni sul carattere autobiografico della canzone. Al produttore Lilli Greco, invece, non piacque la coda finale di sassofono di Mario Schiano, ma si può annoverare tutto sommato tra i cardini musicali del brano, assieme al bel solo di contrabbasso introduttivo di Roberto Della Grotta.
Amici al Piano bar
Il 1975 è l’anno del grande freddo tra De Gregori e il suo ex-fratello di Folkstudio Antonello Venditti. E gli esegeti più maligni ne leggono le tracce nei versi di “Piano bar”, l’avvolgente ballata dalle tonalità à-la Elton John, in cui è ritratto un musicista/mercenario, che “vende a tutti tutto quel che fa”. Una parodia tagliente, mascherata dalle dolcezze melodiche e dal tocco morbido del piano:
È un pianista di piano bar
vende a tutti tutto quel che fa
non sperare di farlo piangere
perché piangere non sa
Nella punta delle dita poco jazz
poche ombre nella vita
Ma non è Venditti, il pianista di piano bar. Anche se De Gregori, all’epoca, ci si divertì un po’: “Quando ho fatto sentire il disco, che doveva ancora uscire, ad Antonello, mi disse che faceva schifo, tranne ‘Piano bar’. Allora gli ho detto che era dedicata a lui”. Il vero protagonista della canzone, invece, è un anonimo musicante da albergo, incrociato nella hall dell’hotel Hilton”, come rivelerà lo stesso autore.
Sulla strada di “Rimmel” si possono incontrare anche i “Quattro cani” più bizzarri del cantautorato tricolore. C’è chi li identificherà nello stesso de Gregori (il cane da guerra che “nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza”), nell’amico-rivale Venditti (il bastardo “che conosce la fame e la tranquillità”), nella divina Patty Pravo (la cagna che “quasi sempre si nega, qualche volta si dà”) e nel produttore Greco (il padrone che “non sa dove andare, comunque ci va”). Ipotesi smentita ma mai definitivamente. Chi c’è di sicuro, invece, è Lucio Dalla, la cui voce spunta nei cori.
Quasi uno scherzo d’autore, “Quattro cani”, così come quella “Piccola mela” dolce e un po’ acerba, nella sua confezione spoglia da stornello, intonato in punta di voce.
Rimmel 2015
Con “Rimmel”, dunque, De Gregori riesce nell’impresa di coniugare impegno politico e sentimenti, senza snaturare il suo linguaggio, anzi, arricchendolo di tinte inedite e figure letterarie di straordinaria vitalità. Ma non è mai un lirismo intellettualistico fine a se stesso. De Gregori immerge le sue canzoni nel sostrato sociale e politico. Riproduce sentimenti e situazioni in cui ognuno si può rispecchiare. Per questo emoziona. Semmai, la difficoltà va ricercata in un utilizzo “sonico” dei versi che intreccia parola ed espressione musicale. Anche perché la melodia, per quanto esile e nervosa, resta di primaria importanza, il testo non la prevarica mai più del dovuto.
“Rimmel” fissa quindi l’archetipo di uno stile che resterà un modello per generazioni di cantautori. Un disco che, a 40 anni di distanza, mantiene intatta tutta la freschezza che contribuì al suo successo - mezzo milione di copie nel solo anno di pubblicazione, album più venduto in Italia nel 1975 dopo una leggenda come “Profondo rosso” dei Goblin.
Si può perdonare, quindi, al suo autore l’eccesso auto-celebrativo che lo ha spinto a chiamare a raccolta per il concerto-evento (“Rimmel 2015”) del 22 settembre all’Arena di Verona un’accozzaglia improbabile di ospiti: Malika Ayane, Caparezza, Elisa, Fedez, L’orage, Fausto Leali, Ligabue, Giuliano Sangiorgi, Ambrogio Sparagna e Checco Zalone. Nessuno, a parte Sparagna, ha qualcosa a che spartire con il suo mondo.
Forse è stato il desiderio di scrollarsi di dosso quella patina di misantropia che si porta dietro da sempre, forse solo l'ansia di non invecchiare. A noi, però, piaceva più quando cantava “i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste”. E, in fondo, chissà che non lo pensi ancora.
Con estratti da “Fra le pagine chiare e le pagine scure” (Arcana, 2011)
Il canzoniere di De Gregori è un compendio di sentimenti sospesi, evocati con tocco visionario, cinematografico. Un percorso che, lungo le curve della memoria, attraversa le fasi più oscure e controverse della storia italiana. Ma nei suoi versi si è compiuta anche una rivoluzione lessicale decisiva per la canzone italiana. Il libro è un viaggio nel songbook degregoriano che si snoda attorno ai suoi principali nuclei tematici, in bilico tra personale e sociale, realtà e fantasia, soffermandosi anche su alcune tappe cruciali: l'epopea del Folkstudio, il processo del Palalido, il sodalizio con Lucio Dalla, le altre svariate collaborazioni, fino al recente suggello del nume Dylan.