È proprio da questa piccante allegoria che nasce il progetto Dfa di James Murphy e Tim Goldsworth. Entrambi figli adottivi della Grande Mela, per anni attraversano in lungo e in largo l’East River, penetrando come vampiri nei club più in voga della metropoli, raccattando qualsiasi possibile next big thing nascosta dietro l’angolo. Un’estenuante e redditizia trafila selettiva che questi due predicatori del ritmo si concedono prima di coalizzare le rispettive forze e dare vita a una delle più sensazionali label del pianeta. Ma le vere origini di questa fusione nascono da un passato clamorosamente rispettoso. Tim e James appaiono un po’ ovunque fin dai primi anni Novanta: Massive Attack, Radiohead, Beck, Can, tra le tante collaborazioni eccellenti di Goldsworthy, sommati ai celeberrimi Unkle, fondati con l’amico James Lavelle. Mentre a spiccare come lucciole sul taccuino del paffutello Murphy troviamo June Of '44, Primal Scream, Six Finger Satellite e Holmes.
È un curriculum di tutto rispetto quello dei due futuri producer, comprendente la centralità di un’attitudine produttiva tesa verso la ricerca di formazioni votate a una pulsazione elettronica continua, al cambio di direzione funky, al pitch bionico e al basso in levare in perenne erezione.
Di certo, l’idea di partenza è rielaborare le tracce disco punk-funk della New York City dei bei tempi. Basti pensare ai vari James Chance And The Contortions, Talking Heads, Konk, Liquid Liquid, solo per citare i pesci più grossi. Sono proprio questi i vertici a cui puntano senza alcun pudore sia l'instancabile Murphy che il buon Goldsworth. Non a caso, molti dei gruppi satelliti della giovane casa discografica paiono provenire direttamente da quel periodo, non fosse altro che per la maggiore “pulizia” delle registrazioni. Ma la Dfa non è solo un’etichetta che cerca di rianimare l’attrattiva di un accattivante ma pur sempre "antico" modello. È qualcosa di più. È un club per maniaci del beat, una sorta di vibrante rifugio dove poter rivoltare le proprie alienazioni e incendiarle a colpi di basso funky e cassa dritta. È un vero e proprio stile. Se ne accorge subito anche la Emi, la quale acquista di scatto i titoli di una comune destinata a fare faville ben oltre il nuovo continente o i locali newyorkesi del momento.
L’essenza stretta di quello che sarà uno dei filoni più entusiasmanti e prolifici dell’intero decennio Zero è tutta racchiusa in questi tre dischi componenti la seconda raccolta di singoli fatti uscire nel triennio precedente l'anno 2004.
L’impatto è devastante. “Casual Friday” dei Black Leotard Front di Delia Gonzalez è un’ipnosi funkadelica lanciata in quattro quarti. Si resta incantati e allo stesso tempo travolti da una chanteuse in preda a un orgasmo lentissimo, mentre il ritmo prosegue imperturbato nella propria estatica evoluzione. È solo l’inizio. Il remix di “Surplus” è grezzo quanto basta per esaltare l’esotica schizofrenia delle giapponesi J.O.Y.. Gli irriverenti Rapture mostrano gli artigli in un’ansiolitica “Alabama Sunshine”. Mentre a Delia Gonzalez & Gavin Russom è affidato il delicato (si fa per dire) compito di dilaniare il groove e spedirlo a fettine nell’esosfera: synth titanico e cardiofrequenzimetro ondulato a gocce. Il dub disconnesso da Juan Maclean in “Dance Hall Modulator Dub” serve solo a confondere un po’ le idee, prima che la scossa torni a invadere i nostri corpi. Perché "Get Up/Say What" dei Pixeltan è tutto ciò che un disc-jockey vorrebbe trovare nella propria stiva: basso graffiato, palpito killer, cassa cafona, tastierina lunare e ripartenze concise. Di tutt’altra pasta e natura è composta “Wasteder” dei Black Dice, quartetto di Providence tra i più prolifici dell’intero decennio Zero in quanto a campionamenti e improbabili collage noise-industrial, a conferma di un’eccellente virtuosità delle soluzioni adottate nei territori Dfa.
Il secondo atto si apre con Murphy nelle vesti del timoniere discotecaro. La prima crassa versione di “Yeah”, singolo-bomba per deliri suburbani inserito nell’omonimo esordio degli Lcd Soundsystem, è un’apoteosi coatta di “yeah, yeah, yeah, yeah, yeah, yeah, yeah, yeah” ripetuti fino allo sfinimento e rivoltati in coda da una tempesta nevrastenica di scosse elettriche ad alto amperaggio. Stesso dicasi per l’altra top ten del lotto, “Beat Connection”: stop&go bongo-house modello African Suite con il capitano Murphy a incitare un improbabile pogo.
Sperimentazione, ricerca, cazzeggio e puro intrattenimento non sono mai stati così vicini.
È il manifesto elettronico degli anni Duemila.
Disc One
Disc Two
Disc Three