Bbc, Top Of The Pops, maggio 1974. E questi da dove saltano fuori? Ron: capello corto, camicia bianca e cravatta scura, pose meccaniche, sguardo schizoide stralunato del tutto simile a quello che Johnny Rotten esibirà tre anni dopo coi
Sex Pistols su quello stesso palco, e infine un baffetto che - perbacco - "Christ, they've got Hitler on the telly!" (la citazione d'obbligo, è da attribuirsi a
John Lennon allorché lo vide per la prima volta in Tv). Russell Mael: capello fluente in
Jim Morrison style, abito nero simil classico di almeno una taglia più grande (ma davvero simil, stante l'esagerata scampanatura del pantalone), fazzoletto al collo, sculettamenti prossimi a
Marc Bolan e un falsetto operistico trapiantato al posto della classica ugola rock.
Il pretesto per la pantomima
nonsense è dato da "This Town Ain't Big Enough For Both Of Us", canzone che in tre minuti condensa
riff assassini di chitarra sintetica in luogo dell'usuale ritornello vocale, folli gorgheggi su ottave ripidissime, marzialità paradosse, e un testo su cui sfrecciano dadaismi assortiti quali "...il tuono di rinoceronti in fuga, elefanti e tigri pacchiane", perché "questa città non è abbastanza grande per entrambi, ma non sarò io colui che se andrà". Un pugno nello stomaco che frutta il numero 2 nelle classifiche dei singoli inglesi: chi ci cava qualcosa in più di una stramba disputa sentimentale da film western è bravo, eppure ci troviamo dinnanzi a qualcosa di realmente rivoluzionario che spariglia i cliché del rock'n roll non meno degli ambigui ragni
bowiani, o delle inappuntabili divise da cameriere di Mister
Bryan Ferry.
E'
glam-rock, si potrebbe dire, ma in un'inedita declinazione. Questo perché i fratelli piombano a Londra dall'assolata natia West Coast americana che li guarda di traverso per via di un'estetica che mescola
british invasion e avanguardie mitteleuropee d'inizio secolo, il musical e l'operetta, il fiero e il grottesco. Antitetici rispetto alle
jam session dei
Grateful Dead così come al country elettrico di
David Crosby e di
Neil Young, Ron e Russell sono i due corpi estranei della Los Angeles di inizio anni 70: il fatto che l'unico ad accorgersi di loro sia un giovane pop eretico del nord, tale
Todd Rundgren (che ne produrrà il primo album), vale molto più di una conferma. Non può stupire dunque che i due allievi della UCLA (la celebre università californiana dove studiano cinematografia, teatro e arti grafiche) dopo un secondo e poco convinto tentativo con il buon "A Woofer in Tweeter's Clothing", prendano armi e bagagli per trasferirsi in Inghilterra che, a quei tempi, sciorinava artisti assai più affini quali
David Bowie,
Roxy Music, T Rex, Slade, Steve Harley e Suzie Quatro.
Messinscena, chitarroni, avant-rock e
pailettes,
what else? Farsi ricordare con siffatta concorrenza non è semplice, occorrono numeri di forma (leggasi il "look giusto") e di sostanza fuori del comune, qualcosa che permetta loro di competere senza relegarli allo
status di
parvenu, e infatti i losangelini mostrano di avere il necessario e molto altro ancora. Tutto, a cominciare dall'involucro, è nel segno della parodia. Dei baffetti hitleriani di Ron s'è già detto, e poi c'è il titolo mutuato da una canzone di Rosemary Clooney del 1951, l'ammiccante "Come on-a My House" che storpia "come on-a" in "kimono" diventando anche il pretesto per l'
artwork raffigurante le due geishe stralunate della copertina. Per la fotografia viene chiamato Karl Stoeker, che si affida anch'egli alla caricatura abdicando dai suoi abituali scatti sexy: fu lui, infatti, a immortalare la modella Kari-Ann Muller sul debut album dei Roxy Music, Amanda Lear nel seguente "
For Your Pleasure" e la playmate Marilyn Cole in "Stranded".
A dirigere le operazioni c'è Muff Winwood, uomo di fiducia della Island, eccellente bassista dello Spencer Davis Group, nonché fratello del più celebre
Steve Winwood, mentre a completare il combo interamente
british abbiamo Martin Gordon al basso (anch'egli diventerà un celebre produttore, ma la storia coi Mael finì poco dopo l'uscita del disco a causa di insanabili divergenze artistiche), Dinky Diamond alla batteria, ma soprattutto la straordinaria meteora della chitarra elettrica Adrian Fisher: è lui il colore forte della tavolozza, capace di riempire coi
riff appuntiti e nervosi di una Gibson Les Paul i soggetti musicali disegnati da Ron e animati dal saliscendi vocale di Russell. Anch'egli finirà in rotta di collisione con i due leader, in quanto molto più orientato all'hard rock blues piuttosto che a quell'inusuale cabaret elettrico. Eppure l'anima hard emerge prepotente anche laddove l'assolo è soppiantato da repentini
riff circolari ("Thank God It's Not Christmas"), nelle trame beffarde che dialogano con straniti acuti di voce ("Amateur Hour", secondo singolo estratto e seconda
top ten inglese; a completamento del tris c'è l'album, che fissa la tacca al numero 4), e persino nella surreale parata decadente "Falling In Love With Myself Again", un titolo che è tutto un programma e a cui manca il cantato in tedesco per essere la copiatura burlesca di un'adunata del Terzo Reich.
Il clima da avanspettacolo raggiunge l'apice con il charleston
sui generis che, a modo suo, incensa il genio di Albert Einstein in "Talent Is An Asset", e nello swing neo-dada di "Equator", in cui Russell s'improvvisa piagnucolante caricatura androgina disperata perché l'amata non si presenta all'appuntamento che si erano dati... sull'equatore. Per la serie, una risata ci seppellirà.
"Kimono My House" è il luogo in cui il musical americano di Irving Berlin si schianta fragorosamente sul muro cangiante del
glam, e dove il cabaret rinuncia alla sua forma teatrale per divenire il canovaccio su cui si consuma la più seria tra le prese in giro, creando i presupposti per un proselitismo rimasto intonso fino ai giorni nostri. Perché i fratelli Mael non si limitano a completare con il successivo e folgorante "Propaganda" l'opera qui iniziata, ma trasferiscono i loro connotati nel pre-punk con "Big Beat" (1976), e quindi nella
dance music (la stagione
moroderiana culminata nel 1979 con "N°1 In Heaven"). Ma più in generale in una carriera che, fra brusche sterzate stilistiche e inevitabili alti e bassi, li consacra come uno dei più originali, bizzarri e geniali progetti mai partoriti dalla
pop music.