Quando nel 1970 esce “Shooting At The Moon”,
Kevin Ayers ha ventisei anni e un discreto carico di gloria sulle spalle. Il bassista dei primi
Soft Machine, con vocazione diversa rispetto alle pieghe prese dell’epica band
canterburiana, con il debutto solista “Joy Of A Toy” (1969) sembra tracciare il perimetro idoneo entro cui far confluire le sue attitudini: dalla jazz psichedelia del combo di Kent alle melodie lisergiche di un pop visionario e circense.
Quella che appare una scelta di campo, un approdo più circoscritto alla forma-canzone, è in realtà una mirabile urgenza, il prologo per l’inafferrabile ed errabondo sperimentatore che di lì a poco si ritaglierà nuovi e sorprendenti spazi per assecondare il suo incoercibille talento.
Eppure, sulle prime, il discorso riprende da dove “Joy” lo aveva lasciato: l’iniziale “May, I?” restituisce molti sapori del
debut album, implementando però un cliché da
crooner confidenziale con fisarmonica
rive gauche a impreziosire. Semmai non rendesse l’idea, fra le
bonus track della ristampa in commercio ne è presente una versione (definitiva!) in francese, dal titolo “Puis Je?”.
Se Kevin non fosse un trasandato
dandy-freak di stanza a Ibiza, lo immagineremmo per l’occasione in smoking e papillon, con abiti e accessori già nell’armadio di quel
Bryan Ferry che, di lì a un paio d’anni, si presenterà ai blocchi di partenza sentitamente ringraziando per l’imbeccata.
Ai futuri
Roxy Music, Ayers fornirà anche una sfrontatezza “arty” che gioca con l’ascoltatore spiazzandolo laddove, di norma, viene rassicurato. Una materia cara anche a
Brian Eno che ne ritaglierà gli abbrivi per la carriera solista, così da incrociare quella del nostro in “June 1, 1974” l’incredibile esibizione
live che vede sul palco anche
Nico e
John Cale (altro artista che, già nel 1970, tramava per cambiare i destini del pop d’avanguardia), oltre che
guest del calibro di
Robert Wyatt e del pupillo
Mike Oldfield, il bassista e chitarrista che, appena diciassettenne, prende parte con i The Whole World alle
session di “Shooting At The Moon”.
Spiazzare, si diceva. E’ questo il
leit motiv di un album che alterna sublimi passaggi melodici a inusitate escursioni nella più audace sperimentazione. Emblematica per questo è “Rheinhardt & Geraldine/Colores Para Delores":
incipit strumentale con fiati
Canterbury, sviluppo rock psichedelico con increspature
progressive, e quindi una repentina cascata di
tapes a clonare lo spazio abitualmente assegnato all’assolo. Poi via di nuovo nel tema principale a chiudere, come niente fosse. Strutture e concetti che avremmo apprezzato un quarto di secolo dopo, negli eretici campionamenti prog dei
Tortoise, o nelle surreali divagazioni di Jim O’Rourke.
La vena beffarda si rinnova nel rock’n roll travisato di “Lunatics Lament”, altro fulgido esempio di come l’estro possa rimescolare le carte di standard consolidati. Ma l’affronto definitivo si consuma con la stralunata
suite di otto minuti “Pisser Dans Un Violon”, sardonica a cominciare dal titolo (“inutile come pisciare in un violino”, recita un colorito adagio francese), caracollando fra silenzi, brusii e sparute improvvisazioni d’archi: una sfida che conduce fra le pieghe di un’avanguardia sottilmente allucinata.
Colpisce la coerenza con cui si alternano situazioni in apparenza eterogenee, come se a mutare non fossero gli spazi ma l’intensità delle luci che li illuminano, regalando così diverse chiavi di lettura a un contesto fortemente univoco.
Il gioco cromatico si reitera nel lato due del vinile, in cui alla ballata fra lo spiaggistico e il bucolico “The Oyster and the Flying Fish” (in coppia con Bridget St John qui nella declinazione scanzonata di Nico), fa seguito l’evocativo astrattismo strumentale di “Underwater”. Le splendide “Clarence in Wonderland” e “Red Green and You Blue” disegnano nuovi orizzonti di
pop ballad paralleli a quelli verso cui si muove John Cale, mentre l’epilogo è per la
title track che, partendo proprio dai Soft Machine (dal cui brano “Jet-Propelled Photographs” prende appunto le mosse), si srotola in un robotico ipnotismo che sposta in avanti i confini del rock psichedelico, offrendo più di uno spunto persino agli
Stranglers che verranno.
Nel successivo “Whatevershebringswesing” (1971) Kevin Ayers, con l’ausilio di alcuni membri dei disciolti The Whole World e dell’onnipresente Wyatt, completerà un trittico di album memorabili, entrando per sempre nell’olimpo dei grandi del rock.