Una poetessa al tempo della new wave

Figlia della stagione punk e new wave, la cantautrice inglese ha plasmato uno stile peculiare e unico, che oggi trova in prestigiatori dello spoken word come Kae Tempest una progenie di nobili eredi. Ripercorriamo la storia dell'artista che ha sposato versi ed elettronica, portando la poesia nei club

C’è un filo rosso che unisce elettronica e parole, beat e versi. Un tracciato che Anne Charlotte Clark ha percorso con coraggio per quasi mezzo secolo. Figlia della stagione punk e new wave, la cantautrice di Croydon (sud di Londra) ha plasmato uno stile peculiare e unico, che oggi trova in prestigiatori dello spoken word come Kae Tempest una progenie di nobili eredi.
Quasi rapper ante-litteram, Anne è però in tutto e per tutto un’artista wave, cresciuta con quei suoni e quell’immaginario come stelle polari, sebbene il suo songwriting nel corso degli anni si sia evoluto, rendendola protagonista di performance che sposano musica e declamazione in nuove traiettorie artistiche. Ma per delineare il ritratto di quest’atipica chanteuse-poetessa britannica bisogna riavvolgere il nastro e ripartire dai fatidici anni 80, nei quali tutto ha avuto inizio.

Poesia nei club

Anne ClarkAnne Clark nasce a Croydon, Londra, il 14 maggio 1960, da madre irlandese e padre scozzese (da qui l’inconfondibile accento “stretto” che caratterizzerà le sue declamazioni). È un’adolescente brillante e inquieta, ma lascia la scuola a 16 anni senza essere mai riuscita ad adattarsi realmente ai vincoli del sistema educativo. Ciò non limita tuttavia il suo appetito vorace per la musica e i libri, né la sua curiosità e il bisogno concreto di essere coinvolta nel mondo che la circonda. Svolge diversi lavori, tra cui quello di assistente sociosanitaria presso l’ospedale psichiatrico di Cane Hill e successivamente un impiego presso Bonaparte Records, negozio di dischi indipendente e piccola etichetta locale. Lavora anche come redattrice presso la casa editrice Riot Stories di Paul Weller e contribuisce alla realizzazione per Faber & Faber dell’antologia di nuovi autori "Hard Lines", che otterrà un notevole successo.

È un momento particolarmente favorevole: la scena punk sta per esplodere a Londra, aprendo una nuova stagione, con la sua urgenza comunicativa, il suo sguardo critico verso le istituzioni e un approccio completamente nuovo alla musica, alle arti e alla società stessa. In quel momento tutto sembra possibile. Così, combinando testi letterari e socialmente impegnati con una musica innovativa e capace di superare i confini di genere, Anne Clark attraversa molteplici stili, mantenendo però un’identità riconoscibile in ogni registrazione. Inizia a organizzare eventi nel vicino Warehouse Theater, presentando un’ampia gamma di musica d’avanguardia, poesia e comicità, riempiendo il teatro con artisti come Paul Weller, Linton Kwesi Johnson, French & Saunders, Siouxsie, The Damned, Durutti Column e Ben Watt (futuro Everything But The Girl assieme a Tracey Thorn). Parallelamente inizia a sperimentare musica e testi propri, creando attorno a sé un piccolo culto, e fa la sua prima apparizione sul palco nel "Cabaret Futura" di Richard Strange, insieme ai Depeche Mode, piuttosto vicini al suo immaginario, costruito – per sua stessa ammissione - attorno a numi tutelari come Giorgio Moroder, Tangerine Dream, Roxy Music e David Bowie.

Nel 1982 riesce così a pubblicare il suo primo album, The Sitting Room, realizzato in collaborazione con Dominic Appleton dei This Mortal Coil, il supergruppo di casa 4AD. Griffato in copertina da un dipinto preraffaellita di Dante Gabriel Rossetti, è un disco in cui un avveniristico uso dei campionamenti (prima ancora che questo divenisse un concetto codificato) e delle sonorità acustiche trattate elettronicamente riesce a forgiare un nuovo stile, sospeso tra forbita poesia e gelida new wave. Una collezione di synthscape fluidi, che ribollono come lava.
A dettare il tono, la splendida title track, che in poco più di due minuti riesce a condensare suggestioni kosmische, romanticismo sinfonico e futurismo wave. Altri vertici del disco si possono ravvisare nella tormentata musique concrète di "Swimming", nell’onirica ambient music di "An Ordinary Life", nel requiem spettrale di "Shades", nel fragile synth-folk di "Short Story" e nel lamento elettronico di "All We Have To Be Thankful For". Uno scrigno di gemme minute (anche per durata), che brillano di una luminosità abbagliante.



Proto-techno metropolitana

Anne Clark - David HarrowUn anno dopo giunge il secondo atto Changing Places (1983), forse il suo capolavoro. Il disco segna anche l’avvio del sodalizio con il tastierista David Harrow, che in seguito collaborerà anche con il pianista Charlie Morgan, con l’ex-leader degli Ultravox, John Foxx, con Jah Wobble e con Martyn Bates degli Eyeless in Gaza. Il suo lavoro pulsante ai sintetizzatori conferisce ai brani di Clark una patina elettronica incisiva e seducente, perfettamente in sintonia con il tono spesso alienato dei suoi testi. Un disco che suona tutt’oggi nitido, ispirato, misurato. La sua grazia riporta a un momento storico in cui poesia, punk, new wave ed elettronica dialogavano con la massima libertà, prima che le identità culturali si irrigidissero in fazioni chiuse e impermeabili. Così embrioni di ruvida techno, romanticismo post-punk e spoken word si amalgamano, tenuti insieme da una tensione sperimentale all’insegna di un rigoroso minimalismo. Undici brani che delineano un paesaggio urbano segnato da fratture sociali e tensioni politiche. Clark osserva il mondo in cui è cresciuta e lo restituisce attraverso poesie cupe, sostenute da sintetizzatori che evocano distopia e inquietudine.
Il disco è diviso idealmente in due metà, segnate dalle produzioni di David Harrow e Vini Reilly, mente dei Durutti Column. Se Harrow imprime un taglio elettronico spigoloso, vicino alla proto-Ebm e a una new wave urbana, Reilly porta in dote un tocco più chitarristico, etereo e atmosferico.
Dalla prima metà emerge soprattutto "Sleeper In Metropolis", tra i brani più noti di Clark: un inno alienato e claustrofobico che intreccia sequencer severi e battiti sintetici a una declamazione desolata e straniante. Saggio lungimirante di proto-techno e proto-trance, diverrà un classico nei club di Berlino, Chicago e al leggendario Starck di Dallas.
Altrove, Harrow attenua la componente ritmica: la struggente "Poem For A Nuclear Romance" allestisce un paesaggio sospeso, con sintetizzatori ambient che rimandano a certe atmosfere berlinesi di David Bowie; il romanticismo apocalittico del testo, attraversato da cieli rossi e creature che riemergono dal sottosuolo, riflette l’ombra dell’annientamento nucleare, incubo costante nell’immaginario new wave dell’epoca. Ma in "Poem For A Nuclear Romance" si condensa anche il mood dell’intero album, in cui visioni allucinate convivono con immagini di ordinaria quotidianità. Molti testi di Changing Places raccontano la banalità della vita adulta nella working class britannica: uomini mediocri e frustrazione (la trascinante "Wallies"), incontri occasionali svuotati di senso ("Lovers Auditions"), feste interminabili e inconcludenti ("All Night Party"). Storie che denunciano strutture di potere e meccanismi di esclusione: oppressione, misoginia, omofobia. L’ordinarietà diventa dunque materia poetica nella scrittura di Clark, sempre refrattaria alla retorica accademica e all’auto-indulgenza. Il suo lessico nasce dall’esperienza concreta della vita quotidiana, dal conflitto sociale. E osa persino la rima, scelta che oggi può apparire controcorrente, ma che qui suona del tutto naturale.
Oltre ad anticipare sviluppi successivi della darkwave e dell’Ebm, Changing Places documenta un’epoca in cui la poesia poteva ancora abitare i club e non solo i simposi e le aule universitarie. Un’epoca di vibrante vitalità e onnivora curiosità che si sarebbe progressivamente smarrita nel corso degli anni successivi.

Un anno dopo è la volta di Joined Up Writing (1984), altro ottimo lavoro che insiste sui sintetizzatori glaciali e minacciosi, ad eccezione dell’ouverture di “Nothing At All”, dominata da una strumentazione più complessa, dove anche i violini sembrano emulare il minimalismo sintetico e desolato dei synth. Anne dimostra una crescita nella sua declamazione in spoken word, mixata anche in modo più efficace rispetto agli esordi, mettendo in evidenza il suo timbro affilato, con una nitidezza cristallina che emerge dai paesaggi sonori senza mai sovrastarli. In “Weltschmerz” – titolo che rimanda al sentimento di malinconia che si prova quando il mondo non è come vorremmo - lo scheletro sonoro si fa ancora più scarno, con cori spettrali a fare da (quasi) unico contraltare al recitato di Anne, fino a quando, in “Killing Time”, tastiere liturgiche si elevano ad assecondare il suo mantra sinistro. Una declamazione che si fa quasi filastrocca in “True Love Tales”, reiterando in trance i versi “Love is just a paradox/ He loves me, he loves me not”, prima dell’avvento dei nuovi beat incalzanti di “Self Destruct”.
"Our Darkness" è il momento chiave, la chiusura imponente e sontuosa, con le sue trame nevrotiche e martellanti di synth electro-disco su cui si staglia la declamazione solenne e angosciata di Clark, che evoca nuovi scenari distopici, mentre un lancinante solo di sax squarcia la tela elettronica. Un altro ideale inno dell’intera stagione della Guerra fredda.



Al fianco del Quiet Man

Anne ClarkGrazie a questi primi tre dischi le quotazioni di Anne Clarke crescono rapidamente. Non a caso, per produrre il successivo Pressure Points (1985) si scomoda nientedimeno che The Quiet Man, alias John Foxx, ex-leader degli Ultravox, impegnato in una temeraria carriera solista, avviata a partire dal capolavoro “Metamatic” (1980) e destinata proprio quell’anno a una svolta clamorosa con "In Mysterious Ways", un album in cui semplici melodie pop e strumentazione acustica soppiantavano le spigolosità futuriste e i campionamenti dei lavori precedenti.
Su Pressure Points Foxx non solo produce 8 brani su 9, ma firma interamente la musica del lato A. Ed è una sorta di perfetto contraltare al suo “In Mysterious Ways”: tanto quieto e quasi pastorale è il mood di quest’ultimo, quanto teso e nevroticamente urbano è il clima che si respira tra i solchi dell’opera quarta della poetessa inglese.
Per il resto, torna la classica formula-Clark (testi declamati su tappeti elettronici), al servizio di una coerenza sonora garantita da Foxx e tangibile fin dall’iniziale "Heaven", che si snoda tra synth pulsanti, basso trattato e drum machine, con un crescendo finale di piano e archi sintetici che deflagra in un potente riff riverberato per una chiusura molto teatrale. "Red Sands" accelera ulteriormente, propulsa da una batteria martellante e dalle linee nevrotiche del basso nervoso, mentre in "Alarm Call" l’energia si ricompone in una struttura più controllata, sostenuta da campionamenti orchestrali che accompagnano un testo più intimista. "Tide" sceglie un passo lento, tra pianoforte e archi soffusi, mentre le parole descrivono un’inquietudine persistente e "The Interruption" chiude il lato A con un andamento marziale e minimalista al contempo, che accentua il carattere riflessivo.
Sul lato B compare una nuova versione di "The Power Game", l’unico brano non prodotto da Foxx, ma fra i più incisivi del lotto, con un arioso arrangiamento per archi e una impronta quasi chamber pop. Prosegue sulla stessa falsariga "World Without Warning" con una declamazione austera e solenne, prima che "Bursting" irrompa con inusitata euforia, tra beat programmati e rapidi colpi di hi-hat, assecondando la carica sensuale del testo. Chiude "Lovers Retreat", con tonalità più tenui e soffuse a stemperare la tensione costante del disco.
Nel complesso, un'altra raccolta convincente di poemetti elettronici al fiele, in cui la declamazione tagliente di Clark sconfina spesso nell'invettiva, suggellando quel clima di tensione latente tipico dell’Inghilterra thatcheriana di quegli anni. Un contesto in cui Anne si muove "spaventata da strade che generano malizia e odio" ("Red Sands"), in un mondo che è "una prigione aperta dove cammino in qua e in là/ come attraverso un tunnel, perché non c'è posto dove possa andare" ("Alarm Call"). Anche il rapporto con gli altri è conflittuale: "Non associo me stessa con tutte le persone di cui posso fare a meno/ quelli che non mi lasciano mai un dubbio, che si preoccupano soltanto delle loro piccole vite da egoisti" ("World Without Warning"). E così via.

Due anni dopo, esce Hopeless Cases (1987), in cui la formula inizia un po' a mostrare la corda, soprattutto nei passaggi in cui ambisce a una solennità sonora più marcata, come accade in "Now", dove l’enfasi produttiva tende a irrigidire l’impianto emotivo. Tuttavia, nella maggior parte dei brani il disco conserva intatto il proprio fascino, restituendo un ascolto ancora oggi coinvolgente, seppur attraversato da una sottile patina nostalgica. Clark si allontana in parte dai lidi ombrosi della più rigorosa coldwave per inoltrarsi in una oscurità più eterea e vaporosa, come del resto confermerà l’album successivo, Unstill Life, pubblicato quattro anni più tardi.
Hopeless Cases si può configurare quindi come un disco di transizione,conritmiche meno marcate e i testi ancor più centrali, supportati da sonorità più soffuse e downtempo. Una “quiet desperation”, per dirla con i Pink Floyd, che si sublima nell'inquietudine pacata di un brano come "Up".
Del resto, nel 1987, la new wave era ormai al tramonto e si avvertiva la necessità di imboccare nuove strade. Non mancano, però, nuovi successi da club alternativo come l'incalzante “Homecoming”, con la sua andatura ballabile e il ritornello immediato a suggellare un equilibrio efficace tra pulsazione elettronica e tensione melodica, mentre "Now" gioca con arpeggi e cori vocali nello stesso modo in cui lo facevano le canzoni di R Plus Seven. Ma il vertice del disco è probabilmente "Cane Hill", il brano ispirato dalla sua attività nell’omonimo ospedale psichiatrico londinese, in cui la componente elettronica si fa più rarefatta e lascia spazio a un’aura spettrale, con il recitato di Clark che raggiunge un’intensità straziante evocando tutto il disagio della malattia e dell’isolamento: “Here/ Upon these ghostly shadows/ Of men and women/ There are no smiles/ Singly/ They mingle/ With the greyness of the walls/ And at strange angles/ They travel on/ To nowhere/ Each a nucleus/ Of sadness and despair”.

Impostazione zen

Anne ClarkA partire dal 1987, Anne si trasferisce in Norvegia, dove trascorre tre anni lavorando a diversi progetti con i musicisti Tov Ramstad e Ida Baalsrud. E proprio le influenze minimaliste del jazz scandinavo permeano Unstill Life (1991), il nuovo lavoro in collaborazione con il pianista Charlie Morgan, che morirà di cancro un anno dopo, appena trentaseienne.
Anne torna dopo quattro anni difficili: una pausa forzata dovuta a un conflitto frontale con l’industria musicale. E per colpa di contrasti con Richard Branson era anche saltato un tour negli Stati Uniti che avrebbe dovuto far conoscere la sua arte sull'altra sponda dell'Atlantico. Inevitabilmente, Unstill Life reca le cicatrici di questo passaggio travagliato: un disco segnato dall’introspezione e dalla cupezza, ma anche da una fiera determinazione e da un forte vitalità creativa.
I temi dei brani ruotano attorno all’osservazione del mondo circostante, alle sue manifestazioni più peculiari, all’inquietudine e ad altri stati d’animo personali vissuti dall'autrice. Ne scaturiscono nuove, suggestive declamazioni, sorrette dai consueti tappeti elettronici, ma anche da strumenti come contrabbasso, violino e violoncello, per una nuova combinazione elettroacustica che rilancia l'arte di Anne Clark nel nuovo decennio. L'esito è tutto sommato convincente, sia quando prevalgono emozioni negative - nelle prime composizioni - sia quando, con la sua voce potente ed evocativa, la poetessa britannica trasmette contenuti decisamente più ottimistici.
Tra i brani più coinvolgenti figurano "Empty Me" e "Abuse", in cui Clark introduce una declamazione di particolare intensità espressiva, mentre nella title track predilige un approccio più corale, supportata da nuovi strumentisti, e in "Nida" sposa inedite sfumature orientali.
Al centro di tutto restano sempre le sue declamazioni, che si avvicinano per certi versi a quelle di Laurie Anderson. Ma se la cantautrice-performer americana è anche attrice e “interpreta” i suoi testi in modo irripetibile, Clark predilige un approccio più distaccato e monocorde, costruendo le atmosfere attraverso l’accentuazione di singole frasi e parole. Unstill Life segna comunque una svolta nel suo percorso, suggellata dalla pubblicazione del disco anche negli Stati Uniti, ad opera della Radikal Records.

Il progressivo allontanamento dall'elettronica integralista dei primi lavori spinge Clark a portare in tour nel 1994 una band interamente acustica, esperienza documentata nel live Psychometry, registrato presso la Passionskirche di Berlin e dominato da nuove influenze folk e avantgarde.
Un anno prima, però, era stata la volta dell'album in studio The Law Is An Anagram Of Wealth (1993), che lasciava affiorare sonorità più distese, vicine per certi versi alla neoclassical music, anche se l’interessata precisava: “Non credo di essere affine a quelle sonorità, piuttosto si tratta di una sorta di predilezione minimale: Less is more. Siamo così sovraccarichi di tutto che a volte sento il bisogno di ridurre le cose all’essenziale. Mantenerle pure e semplici, senza orpelli. La definirei più un’impostazione zen”.
Fatto sta che l’introduzione classicheggiante per solo violoncello dello strumentale “Introduction/ Flight Through Sunlit Clouds” risulterà spiazzante a chi ha sempre incasellato Clark alla voce “elettronica”. Il violoncello torna protagonista anche in altri due brani ("So Quiet Here", "Come In"), nonché nelle esili filigrane orientali di "At Midnight" e "Lost To The World".
Di certo, Clark conferma come il veicolo per i suoi spoken word non sia unicamente l’elettronica, mostrandosi altrettanto a suo agio con strumenti acustici e combinando entrambe le dimensioni. Se infatti per la metà dell’album composta da letture di poesie di Friedrich Rückert (poeta e studioso romantico tedesco del XIX secolo) ricorre prevalentemente a strumenti acustici, per gli altri episodi, che portano la sua firma, si avvale di un accompagnamento più elettronico. A darle man forte stavolta è Martyn Bates degli Eyeless In Gaza, formazione post-punk nata negli anni 80.
Il paradosso, però, è che la Clark più ispirata pare invece quella che guarda indietro: alla new wave più crepuscolare (la struggente “Fragility”), alla proto-techno (le pulsazioni martellanti di "The Haunted Road", scelta come singolo e oggetto di diversi remix) all’elettropop, con le cadenze sinuose di "Nightship" e dell’ancor più trascinante "Seize The Vivid Sky", quasi una nuova "Our Darkness" che esorta a una ribellione morale espandendo il concetto che dà il titolo all'album: “Take in every breath deep enough to fly/ Away from lies these changes/ have forced into our lives/ Up into a tranquil place/ that's constantly denied/ Far from the crushing power/ which brought me to my knees/ Earthbound, justice stays/ always out of reach/ Disobey/ Defy/ Take your own time/ Fly”.
A metà strada si situano "That We Have Been Here", poggiata su una base elettronica midtempo, quasi atonale, e la successiva "Longing Stilled", con la sua melodia radiosa a dispiegarsi tra gli archi da camera, mentre l'epilogo di "I Of The Storm" chiude il disco in un imprevedibile climax tempestoso, con la band a scatenare il caos e Anne a gridare i suoi versi a pieni polmoni.
Nel complesso, The Law Is An Anagram Of Wealth si rivela un disco sorprendente, capace di aggiornare il classico Clark-sound al nuovo decennio, rivelando sfumature inedite, seppur non sempre a fuoco.

Dopo il successo del tour acustico e degli ultimi progetti, Anne vive una fase più serena, si trasferisce in un cottage nella campagna britannica e riceve le visite degli amici Martyn Bates, Paul Downing, Andy Bell e Chris Elliot, che la aiutano a scrivere i brani del nuovo album, To Love And Be Loved (SPV, 1995), un'altra miscela di basi elettroniche e sonorità acustiche, al servizio di quello che definisce il suo “tentativo più riuscito di combinare idee commerciali e sperimentali in un lavoro compatto”. Al centro l’amore, declinato in svariate forme: l'amore per il mondo e per la natura di cui prendersi cura, l’amore spezzato che lascia solo minuscoli atomi di dolore, l'amore della vera amicizia, forse il più importante di tutti, l’amore erotico e l’amore che guarisce. Un disco intriso di romanticismo e impreziosito dalla consueta, splendida scrittura della poetessa-cantautrice inglese.
Le sonorità attingono ai generi più diversi: synth-pop, electro, rock, in un'atmosfera che rimane fortemente evocativa e altamente emozionale. Lo spoken word quasi onirico di Clark si sublima nell'ode rasserenata di "Mundesley Beach", nella tensione emotiva di "Longing Harder Makes It Easier", tra le spigolosità quasi indie di "The Healing", con leggere sfumature jazz e una melodia pop incisiva. La declamazione di Anne si fa sempre più malinconica e sottile, come un brivido nella mente, soppesando le parole e lasciandole fluttuare nello spazio sonoro.
Altrove, il disco si fa più diretto come nei quasi 13 minuti dell'epica "Elegy For A Lost Summer" che cresce gradualmente addensando malinconia e sensualità , con i cori sullo sfondo ad aggiungere tocchi delicati valorizzando ulteriormente la dimensione poetica di Clark, che si conferma in grado di fondere poesia e musica con rara eleganza.

Elegie pastorali

Anne ClarkNel decennio Novanta, insomma, la poetessa inglese abbandona la sua comfort zone ricercando nuove forme di espressione e comunicazione attraverso l’emozione della musica e del linguaggio, mettendo alla prova sé stessa, ma anche il suo pubblico. Così anche le interpretazioni pastorali dei testi del poeta austriaco Rainer Maria Rilke in Just After Sunset (1998), al fianco di Martyn Bates, sono un'altra spiazzante evoluzione del suo percorso. Lavorando soprattutto sulle traduzioni inglesi del germanista anglo-tedesco J. B. Leishman e adattando i testi in modo appropriato e rispettoso, Clark colloca le poesie di Rilke in diverse cornici musicali, tra folk e sobrie trame elettroniche. Grazie alla peculiare resa poetica di Anne e alla vocalità intensa di Martyn, le composizioni offrono un’interpretazione intima e sensibile di uno dei poeti più rilevanti della letteratura mondiale.
Musicalmente, si assiste a una ritirata pressoché totale dei synth, rimpiazzati da violino, pianoforte, chitarra, viola, violoncello e una serie di altri strumenti classici su cui Anne Clark erige un monumento molto personale ai testi di Rilke. All’avanzare della modernità, il poeta tedesco contrapponeva una metaforica radicata nella natura e nella tradizione romantica, che trova nell’essenzialità degli arrangiamenti - appena velati da un leggero riverbero - una resa efficace e penetrante. Su questo sfondo sognante, la voce limpida di Anne sviluppa una forza espressiva che colpisce in profondità. Che si tratti del flauto pastorale di “Autumn”, del duetto accorato di “From The Book Of Pilgrimage”, del tono quasi messianico di "To Music" e “Going Blind” o dell’andamento più sinuoso di "The Panther", Clark riesce a dare alle poesie di una voce convincente, ammiccando anche all'immaginario neofolk decadente di gruppi come Current 93, Death In June o Sol Invictus.
Un esperimento piuttosto temerario, in ogni caso, che sarà anche ripubblicato quattro anni dopo, nel 2002. “È stato il progetto più difficile che abbia mai realizzato – spiegherà lei stessa in quell'occasione - È stato impossibile ottenere qualsiasi forma di sostegno. Sia l’industria discografica sia il mio editore non volevano saperne, perché non si tratta di un progetto commerciale. Da quattro anni mi occupo di far conoscere le mie canzoni su Rilke e di portarle anche dal vivo. Ora ho riottenuto i diritti sul materiale, ho ripubblicato l’album e aggiunto due video live come bonus. Il vero motivo della ristampa è stato quello di rendere le canzoni accessibili a un pubblico più ampio, dopo che la prima pubblicazione era avvenuta in modo molto limitato".

Dopo una pausa dedicata al ritorno agli studi, Clark rientra sulla scena musicale nel 2001 e due anni dopo aggiunge un altro album alla sua serie acustica: From The Heart - Live In Bratislava, registrato insieme a Murat Parlak (voce e pianoforte), Jann Michael Engel (violoncello), Niko Lai (batteria e percussioni) e Jeff Aug (chitarre) nella capitale della Slovacchia.
Autorizza inoltre il gruppo elettronico belga Implant a remixare alcune sue canzoni, dando vita a una collaborazione culminata nell’album “Self-Inflicted” (2005), nel quale interpreta due brani a sua firma. Un sodalizio consolidato dalla partecipazione della poetessa inglese ad altri due lavori del combo belga, gli Ep “Too Many Puppies” e "Fade Away" (in quest'ultimo duetta con Claus Larsen dei Leæther Strip) e nel successivo album “Audioblender”.

Ritorno ai beat

Anne ClarkNel 2008, dopo aver inciso numerose registrazioni dal vivo, progetti di remix e interpretazioni di opere di altri autori, Clark dà alle stampe il suo primo album di nuove canzoni originali dopo oltre un decennio.
Registrato in Germania con il programmatore Manuel G. Richter, alias Xabec, come co-produttore e dedicato alla defunta madre, Cecilia Ann Picton-Clark, The Smallest Acts Of Kindness (2008) segna anche il parziale ritorno a sonorità elettroniche. È un bel tuffo al cuore riascoltare la voce solenne di Anne declamare il suo catalogo di mali indicibili sul magma di synth pulsanti di “Nothing Going On”, rivendicando quasi la sua primogenitura su uno stile che nel frattempo ha dato l’abbrivio a esploratori sonori di ogni sorta, dalla Warp Records a UNKLE, da Björk (c’era già una "Alarm Call" in Pressure Point, dodici anni prima di quella di "Homogenic") ai Massive Attack. E proprio ai pionieri di Bristol viene da pensare al cospetto dei beat cupi e angoscianti alla “Mezzanine” sui quali Anne imbastisce la prosa minimalista di questa miracolosa ouverture: apatica, quasi spenta, sempre in bilico tra canto e spoken word. "Nothing Going On": l’attestato di una disillusione, tanto intima quanto politica. Ma la profonda umanità che innerva da sempre i versi di Clark trapela già dalla successiva, struggente "The Hardest Heart", quasi un ultimo grido di speranza, scandito da uno splendido arrangiamento acustico per piano e archi: “Let the morning sun proclaim/ The light of the world/ Let the golden day unfurl/ On every wave, on every hill…/ The soul of the world/ Ignite a brand new day/ Let the morning sun proclaim/ A brand new start”.
L’amore e la complessità delle relazioni umane, la follia di un mondo che procede a passi serrati verso il baratro e il caos (l’apocalittica "If"), la società e la religione (la toccante "Psalm") restano al centro della poetica della Anne Clark del Duemila, che si esprime in prosa o in versi, tra poesia e riflessione filosofica. L’intensità della sua declamazione, più sfumata e distesa che in passato, è venata di amarezza, di un’impotenza rabbiosa davanti a un mondo in rovina nel quale tuttavia continua a credere. E le sue sonorità tornano anche a riaffondare le radici nel synth-pop delle origini, come il bel singolo "Full Moon", incalzante e sottilmente malinconico al contempo.
Se nei suoi lavori i testi non hanno mai sovrastato la musica, ora le due dimensioni si fondono con maggiore armonia, lasciando talvolta all’orchestrazione il compito di definire l’ambiente in cui le parole si muovono: folk metafisico con arrangiamenti atmosferici di pianoforte e archi (“Know”), jazz elettro-acustico (“Boy Racing”), funk sintetico sotto acido (lo strumentale "Zest!"), techno insondabile (“If”), industrial con riff quasi metal ("Prayer Before Birth"), ambient sotterranea alla ricerca di abissi già esplorati negli anni Novanta da Labradford o The Third Eye Foundation, oppure più aerea, alla maniera di Brian Eno, come in "As Soon As I Get Home", lamento solenne e intenso su cui la voce profonda del pianista Murat Parlak lascia immaginare un possibile incontro tra Anne Clark e David Sylvian. Tra i nomi coinvolti figurano anche Xabec, Rainer Von Vielen e i compari belgi di Implant, talvolta al suo fianco dal vivo. Ne scaturisce un album sorprendente, più melodico e accessibile di quanto ci si potesse attendere, pur restando radicale come le sue opere degli anni Ottanta: The Smallest Acts Of Kindness è un ritorno coi fiocchi.

Due anni dopo, Anne Clark pubblica il primo capitolo di un progetto dinamico e in continua evoluzione, “Past & Future Tense” (2010) prima uscita sulla propria etichetta, After Hours Productions. Invece di proporre l’ennesima raccolta del proprio catalogo, decide di invitare giovani musicisti, produttori e dj a lavorare su brani – anche meno noti – del suo repertorio, non solo per remixarli, ma per reinterpretarli completamente. Il risultato è una visione fresca, stimolante e contemporanea, offerta da una nuova generazione su un’artista che, a sua volta, ha influenzato il loro percorso e il loro modo di concepire la musica elettronica. Mentre l’hip-hop diventa un fenomeno dominante delle classifiche mondiali, la pioniera dello spoken word racconterà: “Quando ho suonato negli Stati Uniti, sono rimasta stupefatta dal numero di spettatori neri presenti. Per lo più ragazzi appassionati di rap e hip-hop”.

Nel gennaio 2011 Clark, in collaborazione con il pianista e co-compositore di lunga data Murat Parlak, contribuisce con un arrangiamento della poesia di Charles Baudelaire "Enivrez-Vous" ("Be Drunk") all’audiolibro e radiodramma "Die Künstliche Paradiese" (Hörbuch Hamburg/Radio Bremen), curato da Kai Grehn. Il progetto verrà successivamente sviluppato in una forma dal vivo con una performance alla Volksbühne di Berlino nell’ottobre 2011.
"Die Künstliche Paradiese" vince il Deutscher Hörbuch Preis 2012 e, dopo questo successo, Anne e Murat vengono nuovamente invitati a realizzare arrangiamenti per dodici poesie di Emily Brontë destinate all’audiolibro e radiodramma "Sturmhöhe" ("Wuthering Heights"), che si aggiudicherà il Longlist del German Audio Book Prize 2014 (miglior radiodramma).

Quindi, Clark intraprende un ampio tour acustico con i collaboratori storici Murat Parlak e Jann Michael Engel, sotto il titolo Enough (2012), documentato anche da un nuovo album live. Come suggerisce il nome, il progetto riduce tutto all’essenziale: parole, voce, pianoforte e violoncello. Un percorso di concentrazione e sottrazione, accompagnato da un’immagine di Anastasia Tyutikova. "Profondamente immersi, come tutti, nel fango dell’eccesso e del sovraccarico, invitiamo il pubblico semplicemente a sedersi e… essere… essere con noi, essere con la musica, la poesia, forse con un ospite speciale. Condividere una conversazione, qualche risata, ma soprattutto chiediamo al pubblico di essere con sé stesso. Questo è ‘Enough’", chiosa da par suo. In un’altra intervista, rivela: "Mi piacerebbe collaborare con Brian Eno, Daniel Lanois o David Bowie, sarebbe interessante”. E ironizza sul fatto di essere l’unica cantante che pubblica dischi da così tanto tempo senza aver mai davvero cantato: "È vero. Non sono una grande cantante. A volte canto per me stessa, ma non mi sento davvero a mio agio".

Big in Germany

Anne Clark - HerrBParallelamente all’attività con la sua band, all’inizio del 2013 Anne avvia un nuovo progetto in collaborazione con il musicista e produttore tedesco herrB, tornando alle sue radici elettroniche con l’Ep di tre brani Fairytales From The Underground, dove spicca l’incalzante numero dance di “Darkest Hour”, seguito un anno dopo da Life Wires (2014), Ep di cinque tracce che ottiene un’accoglienza ancora più favorevole, grazie a una riuscita miscela di granulosa Ebm (“The Winter Clock”), reminiscenze darkwave (l’austera “Meine Fremde Seele”), trascinanti battiti synth-pop (“Whisper Of Shells”, “Form”) e suggestive tessiture atmosferiche (“A Dream”) al servizio del suo inconfondibile spoken word.

Nel 2015 partecipa anche all’evento Gothic Meets Klassik in un Gewandhaus di Lipsia esaurito, eseguendo arrangiamenti orchestrali di alcuni dei suoi brani più noti insieme alla Philharmonie di Zielona Góra, mentre il 2016 la vede nuovamente in tour in Europa con herrB. La sardonica parodia di "Donald Trump Praesidend (Quack Quack)" (2017), realizzata con l’artista Ludwig London in seguito all’elezione del tycoon, conferma la sua immutata ironia e verve politica.
Nel 2018 collabora con il musicista e compositore tedesco Thomas Rückoldt all’album Homage (The Silence Inside). Un tributo, per l’appunto, dedicato agli autori di alcune delle poesie più amate da Anne. Elettronica essenziale, piano atmosferico e la sua inconfondibile recitazione di testi di Alice Oswald, Les Murray, W.B. Yeats e R.M. Rilke, tra gli altri, danno vita a un lavoro di intensa intimità, incentrato sulla forza delle parole.

La Germania, ormai da tempo sua “seconda patria”, le dedica anche un documentario, “Anne Clark – I’ll Walk Out Into Tomorrow” (2018), risultato di un’accurata ricerca biografica del regista tedesco Claus Withopf. Nel film scorrono episodi riguardanti il boom inatteso del suo successo, il contesto di una Londra ricca di movimenti do-it-yourself, il suo rapporto burrascoso con la famiglia, la sua concezione di poesia e di sessualità. Ciascun capitolo viene introdotto dall’ascolto di un brano legato al tema in questione e dalla rappresentazione delle liriche che lo compongono. Un’opera che offre uno sguardo curioso e inedito sul percorso dell’artista inglese.

Nel 2019 Anne amplia la collaborazione con Thomas Rückoldt con una risposta diretta e appassionata al voto sulla Brexit nel singolo "Stop Brexit", dove gli slogan dei manifestanti contrari all’uscita dall’Ue si saldano alla declamazione asciutta di Anne e a martellanti pulsazioni techno, fornendo un’ulteriore conferma della sua sempre lucida visione politica. Nell’ottobre dello stesso anno partecipa ancora a Gothic Meets Klassik al Gewandhaus di Lipsia, questa volta con la Leipziger Philharmonie diretta da Michael Köhler.

La lotta contro la malattia

Anne ClarkIl 2020 si preannuncia come un anno di celebrazioni. Dopo oltre quarant’anni di attività come scrittrice, autrice e interprete, e in coincidenza con il suo sessantesimo compleanno, Anne avvia la preparazione di un grande tour con collaboratori di lunga data come Jeff Aug, Murat Parlak e Jann Michael Engel, affiancati da nuovi membri come Job Verweijen e Justin Ciuche. La scrittura e le prove sono già in corso quando giunge purtroppo una doppia tegola: la pandemia di Coronavirus e una diagnosi di cancro alle ovaie. "Mi sentivo come se stessi annegando nelle parole: insieme alla pandemia di Covid-19, il cancro ha cambiato completamente la mia vita – confiderà Clark in una toccante intervista - Come persona, come artista, mi sento più debole, fisicamente ed emotivamente. Ma mi aggrappo al mio spirito con più forza".

L’impatto di questi eventi traumatici costringe Anne a cercare nuove modalità di contatto con il pubblico. Concerti e registrazioni tradizionali non sono più possibili. Così, sviluppando ulteriormente il concetto di “Past & Future Tense”, l’artista inglese pubblica un nuovo album di rielaborazioni del suo repertorio, “Synaesthesia” (2021). Il lockdown, infatti, pur bloccando gli eventi live, non impedisce alla musica di circolare: il disco presenta interpretazioni eterogenee realizzate sia da collaboratori storici (herrB e Thomas Rückoldt) sia da figure di rilievo della scena elettronica contemporanea come Solomun, Blank & Jones, Andreas Brecht e Yagya, mettendo in evidenza l’influenza profonda e trasversale di Clark su più generazioni.

Dopo un anno particolarmente difficile di cure, Anne riprende a scrivere con i membri della sua band. Alla fine del 2021, insieme all’amico e violinista Justin Ciuche, realizza un progetto ispirato e improvvisativo con la violoncellista Ulla Van Daelen presso gli studi Stockfisch, sotto la produzione di Günther Pauler. Il risultato è Borderland – Found Music For A Lost World (2022), una collezione intima e struggente di materiale scritto durante la malattia e la convalescenza, insieme a interpretazioni di poesie di W.B. Yeats e Mary Coleridge.
Nello stesso anno esce “Mriya An Ode To Ukraine”, in cui l’artista inglese rinnova la sua vocazione politica con un commovente atto di denuncia contro le sofferenze inflitte al popolo ucraino da Vladimir Putin e dal suo regime dispotico. “Nell’estate del 2019 ho avuto il piacere di lavorare con il regista Jurko Marrow a Kyiv – spiegherà Clark - Ora è per me un onore collaborare di nuovo con lui a un nuovo progetto, con musiche di Justin Ciuche e Jann Michael Engel. Ho scritto il testo in inglese e Jurko non solo ha tradotto integralmente la poesia in ucraino, ma ha anche realizzato una registrazione vocale. Combinando le nostre due voci con archi e suoni ambientali provenienti da questo paesaggio instabile, è nata la canzone”.

Nel 2022 Anne Clark torna infine alla sua attività prediletta: il tour e la performance dal vivo. La sua grande forza caratteriale la spinge ancora una volta tra le braccia del suo amato pubblico, anche se ammetterà: "Psicologicamente, sto ancora rivivendo il trauma del cancro e affronto un’ansia costante riguardo a un suo possibile ritorno. Mi viene detto di andare avanti e vivere la mia vita e cerco di farlo ogni giorno, intensamente". E a noi non resta che ringraziarla per questo e per una carriera brillante, che ha travalicato i confini di genere e aperto la strada a svariate commistioni sonore, da quelle della new wave – e della Neue Deutsche Welle – a coldwave, Ebm, hip-hop, industrial e perfino modern classical. Ascoltando oggi i versi fieri e taglienti di Kae Tempest, il pensiero non può tornare a quella giovane poetessa arrabbiata di Croydon che dietro quel ciuffo anni 80 e quello sguardo imbronciato nascondeva uno sconfinato universo lirico e musicale, tuttora fertile.

Discografia

 The Sitting Room (Red Flame, 1982)

7

 Changing Places (Red Flame, 1983)

8

 Joined Up Writing (Ink, 1984)

7,5

 Pressure Points (10, 1985)

7,5

 Hopeless Cases (10, 1987)

6,5

 R.S.V.P. (Live, 10, 1988)

 

 Unstill Life (SPV, 1991)

6,5

 The Law Is An Anagram Of Wealth (SPV, 1993)

7

 Psychometry: Anne Clark And Friends, Live At The Passionskirche, Berlin (Live, SPV, 1994)

 

 To Love And Be Loved (SPV, 1995)

6,5

 Just After Sunset (The Poetry Of Rainer Maria Rilke) (Labor, 1998)

7

 From The Heart – Live In Bratislava (Live, NetMusicZone, 2003)

 

 The Smallest Acts Of Kindness (NetMusicZone, 2008)

7,5

 Live (Live, 36music/Al!ve, 2009)

 

 Enough (Live, After Hours, 2012)

 

 Fairytales From The Underground (Ep, 2013)

 

 Life Wires (Ep, 2014)

 

 Homage (The Silence Inside) (con Thomas Rückoldt, 2018)

6

 Borderland (Found Music For A Lost World) (Stockfisch, 2022)

6

 Live At Rockpalast 1998 (Live, MIG, 2023)

 

Pietra miliare
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