Quadri foschi
A distanza di tre anni da Our Love To Admire, gli Interpol tornano a calcare le scene, con un album omonimo che segna nel contempo un passo avanti e uno indietro, o se preferite un atteggiamento decisamente più dark, che tuttavia cozza con un'ispirazione e una capacità di dare lustro alle canzoni sempre più affievolite.
Venuto meno dopo le registrazioni il contributo dello storico bassista Carlos D., rimpiazzato in sede live dall'onnipresente David Pajo, la band licenzia un disco che recupera lo spleen decadente dell'esordio, ma lo fa senza una costruzione precisa, graffiando poco nel complesso. Uno degli elementi che maggiormente salta all'orecchio è la voce di Banks, invecchiata, non più tonante e imperiosa. E i tagli di chitarre e la batteria di Fogarino marcano il disagio di una forma canzone che quasi mai arriva a toccare vette importanti, perdendosi in meandri un po' impalpabili.
Benché buoni episodi non manchino, non vi sono più climax verticali e impennate emozionali dalle quali lasciarsi trascinare. Non c'è una "Pda", una "Obstacle 1", né un riff davvero indimenticabile o un basso da incorniciare. Un'aura di anonimato permea i tre quarti d'ora del lavoro. Il mood cupo e risoluto si illumina in "Lights", ove emerge con forza uno spleen tiepido dall'incedere lento, che allunga la falcata come nei tempi migliori. Il secondo singolo scelto, "Barricade", sembra uscito dalle b-side di Antics, "Safe Without" e "Sucess", pur non malvage, viaggiano su binari già battuti senza davvero riuscire a coinvolgere.
"Summer Well" riesce a farsi canticchiare, con un azzeccato giro di basso e un bel lavoro al drumming, ma la vera sorpresa di questo "Interpol" è senza dubbio l'affascinante "Always Malaise (The Man I Am)": elegia declamata quasi in spoken word nel ritornello, archi in accompagnamento, basso febbrile, pianoforte a tratti e un effetto straniante complessivo. Gli scuri landscapes di "All Of The Ways", non prima del convincente incedere di "Try It On", aprono le porte alla conclusiva "The Undoing", che non riesce a eplodere, perdendosi in una magniloquenza fine a se stessa.
La sensazione generale è quella di una band che, sebbene riesca ancora a tirare fuori ottime canzoni, abbia l'acqua alla gola. L'album più scuro e introspettivo della sua carriera non fa altro che acuire la sensazione di una band che è riuscita a vivere di rendita rispetto allo sfavillante esordio, senza mai licenziare dischi veramente brutti, ma altresì senza riuscire più elevarsi al di sopra di una sufficienza o giù di lì.
Paul Banks aka Julian Plenti sin dal 1996 aveva iniziato a comporre delle brevi canzoni e a suonarle in alcuni club della sua città, ma solo dieci anni dopo, grazie all'acquisto di un software per comporre musica, il Logic Pro, ha potuto avere un controllo creativo totale e concentrarsi così, nelle pause concesse dal gruppo madre, nella realizzazione di un disco solista. Solo nell'agosto del 2009, così, è stato dato alle stampe Julian Plenti Is... Skyscraper, prodotto dallo stesso artista con l'aiuto di Peter Katis, ingegnere del suono dei primi due album degli Interpol.
Rispetto al rock dark, veloce e ad effetto della band, l'esordio di Plenti predilige un folk-alt-post-rock, ottenuto con l'ausilio di più strumenti, soprattutto archi, e di un po' di synth Morse Code.
Saltano subito all'orecchio, i pezzi più simili a quelli degli Interpol: le nervose ed efficaci "Fun That We Have" e "Fly As You Might", e l'ottimo singolo "Games For Days", dove si sente la batteria potente e metronomica di Sam Fogarino, suo compagno nella band d'appartenenza. Le composizioni che si rivelano più avvincenti sono però "Only If You Run", che cattura con un suono di chitarre stratificato, "Skyscraper", una meravigliosa ballata acustica solo in apparenza innocua e ripetitiva, perché basa la melodia portante su un pugno di note e su un breve e ossessivo refrain, e la dolce ninna nanna di "On The Esplanade", abbreviata rispetto alla versione originale.
Plenti ottiene un risultato positivo anche con pezzi come la conclusiva e riflessiva "H", dal sapore orientaleggiante, e la danzereccia "Unwind", entrambe arricchite dal suono di una tromba, mentre vengono lasciati da parte viola e violino, presenti invece in quasi tutti gli altri brani.
Stupisce l'assenza finale all'interno del disco di canzoni inizialmente previste nella tracklist, come le lente e soavi "The Larynx That You Have" e "Cellophane", che sarebbero forse state più gradite rispetto alla sdolcinata e banale "Girl On The Sporting News".
In definitiva, non un'opera epocale, come si è potuto anche notare dall'accoglienza non proprio entusiasta di critica e pubblico, ma un disco comunque piacevole, che riesce a distaccarsi dall'esperienza degli Interpol.
Il ritorno alle origini
Poi arriva il 2014 e un singolo che lascia molti a bocca aperta. “All The Rage Back Home” è un misto di rabbia repressa e risputata fuori con violenza, un brano che pare riprendere lo stile unico del debutto, filtrandolo attraverso le esperienze positive (e non) che hanno contraddistinto gli Interpol nel corso di questi dodici anni. In molti gridano al miracolo, convinti di un prepotente ritorno da protagonisti eppure ancora una volta non manca chi non è per nulla convinto neanche di questa traccia apparentemente inattaccabile. El Pintor (anagramma di Interpol e titolo del disco) scorre via che è un piacere, attraverso i soliti echi di wave anni Settanta e post-punk. Nella prima parte, dall’opening e singolo già citato fino a “Same Town, New Story”, sono suggerite le stesse identiche atmosfere da big apple fumosa e disperata che avevano fatto la fortuna di Turn On The Bright Lights ed è qui che El Pintor finisce per farsi ammirare con più enfasi, calando poi nella parte centrale e tornando con insolenza nel finale (con "Tidal Wave", brano quasi pop-wave e forse unica vera variante stilistica dell’album e "Twice as Hard").
Paul Banks è in formissima e lo dimostra anche in brani più sommessi come la leggiadra “My Blue Supreme”, e lo stesso possiamo dire di Daniel Kessler, che con la sua chitarra dipinge dei riff cupi e potenti come non mai, e di Sam Fogarino, un vero caposcuola nel fabbricare ritmiche trascinanti.
Sotto l’aspetto lirico, Banks edifica nuovamente un immaginario fatto di romanticismo moderno e decadente, di trepidazioni talvolta malate e profonde, di storie che sfiorano la tragedia umana o emozioni gonfie d’una malinconia devastante. Temi d’un avvolgente calore naturale che in parte cozzano con la freddezza della musica.
Non è la fine e neanche un nuovo inizio ma solo un disco che merita qualche ascolto ma che non vi regalerà più di quello che potete immaginare. Gli Interpol hanno detto tutto quello che avevano da dire e ora stanno solo ribadendo con forza il concetto.
“The Rover”, primo singolo designato dagli Interpol per anticipare la loro sesta fatica, si dimostra però una scelta volutamente rivelatoria. Un riff di chitarra secco e sferzante, la sezione ritmica compressa, praticamente schiacciata dalla produzione di Dave Fridmann, e la voce tesa di Paul Banks presentavano una asciuttezza inedita per la band di Manhattan. Gli antipati successivi, “Number 10” e “If You Really Love Nothing”, quest’ultima una pop ballad cinica con la chitarra che si tuffa ripetutamente nel buio, spingevano meno ostinatamente in questa direzione, rimanendo però ben distanti dalle aperture ariose, talvolta epiche, cui gli Interpol ci hanno abituati in ormai venti anni di carriera.
Anche la copertina del nuovo album Marauder (2018) è eloquente. Quell’uomo vestito di grigio, ritratto in una sala conferenze fredda e disadorna, è il procuratore generale Elliot Richardson, l’integerrimo funzionario che si oppose alle pressioni di Nixon durante lo scandalo elettorale. Un artwork del genere è una scelta che non solo traccia un agghiacciante paragone tra il clima politico odierno e il passato del Watergate, ma che dichiara forte indipendenza e decisione a procedere per la propria direzione – ostinata e contraria come si dice dalle nostre parti. In Marauder trovano infatti posto brani ostici, soffocanti, plumbei, spesso privi di veri e propri ritornelli, roba davvero difficile da immaginare nei vecchi dischi degli Interpol.
“Complications”, ad esempio, graffiata com’è da una chitarra ferrosa e decisa a non esplodere mai, è intenzionata ad accumulare tensione e non scaricarla. In “Stay In Touch”, che avanza ineluttabile sospinta da un basso borbottante e da un riff ispido, Banks nemmeno canta: ciancica tra sé e sé, ogni tanto sbotta e sale repentinamente di tono. Improvvisi interventi di chitarra dissonante rendono il brano ancora più inafferrabile e difficile. Certo, un paio di pezzi da cantare ai concerti non mancano. “Flight Of Fancy”, ad esempio, che con quel ritornello chiaro e scattante favorirà la ritenzione dei fan meno aperti alle novità, ma anche “Mountain Child”, un gran bel numero indie ricamato da Daniel Kessler con uno dei suoi riff più pimpanti degli ultimi tempi.
Peccato per qualche riempitivo – “Party’s Over” che non decolla come vorrebbe o lo stesso singolo “Number 10” - altrimenti invece che di un ottimo punto di ripartenza staremmo a parlare uno dei migliori dischi post-punk degli anni 10.
Ecco a nemmeno un anno di distanza da "Marauder" l'Ep "A Fine Mess". Ancora affiancati da Dave Fridmann e con l'aggiunta di Kaines & Tom A.D, i tre musicisti si chiudono in studio nei pressi dello stato di New York e incidono cinque inediti. Il senso di "casino" è ricreato fin da subito nell'artwork che accompagna l'opera: una serie di fotografie sviluppate da un vecchio rullino abbandonato in una stazione di polizia di Detroit in disuso. Ma se tale contesto visivo e il titolo possono suggerire un caos non proprio "fine", l'atmosfera generale dell'Ep è a tratti euforica: per quanto possano esserlo gli Interpol, sia chiaro. "Well, if the mood's right, there's some hype, some currency" e che sia una partner o un compagno di battaglia, Banks è chiaro fin dai primi battiti dell'opener "Fine Mess": "You and me make a fine mess". Musicalmente, troviamo la grezza potenza degli esordi più calibrata, con la voce inizialmente sgranata e impastata insieme al ruggito degli altri strumenti. Un mood sonoro e compositivo che lega questa e l'altra anteprima "The Weekend" nel solco di "Marauder" per freschezza e impatto. L'arrivo di un riff ben noto ai fan anticipa l'intensa "Real Life", pezzo già presentato negli ultimi show, la cui incisione rende altrettanto bene. Il trascinante intreccio di chitarra della movimentata "No Big Deal" ci accompagna "from the beach to the strip club", mentre spetta alla potente e tormentata "Thrones" chiudere degnamente le danze. Gli Interpol con "A Fine Mess" aggiungono ai positivi esiti di "Marauder" altre cinque tracce a conferma di un attuale stato di forma vitale e ispirato.
Vulnerabilità noir: The Other Side Of Make-Believe
Togliamoci subito il dente: il nuovo album degli Interpol è divisivo. C’è chi lo ama perché diverso da quanto ci si aspettava dai newyorchesi e chi, proprio per questo, lo trova indigesto, se non addirittura insulso. La verità è che The Other Side Of Make-Believe (2022) è un lavoro non immediato, che richiede all’ascoltatore un’attenzione costante e svariati ascolti per poter essere compreso. Solo allora sarà possibile coglierne la bellezza tra le crepe, piccole miniature solo in apparenza insignificanti su cui riversare attese, idee, speranze. Ma, più di ogni altra cosa, The Other Side Of Make-Believe è un lavoro imperfetto. Le melodie sono disadorne e spezzate, tant’è che alcuni brani sembra siano il frutto di ritagli e sforbiciate (“Greenwich” in modo particolare) e tutto è carico di uno spleen inestricabile. C’è un qualcosa di tragico nel modo in cui suona la voce di Paul Banks qui, nella rivendicazione orgogliosa della sua vulnerabilità. Ma quello che poteva essere un punto di forza diventa una debolezza a causa del mix, che vede gli strumenti troppo alti rispetto alle tracce vocali, il che rende l’ascolto a tratti caotico; su speaker, la voce grave del cantante sembra ridursi a un mugugno indistinto registrato nella stanza accanto. Un problema non indifferente per il pubblico non audiofilo.
Già con “Toni”, primo singolo rilasciato ad aprile, gli Interpol avevano dichiarato di voler giocare a carte scoperte: pianoforte, sezione ritmica in primo piano, cantato crepuscolare e una melodia spoglia in cui la forma canzone viene parzialmente destrutturata. Sicuramente più vicino al repertorio classico della band, invece, l’altro singolo “Fables”, che pure introduce qualche elemento di novità e si fregia di uno dei testi più belli e puri del lotto.
Potrà sorprendere, ma il referente più evidente del disco sembra essere il jazz: lo si sente negli slapback delay presenti sia in chitarra che in batteria e nell’impostazione mid-tempo di gran parte dei brani. Non sorprende dunque che i pezzi che funzionano meglio siano proprio le ballate, da “Something Changed”, icastica rappresentazione della malinconia che non sfigurerebbe in un album dei National alla richiesta d’aiuto di “Passenger”, passando per l’incantevole “Into The Night” e lo sfolgorio noir di “Big Shot City”.
Tra i pezzi più dinamici, spicca “Gran Hotel”, che riesce nell’intento di portarci tra le strade di Cozumel insieme a Paul Banks - qua finalmente più energico - e di infondere alla sua (e nostra) malinconia una nuova tenacia.
“Mr Credit”, con il riff rubato a “Rest My Chemistry”, sembra già essere uno dei brani più amati del disco, ma qua Kessler, pur se sempre impeccabile con i consueti riff staccati, mostra una ripetitività già presente in altri momenti del disco. Vicina alle sonorità di “Antics” e senza disdegnare echi dei Pixies, fa meglio l’ottima “Renegade Heards”.
Su The Other Side Of Make-Believe si stagliano, per certi versi, le ombre del dimenticato self-title del 2010: esattamente come accadeva in Interpol, infatti, le canzoni si muovono orizzontalmente, non vanno alla ricerca di climax, di picchi emotivi e musicali vertiginosi. La loro costruzione incede per piccoli suggerimenti, tant’è che a tratti sembrano girare in tondo senza una meta precisa, pur se guidate da una pervicace armonia interiore lontana da didascalismi e stilemi consolidati. Eppure non si può non riconoscere ai newyorkesi il coraggio di uscire dal seminato e di essere ancora in grado di scrivere canzoni decadenti e sbilenche, fedeli a quel leitmotiv ripetuto fino alla spasimo in “Renegade Hearts” e soffocato in un guitar noodling assordante: “make escape art”.
Muzz è un super-trio formato dal leader degli Interpol alla voce e chitarra, il batterista dei Jonathan Fire Eater e annessa/successiva incarnazione The Walkmen Matt Barrick e il polistrumentista Josh Kaufman, sempre alle sei corde. A testimonianza della lunga frequentazione c'è un'imperdibile foto pubblicata sul profilo Twitter ufficiale della band, dove due poco più che adolescenti Banks e Kaufman pongono ironicamente le basi del progetto niente meno che nel 1994. Dopo aver incrociato brevemente le strade nei rispettivi percorsi, con i Muzz i tre amici e colleghi newyorkesi uniscono le forze per un lavoro impeccabile negli arrangiamenti e nella produzione, in cui si passa con padronanza di mezzi dall'art-rock al folk. Il gioco dei rimandi con gli altri progetti ha vita breve - soprattutto per chi voleva qualcosa di simil-Interpol - poiché i riferimenti dichiarati sono Leonard Cohen, Neil Young, Rolling Stones e Bob Dylan. Si parte con "Bad Feeling": un'intro impreziosita dai caldi fiati finali intrecciati con la voce femminile, scelta anche come prima anticipazione dell'opera, e la seguente "Evergreen", entrambe dolenti e delicate. Con "Red Western Sky" il ritmo si fa più sostenuto e la voce e le liriche del cantante (scritte insieme agli altri due musicisti) dipingono ancora più nettamente lo scenario sentimentale su cui si muove l'opera. Alle trame di pianforte di "Broken Tambourine" segue la coinvolgente "Knuckleduster", una delle vette del lotto. Ulteriori passaggi degni di nota sono "Everything Like It Used To Be", bella, semplice ed efficace, e la sopracitata "How Many Days", dal bel drumming e dall'assolo distorto. Non spiccano altri particolari momenti durante l'ascolto di un disco ben fatto ma privo del mordente capace di catturare davvero l'ascoltatore. "Muzz" è un gradevole episodio da inserire nella costellazione discografica dei protagonisti, ma definirlo imprescindibile sarebbe troppo.
Contributi di Paolo Sforza, Marco Bercella, Paolo Agnoletto, Silvio Pizzica, Michele Corrado, Alessio Belli, Giulia Quaranta
| INTERPOL | ||
| Turn On The Bright Lights (Matador, 2002) | 8 | |
| Antics (Matador, 2004) | 6 | |
| Our Love To Admire (Capitol, 2007) | 6,5 | |
| Interpol (Matador, 2010) | 5,5 | |
| El Pintor (Matador, 2014) | 6,5 | |
| Marauder (Matador, 2018) | 7 | |
| A Fine Mess (Matador, 2019) | 7 | |
| The Other Side Of Make-Believe (Matador, 2022) | 6,5 | |
| JULIAN PLENTI | ||
| Julian Plenti Is... Skyscraper (Matador, 2007) | 7 | |
| PAUL BANKS | ||
| Banks (Matador, 2012) | ||
| MUZZ | ||
| Muzz (Matador, 2020) |