Bristol è una cittadina distesa sulla costa nord-orientale del Somerset, capolinea di una larga insenatura che dà forma a nord alla piccola e altezzosa protuberanza gallese, a sud a una lunga penisola che termina sui verdi campi di Cornovaglia. Una città dall'importante passato portuale e industriale che non ha mai avuto velleità da metropoli mondana e che al contrario ha sempre sfoggiato sobria il suo orgoglio
working class e piccolo borghese. Eppure di scorrerie musicali ne ha sputate in quantità (il nome del
Pop Group basta a far impallidire), mantenendo in ogni occasione il suo fare bonario e disinteressato come si trattasse della cosa più naturale del mondo.
Sul finire degli Ottanta Bristol è attraversata da movimenti
underground che vanno nelle direzioni più disparate: c'è la
new wave come corrente alternativa più folta di proseliti, il reggae e il soul di quella che è ormai la seconda generazione di immigrati africani e caraibici (legati a Bristol dai tempi degli orrori schiavisti), l'hip-hop e la
dj-culture pronti a diventare fenomeno-trend fuori dai circuiti indipendenti, e l'elettronica come genere in ascesa nelle cerchie artistiche più erudite.
Cosa può succedere infine nel caso in cui tutto ciò venga condensato in un unico, incandescente, agglomerato sonico? La risposta si chiama Wild Bunch.
È ancora il 1983 quando due giovani dj di origine afro-caraibica, Andrew Vowles e Grant Marshall, auto-appellatisi rispettivamente "Mushroom" e "Daddy G" danno vita a un
sound system che gira la città improvvisando eventi che coinvolgono musicisti,
mc's, dj e artisti dalla formazione più varia, a cui verrà dato il nome di "mucchio selvaggio". È un collettivo aperto in cui transiteranno numerosi altri nomi importanti: due anni dopo si uniscono Nellee Hooper, che lascerà poi per dedicarsi al suo progetto Soul II Soul e a una fortunata carriera di produttore pop, Shara Nelson, collaboratrice di Dub Syndicate e Missing Brazilians, reinventatasi cantante black-pop dalla voce unica, quella testa calda di Adrian Thaws, futuro
Tricky, e soprattutto un giovanissimo Robert Del Naja, noto come "3D", sorta di artista di strada con il "vizio" dei graffiti e dei nastri, anch'egli figlio di immigrati - i genitori sono due italiani con il culto di Maradona e del Napoli Calcio.
Un trionfo del meticcio, quindi, che diventa col tempo un vero fenomeno cittadino, culminando nel 1987 in una serie di
live cui il pubblico accorre con afflussi di portata quasi biblica che nessun club cittadino al tempo era in grado di ospitare. Questo almeno secondo una diffusa leggenda.
Allo stesso tempo il collettivo pareva essersi stabilizzato e dominato da quella specie di mostro a tre teste facente capo a 3D, Mushroom e Daddy G. Lo stravagante pseudonimo Wild Bunch diventava tra l'altro sempre di più obsoleto e inadeguato a definire un'identità musicale andata ormai oltre il puro
divertissement di tre dj sbarbatelli di periferia. Nasceva quindi l'idea di un nuovo, programmatico,
moniker: Massive Attack.
Il primo brano registrato, "Any Love", è un funk-pop solare e senza troppe pretese, interpretato dal cantante soul Tony Brian, mentre il primo vero Ep, pubblicato per la Circa, esce nel 1990:
Daydreaming, brano in cui i deliranti botta-e-risposta
rappati di Tricky, 3D e Daddy G si alternano ai sognanti "chorus" di Shara Nelson. Singolo che riceve una buona accoglienza nel sottobosco alternativo, mentre fa discutere i media per altri motivi: è il momento dei violenti attacchi della Guerra del Golfo e il gruppo verrà costretto per qualche tempo a troncare il suo nome sfrontato e presentarsi nei
live e nei negozi semplicemente come Massive.
"Blue Lines" e "Protection": l'invenzione di una nuova filosofia pop
Passano quindi pochi mesi, in mezzo l'importante firma con la Virgin, ed è l'ora del primo Lp. Quello che consegna alle stampe
Blue Lines è in realtà ancora un gruppo allargato, vantando il supporto e i
featuring di Horace Andy, storica voce del reggae giamaicano con cui inizia una lunga e proficua collaborazione, di Shara Nelson, Tony Brian e Tricky.
Blue Lines comincia con uno degli attacchi più sovversivi e simbolici che si ricordino dei Novanta. Avanza fiera e decisa come un carro armato, "Safe From Harm", il canto libero e vigoroso di Shara Nelson a vaticinare la nuova via da percorrere, synth diafani ad avvolgere di un'aura mistica il nostro santone, il basso ottenebrante ad annientare i resti acciaccati di un decennio di
pop music.
Si tratta di una formula del tutto nuova, a un esame scrupoloso si riescono a rinvenirne nel patrimonio genetico tutte le qualità della musica
black, in ogni sua declinazione (hip-hop, soul, rap), ridimensionate però dalle tessiture elettroniche e dai
groove lunghi e beffardi di un dub rimestato, discendente in linea diretta dagli esperimenti dei conterranei
Mark Stewart, Lincoln Scott e Adrian Sherwood. Un brano che rimane un'autentica pietra angolare nel trapasso verso un genere che non ha ancora nome ma che è già ben tangibile all'orecchio di chiunque.
I restanti otto brani della raccolta reggono i toni fissati dalla traccia d'apertura, infilando una serie di pasticci
urban d'alta scuola: il dub "fumoso" ricco di
sample di "One Love", l'hip-hop rilassato della
title track (si inventava già il
downtempo nell'accezione corrente e nessuno se n'era accorto), ma anche l'irresistibile saggio soul-pop "Lately", che lancia una formula molto fortunata nella musica pop degli anni a venire, e soprattutto l'emozionante singolo "Unfinished Sympathy", in cui, tunica nera e sguardo ficcante, ricompare la profetessa Nelson ad aggirarsi tra i mortali allo sbando tra
scratch compressi e un incalzante crescendo orchestrale dai colori drammatici e cinematici.
"Five Man Army" infine, grazie alla sua asciuttezza, ci permette di vivisezionare questa materia sonora contagiosa e singolarissima: quattro mattacchioni si dilettano con un rap dal
flow sciolto e gentile, su una tribolazione ritmica hip-hop essenziale e rallentata che rivela le trame elettroniche sottostanti e i bassi potenziati, lascito nobilissimo di
Sly & The Family Stone e di certa
disco music, con il "quinto uomo" Horace Andy a portare in coda il suo carico di ebbrezza religiosa esaltata e nerissima, reggae fino al midollo.
Il rischio di boiata estemporanea e azzardata non poteva essere più vicino. Invece il tutto funziona a meraviglia e con una naturalezza sorprendente. C'è cuore nelle melodie, c'è ingegno nei
collage inappuntabili, e soprattutto "ci sono i pezzi", come si sarebbe detto in altri tempi.
Proprio per la sua essenza ibrida e mulatta di stile non ancora classificato,
Blue Lines riscuoterà un successo trasversale, appassionando allo stesso modo la
dj-culture, il pubblico hip-hop ed emerite personalità del
mainstream come
Madonna. Ma è soprattutto negli ambienti del pop-rock "alternativo" che le intuizioni di
Blue Lines troveranno terreno fertile, dando il là a un nuovo modo di concepire l'elettronica da ballo (ovvero il non-ballo) che marcherà nell'intimo l'intero decennio musicale con il loro marchio che verrà poi definito
trip-hop.
Passano tre anni in cui il nome dei Massive Attack corre di bocca in bocca, tra videoclip da
heavy rotation e remix particolarmente fortunati ("Manchild" di
Neneh Cherry) più un significativo soggiorno nella capitale, dove per mezzo di Nellee Hooper incrociano buona parte dei nomi più in voga al tempo nella scena
britpop:
Blur,
Oasis,
Inxs, persino Naomi Campbell, che Hooper propone ai tre come
vocalist per il loro nuovo lavoro ("situazione profondamente imbarazzante", come rivelerà poi Del Naja).
È in questo contesto, quindi, che nel 1994 arriva l'attesissima seconda prova.
Protection riprende il discorso dove lo aveva lasciato
Blue Lines, non per ripercorrere gli stessi sentieri, bensì per tracciarne di nuovi in corsa, ritrovandosi quasi inavvertitamente tra spiagge inesplorate e lontanissime dal punto di partenza. Il cuore di
Protection pulsa in un bozzolo caldo e ospitale, avvolto in un sottile pulviscolo freddo e cordiale, che sa tanto di metropoli europea nelle umide ore serali d'autunno.
È la bella voce di
Tracey Thorn a fare stavolta gli onori di casa, nel brano d'apertura e nuovo singolo del trio allargato: "Protection" è un pezzo che colpisce da subito l'immaginario, sia per le sue qualità che definiremmo "empatiche" che per la serie di rimandi squisitamente musicali che innesca. È uno di quei rari momenti da ascoltatori di musica in cui può capitare di sentirsi compresi e complici del brano che si ascolta, accolti con una carezza come tornando a casa di un vecchio compare pronto a raccontare e a sentirsi raccontare il mondo senza giudicare. Languidi
beat "sciogli-nervi" e un giro di piano circolare incorniciano la vignetta, offrendo quel senso di protezione incondizionata indicato dal titolo.
Ma "Protection" è anche il brano che inaugura ufficialmente il momento d'oro del trip-hop bristoliano, il momento in cui le riviste specializzate britanniche coniano la tanto fortunata espressione che identifica il "
Bristol sound", abbinando al termine immagini di città notturne e piovigginose e un diffuso umore accidioso e intimamente inquieto.
Cliché alimentato sicuramente dai memorabili
videoclip di Michel Gondry (che per "Protection" ci mostra scene di vita annoiata a fine giornata in una palazzina di città) ma anche dal concomitante esordio
portisheadiano, "
Dummy". Un altro brano da
instant classic quindi per il percorso della ditta Massive Attack, pezzo che resterà tuttavia un episodio a sé stante nella loro discografia, anche nell'economia dello stesso album.
Pur non discostandosi troppo dagli schemi dettati dalla
title track,
Protection è in realtà materia vibrante e dinamica, che fa propri elementi pescati dal calderone techno e dalla nascente scena
idm ("Spying Glass" e "Three" altro non sono che brillanti esempi di dub-techno applicata alla forma-canzone pop), ma che in qualche modo guarda già altrove: basti sentire il fortunato singolo "Karmacoma", un impenetrabile mantra dub fitto di visioni fosche da horror
argentiano e nenie maghrebine (brano che sarà ricantato qualche tempo dopo con Raiz degli
Almamegretta), "Sly" con il suo incedere noir tra le eleganti partiture orchestrate da
Craig Armstrong e i vocalizzi conturbanti di Nicolette Suwoton (autrice a suo tempo del gioiello electro-pop dimenticato "Now Is Early"), fino alle inalazioni della strumentale "Heat Miser", che fanno da inquietante sfondo al "gioco a tre" tra i beat di Daddy G, il piano di Armstrong e la batteria di Rob Merril. Le torbide visioni di
Mezzanine sono già dietro l'angolo.
Protection è ancora un grande successo tanto negli ambienti indipendenti quanto in quelli più commerciali, seguendo un invidiabile "doppio binario", secondo a quel tempo solo a quello di
Björk nel coniugare credenziali "alternative" e vendite a più zeri.
Massive Attack diventa anche e soprattutto il
brand più ambito per la moda del momento: il remix. Coadiuvato dal "professore matto" del dub, Neil Fraser, il trio remixerà invece se stesso nella raccolta
No Protection del 1995, che riprende in chiave
psych-dub alcune tracce di
Protection (da sentire le versioni di "Better Things" e "Sly").
Discesa nell'incubo dark-wave: "Mezzanine" e "100th Window"
Nei tre anni successivi il trip-hop è ormai balzato agli onori delle cronache, escono "
Maxinquaye" di Tricky e una sfilza di altri lavori vagamente affiliabili al girone. I Massive Attack, dal canto loro, remano contro le tendenze
chill out in cui il genere pare andare a confondersi e realizzano uno dei dischi più oscuri e opprimenti del decennio.
"Abbiamo voluto puntare soprattutto su profondità e prospettiva. È un album che dà la sensazione del viaggio e si può ascoltare a vari livelli di coinvolgimento: se si tiene alto il volume, acquista in immediatezza; se lo si abbassa, diventa più imprevedibile", spiegò 3D, che, non completamente soddisfatto del risultato di
Protection, aveva intenzione di riscattare il suo
background punk e reggae. Ma, come vedremo, con il nuovo album si andrà ben oltre tutto ciò.
Nel 1997 infatti, come preannunciato dall'opera seconda dei Portishead, il morbo
dark-wave è tornato a tormentare la gioventù d'Albione, insediandosi tra i bassi e i
sample delle menti e delle mani
bristoliane più creative. Usciti con discrezione dalla porta principale, echi di 4AD (
Bauhaus,
This Mortal Coil su tutti) e
Suicide rientrano dalle finestre psicologiche dei nostri, offrendo ai tre ulteriori strumenti per interpretare il malumore e l'ansia di fine secolo.
Oltre al fido Horace Andy, la stella che brilla su
Mezzanine è non a caso Elizabeth Fraser dei
Cocteau Twins, band di culto del dream-pop e che ha segnato un decennio fino a poco prima ancora tanto vituperato, a conferma del carattere di omaggio più o meno consapevole che l'opera sembra rappresentare nei confronti della new wave.
I vocalizzi della Fraser, al solito eterei e suggestivi, sono i rari attimi di luce che si riescono a intravedere tra i cupi labirinti sonori imbastiti dai tre, impreziosendo quattro brani, e ascendendo a dimensioni quasi divine nell'indimenticabile singolo "Teardrop", che di questa sorta di "dream-dub" è destinato a rimanere l'incontrastato capolavoro: sopra a una traccia ritmica minimale, simile al pulsare di un cuore, e a un arpeggio celestiale di chitarre, si alza la voce angelica di Liz Fraser, limpida come una promessa di salvezza e redenzione. La sintesi di sonorità dub e atmosfere
dark raggiunge qui la perfezione, trasportando in una dimensione sospesa tra sogno e realtà sensibile. Il brano avrà un grande successo anche grazie all'inquietante video, dove a "cantare" la melodia sarà l'immagine di un feto nella placenta materna - idea nata dalla maternità imminente della Frazer, che presterà le sue labbra per l'incredibile fotomontaggio sull'immagine del bimbo. Come a dire, una pietra miliare nella pietra miliare.
Mezzanine parte con un'altra
intro memorabile, la depressione esistenziale di "Angel": basso rombante e
beat sordo e sospetto che detona nel bel mezzo in un
wall of sound di chitarre ed effetti, mentre le innocue liriche di Andy ("You are my angel/ come from way above/ To bring me love/ I love you") rivelano il loro potenziale grottesco e minaccioso.
Si attraversa quindi l'angoscia espressionista di "Risingson", dal
bad trip mediorientale di "Inertia Creeps" all'umore gotico di "Man Next Door" (con un
sample tratto da "10:15 Saturday Night" dei
Cure) fino alla ballata soffusa di "Black Milk" - altro pezzo di bravura della Fraser al canto - e al rap opprimente della
title track. "Group Four" è un altro colpo di genio di 3D e soci e numero da fuoriclasse della voce dei Cocteau Twins: malinconica e sognante nella prima metà, inquietante e deturpata nella seconda, mentre un caos di chitarre e percussioni si innalza dietro di lei. Una dea che ammalia, illude e sevizia. Torna alla mente la bionda apparizione onirica di "Eraserhead", visioni
lynchiane che tornano esotericamente a galla con la riabilitazione di quel
sound gotico cui sembrano indissolubilmente legate.
In
Mezzanine domina un senso di (para)noia e di alienazione urbana, che si riverbera nei suoni tra allucinazioni narcotiche e momenti di
trance, il tutto esasperato da un uso ossessivo del rap e un sensuale tappeto ritmico che fa una costante di quel sodalizio tra
beat e percussioni acustiche sperimentato in
Protection.
I Massive Attack riescono ad allontanarsi definitivamente dall'equivoco per cui il trip-hop sarebbe stato musica da relax o da
cocktail, facendone al contrario il veicolo di una cupa tensione metropolitana e candidandolo alla frequentazione di spazi tipicamente rock. Un disco profondamente figlio del suo tempo nel riproporre citazioni, memorie, brandelli di passato musicale in una sintesi caotica quanto vitale, specchio di una società ormai altrettanto babelica e onnivora, caratterizzata da quella che l'ex-collaboratore
Tricky chiamerà la "Pre-Millennium Tension".
A confermare il suo potenziale di "rock-opera",
Mezzanine riscontra un vastissimo successo proprio in quegli ambienti (oltre alle vendite che continuano ad aumentare), portando i tre sui palchi dei festival rock di mezzo mondo.
Ma il tour di
Mezzanine segna anche la fine dei Massive Attack come trio: al termine di una lunga serie di malumori e incomprensioni sulla direzione artistica da intraprendere, Mushroom abbandona il gruppo che da ora farà riferimento ai soli 3D e Daddy G.
Quando esce
100th Window, nel 2003, i Massive Attack si presentano nella sola persona di Robert Del Naja (causa volo di cicogna in casa Marshall), con il risultato di una
one-man band a tutti gli effetti, in cui domina indiscussa la componente "bianca" di 3D.
La "centesima finestra" del titolo fa riferimento al linguaggio informatico, la finestra del sistema operativo che non può mai essere chiusa: "È una metafora del cuore e delle emozioni, non serve a nulla schiacciare o rinchiudere un ricordo o una parte di te, avrai sempre la chiave per riaprirla", confessa 3D, che pensa al disco però soprattutto come a una riflessione tra l'uomo e la tecnologia. L'
artwork, una scultura di vetro fatta esplodere, lascia intravedere l'atmosfera fredda, morbosa e vagamente inquietante che si respira tra i solchi del disco.
100th Window, co-prodotto da Neil Davidge, prosegue in termini di "umore" sul tracciato di
Mezzanine, accentuandone la componente più psichedelica e notturna. Gli elementi tipicamente rock appaiono smussati, le chitarre ultra-effettate a mo' di
droni, mentre sotto la superficie striscia un seducente andamento electro-dub.
"Future Proof" incede a metà tra un elettro-encefalogramma e un segnale acustico da
laptop, con la voce di 3D in stato d'ipnosi tra la luce inespressiva dei cristalli liquidi e il fumo di sigaretta. I brani successivi introducono le altre due voci del disco, la rediviva
Sinead O'Connor - insolita rappresentante del
rastafarianesimo - con la celestiale "What Your Soul Sings" e il già noto Horace Andy in "Everywhen".
Le atmosfere si fanno più angosciose in "Special Cases" con la O'Connor splendida e quasi irriconoscibile a cantare di insicurezza e inquietudine nei rapporti sociali, mentre un arrangiamento d'archi le disegna sullo sfondo trame sinistre e orientaleggianti. Tutto contribuisce poi nel raffinato
videoclipa dipingere scenari da "Brave New World".
In "A Prayer For England", invece, si riconosce la O'Connor di sempre, che alza i toni anche delle liriche - un'invocazione a Jah per intercedere a favore dell'infanzia sfortunata inglese. Del Naja, però, sa piazzare ancora un grande ultimo colpo, torna alla voce per "Antistar": di nuovo un pezzo che guarda a Oriente, anche e ancor di più grazie al crescendo di archi conclusivo, a suggellare con un capolavoro l'opera.
100th Window è il degno successore dei neri presagi di
Mezzanine, lo specchio di una civiltà, quella Occidentale, fatta di individui isolati ciascuno nella propria bolla-ragnatela di codici binari e led. Contemporaneamente scoppia il conflitto in Iraq, cui 3D si oppone con una vera e propria campagna sul suo blog e utilizzando immagini del conflitto tra i
visual proiettati nel trionfale tour promozionale dell'album.
La confusa colonna sonora di
Danny The Dog, film del 2004 di Luc Besson, lascia però freddini gli appassionati del
sound cupo e magnetico dei Massive Attack. Ventuno composizioni strumentali scritte, arrangiate e prodotte da 3D e Neil Davidge. Chitarre, campioni, piano elettrico, archi, pianoforte, ancora i
King Crimson nelle pieghe di un pezzo trascinante come "One Thought At A Time". Il dub si affaccia ammantato di sensualità misteriosa e colori
jazzy in "Polaroid Girl", mentre il colpo romantico/estatico arriva nella breve "Sweet Is Good", seguita dalla
mancuniana (i
New Order che incontrano gli
Stone Roses?) "Montage".
A suggellare la loro prestigiosa carriera, lunga ormai più di tre lustri, arriva invece nel 2006 l'antologia
Collected, trascinata dallo splendido inedito "Live With Me", con i
vocals di Terry Callier.
Sinistre liturgie formato Duemila: "Heligoland" e oltre

Dopo un lungo silenzio, spezzato solo dalla partecipazione alla
soundtrack del film "
Gomorra" (il brano "Herculaneum") e da una collaborazione con
Mos Def ("I Against I"), nel 2009 il marchio Massive Attack torna alla ribalta con l'Ep
Splitting The Atom. Quattro tracce che confermano lo stato di gran forma dei due: "Splitting The Atom" sorprende con un battito robusto che ammicca al
dancefloor, non fosse per le liriche funeste narrate da Daddy G (che torna alla voce per la prima volta da
Mezzanine) e i synth glaciali che risucchiano il tutto in chiusura. "Psyche" è un altro colpaccio della ditta, con la collaborazione della storica compagna di avventure di Tricky,
Martina Topley-Bird, la cui voce felina si stende su un autentico
soundscape elettronico, ovattato e sensuale. Quattro pezzi che sono gustosa anteprima al ritorno vero e proprio su
full-length dell'anno successivo.
I sette anni trascorsi tra
100th Window e
Heligoland (2010) si fanno sentire tutti: i Massive Attack sono pervenuti a un ulteriore stadio di evoluzione artistica, guardando a un tempo avanti, molto avanti, ma anche indietro, riappropriandosi della formula pop-elettronica coniata in
Protection.
Heligoland è un mondo dalle emozioni congelate, di brevi e fugaci aperture melodiche dove a dominare è sempre un senso di vuoto e decadimento.
"Pray For Rain", con la voce di
Tunde Adebimpe, spiega bene quest'umore, procedendo indolente come una preghiera vacua e inascoltata, squarciata a metà da una breve melodia luminosa e positiva che refrigera per un istante il miserabile. Martina Topley-Bird è la seconda ospitata del disco, già annunciata nell'Ep dell'anno prima e che si unirà alla band anche per il tour promozionale, dove le spetterà l'arduo compito di reinterpretare "Teardrop". I suoi contributi per
Heligoland si limitano però a una nuova versione di "Psyche", più ansiolitica e cerebrale, con arpeggi a maglia strettissima, e nella labirintica "Babel".
L'album sembra puntare nuovamente su quegli arrangiamenti acustici e caldi, lasciati fuori dalle porte digitali di
100th Window. Se chitarre, archi e percussioni non sono una novità nel
sound Massive Attack, e ne rappresentavano anzi la carta vincente in numerosi
trip, elemento nuovo è invece l'utilizzo degli ottoni, con effetti che lasciano un po' perplessi: se contribuiscono positivamente al pathos di "Girl I Love You" (in cui Horace Andy riprende una sua vecchia hit), la resa è incerta e impacciata su "Flat Of The Blade", che si segnala comunque per le liriche inquiete di Guy Garvey ("Things I've seen will take me to the grave / I will build for my family a bulletproof love").
Hope Sandoval è un altro nome eccellente del disco, sua la splendida interpretazione su "Paradise Circus", dolce ballata su
hand-clapping e crescendo d'archi che entra dritta tra le perle del combo di Bristol. La tanto chiacchierata collaborazione con l'amico
Damon Albarn si consuma invece sulla sola "Saturday Come Slow", pop acustico in odor di inconcluso.
Disomogeneo e spiazzante,
Heligoland sconta una eccessiva dispersione delle idee e delle intuizioni dei due, mancando nel coniugare le poco approfondite collaborazioni, troppe per un disco di appena dieci pezzi. Poesia e maestria tecnica dei due sono però confermate in toto: la chiusura di "Atlas Air" è un altro numero di classe di Del Naja, che calibra sapientemente una serie di
stop&go e tra percussioni tribali e synth in levare ci lascia intravedere nuovi mondi di inquietudini e perdizioni tutti da esplorare.
Ad ulteriore dimostrazione di come il motore Massive Attack sia ben avviato nei Duemila, arriva nel 2011 l'ottima collaborazione con il giovane William Bevan, aka
Burial, paladino del dubstep 2.0. E mai come in questo caso l'amalgama è di quelli che scottano, vista la plausibile affinità elettiva tra le tre bestie sacre in questione.
Una traccia a quattro mani e un remix. È questo il "misero" bottino estraibile da
Four Walls/ Paradise Circus, l'incontro/scontro Massive Attack vs. Burial: basi estratte, modellate e deformate dal ragazzo della Hyperdub e voci gestite dal gatto e la volpe.
La prima metà del disco è occupata da "Four Walls", in cui i tre si scatenano (si fa per dire) verso il terzo minuto dando vita a una sorta di marcia funebre sorretta meravigliosamente dal canto celeste e al contempo raggelante. Dodici minuti di esotismo elettronico e melanconia a pacchi. Mentre nell'altra metà spunta inaspettatamente una rivisitazione lunare di "Paradise Circus", cantata dalla musa
Sandoval. I tre riescono in qualche modo a mistificare la faccenda, provando a renderla più intimamente estatica, inserendo il solito tappeto sonoro
bevaniano da scenario decadente con tanto di coda angelica e rallentamento vocale centrale, supportato dai bassi perennemente profondi e dal
tic-tac elettrico fatto ribollire a più riprese e a mo' di magma. Purtroppo, la resa illune che ne consegue non conferisce grandi dosi emotive.
Tirando le somme, sembra funzionare solo la stesura congiunta
ex novo tra i pionieri del
trip-hop e il perno centrale di quella strana cosa chiamata
dubstep. Si spera quindi che a prevalere in futuro sia il desiderio di creare sempre nuova materia, magari accantonando le comode minestrine riscaldate.
Dopo gli ormai canonici cinque anni di silenzio discografico, i nostri tornano a inizio 2016 con l'Ep
Ritual Spirit. Frutto di un'attenta riflessione socio-filosofica, quindi, dopo quattro anni di silenzio discografico, Del Naja ha diffuso a inizio gennaio un'app, "The Fantom", programmata per mixare le canzoni utilizzando il battito cardiaco, l'ora del giorno e la
location. Prima "cavia" dell'esperimento, quindi l'Ep in questione.
Quattro brani e quattro featuring per
Ritual Spirit, quindi, che, proprio nell'ottica dell'impostazione globale del progetto, vive di una luce insolita, aperta e volutamente "inconclusa".
Il redivivo Roots Manuva è il primo ospite su "Dead Editors" (un rimando al controverso Charlie Hebdo?), brano che viaggia a velocità tripla rispetto ai tempi del trip-hop che fu, seguito da Azekel su "Ritual Spirit", il pezzo
massiveattack-iano che ti aspetti, con basso torbido, loop acustico, echi e voce in ipnosi, eppure con una sua efficacia, e da Young Fathers su una "Voodoo In My Blood" che non avrebbe sfigurato tra le
session di
Heligoland.
Finale con sorpresa, in chiusura, con la classicheggiante "Take It There", in cui riappare nientemeno che il fantasma di
Tricky in un duetto "rap" reminiscente dei giorni d'oro del Bristol-sound, tutt'altro che sorprendente ma che pure si lascia ascoltare con piacere, nonché con un leggerissimo magone in chiunque sia cresciuto con
Dummy,
Protection e
Mezzanine come
soundtracktra le crisi esistenzial-adolescenziali.
A conti fatti, poco di nuovo tra i diciassette minuti di Ritual Spirit, soprattutto se si conta in bolletta un divario di quasi cinque anni dal parto che l'ha preceduto, brilla però, tra le righe, una vitalità e una coerenza intellettuale affatto scontati in una band sulla piazza da trent'anni. Un'uscita forse fisiologicamente ridimensionata dal più ampio respiro "inter-disciplinare" del progetto ma che nondimeno lascia un'impressione positiva in vista delle produzioni venture e già in cantiere della coppia aperta di Bristol.
Contributi di Giuliano Delli Paoli ("Four Walls/ Paradise Circus")