Bristol, due ore di treno da Londra. Terra fredda e umida d'Albione sotto la quale, però, arde la vampa della creatività.
In principio fu il
Pop Group di Mark Stewart, avamposto d'ogni contaminazione tra la
white music per eccellenza (il punk) e afrori
black (funk, reggae, dub, free-jazz).
E a metà anni Ottanta prende forma anche "The Wild Bunch", il Mucchio Selvaggio. Un crogiuolo di
rapper,
dj, ballerini,
writer e produttori che si riunisce per suonare nelle cantine dei sobborghi della città.
Poi, alcuni di loro spiccano il volo. Come i tre
Massive Attack che nel 1990 danno vita a un collettivo "aperto", pubblicando un anno dopo il loro album d'esordio "Blue Lines". Dentro c'è di tutto, dall'hip-hop al soul, ma anche il funk, il reggae, l'elettronica, la
soundtrack music, l'acid-jazz.
Lo chiameranno
Bristol sound o più semplicemente
trip-hop. Una sorta di reazione "uguale e contraria" alla frenesia
techno che dilaga in quegli anni. Musica atmosferica, da viaggio (il "trip"), che rallenta le pulsazioni hip-hop e house per ottenere un effetto più rilassato e onirico. Musica cerebrale, eppure profondamente fisica, con quei bassi dub che entrano nello stomaco.
Sono mesi esaltanti per Bristol, che diviene in breve tempo il laboratorio musicale più fertile d'Inghilterra. Le alchimie col botto non mancano - da "
Maxinquaye" di
Tricky al trittico "Blue Lines"-"Protection"-"Mezzanine" dei Massive Attack - ma sarà una, in particolare, a fissare in modo definitivo l'"essenza" del genere e, soprattutto, ad ampliarne
audience e confini. Ironia della sorte, i profeti di Bristol diverranno i "cugini" di una minuscola frazione limitrofa, affacciata sull'Oceano. Un luogo che, da misconosciuta croce sulla mappa d'Inghilterra, diverrà sinonimo dell'epopea mondiale del trip-hop.
Una spy-story in slow-motion
Portishead è infatti il nome del paese in cui trascorre la giovinezza Geoff Barrow, giovane polistrumentista di belle speranze, che però a Bristol ha già messo più volte il naso, quantomeno per collaborare con i
Massive Attack al Coach House studio e per produrre il contributo di Tricky alla
compilation benefica "Sickle Cell".
Barrow scrive basi hip-hop e stravede per le colonne sonore di John Barry (il compositore celebre per la saga di 007 e per sigle di culto, come quella di "Attenti a quei due") e Bernard Herrmann (l'autore delle musiche di molti film di Alfred Hitchcock), ma anche per la disco di Moroder, il
beat-jazz dei
A Tribe Called Quest e l'
hammond-soul di
Isaac Hayes. Affidato alle grazie di Neneh Cherry un suo pezzo ("Somedays"), Barrow si fa una reputazione come
remix producer, lavorando con
Primal Scream,
Paul Weller, Gabrielle e
Depeche Mode. Ed è proprio in uno studio di registrazione che incontra Beth Gibbons, cantante "da pub", esile e timidissima, ma con un fuoco soul nelle vene e una fervente passione per interpreti come
Billie Holiday,
Janis Joplin,
Elizabeth Fraser e Astrud Gilberto.
Nascono così i Portishead. Più che una band, un vero e proprio progetto artistico, curato fin nei dettagli: dalla grafica minimale alla produzione dei
videoclip, dall'immaginario evocato all'approccio ritroso col mondo esterno.
Prima di mettersi alla prova in studio, il duo mette a frutto il suo gusto cinematografico nel cortometraggio in bianco e nero "To Kill A Dead Man" (1994), un omaggio agli
spy-movie degli anni 60. Barrow e Gibbons recitano nella pellicola e ne firmano la colonna sonora, che attira l'attenzione della Go!
Beat. In autunno, così esce il loro album d'esordio, registrato con l'ingegnere del suono Dave MacDonald (alle prese anche con batteria e
drum machine) e con il chitarrista jazz Adrian Utley.

Griffato in copertina dalla tipica "P" formato gigante che caratterizzerà tutte le produzioni della band,
Dummy (1994) è una sorta di "classico moderno". Un disco senza tempo, forse proprio perché sempre in bilico tra passato e futuro. Come un film in bianco e nero, girato però con le tecniche più avanzate di fine Millennio.
Mai forse come in questo caso, l'uso del termine "cinematico" si adatta a definire un
sound che fa dell'ideale connubio suoni-immagini la sua chiave di volta. Può fare da sottofondo a un viaggio notturno o a un incontro d'amore. Può animare le sequenze di una
spy-story o di un
thriller di David Lynch. Ma può essere anche la colonna sonora di un film di fantascienza post-atomico, per lo spirito lugubre e decadente che lo pervade.
L'idea-cardine di Barrow e compagni è la rielaborazione di vecchi motivi di film
noir e di spionaggio, mescolati a spunti
jazzy-lounge e ritmi hip-hop rallentati, e immersi in fumose atmosfere retrò, desolatamente romantiche. Per il resto, l'architrave è quella tipica di tanto trip-hop a venire: massiccio ricorso a
sample e
scratch (i suoni ottenuti strofinando la puntina sul vinile dei vecchi 33 giri o dischi mix), giri di chitarra presi in prestito dagli
spaghetti-western anni 60, ampie sezioni di archi, bassi cupi, sintetizzatori moog e un organo hammond ad aggiungere un ulteriore tocco
vintage.
Ma a nobilitare questo impasto di suoni è il canto dolente e spettrale di Beth Gibbons, ribattezzata audacemente "la Billie Holiday venuta dallo spazio". La sua voce è capace di improvvise escursioni di registro: può essere tesa, metallica, straziante; ma anche calda e sensuale, come nel lento "Glory Box", mesta dissertazione sulle tribolazioni delle donne, o nell'iniziale "Mysterons", che parte con un piglio da bolero e finisce avvolta tra le spire di sonorità sempre più suadenti, tra il gemito del theremin, i
beat marziali e i soffici tappeti di tastiere.
Il climax emotivo dell'intera raccolta è però il singolo "Sour Times",
torch-song postmoderna guidata da un
sample di Lalo Schifrin. Le chitarre di Utley e il cesello di Barrow agli
scretch e alle tastiere allestiscono un clima spettrale, su cui decolla una melodia sontuosa, con una Gibbons sconsolata a gridare al vento "Cause nobody loves me/ It's true/ Not like you do...". Un pezzo memorabile, che sarà finanche migliorato nella straziante interpretazione dal vivo del
live newyorkese.
L'impronta jazz, portata in dote dall'eclettico Utley, appare più evidente in tracce come "Strangers" e "Pedestal"; la prima, in particolare, svela anche l'opera certosina compiuta in studio, con il suo susseguirsi di raffinate digressioni sonore - dal soul alla bossa nova - e variazioni di ritmo (con tanto di
stop & go sincronizzati col canto di Gibbons). "Roads" abbina i gemiti delle chitarre a un'orchestrazione retrò, sospinta da archi solenni: l'effetto è di grande suggestione, come a introdurre il colpo di scena in un ideale film.
Il lato più tenero della band si sublima nella malinconica "It Could Be Sweet", in cui il soprano di Gibbons riesce a gonfiare d'emozione quasi ogni sillaba della strofa "Try a little harder...". Propulso da ritmi ossessivi - anche mediante l'uso di un tamburo africano - "Numb" è un altro numero d'alta scuola della
vocalist, che riesce a fluttuare sapientemente tra le note con vocalizzi
à-la Sade. E' invece una raffinata
chanteuse da cabaret quella che si cala nel
lied incalzante di "Wandering Star", avvolta in una coltre di sibili elettronici e di
scratch, con il solito basso
dub a reggere il gioco.
"Pedestal" e "Biscuit" danno voce ai fantasmi di quell'ansia latente che è un altro marchio di fabbrica della ditta Portishead. "Biscuit", in particolare, alza il ritmo, scatenando una tempesta di
beat sincopati e pulsazioni hip-hop, con le folate gelide delle tastiere sullo sfondo. Forse solo "It's A Fire", con Gibbons che miagola un po' troppo su un accompagnamento d'organo, abbassa per un attimo la qualità di un disco praticamente perfetto.
Dummy è sì il manifesto definitivo della rivoluzione trip-hop, ma anche l'opera che più di ogni altra travalica i confini di quel genere, per approdare nella nuova frontiera di una musica tanto retrò (nell'animo) quanto moderna (nell'approccio).
L'opera dei Portishead affonda le radici nella mestizia del blues e nelle confessioni a cuore aperto del soul; assorbe l'angoscia e l'indole accidiosa della
dark-wave, la rabbia dell'hip-hop, l'ossessività della techno. E riesce a rivestirle in ballate di gelida eleganza, grazie anche a un gusto orchestrale mai sopra le righe.
Il disco conquista tutti i
poll di fine anno della critica britannica, aggiudicandosi anche il Mercury Music Prize. Ma è il suo successo americano - 150.000 copie vendute prima ancora del tour - a conferire al trip-hop una nuova, e per certi versi inaspettata, dimensione mondiale.
Segue, però, un periodo di pausa, in cui si diffondono perfino voci di un possibile scioglimento della band.
The dark side of the moog
Passano tre anni prima della difficile opera seconda. I Portishead sono diventati un fenomeno mondiale, grazie a uno stile originale e inconfondibile. Ma proprio per questo sono chiamati a un'impresa: rilanciare quel
sound evitando di cadere nella sterile riproposizione di stilemi ormai ampiamente assimilati, anche grazie al fiume di produzioni trip-hop uscite sull'onda del boom di
Dummy.
Anche per questo la band tenta di sbarazzarsi di ogni etichetta. "Per noi trip-hop è una definizione inventata dai giornali - annuncia Barrow - Vogliamo che la gente apprezzi la nostra musica senza pensare che sia una moda. Ci muoviamo in un territorio senza confini". E conferma l'indole introversa e appartata.
Nel
videoclip del nuovo singolo "All Mine", i Portishead lasciano il proscenio a un'inquietante bambina dall'aria stralunata, che canta in uno scenario da "Zecchino d'oro" anni 70. Sullo sfondo, tra ambienti scabri e disadorni, la caratteristica "P" gigante, che richiama quella di "parking", e fa ancora una volta da
griffe.

Ciò che su
Portishead (1997) si perde in originalità e impatto, si guadagna in raffinatezza ed eterogeneità. Con Utley ormai nell'organico in pianta stabile, la band opera anzitutto un cambiamento concettuale: invece di raccogliere suoni disparati con i quali adornare le sue sonorità dimesse, registra musica originale, incidendola su vinile e confezionandosi
sample in proprio. Con un più frequente utilizzo di strumenti veri e una maggiore propensione hip-hop rispetto all'esordio. Resta il canovaccio di fondo: chitarre stralunate, sezioni di archi, bassi dub, moog. Ma tutto si fa ancora più narcotico, tortuoso ed ermetico.
Meno intense melodicamente rispetto all'esordio, le canzoni si confermano suggestive e a tratti persino più sorprendenti, con continue variazioni sul tema. Come nell'iniziale "Cowboys", dove un'
intro electro-lounge tempestata di
scratch è punteggiata da oscuri
twang di chitarra, su cui si staglia il canto afflitto della Gibbons. O come nel singolo "All Mine", che oscilla tra spunti
jazzy (i fiati insistiti) a climax da
noir hitchcockiano. Ma è soprattutto "Humming" il vertice di questo nuovo corso della band, che espande l'anima più cupa del loro
sound. Il cinema è ancora una volta lo sfondo, ma stavolta è quello della fantascienza pionieristica degli anni 50, tra alieni e fantasmi. L'ululato da brividi del theremin evoca scenari spettrali, sui quali il soprano di Gibbons eleva il suo angosciante requiem, sincopato dai
beat.
I gorgheggi della cantante, spesso trattati e filtrati elettronicamente, sono ancora la marcia in più. Dal falsetto toccante di "Undenied", su un morbido tappeto di piano, con gli
scratch a simulare la pioggia che cade sui vetri, al numero da cabaret jazz anni 30 di "Mourning Air", dall'invettiva penetrante di "Seven Months", che si fa largo tra chitarre
spaghetti western ed effetti
thrilling, alle litanie in catalessi di "Over" - con ricami di chitarra
bluesy - e "Only You", contrappuntato dai battiti hip-hop campionati.
Ma sono anche gli episodi più introversi e oscuri a fare la forza del disco. Come "Elysium", nuovo labirinto della desolazione, dove il canto sconsolato si accompagna a sovrapposizioni di suoni e rumori d'ogni sorta. O come il
trip onirico di "Half Day Closing", che accarezza persino paradisi psichedelici, con i suoi
pattern percussivi e la voce distorta che si fa vitrea e acidissima. "Western Eyes", infine, chiude l'album con più calde tonalità soul, quasi a voler lasciare un raggio di speranza in tanta gelida rassegnazione.
Meno dirompente e accattivante, l'opera seconda dei Portishead non bisserà il successo di
Dummy, ma col tempo si guadagnerà la giusta reputazione. Quella di colonna sonora ideale per una
fin de siècle metropolitana e desolata.
Sempre più ambiziosi, i Portishead sbarcano in America per una sontuosa
tournée. Il 24 luglio 1997 si confrontano con una delle
audience musicali più esigenti del pianeta, a New York, al Roseland Ballroom. Ne nasce uno
show memorabile con un'orchestra di 33 elementi e una sezione di fiati a dar man forte al gruppo, che rielabora con accentuata verve drammatica i suoi cavalli di battaglia (a cominciare da una lacerante versione di "
Sour Times"). Le
performance dal vivo della Gibbons, poi, sono tutte da seguire: occhi perennemente chiusi, sigaretta in mano, rannicchiata su se stessa, come se non reggesse il peso dell'impatto con il palcoscenico.
Roseland NYC Live (1998) testimonierà su disco l'epica impresa.
Al culmine della popolarità, i Portishead, però, sigillano le porte del loro laboratorio e si ritirano in un misterioso silenzio, che si protrarrà per un decennio.
Delizie fuori stagione
Solo Beth Gibbons darà segno di sé, pubblicando insieme a Rustin Man (alias Paul Webb, ex bassista dei
Talk Talk) lo splendido
Out Of Season (2002).
Conosciutisi durante delle audizioni in cui il bassista cercava una voce per il suo nuovo progetto O'Rang, i due vanno a realizzare anni dopo un disco emozionante. La voce di Gibbons spazia tra amori, desideri, gioia di vivere, fragilità. E la sua forza evocativa è accompagnata da una musica misurata in ogni sua componente.
L'iniziale "Mysteries" è un brano cantato con una voce da usignolo, un lenta ballata accompagnata da cori gospel. Altre perle seguiranno di lì a breve, tra jazz, soul, e il fantasma per niente ingombrante di
Nick Drake a far capolino, fino alla delicata canzone a lui dedicata. La presenza di un altro Portishead, Adrian Utley alla chitarra, ci fa pensare a come sarebbe stato il gruppo di Bristol in un'era musicale precedente, prima dell'arrivo dei campionatori e dei
pattern ritmici affidati alle basi preincise.
Nella seconda traccia "Tom The Model" riecheggiano le atmosfere alla Shirley Bassey anni 60, ma il meglio l'album lo riserva nei brani centrali, nella struggente ballata al piano di "Show" dove la Gibbons raccoglie l'eredità di una delle sue grandi muse, Billie Holiday, per regalarci una prestazione vocale da brividi, il cambio di registro di "Romance" che fa fede al titolo con un arrangiamento orchestrale anni 50 sopraffino, le atmosfere esotiche di "Sand River", fino ai crescendo seducenti di "Spider Monkey": Gibbons sembra quasi cantare un destino crudele, quello di avere una forza nella voce capace di penetrare il cuore più restio, ma allo stesso tempo di essere destinata a non poter appagare questo desiderio di amore.
Out Of Season è un disco autunnale e malinconico. Chi non lo ama non ha una delusione d'amore nel suo album fotografico...
Il terzo sigillo
Quasi non più sperato, è il ritorno dei Portishead con
Third (2008), che interrompe un silenzio lungo dieci anni.
A far salva l'identità del trio di Bristol è la suadenza delle linee vocali di Gibbons e la cura imposta alle composizioni; a farsi spigolosi sono gli accompagnamenti, che non hanno timore d'attingere persino dagli stagni brumosi del
dark industriale. Aure più sinistre in luogo delle foschie chiaroscurali dell'atmosfera che fu, seguendo quella rotta verso l'oscurità che ebbe già i suoi presagi nell'omonimo disco del 1997.
Ci si dimentichi semmai le
griffe che ornavano i
downtempo di
Dummy, e per lo più le ballate eteree della Gibbons di
Out Of Season, le cui tracce tuttavia si annusano in "Hunter", però condotta altrove dagli inusitati intermezzi che la disturbano: sembra un gioco di rimandi con i primi
Goldfrapp. Laddove la chitarra era ornamento, ora è attrice co-protagonista, assumendo fattezze finanche minacciose nell'introduttiva "Silence" quando si getta all'inseguimento di un rullante che viaggia a velocità doppia rispetto a quanto si era abituati, oppure quando delinea gli scenari d'angoscia della conclusiva "Threads".
I Portishead si muovono in campo aperto, cambiando repentinamente
mood anche all'interno degli stessi brani. Così "The Rip" si trasforma in un crescendo strumentale per tastiere
vintage dopo che la melodia vocale indugia su canoni prossimi a
Enya, e "Small" divaga con afflati progressivi dal suo tema principale che, al contrario, pare una riedizione personalizzata dei
Roxy Music di "Sea Breezes".
L'elemento percussivo, angolare e secco, è la vera novità assieme alle chitarre, ma è arduo ignorare segnali che vanno in altre direzioni, come la parentesi tutta folk di "Deep Water", o i richiami ai
loop elettronici dei
Tarwater presenti in "Nylon Smile". "Machine Gun" mitraglia il suo puro
industrial addosso a una voce indifesa, e il gioco di contrapposizione diventa la vetta creativa del disco, mentre l'incalzante "We Carry On" si muove fra sperimentalismi teutonici e le stralunate reiterazioni dei
Clinic, suggellando una babilonia emotiva che solo il talento più cristallino riesce a mettere a comune denominatore.
Nel 2024 i Portishead rompono il silenzio pubblicando una versione rimasterizzata ed espansa del loro storico album dal vivo, in occasione del suo venticinquennale, intitolata
Roseland NYC Live 25 (Remastered 2023).
Rimasterizzata e ampliata, la nuova versione del live include ora "Undenied" e "Numb" (in una splendida versione tutta ghirigori di tastiere e
wah-wah), che comparivano originariamente solo nel video del film-concerto, e la
performance integrale di "Western Eyes", che appariva in parte nei titoli di coda della pellicola. Anche "Sour Times" e "Roads" sono ora presenti nelle versioni originali del Roseland, mentre nell'album del 1998 erano state utilizzate registrazioni tratte da altri concerti.
Solo dopo qualche mese dalla riedizione del seminale disco live, Beth Gibbons ritorna sulla scena con il suo primo vero debutto da solista.
L'attesissimo
Lives Outgrown vede la talentuosa cantautrice inglese alle prese con una profonda analisi sull'inesorabilità del tempo. Giunta alla soglia dei sessant'anni, Beth traccia un profilo piuttosto severo sulle tappe che l'hanno portata a diventare la donna e l'artista che è ora.
Una gestazione lunga dieci anni, dove le liriche e le musiche scritte dall’artista britannica hanno trovato perfetta congiunzione con Re Mida James Ford e Bridget Samuels (produzione, arrangiamenti e molto altro), e con Lee Harris (anche coautore di quattro pezzi), lo straordinario ex batterista dei Talk Talk, una band la cui influenza è richiamata, a questo punto, non più in modo casuale.
Il vestito strumentale donato a queste profonde argomentazioni non poteva che possedere la medesima coscienza, per nulla parca di complesse strutture armoniche. Il brumoso trip-hop dei Portishead è lontano anni luce, come lo sono le fragranze jazzistiche del già citato “Out Of Season”.
“Lives Outgrown” vive di maestosità minimale, quella che trae dal folk più fosco ed elaborato l’essenza primordiale e su quest’habitat provvede a intassellare alchimie sinfoniche, a tratti psichedeliche e progressive, suggellate dalla presenza di archi e fiati e affinate da alcune strumentazioni decisamente poco convenzionali, come iuta e salterio e soprattutto attraversate dalle straordinarie percussioni di Lee Harris, che si spostano gradualmente tra tessiture tribali a ritmiche dispari ottenute carezzando tamburi di varia estrazione, come improbabili oggetti domestici quali contenitori Tupperware, bottiglie di plastica e lattine.
L’indiscussa conduttrice del programma è la celestiale voce della Gibbons, che non evidenzia segnali di stanca portati dal tempo. Il suo timbro penetra con personalità vibrante e sinuosa tra le ferite procurate dalle sue parole, talvolta quasi a voler lenire determinate enunciazioni, ma molto più spesso volto a serrare a tenuta stagna un pensiero sincero e ineluttabile che non ammette, con tale interpretazione, uno sbocco alternativo.
Questo effettivo debutto solista di Beth Gibbons è un manifesto che ha l’obiettivo di comunicare al mondo che l’unica costante di ciò che ci coinvolge e ci circonda è il cambiamento. Anno dopo anno le banalità della vita quotidiana sono penetrate fino alle ossa, ma la freccia letale del tempo che scorre non ammette la possibilità di un riavvolgimento del nastro e di un nuovo inizio. L’unico segreto è quello di affrontare ciò che ci aspetta e di fare tesoro di quanto accaduto nella propria sfera personale.
Lives Outgrown è un dono esemplare per chi dalla musica vuole ottenere qualcosa di più che un semplice diletto. Abbandonarsi a queste atmosfere stratificate e contestualmente meditare con la giusta concentrazione sui contenuti esposti, lascerà congruo spazio alla riflessione.
Contributi di Paolo Sforza ("Out Of Season"), Marco Bercella ("Third"), Cristiano Orlando ("Lives Outgrown").