Non eravamo molto felici di essere delle popstar in abiti eleganti. E il boogie era la musica giusta da suonare
(Francis Rossi)
Abbiamo un motto: è dura arrivare in cima. Arrivarci è una cosa, rimanerci è un'altra. Gli Status Quo si sono sempre prefissati di impegnarsi il più possibile. Ho imparato nel corso degli anni, con orrore, che lo stile di vita rock'n'roll alla fine ti raggiungerà. Lo farà
(Rick Parfitt)
Ero arrabbiato. Non facevo assolutamente mistero della mia completa antipatia per ‘Marguerita Time’, che ritenevo troppo orientato al pop per il gruppo
(Alan Lancaster)
Strada chiusa
È il 21 luglio 1984. Dalle spesse vetrate dell’elicottero, la folla ruggente sul prato dell’arena all’aperto ancora nota come Milton Keynes Bowl è talmente lontana da sembrare un minuscolo accampamento di formiche. Eppure dagli organizzatori è arrivata la comunicazione sui dati di affluenza, che ufficializzano poco più di 60mila spettatori, arrivati con ogni mezzo nel cuore del Buckinghamshire. Collassato su uno dei pochi sedili a disposizione, Francis Rossi è strafatto di tequila e cocaina, trasportato a bordo dai suoi roadies praticamente con la forza. Il leader degli Status Quo è ormai ridotto a pezzi, dopo essere caduto più volte sul palco, tra gli sguardi carichi di odio e rancore tra i membri della sua stessa band. Oltre vent’anni di dischi e concerti, dopo aver trasformato The Paladins in superstar del rock mondiale, Rossi vede dall’alto quelle formiche radunate intorno al palco, pensando di non essersi minimamente goduto l’ultimo trionfo.
In fondo, cosa è successo a Rod Stewart dopo l’uscita dai Faces? Cosa è successo a Ozzy, dopo i Black Sabbath? Perché allora continuare in una band diventata troppo famosa, troppo esigente, ormai satura di ego smisurati e richieste opprimenti. I pensieri viaggiano veloci, ma Francis Rossi non vuole mostrare alcuna pietà per le centinaia di migliaia di fan che sono accorse in quello che è stato battezzato End of the Road Tour, l’ultimo spettacolare giro di concerti degli Status Quo. La pubblicità ha ovviamente fatto il suo sporco effetto: annunciare al mondo che quella dell’estate 1984 sarà l’ultimissima occasione per vedere dal vivo la band inglese. Dalle serate multiple all’Hammersmith Odeon di Londra ai 60mila di Milton Keynes, biglietti polverizzati alla velocità della luce, mentre i responsabili della casa discografica Vertigo avvisano Rossi: uscire dai Quo significa morire a livello professionale.
Ma a 35 anni, Francis non ha certo paura di quello che verrà, abituato fin dai 20 a lottare contro le riviste specializzate in musica punk che lo attaccavano a spron battuto per il suo boogie-rock da dinosauro. La fine degli Status Quo non rappresenterà certo una tragedia per il batterista Pete Kircher, o per le tastiere di Andy Bown, che troveranno sicuramente qualche altro musicista pronto ad assumerle. Probabilmente non sarà un problema nemmeno per il co-founder della band, il bassista e cantante Alan Lancaster, mentre Rick Parfitt, chitarrista ritmico, potrebbe uscire dilaniato dall’inevitabile divorzio nel sodalizio artistico da milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
Quando l’elicottero sale di quota in quel 21 di luglio 1984 lo sguardo più duro è proprio quello di Rick, che fissa il catatonico Rossi come a dirgli: “Ma davvero è tutto finito così?”. Le figure di Rossi e Parfitt non potrebbero essere più diverse, quasi agli antipodi: Francis è sempre stato più oscuro, più cinico nel suo modo di intendere il business creato intorno alla band. Rick è invece solare, è la figura dello showman, che pensa solo al palco per far divertire il pubblico. Entrambi, a loro modo, sono consapevoli che non si può tornare indietro, non in questo stato e non in questo modo. Lo show di Milton Keynes è finito, le formiche lasciano l’arena per tornare al proprio lavoro di tutti i giorni. Almeno fino a una certa telefonata da parte di un certo Bob che parla di un certo evento di beneficenza. Ma questa è un’altra storia.
Di spettri e scorpioni
Francis Dominic Nicholas Michael Rossi viene alla luce il 29 maggio 1949 nell’area di Forest Hill, a sud di Londra, in un quartiere popolato da numerosi residenti di origine italiana. Il ramo paterno della grande famiglia Rossi ha avviato un business locale nella vendita ambulante di gelati, con la supervisione di Dominic Rossi, nato nella capitale inglese da genitori provenienti da Atina, nella provincia di Frosinone, nota per la sua produzione di olio d’oliva e vino rosso. Dominic ha sposato Anne, nata sulle rive del Merseyside, a Crosby, da genitori di origine irlandese. Di fede cattolica, Anne chiama il figlio Francis in onore di San Francesco d’Assisi, causandogli tra l’altro diversi problemi nei primi gradi scolastici per via di un nome troppo “femminile”.
I Rossi vivono nell’appartamento dei genitori paterni a Mayow Road, non potendo permettersi di andare a vivere da soli con gli scarsi proventi dei chioschi di strada e del punto vendita Rossi’s Ice Cream in Catford Broadway. Ecco che la primissima infanzia di Francis si snoda tra la messa della domenica e il lavoro nel settore dolciario, mentre arrivano le prime prese in giro durante la scuola, che lo rendono più introverso e insicuro. Non aiuta di certo il suo strano accento, figlio della contaminazione familiare tra italiano, irlandese e cockney, oggetto degli scherni più brutali tra i compagni della St. Philip Neri Roman Catholic Primary School con sede a Sydenham. Passato alla Sedgehill Comprehensive School, Francis viene espulso al suo ultimo giorno di scuola a causa di un litigio scatenato sul presunto deturpamento della sua uniforme.
Tra i pochi rifugi mentali di un’adolescenza complicata c’è la musica pop, in particolare gli adorati Everly Brothers, di gran lunga preferiti allo sport in cui è un autentico disastro. Passa così tutto il tempo ad ascoltare Radio Luxembourg, appassionandosi alle canzoni di Johnny and the Hurricanes e Cliff Richard. L’avvicinamento alla musica è partito all’età di 4 anni, quando Francis ha provato a suonare l’armonica a bocca e poi la fisarmonica, lasciata molto presto per mancanza di studio e pratica. Ma la passione per gli Everly Brothers lo porta a desiderare ardentemente una chitarra, per poter suonare in casa con il fratello Dominic, sognando di diventare la risposta inglese al duo americano. Francis ha in mente di chiedere due chitarre in regalo per Natale, ma Dominic alla fine lo tradisce chiedendo un treno giocattolo, allontanandosi per sempre da un futuro nel mondo della musica. All’età di 11 anni, entra in pianta stabile nell’orchestra scolastica dove suona la tromba, incontrando per la prima volta un compagno di nome Alan, alle prese con il trombone.
Coetaneo di Francis, anche Alan Charles Lancaster viene dal Sud di Londra, essendo nato nella zona di Peckham. A differenza di Rossi, Lancaster ha un carattere forte già da adolescente, è uno di quegli amici che è sempre meglio avere per stare alla larga dai bulli. I due fanno amicizia, accomunati dalla passione per la musica, mentre Francis diventa un ospite fisso a casa Lancaster dove si sente accolto e soprattutto protetto, dove non c’è bisogno di farsi chiamare Mike per evitare le prese in giro su quel nome troppo femminile.
A parte una singola lezione presa al negozio Len Stiles Music in Lewisham High Street, Rossi ha iniziato a suonare la chitarra da completo autodidatta, ascoltando i dischi e cercando di replicare il suono a orecchio. Nel 1962, dopo aver incontrato Alan, Francis si avvicina alla musica più “dura”, ad artisti scatenati come Jerry Lee Lewis, Little Richard, Eddie Cochran, Gene Vincent, Chuck Berry. È da qui che scatta la scintilla, con la proposta di mettere in piedi un gruppo fatta agli amici Alan Key, che suona la batteria, e Jess Jaworski, tastierista. Alan è la chiave di tutto, perché suo fratello maggiore è nel gruppo che accompagna Rolf Harris, in possesso di alcuni strumenti di salvataggio come una Fender Stratocaster e un basso Höfner. Nessuno ha particolari doti canore, ecco perché l’onere spetta a un non troppo convinto Francis, che ha a malapena cantato qualche pezzo degli Everly Brothers o dei Beatles.
Il nome scelto per la nuova band è The Scorpions, pronti alla prima esibizione al Samuel Jones Sports Club di Dulwich. Bagnato l’esordio dal vivo, il gruppo vede la rapida fuoriuscita da parte di Alan Key, che vuole sposare a soli 14 anni la sua vicina di casa. Entra così in gioco John Robert Coghlan, classe 1946, nato in una famiglia di origini franco-scozzesi. Appena quindicenne, John ha mollato la Kingsdale Foundation School a Dulwich per lavorare come meccanico in un’officina locale, successivamente indirizzato dal maestro Lloyd Ryan verso i primi rudimenti della batteria. Coghlan si è poi iscritto come cadetto negli Air Training Corps (ATC), la cui base è praticamente accanto al vecchio garage in Lordship Lane dove provano The Scorpions. Suonando la batteria nel gruppo degli ATC, The Cadets, John impressiona Rossi per la sua tecnica avanzata. Viene così rapidamente arruolato nel gruppo, che cambia nome scegliendo The Spectres.
Grazie al padre di Alan Lancaster, il gruppo ottiene una residenza settimanale al Samuel Jones Sports Club, attirando le attenzioni di un aspirante manager senza alcuna esperienza di nome Pat Barlow. Intenzionato a trasformare la band nella nuova sensazione inglese, Barlow riesce a prenotare alcuni show in un locale chiamato El Partido, ma soprattutto a ottenere una nuova residenza il lunedì sera al Café des Artistes, nel quartiere londinese di Chelsea. The Spectres si esibiscono vestiti come i Beatles, raggranellando il denaro necessario ad acquistare nuovi strumenti. Un punto di svolta arriva alla fine del 1964, quando Barlow legge un annuncio che ricerca gruppi in apertura a The Hollies per il loro concerto alla Orpington Civic Hall, nel Kent. Incredibilmente riesce a piazzare la sua band, che ha ora l’opportunità unica di farsi notare da una platea piena di impresari musicali a caccia delle prossime stelle. Lo show va male, ma il gruppo ha subito un’occasione per rifarsi quando Barlow lo iscrive alle audizioni per la stagione estiva del popolare Butlin’s Holiday Camp a Minehead, nel Somerset.
All’inizio del 1965 Il Butlin’s Holiday Camp è come una Las Vegas per i giovani inglesi, che possono viversi una settimana di vacanza tra relax diurno e divertimento sfrenato di notte. The Spectres hanno però subito un problema, perché il tastierista Jess Jaworski è stufo degli orari più sregolati e vuole tornarsene a casa per continuare gli studi. Pat Barlow chiama così in sostituzione il ventiduenne Roy Lynes, che lavora in una fabbrica di ricambi auto. Gli show al Butlin sono infuocati, e si susseguono senza sosta, anche più di uno al giorno. L’esperienza di Lynes copre a volte gli errori tecnici di Rossi e Lancaster, ma l’intensa attività dal vivo forgia il gruppo e lo porta a superare diversi livelli tra l'amatoriale e il professionismo.
L’alba dell’uomo fiammifero
Tornati a Londra dopo l’estate, gli Spectres continuano a esibirsi nei locali più disparati, tra cover di Elvis Presley ed Everly Brothers, ovviamente. Durante la stagione al Butlin, Rossi ha conosciuto un biondino in jeans attillati di nome Ricky Harrison, impegnato in un trio di cabaret chiamato The Highlights. Solo in seguito Francis scopre che il vero nome di Ricky Harrison è Richard John Parfitt, nativo del Surrey da un padre assicuratore dedito all’alcol e al gioco d’azzardo. Fin da ragazzino Richard ha mostrato di avere una testa calda, avvicinandosi alla chitarra all’età di 11 anni. A Richard non piace il suo cognome, preferisce farsi chiamare Harrison, Ricky per le sue compagne Jean e Gloria Harrison, con cui appunto forma il gruppo The Highlights. Quando assiste allo show di The Spectres durante il camping estivo nel Somerset, Richard rimane impressionato in particolare dalla loro versione di “Bye, Bye Johnny” di Chuck Berry, accettando più tardi la proposta di entrare nella band, a caccia di un nuovo cantante per spiccare il volo.
La nuova grande occasione arriva ancora grazie all’intervento di Pat Barlow, che procura al gruppo un primo contratto discografico con la Piccadilly Records, sussidiaria della Pye, famosa per aver portato al successo Joe Brown and The Bruvvers. La band ha già pronto un demotape registrato in uno studio di Soho, apprezzato dal produttore di punta della Pye, John Schroeder.
Il primo singolo pubblicato dopo l’estate del 1966 dalla Piccadilly si intitola “I (Who Have Nothing)”, un beat melodico guidato dall’organo di Roy Lynes, versione del successo di tre anni prima della cantante Shirley Bassey. A seguire, il primo brano scritto dalla band, firmato da Alan Lancaster, è “Hurdy Gurdy Man”, che aggiunge alla base beat alcune sfumature psichedeliche. Come B-side c’è “Laticia”, che ricorda le armonie degli amati Everly Brothers con il primo contributo di Parfitt, non ancora ufficialmente introdotto nel gruppo a causa di diversi dubbi sulle sue capacità strumentali.
Ma Richard è praticamente l’unico ad avere una voce presentabile, così viene aggiunto alla line-up su insistenza di Rossi e Pat Barlow. Il terzo singolo pubblicato dalla Piccadilly è “(We Ain't Got) Nothin' Yet”, cover di un brano del gruppo psichedelico Blues Magoos, basato sul riff più potente tra basso e organo, che più di qualcuno anni dopo ricorderà all’ascolto di “Black Night” dei Deep Purple. Sfortunatamente, i primi singoli di The Spectres vengono ignorati dalle classifiche inglesi, mandando in fumo le speranze di Barlow e della Piccadilly.
L’introduzione di Parfitt non convince la band, con l’eccezione di Francis Rossi, che invece apprezza i suoi modi gentili e il suo senso dell’umorismo. Rossi pensa di aver trovato quel fratello che non ha mai avuto a livello musicale, per riproporre il sogno di diventare gli Everly Brothers inglesi, o comunque di creare un sodalizio artistico degno della coppia Lennon-McCartney. Tra sospetti di omosessualità, ancora illegale nel Regno Unito, i due cercano di mettersi alle spalle il fiasco dei primi singoli, scegliendo un nuovo nome, prima The Traffic e poi Traffic Jam, a causa di un diverbio con Steve Winwood che ha appena formato il suo nuovo gruppo dopo lo Spencer Davis Group. La band passa al popolare show radiofonico del sabato mattina Radio 1’s Saturday Club, condotto da Brian Matthew, facendo da spalla ad artisti minori come P. J. Proby e Dixie Cups. Decisamente migliore l’ingaggio per accompagnare live gli Small Faces, dove alcuni membri del gruppo vengono iniziati ad alcol e droghe psichedeliche.
Nell’estate del 1967 Francis Rossi sposa Jean Smith, conosciuta durante la residenza estiva al Butlin, una mossa praticamente obbligata visto che la ragazza è incinta di 7 mesi. Anche nel Regno Unito scoppia la cosiddetta Summer of Love, propaggine di quella americana dove spopola la cultura hippie. Il produttore della Pye, John Schroeder, spinge il gruppo a scrivere materiale originale, così Rossi se ne esce con “Almost But Not Quite There”, traendo ispirazione dal suo nuovo status coniugale. Il brano mostra una decisa sterzata verso la psichedelia, condotta dall’organo martellante su un base ancora agganciata al beat tipico dei Sixties. Alla Bbc non piacciono alcuni estratti del testo, considerati troppo sensibili, così il singolo viene bandito e finisce con il naufragare a livello commerciale, come i precedenti pubblicati a nome The Spectres. A questo punto John Schroeder dice a Rossi di provare il tutto per tutto, di tentare a costruire un brano che spacchi le classifiche, anche a costo di prendere spunto da altri successi. Il chitarrista si chiude in massima concentrazione, pensando ad alcune vecchie melodie italiane della sua infanzia, ma anche al riff ipnotico di “Hey Joe”. La canzone che viene fuori si intitola “Pictures Of Matchstick Men”, il cui testo è ragionato su ipotetiche scene psichedeliche da una eventuale assunzione di Lsd. Rossi è convinto a metà della sua creazione, ma agli altri membri del gruppo il brano piace molto.
Il potenziale c’è, ma John Schroeder è convinto che la canzone debba essere inserita come B-side di un altro nuovo brano, “Gentleman Jim’s Sidewalk Café”, che è però basato esattamente sullo stesso impianto sonico di “Almost But Not Quite There”. Su pressione del gruppo, Schroeder cambia idea e opta per l’inversione dei brani, a patto di cambiare il registro vocale e abbandonare il falsetto. “Pictures Of Matchstick Men” viene così registrata nell’autunno del 1967, in vista dell’uscita sul mercato discografico agli inizi del 1968.
Prima dell’uscita del singolo c’è però ancora un dettaglio da sistemare, perché il nome Traffic Jam è ormai compromesso dopo il ban della Bbc e una ancora eccessiva somiglianza con quello della band di Winwood. Dopo alcune proposte discutibili, Pat Barlow se ne esce con Quo Vadis, semplicemente il nome dell’etichetta nelle sue scarpe. Qualcuno allora suggerisce Status Quo, dal momento che è in corso un grande movimento anticulturale contrario all’establishment al potere e quindi al mantenimento dell’attuale panorama socio-politico. Aperto da un semplice quanto ipnotico riff in chiave raga, il singolo “Pictures Of Matchstick Men” è perfetto per i gusti degli alternativi inglesi, incorporando anche elementi beat ma presentando il non abituale effetto elettronico denominato flanger. Quando esce, alla vigilia di Capodanno del 1968, il brano viene ignorato, facendo temere il peggio, fino alla telefonata improvvisa di Pat Barlow a Rossi: “Quel maledetto singolo è nella Top 30!”.
Mandato in onda per la prima volta da Radio Caroline, “Pictures Of Matchstick Men” viene poi rilanciato da Radio 1, arrivando al numero 11 e poi al 7, fino all’invito della celeberrima trasmissione Top Of The Pops!. Significa una cosa sola, che il brano diventerà una hit da classifica, non solo nel Regno Unito, ma anche in America dove arriverà in posizione 12.
Al di là del milione di copie vendute, il singolo lancia i neonati Status Quo, nel frattempo prenotati come gruppo di accompagnamento della cantante americana Madeline Bell. Alla fine del tour con Bell, il gruppo riceve i primi guadagni dalle vendite del singolo, facendo crescere l’entusiasmo generale nonostante royalties molto basse imposte dalla Pye. Alan Lancaster suggerisce agli altri membri del gruppo che la direzione da intraprendere è verso un beat psichedelico sulla scia dei primi Pink Floyd, portando all’attenzione un suo brano intitolato “Sunny Cellophane Skies”. La struttura ritmica sembra simile a quella di “Pictures Of Matchstick Men”, sviluppando però un'ambizione ancora più visionaria, sulla falsariga del lavoro di Syd Barrett. Rossi e Parfitt provano a dialogare come songwriter in “When My Mind Is Not Alive”, che si avvicina al materiale beatlesiano presentando un organetto da marcia freak.
Il secondo singolo scelto dalla band si intitola “Black Veils Of Melancholy" e sostanzialmente riproduce il sound della hit che lo ha preceduto, tra schitarrate orientali e ritornelli beat. Il brano si rivela un fiasco nel marzo 1968, portando ancora una volta il gruppo sul filo del rasoio, salvato dalla squadra di compositori costituita da Marty Wilde e Ronnie Scott, che firma il terzo singolo “Ice In The Sun”, pubblicato a luglio con il suo stralunato ritmo marziale. Il brano centra il bersaglio grazie al ritornello pop, arrivando fino al settimo posto nella Top 10 inglese, anticipando di qualche mese l’uscita del disco d’esordio.
Sognando in Technicolor
Dallo strambo titolo Picturesque Matchstickable Messages From The Status Quo - scelto da Alan Lancaster proprio per creare un effetto sciocco e far divertire i proprietari dei negozi di dischi - l'album d’esordio degli Status Quo è datato 27 settembre 1968. Ovviamente trascinato dalla hit “Pictures Of Matchstick Men”, arriva in Top 10 non solo nel Regno Unito, ma anche in Germania e Francia, dove il gruppo non si è nemmeno mai esibito. L’album è chiaramente infarcito di materiale ancora grezzo, riempito di cover, come ad esempio quella di “Spicks And Specks”, tra i primi successi dei Bee Gees, risalente a due anni prima.
Gli arrangiamenti degli Status Quo si concentrano sul beat-pop psichedelico, tra la cover di “Sheila” (Tommy Roe) e quella di “Green Tambourine”, portata in alto dai Lemon Pipers poco tempo prima. La forza della band a livello compositivo è ancora acerba, tanto che è necessario un supporto esterno come in “Technicolor Dreams”, numero più pop scritto dall’amico di Schroeder, Anthony King. Il brano dovrebbe essere pubblicato come quarto singolo dopo l’uscita dell’album, ma le scarse vendite portano la Pye a ripensarci immediatamente.
Brani come “Paradise Flat” ed “Elizabeth Dreams” sono pure interessanti per piglio esecutivo, ma decisamente lontani dalla verve psichedelica dei gruppi di punta inglesi. Le difficoltà commerciali restano evidenti con il singolo uscito all’inizio del 1969, “Make Me Stay A Little Bit Longer”, che pure sembra introdurre qualche elemento di novità grazie al suo ritmo shuffle ipnotico. Il brano viene però ignorato, mentre il gruppo si prepara per un tour in Germania Ovest insieme agli Small Faces.
Al ritorno in patria, Rossi e Parfitt sono visibilmente delusi, riflettono sulla possibilità di avviare una nuova band senza gli altri membri del gruppo, in particolare Alan Lancaster, che sembra sull’orlo del licenziamento. Al bassista, giudicato eccessivamente decisionista, viene tacitamente data l’opportunità di suonare ancora qualche mese, mentre il batterista dei Faces, Kenney Jones, propone a Rossi di formare una nuova band. L’idea è di costituire un power trio con Parfitt, dal momento che il nuovo contesto musicale inglese vede l’ascesa di suono più duro dopo la Summer of Love. In effetti, i tre provano in segreto con Jones, ma Rossi non è certamente un guitar hero, così il progetto muore sul nascere. Si torna alla base, in attesa della prossima mossa del destino.
Nella primavera del 1969 le cose per gli Status Quo proprio non vogliono saperne di migliorare, dal momento che il nuovo singolo scritto da Anthony King “Are You Growing Tired Of My Love”, ballata per pianoforte dal gusto insipido, non sfiora nemmeno la Top 50. Rossi è perfettamente consapevole che deve accelerare con la produzione di materiale più elettrizzante e inizia a coinvolgere il road manager Bob Young nel processo compositivo, dopo averlo strappato ai Jethro Tull con un salario più alto. Già membro di un gruppo chiamato Attack, Young maneggia con cura la materia musicale, introdotto dai Quo persino sul palco per suonare l’armonica.
Il gruppo inizia a carburare con alcune nuove canzoni da includere nel successivo Spare Parts,ad esempio il madrigale psichedelico “Antique Angelique”, scritto proprio con Young. Dalla penna della coppia rodata Rossi-Parfitt, “Face Without A Soul” replica lo stilema del beat-pop lisergico con un riff più aggressivo, ma è chiaro che il gruppo si sta limitando a cavalcare un’onda sonica senza avere particolare talento. Consci di non avere alcuna hit in tasca, i Quo provano nuovamente la strada della cover, quella “You're Just What I Was Looking For Today” scritta dalla coppia di successo formata da Jerry Goffin e Carole King. Ma la versione del gruppo inglese è come una marcia funebre, lenta e senza picchi, e viene rifiutata dalla Pye per la pubblicazione di un singolo. Nemmeno il ritorno agli amati Everly Brothers in “The Price Of Love” convince l’etichetta, che pubblica comunque il disco nell’autunno 1969 ma senza alcuna speranza di successo.
Se almeno il disco d’esordio si è salvato con la presenza di una grande hit, Spare Parts è il lavoro di una band che attraversa un anno nero, dal piattume orchestrale di “So Ends Another Life” allo scialbo romanticismo di “Poor Old Man”. Il problema principale è legato alla mancanza di idee, addirittura al peccato di tracotanza quando “Mr. Mind Detector” prova delle cacofonie in stile Beatles. Troppo spazio è ancora dato alla penna mediocre di King, che si limita al pop in “Velvet Curtains”, mentre le cose forse migliori vengono da un ritmo leggermente più aggressivo portato dalla coppia Rossi-Parfitt in “Little Miss Nothing”.
Il nuovo album non vende in patria, mentre le uniche soddisfazioni del singolo “Are You Growing Tired Of My Love” arrivano alla Germania Ovest, dove entra nella Top 30 portando il gruppo a organizzare un nuovo tour locale. Ma è decisamente poco, tanto che sia il produttore John Schroeder che il manager Pat Barlow sembrano ormai aver perso le speranze per il futuro degli Status Quo. Rossi e Parfitt incontrano per la prima volta il giovane booking agent Colin Johnson, che lavora per l’agenzia specializzata Nems. Johnson è decisamente più esperto di Barlow, ma soprattutto conosce meglio le nuove tendenze musicali in voga verso gli inizi degli anni 70. Con grande rispetto per il lavoro svolto, tenendo conto di tutte le difficoltà passate, il gruppo licenzia Pat per trasformarsi insieme a Colin, che nel frattempo sta mettendo in piedi la sua agenzia di management chiamata Exclusive Artists.
Suonando dal vivo, i Quo capiscono che è arrivato il momento di cambiare anche a livello musicale, abbandonando la fissazione psichedelica e l’ansia delle hit, concentrandosi invece sul costruire un’identità forte, come fatto da gruppi emergenti come i Led Zeppelin. Rossi ha in mente artisti come Fleetwood Mac, Steamhammer, Canned Heat, che sono molto più orientati verso il concetto di rock-album con forti influenze blues. La scintilla che accende i Quo è una “Roadhouse Blues” suonata a tutto volume durante il tour in Germania Ovest, che convince Rossi a lavorare su uno shuffle-blues scritto da Carl Groszman, “Down The Dustpipe”. Con l’armonica suonata da Bob Young, il brano è il perfetto matrimonio tra la vecchia attitudine pop e il nuovo sound di matrice afroamericana, prodotto ancora da John Schroeder per la pubblicazione come singolo il 6 marzo 1970. All’inizio il brano viene ignorato - se non diffamato - dalle frequenze di Radio 1, ma in 6 mesi riesce ad arrivare in dodicesima posizione nel Regno Unito, alimentato da una esibizione del gruppo a Granada Tv. Lo stesso abbigliamento dei Quo cambia radicalmente, dalle tuniche sgargianti e colorate ai capelli lunghi che spopoleranno nel decennio appena aperto.
Il cane a due teste
Il successo inatteso di “Down The Dustpipe” convince la Pye a dare un’altra occasione agli Status Quo, che nella primavera 1970 si chiudono negli studi di registrazione della stessa etichetta inglese per dare alle stampe il terzo album, Ma Kelly's Greasy Spoon. Fin dalla copertina, il disco vuole rimarcare il passaggio della band da un complesso di dandy del pop psichedelico a un gruppo di blues-rocker sporchi e cattivi. Rossi inizia a comporre musica originale insieme a Bob Young, a partire dall’opener “Spinning Wheel Blues”, mix di shuffle, boogie e barrelhouse. Alan Lancaster firma il riff più heavy della maratona di oltre nove minuti “Is It Really Me/ Gotta Go Home”, che si snoda su un ritmo decisamente hard-rock tra chitarre sovrapposte e tastiere dal retrogusto ancora lisergico. È una direzione finalmente chiara, che verrà cavalcata specialmente dal vivo, su roventi cavalcate blues come “Junior's Wailing”, cover degli Steamhammer. Il gruppo spinge così sull’acceleratore sul basso pulsante di “Daughter”, virando verso la distorsione garage in “Shy Fly”.
È un sound “nuovo” che i Quo devono ancora imparare a maneggiare con la giusta perizia, ma gli elementi per trasformarsi in una band album-oriented ci sono tutti, passando con discreta naturalezza dalla ballad orchestrale (“Everything”) ai primi esperimenti boogie-rock nella sorniona “(April) Spring, Summer And Wednesdays" e nell’altra cover dal repertorio dei Fleetwood Mac, “Lazy Poker Blues”. Se “Lakky Lady” scivola gradevole su un uptempo folkeggiante con richiami esotici, “Need Your Love” mostra prime pesantezze nei dintorni del sabbathiano. Nonostante il mancato inserimento nella tracklist della hit “Down The Dustpipe”, Ma Kelly's Greasy Spoon riesce a entrare nella Top 30 inglese, salvando di fatto la carriera degli Status Quo.
Dati gli ottimi risultati dell’ultimo disco, la Pye spinge il gruppo a pubblicare un altro singolo, scritto ancora con Bob Young. “In My Chair” è basato su uno shuffle-blues rallentato alla maniera dei Canned Heat, pronto per scuotere le classifiche ancora una volta. Gli Status Quo possono dunque respirare, con Rick Parfitt in particolare a spingersi verso la più classica vita da rockstar tra alcol, donne e motori. Rossi si mette subito al lavoro con Bob Young, firmando il rock’n’roll scatenato “Mean Girl”, un altro passo in avanti verso un sound più duro.
Mentre il gruppo si esibisce al Marquee Club di Londra insieme ai Thin Lizzy, il nuovo singolo in chiave boogie-rock “Tune To The Music” viene ignorato dalle radio nella primavera del 1971, di fatto anticipando un altro flop commerciale con il nuovo disco Dog of Two Head.
Il terzo album dei Quo esce all’inizio di novembre 1971, solo scalfendo la Top 30 inglese con la sua strana copertina canina e un apparente errore grammaticale. Ma mai come questa volta non si può parlare di un passo falso a livello artistico, perché Dog Of Two Head è l’album che semina le fondamenta del nuovo corso della band inglese. Il passato psichedelico è ormai svanito, sepolto sotto un wall of sound più potente e orientato verso il blues duro portato avanti da band in ascesa supersonica come Led Zeppelin e Deep Purple. Il nuovo lavoro in studio presenta alcuni tra i brani più efficaci mai scritti dal gruppo, come ad esempio l’intrigante e ipnotica danza araba “Gerdundula”, scritta dal duo Rossi-Young sotto lo pseudonimo Manston and James. Il brano richiama la crescente attenzione del rock duro verso i richiami orientali, strutturato musicalmente dai Quo come una giravolta sufi ossessiva.
Nei brani più lunghi del disco, come l’ossessiva potenza di “Umleitung” o l’invettiva politica sulla situazione del terrorismo in Irlanda di “Someone’s Learning”, la band inizia a macinare boogie-rock ad alto impatto emotivo. Dal riff arioso di “Something's Going On In My Head”, gli Status Quo dimostrano di aver intrapreso il percorso giusto, o meglio quello più adatto alle loro capacità strumentali e compositive. Grazie ad arrangiamenti freschi ed energici, Dog Of Two Head si rivela un disco audace, capace di passare con disinvoltura dalla ballata acustica in tre parti “Nanana” al ritmo caracollante in twelve-bar dell’ottima “Railroad”.
Le speranze della band dopo l’uscita di Dog Of Two Head vengono distrutte dagli scarsi risultati commerciali, che portano a un inevitabile scontro con i dirigenti della Pye. L’etichetta decide di smantellare il rapporto con gli Status Quo, che si ritrovano all’inizio del 1972 senza un contratto discografico. È però una situazione paradossale, perché i fan del gruppo sono in aumento dopo l’uscita degli ultimi due album, un dettaglio che favorisce il lavoro di Colin Johnson, alla ricerca di un nuovo accordo. Legata alla Philips/Phonogram Record Company, società specializzata in musica altamente mainstream, la Vertigo ha invece il compito di assoldare gruppi “progressive”, intesi come artisti più alternativi nel panorama rock inglese. L’etichetta, che ha già assoldato Black Sabbath, Gentle Giant, Nazareth e Uriah Heep, viene invitata da Johnson ad assistere all’esibizione di Rossi e compagni al Reading Festival. A promuovere il gruppo pensa anche il celebre dj di Radio 1 John Peel, che lo inserisce tra i migliori del rock’n’roll contemporaneo. Il set degli Status Quo, ormai trasformati del tutto in capelloni in denim attillati, si rivela incendiario, spingendo i dirigenti della Vertigo a preparare già i documenti. Non c’è così un attimo da perdere: agli Ibc Studios di Londra iniziano le sessioni di registrazione del disco che cambierà per sempre la storia degli Status Quo.
Non perdiamo tempo
Chiusi nei nuovi studio londinesi, senza ricorrere a un produttore professionista, gli Status Quo realizzano l’album che li porterà a scalare le classifiche inglesi per la prima volta. Piledriver arriva in quinta posizione dopo la sua pubblicazione nel dicembre 1972. Viene registrato alzando i volumi al massimo, con il suo titolo a richiamare una celebre mossa di wrestling per rimarcare la nuova violenza sonica. Dopo l’addio alla pressante Pye, la band è finalmente libera di inventare e mette in campo un sound diretto, duro e divertente. I Quo cercano così di riprodurre su disco il loro impatto dal vivo, supportati in toto dal nuovo responsabile A&R della Vertigo, Brian Shepherd, che predilige di gran lunga la musica al business.
Rossi e Young portano in studio una nuova composizione, “Don’t Waste My Time”, aperta dal fraseggio blues per sfociare in un boogie supersonico. Il singolo scelto per trascinare il disco è “Paper Plane”, un altro boogie-rock suonato a cento all’ora con l’inserimento del ritornello beatlesiano, che effettivamente arriva in ottava posizione confermando le intuizioni del gruppo e della Vertigo. In classifica per 37 settimane consecutive, Piledriver è effettivamente il disco che scolpisce nella pietra il sound della band, sulla via della definitiva maturazione verso la più alta vetta dell’hard-rock marca seventies. E come da tradizione nei gruppi più duri, oltre al violento e oscuro rockabilly “Oh Baby”, l’inserimento di brani più lenti e atmosferici arricchisce il disco, rendendolo più variegato. “Unspoken Words” è una blues-ballad dal sapore fifties, con la chitarra claptoniana e una interpretazione vocale in stile George Harrison.
I Quo dimostrano così di non volersi limitare all’aggressività hard-boogie, firmando la malinconica ballad “A Year”, che si snoda tra arrangiamenti zeppeliniani e meravigliose aperture pop di marca beatlesiana. Impreziosita dall’emozionante assolo di chitarra al basso pulsante di Lancaster, “A Year” è sicuramente tra le migliori cose prodotte dalla band in cinque album, segno di una crescita prorompente al di là di tutte le difficoltà incontrate lungo il percorso. Il riff elefantiaco di “Big Fat Mama” apre un incredibile cambio di tempi nell’irresistibile struttura rock’n’roll, mostrando le migliori doti vocali di Parfitt e la perizia strumentale sulla coda scatenata.
Se “All The Reasons” mescola un andamento barocco con la linearità delle più classiche folk-ballad, la cover finale di “Roadhouse Blues” (The Doors) è una maratona firmata Lancaster di oltre sette minuti, sicuramente non paragonabile all’originale per interpretazione vocale, ma utile a capire quanto gli Status Quo facciano sul serio a livello di compattezza sonica.
Il successo di Piledriver porta la band inglese al settimo cielo, dato che il disco estende la fama dei Quo anche nel resto d’Europa. Il 1972 si chiude con un concerto di capodanno al Greyhound di Croydon, seguito da quello a inizio gennaio al prestigioso Rainbow Theatre a Finsbury Park, davanti a circa tremila persone. Il gruppo prende il volo dopo la fusione dell’agenzia di Colin Johnson con quella di Billy Gaff, potente manager di Rod Stewart, per formare la Gaff Management. La nuova società punta tutto sugli Status Quo, mandandoli prima in Nuova Zelanda e poi in Australia nel gennaio 1973, per diverse date da headliner e alcune a supporto degli Slade. Tornati in patria, Rossi e compagni ripartono in tour riempiendo ancora il Rainbow Theatre, iniziando a vivere il sogno del rock tra spinelli, alcol e groupie.
Sono solo i primi assaggi del successo, certificato ufficialmente dallo sbarco negli Stati Uniti, dove la band si esibisce prima al Sunderland Locarno e poi in un concerto privato al Whisky A Go Go di Los Angeles, davanti ai dirigenti della A&M Records, contattati da Johnson dal momento che la Vertigo non ha operatività negli States.
Fondata negli anni 60 da Herb Alpert, la A&M Records ha iniziato con l’easy-listening prima di passare all’inizio dei Seventies a band più album-oriented come Humble Pie e Procol Harum. Gli ascoltatori americani sono in piena fissa con l’hard-blues, grazie a gruppi come Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, facendo maturare un mercato perfetto anche per gli Status Quo. Ovviamente gli inizi non sono mai facili, e le 45 date prenotate per il gruppo sono tutte con la formula dell’apertura a gruppi più noti come Slade o Electric Light Orchestra. La band non ha piazzato alcun album nelle classifiche a stelle e strisce, ma il suo nome ha iniziato a circolare, soprattutto in Canada.
Per cavalcare il successo di Piledriver, il gruppo è richiamato negli studi Ibc nella seconda metà del 1973, con l’intento di replicare la formula vincente dell’ultimo album. La struttura di Hello! è quindi la medesima, quattro tracce per lato, a partire dal nuovo hard-boogie “Roll Over Lay Down”, scritto da tutta la band con Bob Young, ormai definibile come quinto membro degli Status Quo. Se “Claudie” mantiene una struttura beatlesiana in un uptempo pop-rock, “A Reason For Living” vira verso un rock’n’roll spensierato tra tastiere barrelhouse e chitarre sgargianti.
Privo di intellettualismi, il disco è una forza della natura, con brani dal vago sapore glam come “Blue Eyed Lady” e soprattutto con il riff incendiario di “Caroline”, registrata nuovamente dal gruppo dopo una prima versione del 1971 in chiave slow-blues. Tra rock’n’roll e boogie, il brano spacca la classifica dei singoli e lancia definitivamente gli Status Quo nella stratosfera musicale, pur non avendo un approccio particolarmente originale, ma potendo contare appunto su un riff di quelli impossibili da ignorare.
Dal blues macchiato di pop di “Softer Ride” alla danza romantica di “And It's Better Now”, Hello! riesce sicuramente a bissare l’ottimo lavoro di Piledriver, pur mostrando il volto di una band che non ha intenzione di cambiare un singolo ingrediente nella ricetta di successo. Ma come dargli torto, quando il finale del disco è la mastodontica “Forty Five Hundred Times”, scritta da Rossi e Parfitt a partire da un mellifluo fraseggio portato dal chitarrista dopo aver bevuto qualche drink. I due, che ormai raramente lavorano a braccetto sul processo compositivo, allargano il primo riff orientaleggiante ad aprire un fragoroso ritmo boogie-beat, seguito da un passaggio rock’n’roll in crescendo sul piano dell’ospite John Mealing. Definita da alcuni la “Stairway To Heaven” degli Status Quo, “Forty Five Hundred Times” è sicuramente destinata a diventare la fan-favourite numero uno, un’ altra scarica adrenalinica di un gruppo al suo meglio.
Ho visto la luce
Nel 1973, dopo l’uscita di Hello!, gli Status Quo sono una band richiesta in tutta Europa, ancora presente al celebre Reading Festival dopo aver battuto i fortissimi Slade arrivando al numero uno in classifica. L’America è però ancora lontana, complice la A&M Records che non riesce a promuovere a dovere un gruppo che sta invece spopolando nel Regno Unito. Non resta altro da fare, bisogna spingere ancora: la band torna nei soliti studi londinesi per registrare il nuovo disco Quo, in uscita alla vigilia dell’estate 1974.
La struttura è sempre la stessa, otto canzoni per una durata complessiva di nemmeno 40 minuti, suonate a tutto volume per non scalfire l’immagine da gruppo hard-rock in jeans attillati. Si riparte con il riff ossessivo di “Backwater”, in un’altra struttura tra boogie e rock’n’roll, sfumata sul ritmo tropicale di batteria nella successiva “Just Take Me”, che accelera i battiti su un ritmo hard-funky. Il singolo scelto per trascinare il disco è il robusto rock-blues in chiave honky-tonk “Break The Rules”, in disaccordo con la band che vorrebbe l’iniziale “Backwater”.
Il disco non delude le aspettative per chi cerca conferme del Quo-sound, anche se tradisce una certa ripetitività in brani come “Drifting Away” che in sostanza replica il riff di “Caroline”. Questa furia elettrica è il risultato del maggiore spazio concesso in fase compositiva ad Alan Lancaster, che guida in prima persona la successiva “Don't Think It Matters”, boogie ispirato allo shock-rock di Alice Cooper. Un approccio più heavy, in sostanza, che avvicina gli Status Quo ai fan estremi della musica dura, pur rimanendo ancorato alla classica architettura conosciuta dagli amanti dell’hard-blues. A parte numeri minori come il country-billy “Fine Fine Fine”, Quo presenta ancora gemme soniche come l’ipnotica ballad in crescendo “Lonely Man” e l’altra maratona “Slow Train”, che in poco meno di otto minuti condensa il ritmo boogie con le scale blues e le armonie pop, prima di trasformarsi improvvisamente in un’irresistibile giga irlandese.
Uscito nel maggio 1974, Quo scala le classifiche inglesi, piazzandosi in seconda posizione e arrivando al Disco d’oro con oltre 100mila copie vendute. Il gruppo parte così per gli Stati Uniti, girando da una città all’altra in compagnia di band come Black Sabbath e ZZ Top. Negli States sono sempre di più i disc-jockey innamorati della band, ma i dirigenti della A&M Records sembrano più interessati a concentrare gli sforzi promozionali in dischi come “Journey To The Centre Of The Earth”, progetto solista di Rick Wakeman che arriva al terzo posto in classifica pur non avendo potenziali hit.
Il management della band decide allora di affidarsi alle cure della Capitol Records, ingaggiata per portare al successo l’album successivo, On The Level. Il nuovo lavoro è incentrato sul brano “Down Down”, ispirato dal singolo di debutto di Marc Bolan, “Debora”. Il successo nel Regno Unito è strepitoso, la canzone arriva al primo posto nella classifica dei singoli rappresentando la quintessenza del sound degli Status Quo, tra refrain pop impossibili da dimenticare e un riff arioso e potente che trascina tutto e tutti, nonostante un altro richiamino di “Caroline”. “Down Down” sembra avere tutte le carte in regola per spopolare anche negli Stati Uniti, ma gli Status Quo sono destinati a rimanere delusi, perché nemmeno la Capitol risolve i problemi e il gruppo rimane fuori dal giro in heavy-rotation delle radio a stelle e strisce. Eppure On The Level è un altro disco che si dimostra piacevole, pur mantenendo invariata l’ormai inconfondibile struttura musicale basata sul boogie-rock.
Dal rock’n’roll di “Little Lady” alla cover travolgente di “Bye Bye Johnny” (Chuck Berry), le nuove dieci canzoni del gruppo inglese viaggiano ormai con il pilota automatico, sicure di piacere ai fan europei. La coppia Rossi-Young firma l’agrodolce ballata blues “Most Of The Time”, così come lo shuffle-boogie “I Saw The Light”. Il contributo di Alan Lancaster, preponderante nell’approccio più heavy di Quo, viene leggermente ridotto e ammorbidito, dal riff colorato di “Over And Done” al ritmo ballabile di “Broken Man”. Il gruppo decide di confezionare un sound ancora più orecchiabile nella struttura hard-boogie come in “Nightride” e “What To Do”, mordendo il freno su atmosfere più delicate come quella di “Where I Am”, tra riverberi country in forma di madrigale.
On The Level ottiene un successo strepitoso, arrivando al primo posto della classifica inglese nell’inverno del 1975. Il gruppo parte per un altro tour americano di quasi trenta date, ma il risultato non cambia e il riconoscimento latita. Dopo oltre tre anni di tentativi, gli Status Quo decidono di abbandonare l’idea di conquistare l’America, anche riflettendo sui costi enormi legati ai tour dall’altra parte dell’Atlantico. Il gruppo ha anche imparato la lezione appresa dagli Slade, che sono finiti in una situazione di stallo dopo aver provato a stabilirsi negli Stati Uniti. Perché allora non accontentarsi del grandissimo successo nel Regno Unito e in tutta Europa? In fondo la band continua ad andare alla grande, piazzando al primo posto anche il successivo Blue For You, pubblicato nel marzo 1976 con il supporto in produzione di Damon Lyon-Shaw.
Aperto dalla potenza grezza ai limiti del proto-punk di “Is There A Better Way”, il nuovo album dei Quo vive sull’equilibrio sottile tra ispirazione e decadenza. Al di là del successo commerciale, l’album presenta brani che iniziano a mostrare una chiazza di ruggine, come ad esempio l’ennesimo boogie “Mad About The Boy” o l’hard-rock’n’roll orecchiabile “Ring Of A Change”. Più interessante l’andamento lento da ballroom in chiave swing-blues nella title track, ma soprattutto il brano di chiusura “Mystery Song”, che parte tra atmosfere psichedeliche per poi deflagrare sul ritmo serrato hard’n’heavy.
Nel mezzo, il nuovo materiale in studio strappa qualche sbadiglio a causa di un’eccessiva ripetitività nel sound, dal solito riff in “Rain” al blues da pub in “Rolling Home”. Numeri come “That's A Fact” ed “Ease Your Mind” sono sicuramente divertenti da ascoltare, ma la sensazione che Blue For You lascia all’ascoltatore obiettivo è che servirebbe una bella tinteggiata per rinfrescare la proposta del gruppo.
Ancora e ancora
Dopo il successo di Blue For You, gli Status Quo intraprendono un nuovo tour europeo, arrivando sul palco dell’Apollo Theatre di Glasgow alla fine di ottobre. Le date scozzesi vengono registrate in presa diretta con il contributo del Rolling Stones Mobile Studio, in vista dell’uscita del primo album dal vivo della band, intitolato semplicemente Live!, nella primavera del 1977. A differenza di quasi tutti i dischi live usciti alla fine degli anni 70, Live! non contiene sovraincisioni, come a voler dimostrare al mondo che gli Status Quo possono permettersi il lusso di non dover correggere alcun errore strumentale. A partire dal boogie in crescendo di “Junior's Wailing”, l’album non è certamente esente da imperfezioni, ma la decisione del gruppo - successivamente rimpianta dallo stesso Rossi - porta alla pubblicazione di un album verace, scatenato, divertente.
Dal riff pachidermico di “Backwater” al blues di “In My Chair”, il disco scorre per oltre novanta minuti racchiudendo tutta l’energia live del gruppo. A spiccare è sicuramente la versione fiume di oltre quindici minuti della gemma “Forty Five Hundred Times”, condotta dalle chitarre come una cavalcata hard-boogie. L’altra chicca è il medley “Caroline/Bye Bye Johnny”, che si snoda in oltre dodici minuti con lo scatenato assolo di Coghlan alla batteria.
Live! non fa prigionieri, insomma, testimoniando in quattro facciate la forza di una band al suo prime, unita nella scalata ai vertici del rock inglese sull’epica cover finale di “Roadhouse Blues”. Al di là di tecnicismi, sbavature tecniche e sovraincisioni, il primo disco dal vivo degli Status Quo è terribilmente ingaggiante e divertente.
Undici novembre 1977. Nei negozi esce Rockin' All Over The World, anticipato dall’omonimo singolo, cover di John Fogerty dal suo secondo album da solista. Ad attirare l’attenzione non è solo il suo ritmo più pop e orchestrale - il brano arriva dritto al numero tre della classifica inglese - ma anche l’effetto immediato del lavoro intrapreso con un nuovo produttore, Philip “Pip” Williams. Originario di Hillingdon, Middlesex, Pip ha provato a diventare un musicista dopo aver ascoltato Buddy Holly, entrato in vari gruppi minori fino a trasformarsi in un sessionman abbastanza ricercato, soprattutto dagli Sweet. Entrato nel campo della produzione discografica alla metà degli anni 70, Williams ha lavorato con il cantante hard-rock Graham Bonnet, attirando così le attenzioni degli Status Quo che lo assoldano per lavorare dopo diversi album autoprodotti. La sensazione di Rossi alla metà del 1977 è che ci sia bisogno di una ventata d’aria fresca, dati i crescenti problemi con alcol e droghe che attanagliano il gruppo.
Dopo la potenza grezza di Live!, i Quo sono alla ricerca di un sound più pulito, accettando la possibilità di risultare meno hard’n’heavy e dunque risultare invisi ai vecchi fan. Ecco che il contributo esterno di Williams diventa fondamentale per uscire dai soliti perimetri, dal ritmo ballabile di “Baby Boy” alle atmosfere romantiche e sognanti della country-ballad “For You”. Se Alan Lancaster racconterà in seguito che il lavoro di produzione di Williams fu l’inizio del disastro, il pubblico premia il disco trascinandolo al quinto posto in classifica, apprezzando brani semplici quanto orecchiabili come “Dirty Water” oltre il classico boogie-rock (“Hold You Back” e “Hard Time”). Il nuovo corso sonico del gruppo vira verso un country-rock vibrante (“Can't Give You More”), stemperando le ultime ruvidezze con armonie più votate all’easy-listening, come in “Too Far Gone”. L’esperimento funziona perché basato ancora su una buona base ritmica, ma più di un vecchio fan ha il diritto almeno ad alzare un sopracciglio.
La fama degli Status Quo non accenna a placarsi, trascinata anche dopo l’uscita di un disco più azzardato come Rockin' All Over the World. La band intraprende un nuovo tour australiano, prima di tornare entro fine anno in patria dove praticamente ogni data deve essere raddoppiata. Non c’è praticamente respiro tra una leg e l’altra, fino all’esibizione al Reading Festival che li vede acclamati solo dalla schiera hippie, ignorati come vecchie flatulenze dai nuovi accoliti della punk-music.
Incuranti dei gusti musicali in trasformazione, i Quo danno alle stampe il successivo If You Can't Stand The Heat…, ancora prodotto da Pip Williams. La linea tracciata da Rockin' All Over The World porta sempre alla ricerca di un sound più educato, non rinunciando al riff virale per condurre vecchi boogie irresistibili come “Again And Again”. Dal ritmo bubblegum di “I'm Giving Up My Worryin” al sudore rock’n’roll in "Gonna Teach You To Love Me”, l’album cerca di mantenere intatto l’impianto classico del gruppo, alternando i momenti più evocativi e romantici - la ballad beatlesiana “Someone Show Me Home” - all’energia sfrenata di “Long Legged Linda”.
Ma la transizione avviata da Williams non rinuncia a imprevedibili sperimentazioni, come l’introduzione dei cori gospel nell’arrembante “Oh, What A Night” e i nuovi arrangiamenti disco-synth in “Accident Prone”. Il produttore cerca così di montare nuovi tasselli per un sound più variegato, ad esempio affidandosi ai The David Katz Horns per un tocco soul al solito boogie di “Let Me Fly”, mentre la rodata coppia Rossi-Young mantiene la rotta sulla catchy “Like A Good Girl”.
Sul filo sottile del cambiamento stilistico, gli Status Quo non sbagliano un colpo, piazzando l’ultimo disco al numero tre della classifica inglese. Il gruppo fugge dal Regno Unito a livello fiscale, per evitare trattenute altissime sul fiume di denaro che sgorga dagli estenuanti tour e dalle vendite degli album. Nel frattempo arrivano prime pesanti critiche da riviste specializzate come Nme, ormai sulla cresta dell’ondata punk contro un genere ritenuto stantio e ripetitivo. Inizia un momento complicato, tra i problemi coniugali di Rick Parfitt e il crescente abuso di cocaina da parte di Rossi e Lancaster. Gli effetti iniziali sembrano così fondamentali per andare avanti, sempre in tour, lasciando però ampio spazio ai picchi negativi tra ansia, depressione e insonnia. Al mix vengono poi aggiunti gli alcolici, almeno una bottiglia di whisky e due o tre di vino al giorno per Francis, mentre Alan Lancaster si innamora di una ragazza australiana che lo porta a continui voli a lungo raggio. Anche Rossi si separa dalla moglie dopo la nascita del terzo figlio nel 1979, rifugiandosi in un castello in Irlanda non potendo entrare nel Regno Unito per più di sessanta giorni dopo l’esilio fiscale. Il nuovo tour europeo viene cancellato a causa di un improvviso e non meglio identificato problema di salute per Parfitt, ma i quattro hanno avuto il tempo per registrare un nuovo album in Olanda, in uscita alla fine del 1979 con un singolo destinato alla fama planetaria.
Qualunque cosa tu voglia
Aperto dal fraseggio melodico di chitarra, il singolo “Whatever You Want” sale in crescendo sul riff irresistibile, prima del chorus ossessivo che consegna gli Status Quo alla gloria eterna. Terzo album prodotto da Pip Williams, Whatever You Want prova a rientrare nei fasti hard-boogie degli anni 70, concedendo meno alle morbidezze degli ultimi due lavori in studio. In brani come “Shady Lady” e “High Flyer” si ammicca a un rock’n’roll fresco e potente, mentre “Who Asked You” splende con la sua ritmica bellicosa.
Il disco vira improvvisamente verso l’acustica sognante in “Living On An Island”, ballad ben confezionata su temi seri come la dipendenza da cocaina e il crescente isolamento tra i membri del gruppo. Sul resto del disco si avverte però una ormai fastidiosa ripetitività, dal solito boogie orecchiabile “Your Smiling Face” all’ennesimo riff marchiato in “Come Rock With Me”. Il gruppo pare quindi affidarsi all’usato sicuro dato il perdurare del successo commerciale, da “Rockin’ On” a “Runaway” un susseguirsi di groove a cento all’ora, praticamente riempitivi utili a sorreggere un disco intero al di là dei brani più riusciti.
Whatever You Want arriva al terzo posto della classifica inglese, ma il successo strepitoso dell’omonimo singolo maschera delle difficoltà personali che si traducono in una certa pochezza compositiva.
Mentre Whatever You Want scala le chart, la situazione interna ai Quo diventa sempre più insostenibile. Alla fine del 1979 lo storico songwriter Bob Young decide di lasciare il gruppo, stanco di fare da comprimario, mentre una tragedia attende nell’estate successiva Rick Parfitt, che perde sua figlia di appena due anni, annegata nella piscina di famiglia. Il terribile lutto distrugge il Rick solare e scanzonato, lo showman abbraccia il lato oscuro imposto dalla morte.
Gli Status Quo annullano un altro tour europeo, vivendo la più paradossale delle situazioni: mentre la compilation 12 Gold Bars conquista il disco di platino, Rossi e soci vivono come delle anime perdute, tra droga, paranoia e lacrime.
Ma la macchina va troppo veloce per essere fermata tirando semplicemente un freno a mano, così a fine 1980 esce Just Supposin', che vede l’introduzione in cabina di regia del nuovo produttore John Eden, primo lavoro senza il contributo di Bob Young in fase compositiva. Il disco lancia il gruppo nel nuovo decennio con un sound a tratti sorprendente, grazie al contributo del tastierista Andy Bown che spinge Rossi e soci verso sentieri più vicini alla new wave che alla classica impostazione seventies.
“Run To Mummy” aggiunge un insolito tocco ispido alle basi boogie e rock’n’roll, così come in “Name Of The Game” le svisate alle tastiere offrono una piacevole novità. La resa corale sul ritmo sinuoso funky-synth “Don't Drive My Car” è da applausi, dimostrando un primo effettivo tentativo di far evolvere un sound ormai ossidato. Certo, i Quo non abbandonano il boogie orecchiabile per vendere copie, come sul singolo “What You're Proposing” destinato a diventare tra i più importanti nella storia della band. L’accoppiata vincente tra riff e cori killer sembra così non poter morire mai, da “Lies” a “Over The Edge”. Ma nel contesto di Just Supposin’ sono inevitabili peccati di gola, che possono starci quando parte l’anthemica “Rock 'N' Roll”, scritta per far cantare tutti a squarciagola con una melodia da madrigale. E la cavalcata hard-blues di “Coming And Going”, con il partente Young all’armonica, funziona come un bel panno passato a lucidare l’argenteria.
Just Supposin' è un altro grande successo commerciale per gli Status Quo, costretti a promuovere in tv il nuovo singolo “What You’re Proposing” nonostante il dramma personale di Rick Parfitt. Dato l’annullamento del tour autunnale, la band torna rapidamente in studio per lavorare diversi brani già registrati nelle session dell’ultimo disco, pubblicando Never Too Late nel marzo 1981. La nuova hit è “Somethin' 'Bout You Baby I Like”, già portata al successo da Tom Jones e interpretata da Rossi sulla base della versione di Glen Campbell e Rita Coolidge. L’altra cover che trascina il disco è “Carol” di Chuck Berry, grazie a un arrangiamento che ricorda da vicino il groove esplosivo di “Caroline”.
“Take Me Away” e “Falling In Falling Out” sono i soliti boogie corali, mentre “Don't Stop Me Now” e “Mountain Lady” sono tra i pochi momenti brillanti, perché continuano sulla sperimentazione in salsa new wave di Just Supposin’, sul ritmo martellante e acido delle tastiere di Andy Brown.
Per il resto, pur continuando a macinare posizioni nella classifica inglese, Never Too Late suona come un disco di B-side. L’album viene portato in tour, dopo la richiesta di Parfitt di tornare protagonista dal vivo per cercare di superare il momento delicato. Quasi settanta date in tutta Europa nella primavera del 1981, con un Rossi sempre più imbottito di cocaina, consumata in grandi quantità dopo il divorzio e il trasferimento in Irlanda. Al mix vengono ora aggiunte quadruple dosi di tequila e pasticche di Mandrax, potente sedativo per curare ansia e insonnia.
Le esibizioni agli inizi del 1982 sono ai limiti dell’impraticabilità, portando al punto estremo di frustrazione il sobrio batterista John Coghlan, che decide di abbandonare il gruppo prima delle registrazioni in Svizzera del nuovo album 1+9+8+2. Nessuno dei suoi compagni, ormai persi nei meandri oscuri della dipendenza, alza un dito, così viene assoldato Pete Kircher, all'epoca impegnato come sessionman nelle Nolan Sisters.
La nuova line-up è così pronta all’esordio in studio, con il nuovo singolo “She Don't Fool Me” aperto dallo schitarrare jingle-jangle prima dell’ennesimo boogie saltellante.
La crisi interna alla formazione inglese partorisce un lavoro ai limiti dell’auto-parodia, con gli stessi stilemi sonici ripetuti in continuazione, come a coprire una completa mancanza di idee. “Young Pretender” fa il verso a certi numeri glam di un decennio prima, mentre “Get Out And Walk” punta tutto su velocità esecutiva e coretti orecchiabili. Meglio la composizione di Alan Lancaster “I Love Rock And Roll” che incorpora un vago andamento disco-funky, con la successiva “Dear John” che trascina l’album in classifica con una tonalità à-la Elton John. Per il resto, dal martellare sintetico di “Doesn't Matter” all’hard-pop “I Want The World To Know”, 1+9+8+2 è un album vuoto e assolutamente dimenticabile, eppure finisce incredibilmente al primo posto nella classifica inglese, a dimostrazione dello status ormai leggendario assunto dalla band.
Fine corsa?
Dopo il successo di 1+9+8+2, gli Status Quopartono nuovamente in tour per arrivare in estate al celebre Monsters of Rock Festival a Castle Donington. Le vendite degli album vanno a gonfie vele e la nuova compilation From The Makers Of… ottiene il disco d’oro, togliendo al gruppo la necessità impellente di pubblicare un nuovo lavoro in studio. Lo stato psico-fisico di Rossi è sempre peggiore, tra massicce dosi di cocaina e svariate bottiglie di tequila al giorno, portandolo spesso a pensare di farla finita. Viene salvato per i capelli da un nuovo amore, una ragazza irlandese di nome Elizabeth Gurnon, che accetta il suo stile di vita ma lo spinge a rimettersi in sesto almeno da professionista.
I Quo tornano così negli Air Studios di Montserrat, registrando quello che sarà l’ultimo disco con Alan Lancaster, ormai sempre più in rottura personale e artistica con Rossi.
Back To Back esce alla fine del 1983, aperto dalla cover in chiave honky-tonk della “A Mess Of Blues” interpretata da Elvis Presley. Lancaster firma con Keith Lamb la zuccherosa “Ol' Rag Blues”, affidata alla voce di Rossi contro il volere dello stesso bassista, altra scaramuccia che porterà allo strappo definitivo. In compagnia del nuovo socio songwriter Bernie Frost, Rossi sciorina il boogie-pop “Can't Be Done”, centrando il bersaglio con l’uptempo ballabile “Marguerita Time”, altro singolo spacca-classifiche che arriva a vendere 250mila copie nell’anno.
Se “Too Close To The Ground” mette in mostra tastiere da piano bar in una blues ballad senza mordente, “No Contract” fonde un riff à-la ZZ Top con effetti elettronici troppo furbetti. Parte dell’album tenta di adeguarsi al suono dei tempi, come in “Your Kind Of Love” e “Stay The Night”, che provano a scimmiottare il pop sintetico in voga nella prima parte degli Eighties.
Alla fine del 1983 la band si esibisce in Tv durante gli show Top Of The Pops e Cannon and Ball, per capitalizzare il nuovo grande successo del singolo “Marguerita Time”. I fan degli Status Quo rimangono però basiti vedendo un fantoccio al posto di Alan Lancaster, coperto sul palco dalle tastiere di Andy Brown. Sempre più lontano dal resto del gruppo, il bassista è volato per un periodo sabbatico in Australia, per restare vicino alla sua nuova fidanzata, portando Rossi a interrogarsi seriamente sul futuro. Tra una striscia di cocaina e una bottiglia di tequila, Francis decide che è arrivato il momento di fermarsi, dire stop ai continui tour in giro per il mondo e concentrarsi solo sul lavoro in studio. Il management della band non è esattamente entusiasta, prova a convincerlo, ma lui è irremovibile e annuncia che il prossimo tour sarà quello dell’addio, l’End of the Road Tour degli Status Quo. In preda al delirio, i fan si muovono per la caccia al biglietto, dal momento che il tour durerà solo tre mesi e toccherà pochi paesi europei prima di oltre quaranta date nel Regno Unito, con il gran finale programmato al National Bowl di Milton Keynes.
Mentre osserva l’itinerario, Francis Rossi appare gongolante, tra le facce adombrate dei suoi manager che temono seriamente la morte del gruppo anche da un punto di vista discografico. Ripresosi dopo il grave lutto, Rick Parfitt appare addirittura disperato, non riuscendosi proprio a immaginare al di fuori della band, senza una vita on the road tra divertimenti, feste, groupie e macchine di lusso. Ad aprile, prima dell’esordio alla enorme RDS Hall di Dublino, i Quo si aggiudicano il prestigioso Ivor Novello Award “for Outstanding Contribution to British Music”. Svariate date dopo, in una cavalcata live trionfale per tutti i fan accorsi, la notte del 21 luglio 1984, Rossi, strafatto, osserva migliaia di puntini neri allontanarsi dall’elicottero in volo che lo dovrebbe portare verso una nuova vita.
Dopo la nascita della sua prima figlia, Rossi si prende giusto il tempo di arrangiare la cover di “The Wanderer”, scritta da Ernie Maresca per il cantante e compositore americano Dion, pubblicata come singolo e inclusa nella seconda parte della compilation 12 Gold Bars, uscita alla fine del 1984. In totale disaccordo con la scelta personale di Francis, Lancaster e Parfitt lo contattano all’inizio del 1985 per annunciargli l’intenzione di formare una band chiamata Quo 2, ricevendo dall’altra parte una semplice scrollatina di spalle.
Rossi vuole in realtà avviare una sua carriera solista, appoggiandosi al suo compagno di scrittura Bernie Frost, con cui si incontra frequentemente in Irlanda per strimpellare tra una tequila e l’altra. Ma l’abuso di cocaina è diventato davvero importante, fino a cinque grammi al giorno per una spesa orientativa di 25mila sterline al mese. Inizia così a lavorare al suo primo album da solista, inizialmente intitolato “Flying Debris”, con Pete Kircher alla batteria e Andy Bown alle tastiere, fissando l’obiettivo di allontanarsi il più possibile dal tipico Status Quo-sound. Rossi vuole condividere gli onori con il socio Bernie Frost, lanciando il singolo “Modern Romance (I Want To Fall In Love Again)”, un dimenticabile madrigale ballabile in salsa synth-pop, nella primavera del 1985. Il brano si rivela un flop commerciale, arrivando al numero 56 in classifica, mentre il successivo “Jealousy”, nonostante la virata verso un pop ancora più marcato, svanisce nel nulla cosmico.
Le cattive avvisaglie convincono la Vertigo a posticipare l’uscita del disco prevista per il Natale 1985, lasciandolo nel limbo dei bootleg illegali. Rossi inizia subito a capire che Frost non è Parfitt, e che probabilmente la stessa “Jealousy” sarebbe stata una nuova hit se arrangiata con il vecchio gruppo.
Rotolando verso casa
Il ritorno sulle scene degli Status Quo parte da una telefonata del manager Colin Johnson a Francis Rossi, per riportare la proposta da parte di Bob Geldof di includere la band nel progetto di un supergruppo di beneficenza chiamato Band Aid. Johnson spiega a Rossi che ci saranno tantissimi artisti di caratura internazionale e che sarebbe un’ottima opportunità per riformare i Quo. Il progetto produrrà il singolo “Do They Know It’s Christmas?”, scritto da Geldof con Midge Ure (Ultravox) per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla grave situazione alimentare in Etiopia. Rossi e Parfitt accettano di partecipare alle sessioni di registrazione del singolo, che venderà milioni di copie restando al numero uno in classifica per cinque settimane consecutive. Al brano inglese risponde la versione statunitense, “We Are The World”, che riesce a vendere oltre dieci milioni di copie, portando Geldof a proporre un mega-evento benefico da tenersi sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti nell’estate 1985, il Live Aid.
Ma Rossi non è affatto convinto, una cosa è entrare in studio con Parfitt per una giornata, un’altra è programmare il ritorno dal vivo degli Status Quo allo stadio di Wembley. “Bob, non siamo più una band - spiega Rossi a Geldof - non siamo nemmeno stati nella stessa stanza per circa un anno”. “Non me ne frega un cazzo - urla Geldof - Tornate insieme per un giorno, non importa come suonerete una volta lì”. Il problema principale è rappresentato da Alan Lancaster, che dovrebbe tornare dall’Australia per esibirsi giusto un quarto d’ora con gli ormai odiati ex-compagni. Il bassista accetta però a sorpresa, data la nobile causa dell’evento, salendo su quell’ironico nuovo elicottero che porta i Quo davanti a 70mila persone in delirio. Quando parte il riff di “Caroline”, qualcosa scatta nella testa e nel cuore di Rossi, che capisce quanto gli Status Quo siano amati dal pubblico a distanza di anni, al pari di mostri sacri come Queen, Led Zeppelin, David Bowie e Paul McCartney.
La partecipazione al Live Aid segna uno spartiacque nella carriera degli Status Quo, praticamente pronti a ripartire con Rossi e Parfitt nuovamente a bordo. Vengono così organizzati degli incontri con i fan, mentre i due si scambiano nuove idee dai rispettivi primi tentativi discografici da solisti. La Vertigo decide di rompere gli indugi forzando la mano, minacciando legalmente il gruppo che dovrebbe rilasciare ancora un ultimo disco da contratto. Rossi, che non vuole lavorare di nuovo con Lancaster, spiega ai responsabili dell’etichetta che lui e Parfitt bastano per poter parlare di un vero album del gruppo. Tornato in Australia dopo il Live Aid, il bassista non prende bene l’esclusione, accusando gli altri di tradimento e avviando una causa legale sull’utilizzo del nome Status Quo. Mentre le carte passano alla High Court inglese, Rossi assolda una nuova sezione ritmica, formata dal bassista John Edwards e dal batterista Jeff Rich, vecchie conoscenze del produttore Pip Williams ai tempi della Judie Tzuke Band. Pronti con la nuova line-up, i Quo ottengono il via libera dai giudici per l’utilizzo del nome, anche versando una somma a sei zeri ad Alan Lancaster per evitare future ritorsioni legali.
Si torna così in studio con il ritorno in cabina di regia di Williams, anticipando l’uscita di In The Army Now con il singolo “Rollin’ Home”, rock’n’roll nel classico stile della band dalla penna di John David. Il disco del ritorno marcia ovviamente con il pilota automatico, preferendo non stravolgere l’impianto sonico tanto amato dai fan dopo il flop di Back To Back. Rossi e Frost firmano l’ameno boogie-pop “Calling”, così come il midtempo sintetico “In Your Eyes”, evidentemente memori dell’ultimo tentativo da coppia solista. Parfitt torna in scena con il più classico dei riff saltellanti (“Save Me”), con la successiva title track affidata a una nuova cover dal duo Bolland & Bolland, altro grande successo in mezza Europa con il suo andamento lento e atmosferico.
Dai fiati scatenati in “Dreamin’” ai vecchi fasti hard-rock in “End Of The Line”, l’album non vuole saperne di osare, preferendo i territori della familiarità. Una buona notizia per i fan della band, meno per attirare nuovi ammiratori in un contesto mutevole e sperimentale come quello della metà degli anni 80. Se “Invitation” vira verso un country-pop piuttosto datato, la cover di “Speechless” (Ian Hunter) convince per la brillantezza degli arrangiamenti, come il finale di “Overdose”, che mixa il riff con aperture melodiche in stile The Who. Salvando il gruppo in calcio d’angolo alla prima partita della nuova stagione musicale.
Manco a dirlo, In The Army Now genera nuovi dischi d’oro per gli Status Quo, che riconquistano i vertici delle classifiche sia nel Regno Unito che nel resto d’Europa. Il gruppo torna a suonare dal vivo in apertura a Queen e Rod Stewart, partecipando all’evento Prince’s Trust Rock Gala alla Wembley Arena di Londra. È solo l’antipasto prima della nuova abbuffata di date in giro per l’Europa fino alla fine del 1986, con un rinnovato senso di euforia senza il peso di Alan Lancaster e grazie al controllo totale sugli altri membri della band.
Mentre Rossi affronta problemi di salute a causa delle enormi quantità di cocaina assunte negli anni, i Quo partecipano a un altro evento benefico, questa volta anti-apartheid in Sudafrica.
Le esibizioni, tuttavia, sono un disastro e gettano un’ombra sinistra sul successivo album in studio, Ain't Complaining, pubblicato nel giugno 1988. Tornato in una fase di confusione, Rossi deve mediare tra le pressioni della casa discografica, le ambizioni compositive dei nuovi membri e soprattutto l’esigenza di modernizzare maggiormente il sound dopo aver viaggiato correttamente col pilota automatico in In The Army Now. Il risultato è pessimo, a partire dal ritmo robotico applicato al solito boogie-rock della title track, a conferma di quanto il gruppo trovi difficoltà nel rinnovare la formula magica. Alla nuova sezione ritmica il compito di provarci senza grandi esiti nell’uptempo melodico “Everytime I Think Of You”, mentre Parfitt lavora in maniera confusionaria sui sintetizzatori in “One For The Money”.
Al disco contribuiscono tutti, anche il tastierista Andy Bown che veleggia verso un mediocre synth-pop in “Another Shipwreck”, seguito dal vuoto romanticismo di “I Know You're Leaving” e dall’incomprensibile violino country-western suonato da Graham Preskett in “Cross That Bridge”. La coppia Rossi-Frost insiste sul pop in “Cream Of The Crop”, firmando anche il singolo “Burning Bridges (On And Off And On Again)” che spinge ancora di più sui cori in uno strano miscuglio con sonorità che sembrano uscite da un pub irlandese. Anche se il coro da stadio - non a caso ripreso anni dopo dal Manchester United Fc - funziona a livello commerciale, Ain't Complaining è tra i peggiori dischi della band, in pericolosa caduta libera dopo il trionfale ritorno.
Rimedio perfetto
Nell’estate 1988 gli Status Quo vengono prenotati per quattordici serate all’Olimpiysky National Sports Complex di Mosca, enorme arena al chiuso costruita in occasione delle Olimpiadi del 1980. Rossi è disperato perché in Russia non è facile trovare cocaina decente, così decide di annegare la dipendenza con dosi più massicce di alcolici. Tornato a casa, decide finalmente di darci un taglio, sentendosi però sempre più depresso e stanco. Serve una scossa, qualcosa su cui concentrarsi, per esempio partire per gli studi Compass Point a Nassau, Bahamas, forniti da Chris Blackwell della Island Records per il nuovo album con Pip Williams.
Perfect Remedy esce nel novembre 1989 ed è aperto dall’ariosa “Little Dreamer”, pur essendo l’ennesima variazione sul tema di “Caroline”. La speranza si infrange sulla successiva “Not At All”, una banale marcetta in chiave blues, dal momento che il resto dell’album resta piatto e incapace di dare un senso al nuovo corso dei Quo. La title track si limita a un riff accattivante, mentre “Address Book” continua con la litania country-pop delle ultime uscite.
Brani come “The Power Of Rock” mostrano una certa ambizione, almeno la voglia di tornare ai vecchi fasti, ma alla fine la band gira in tondo, o per rifugiarsi nel porto sicuro del boogie (“The Way I Am” e “Man Overboard”) o provando a fare qualcosa di diverso che, per paradosso, si appoggia al più tradizionale dei ritmi western (“Going Down For The First Time”).
E questa volta il fiasco commerciale è dietro l’angolo, perché i fan puniscono il disco escludendolo dalla Top 20 inglese, portando il management a limitare il tour promozionale al solo Regno Unito, con soli due sold-out a Londra.
Appare così evidente che gli Status Quo non riusciranno a sopravvivere agli anni 90, ma un angelo cade dal cielo: si chiama David Walker. Con un gran sorriso e i capelli sempre in maniacale ordine, Walker si è fatto un nome nel business musicale grazie agli Sweet, a cui ha procurato un grosso contratto con la Polydor Records. Ha poi fondato insieme al talent agent Lindsay Brown la Handle Artists Management, entrando in contatto con Pip Williams dalla metà degli anni 80. Walker ha una presenza ingombrante, è il classico personaggio larger-than-life e quando entra in contatto con Rossi gli fa subito capire che i suoi servizi non saranno economici. I Quo non hanno alternative e seguono le sue indicazioni alla lettera: nessun programma per tutto il 1990, bisogna soltanto trovare una vera hit che rilanci il gruppo pesantemente.
A ottobre uscirà la nuova compilation Rocking All Over The Years e c’è l’idea geniale di marketing, ovvero includere un singolo che celebri i 25 anni della band. Tra settembre e dicembre esce così “The Anniversary Waltz”, un medley in due parti che include alcuni tra i grandi successi dagli anni 50 in poi. Da “Let’s Dance” a “Lucille” e “Long Tall Sally”, i Quo alzano i volumi per tornare a un'atmosfera di festa, un manifesto d’intenti che mostri al mondo la voglia di non mollare. L’esperimento funziona e il singolo vende migliaia di copie, arrivando al secondo posto in classifica in Uk.
La mossa successiva di Walker è piazzare il gruppo nel cartellone del Silver Clef Award Winners, evento benefico al Knebworth Park di Londra davanti a 120mila spettatori. La ritrovata sobrietà di Rossi porta tutta la band a esibirsi con grande entusiasmo e concentrazione, ammaliando i presenti prima di un nuovo tour inglese per festeggiare il 25° anniversario dal vivo. Per l’occasione Walker organizza la partenza di un treno chiamato Quo Express, attivando la macchina mediatica con inviti a pioggia verso giornalisti, critici musicali e fotografi. Il nuovo manager è una macchina inarrestabile, vuole che il gruppo torni a lavorare non-stop come negli anni 70, annunciando tour a ripetizione in attesa del nuovo album programmato per il settembre 1991.
Rock 'til You Drop, primo lavoro dall’inizio della cura Walker, mostra fin dalla copertina un ritorno all’essenziale hard-rock a suon di chitarre. Parfitt e Rossi sembrano felici di suonare insieme, anche se i due saranno molto divisi nel giudizio sul disco, che vede l’allontanamento di Williams dopo il fiasco totale degli ultimi due. Si inizia con il riff pesante di “Like A Zombie” a introdurre un boogie supersonico dal gusto southern, per poi virare verso il blues di “All We Really Wanna Do”. Rossi sembra recuperare nuove energie a livello vocale, ma tutta la band ritrova brillantezza in brani corali e ben arrangiati come “One Man Band” e “Can’t Give You More”.
Senza particolari fronzoli, il gruppo torna alle origini, confezionando canzoni alla vecchia maniera, veloci, potenti e ovviamente orecchiabili. Le cover R&B di “Let’s Work Together” e “Bring It On Home” sono gradevoli, così come si riascolta con piacere la classica “Forty Five Hundred Times”, rivista in formato fiume di oltre dodici minuti.
Pur avendo ritrovato almeno la giusta grinta, i Quo pagano dazio a livello commerciale dopo anni incerti, riuscendo a centrare “solo” il decimo posto nella classifica inglese. Decisamente migliore è la resa dal vivo, con il record mondiale ottenuto grazie a una curiosa operazione che vede il gruppo esibirsi in quattro città inglesi nello stesso giorno, da Sheffield a Londra. Altra pepita d’oro per il cercatore David Walker, che porta Rossi e compagni alla cerimonia dei Brit Awards e poi, in versione statue di cera, al celebre museo Madame Tussauds.
Nel novembre 1992 esce Live Alive Quo, primo disco dopo la firma sul nuovo contratto con la Polydor Records, registrato dalle frequenze di Bbc Radio 1 durante una delle date del tour celebrativo a Sutton Park, Birmingham. A parte i classici come “Whatever You Want” e il più recente “In The Army Now”, l’album si fa apprezzare per il medley di oltre venti minuti “Roadhouse Medley”, che parte con la cover doorsiana per poi includere brani del gruppo come “The Wanderer” e “Marguerita Time”.
Non fermarti
Nell’estate 1994 lo stesso Francis Rossi dirige le operazioni per il nuovo album in studio intitolato Thirsty Work, che purtroppo tradisce le aspettative montate tra fan e critica dopo il solido Rock ‘til You Drop. Il primo singolo estratto per scalare nuovamente le vette commerciali è “I Didn't Mean It”, ibrido tra rock’n’roll, boogie e pop dalla penna di John David. L’altro brano che trascina faticosamente il disco è il solito boogie-blues “Rude Awakening Time”, che conferma come la band stia provando a barcamenarsi ancora una volta tra vecchio e nuovo. Tra le migliori cose dell’album, l’iniziale “Goin' Nowhere” che apre a un power-pop più in linea con le tendenze musicali alla metà dei Nineties.
I Quo optano per un disco fiume di quasi un’ora, con ben sedici tracce spesso ai limiti del riempitivo. C’è la ballata romantica plasticosa (“Restless”, cover di Jennifer Warnes), la sperimentazione semi-orchestrale (“Lover Of The Human Race”) e in generale un approccio più pop in brani come “Sherri, Don't Fail Me Now!”. Il resto è assolutamente dimenticabile, dall’uptempo scherzoso “Ciao-Ciao” al riff sparato di “Soft In The Head”. L’album infatti non arriva nemmeno nella Top 10 in patria, mentre è in piena esplosione il fenomeno del britpop che il magic man David Walker forse sta ignorando, spingendo la band verso un pop orecchiabile senza particolare verve creativa.
Nell’inverno 1996, per festeggiare i 30 anni di carriera del gruppo, la Polydor pubblica Don’t Stop, un party-album registrato con Pip Williams e composto da sole cover. L’idea di fondo è di omaggiare gli artisti più influenti per la band inglese, dai Beach Boys (“Fun Fun Fun”) a Chuck Berry (“You Never Can Tell”). Ci sono ovviamente i Beatles di “Get Back”, i Creedence Clearwater Revival (“Proud Mary”) e i Fleetwood Mac (“Don’t Stop”). Bene per i collezionisti amanti della band, meno per chi si aspettava qualcosa di nuovo in studio, ma nel complesso un lavoro gradevole, da ascolto senza pretese.
Per promuovere Don’t Stop vengono chiamate centinaia di emittenti televisive, pronte a ospitare Rossi e soci e dare spazio alle nuove cover. Non solo: Walker riesce a convincere Brian Wilson ad accompagnare i Quo nel tour inglese, attirando le attenzioni del pubblico più “nostalgico”, mentre la maggior parte dei giovani è ormai rapita dal nuovo sound di Nirvana e Blur. Lo stesso Rossi inizia a interrogarsi sulla possibilità di tornare una guitar-oriented band dopo gli ultimi lavori più pop, scontrandosi per la prima volta con Walker, che invece pensa principalmente a espandere il brand Status Quo fiutando l’emergere di una sorta di contro-mercato, quello del “classic rock”. Un’ammissione di morte creativa? Sicuramente non come quella che sta per portarsi via Rick Parfitt, vittima di un attacco cardiaco che lo costringe a impiantare un quadruplo bypass coronarico.
Le attività della band vengono così fermate temporaneamente, coperte a livello discografico dalla mastodontica raccolta Whatever You Want – The Very Best Of Status Quo. Ristabilitosi nel giro di qualche mese, Parfitt torna nei Quo per un nuovo tour mondiale nel 1998, con oltre due milioni di spettatori registrati ai quattro angoli del pianeta.
La velata tensione tra Walker e Rossi sale all’improvviso quando il primo organizza un piccolo giro di concerti promozionali del nuovo album Under The Influence, pubblicato dopo la firma con la Eagle Records nella primavera del 1999, con la produzione del nuovo arrivato Mike Paxman. Sono piccoli concerti tenuti in grandi pub, promossi da Walker con il claim “Get Quo to Play in Your Boozer”, come ad associare il nuovo lavoro in studio a tematiche come l’abuso di alcolici, rifiutate categoricamente da Rossi dopo la ritrovata sobrietà.
Nonostante i volumi di vendita al di sotto delle aspettative, Under The Influence è un album pienamente convincente nel nuovo corso dei Quo. “Twenty Wild Horses” mescola con grinta l’approccio rock con fraseggi folk, mentre la title track e la successiva “Round And Round” ripropongono lo sfondo boogie in una veste di gradevole rock melodico.
Parfitt racconta le sue ultime disavventure di salute nel folk-blues “Shine On”, confezionando anche una potenziale hit in “Little White Lies”, probabilmente penalizzata dai diversi trend musicali del momento. Dal country-billy “Little Me And You” al martellare hard-rock di “Making Waves”, il disco è sorprendentemente fresco e divertente, in grado di mantenere ancora integro il gruppo inglese al di là del continuo successo dal vivo.
Ma la gestione promozionale dell'album non piace affatto a Rossi, che ormai è stufo di vedere il suo gruppo trattato come un brand o una continua operazione di marketing. Incurante di qualsiasi pressione, Walker organizza un’altra campagna sensazionale quando porta il gruppo sul Great South Pacific Express, equivalente australiano del treno Orient Express, per un tour all’inizio del 2000. O addirittura a esibirsi in diretta tv nella casa del reality Grande Fratello, edizione norvegese. I Quo partecipano all’evento Night of the Proms, con un’orchestra filarmonica in compagnia di Simple Minds e UB40, monetizzando in maniera cospicua la cessione dei diritti su diverse hit alla pubblicità televisiva.
Sempre su iniziativa di Walker, il gruppo registra un altro album, Famous In The Last Century, pubblicato nella primavera del 2000 e nuovamente composto di sole cover, una sorta di Don’t Stop 2 con le migliori selezioni dalla musica del XX secolo. Sia a Rossi che a Parfitt l’idea non piace affatto: un altro disco di cover dopo aver lavorato bene su Under The Influence. Ma Walker è irremovibile e, come sempre, l’idea di vendere centinaia di migliaia di copie attira tutti. Da “Old Time Rock And Roll” a “Roll Over Beethoven”, passando per “Good Golly Miss Molly” e “Hound Dog”, il risultato è pessimo, non solo per la scelta di brani ormai vecchi, ma soprattutto per gli arrangiamenti piatti e scialbi scelti dalla band, come a voler inconsciamente boicottare un lavoro accettato malvolentieri ed eseguito peggio.
La festa non è finita
Dopo l’uscita del tremendo Famous In The Last Century, il batterista Jeff Rich lascia la band all’alba di un nuovo mastodontico tour mondiale. A sostituirlo è Matt Letley, già al lavoro con a-ha e Bob Geldof, apprezzato da Rossi per la sua tecnica sopraffina e il suo carattere serafico. Francis sta pensando sempre più insistentemente a una strategia per far fuori Walker, che ha già paventato la morte artistica e commerciale del gruppo in un paio di anni massimo. Parfitt e Rossi capiscono che si tratta più del suo futuro che del loro, dal momento che Walker, all’alba dei sessant’anni, sta pensando al ritiro trascinandosi dietro gli stessi Status Quo. A risolvere la situazione ci pensa la morte in persona, dal momento che Walker passa improvvisamente a miglior vita nell’agosto 2001, a causa di un attacco di cuore mentre sta festeggiando il compleanno del figlio. Rossi è effettivamente in stato di shock dopo averlo visto molto meglio dopo anni di dipendenza dalle droghe, ma non può scacciare un pensiero felice nel retro-cranio, perché ora il gruppo è finalmente libero di riprendersi tutto, in totale libertà.
Al posto di Walker viene assoldato Simon Porter, a cui viene subito comunicato il proposito di spingere nuovamente al massimo in vista di un ritiro dalle scene entro il 2008. Porter dovrà garantire al gruppo la produzione di dischi degni, non eliminando del tutto alcune strategie promozionali ereditate da Walker per continuare a fare una montagna di soldi. Il nuovo manager conosce molto bene le attività di Walker, avendo però lavorato in sintonia con gruppi duri come Motörhead, Uriah Heep e Damned.
La pubblicazione nel settembre 2002 del disco Heavy Traffic conferma la direzione intrapresa, per un ritorno aggressivo al Quo-sound anche grazie alla ritrovata coppia Rossi-Young. Il gruppo è gasatissimo quando varca la soglia degli State of The Ark Studios, lavorando ancora con il produttore Mike Paxman con l’obiettivo dichiarato di riprendersi i vecchi fan che hanno ormai abbandonato la nave dopo l’ultimo decennio. Niente cover, niente ballad, niente pop. Semplicemente un disco diretto e senza fronzoli per ripartire con una nuova vita artistica.
Il via con il rock’n’roll scanzonato di “Blues And Rhythm” è seguito a ruota dal boogie-rock di “All Stand Up (Never Say Never)” che richiama il ritmo di “Down Down”. L’impianto classico viene così ritinteggiato con il riff hard di “The Oriental”, affidandosi a tonalità vintage come in “Creepin Up On You”. Se la title track è il perfetto abbinamento tra orecchiabilità e groove, “Solid Gold” vede tornare l’armonica di Bob Young in un rock-blues robusto. Andy Bown firma l’ipnotico folk-rock “Green”, prima di accelerare con il riff al fulmicotone di “Do It Again”.
Il disco prosegue con la giusta dose di grinta, proseguendo sulla via del blues in “Another Day” e del rock’n’roll aggressivo di “I Don't Remember Anymore”. In chiusura, il ritmo in stile Free di “Rhythm Of Life”, reso più oscuro grazie a un arrangiamento cadenzato, ai limiti dell’heavy. Una vera e propria resurrezione per una band che sembrava ormai non avere più nulla da dire.
Tornati in piena forma, gli Status Quo promuovono Heavy Traffic alla maniera di David Walker, esibendosi sulla piattaforma della nave HMS Ark Royal in un set speciale filmato dalla tv inglese. Il disco entra in Top 20, attirando nuovamente l’interesse dei vecchi fan, pronti a tornare in massa nelle grandi arene per il tour promozionale tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003.
Persino Riffs, nuovo disco di cover dopo le tensioni di Famous In The Last Century,viene apprezzato per le versioni energiche di classici come “I Fought The Law”, “Born To Be Wild” e “Pump It Up”. Sono tutte vibrazioni positive che caricano la band, pronta a tornare in studio per la pubblicazione di The Party Ain't Over Yet nel settembre 2005. Anticipato dal singolo omonimo, una party-song da cantare a squarciagola, il disco conferma l’ottimo stato di forma del gruppo, che scivola sinuoso tra il rock blues (“Gotta Get Up And Go”, “Familiar Blues”) e boogie più consistenti (“The Bubble” e “Belavista Man”).
Nel mezzo, i Quo si divertono a sperimentare con il country elettrico (“Nevashooda”) e addirittura la psichedelia in “This Is Me”. Brani come “Velvet Train” e “You Never Stop” sono il manifesto di una rinnovata voglia di suonare per spaccare il mondo, senza alcuna necessità di vendere milioni di copie, solo per continuare a issare la bandiera degli Status Quo alta nel cielo del rock.
La nuova corsa del gruppo subisce una temporanea battuta d’arresto alla fine del 2005, quando il tour inglese che deve promuovere l’ultimo album viene completamente annullato a causa di altri problemi di salute di Rick Parfitt. Fortunatamente il tumore alle corde vocali si rivela benigno, permettendo al chitarrista di tornare a tempo pieno nella band nel corso del 2006. C’è da celebrare il 40° anniversario dei Quo, che il 1 luglio 2007 si esibiscono davanti a oltre 60mila persone nel nuovo Wembley Stadium per l'attesissimo Concert for Diana.
Pochi mesi dopo esce In Search Of The Fourth Chord, dalla curiosa copertina in stile Indiana Jones e soprattutto omaggio ai Moody Blues. Il titolo è un riferimento alle critiche che accusano il gruppo di lavorare solo su tre accordi, con Rossi e Parfitt nei panni degli intrepidi esploratori alla ricerca di una fantomatica arca sonica. Ovviamente non c’è alcuna ricerca sperimentale, solo il classico sound della band inglese che sembra ormai aver trovato sgorganti fonti d’ispirazione. Il nuovo singolo “Beginning Of The End” spara tre accordi a tutto volume, seguito dal boogie pianistico “Alright” e dal ritmo martellante di “Pennsylvania Blues Tonight”. “I Don't Wanna Hurt You Anymore” è tipico Quo-sound, mentre “Electric Arena” sciorina un blues sonnolento.
Dall’approccio garage di “Gravy Train” alla giga irlandese “Figure Of Eight”, il disco si piace e piace per spontaneità, lasciando anche spazi creativi al nuovo batterista Matt Letley (“You're The One For Me”) e offrendo per la prima volta il microfono principale al bassista “Rhino” Edwards (“Bad News”). Viene così fuori un nuovo lavoro riuscito, nonostante la ricerca del quarto accordo resti senza speranza.
Nudi, verso la meta
Alla fine del 2008 esce una nuova compilation celebrativa, Pictures – 40 Years Of Hits, che include il singolo natalizio “It’s Christmas Time”. Mentre Rossi e Parfitt vengono onorati con la medaglia dell’Order of the British Empire (OBE), alcune voci a mezzo stampa parlano di una possibile reunion con il bassista Alan Lancaster, inizialmente smentita dalla band che pure sta ricucendo i rapporti dopo anni di litigi e cause legali.
Nell’ottobre 2010 esce il prezioso cofanetto Live At The Bbc,che contiene registrazioni dal vivo dagli immensi archivi dell’emittente britannica tra il 1966 e il 2005.
Nell’anno successivo esce il nuovo album Quid Pro Quo, che sbarca sul mercato inglese a ben quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, la pausa più lunga mai vista nella più che prolifica discografia del gruppo.
Aperto dal boogie supersonico “Two Way Traffic”, il disco prosegue sulla via del recupero del sound più aggressivo degli anni 70, dallo shuffle “Rock'n'Roll 'n' You” al riff hard-rock di “Dust To Gold”. Il gruppo alza i volumi delle chitarre in “Let’s Rock”, sperimentando con i sintetizzatori sulla quasi-prog “Can't See For Looking” e cesellando un rock’n’roll dal forte sapore vintage in “Movin’ On”.
Non mancano gli ormai frequenti inserti country-rock (“Any Way You Like It”), nonché addirittura un tocco hair-metal nella veloce “Frozen Hero”. Dal lento blues elettrico di “Reality Cheque” al rock stradaiolo di “The Winner”, pare che il nuovo corso dei Quo non abbia intenzione di fermarsi. E infatti Quid Pro Quo arriva nella Top 10 inglese, aprendo al nuovo tour invernale soprannominato Quofest, in compagnia di ospiti speciali come Roy Wood e Kim Wilde.
La macchina promozionale continua senza sosta, prima con il documentario “Hello Quo!”, firmato dal regista Alan G. Parker, poi con una action comedy che li vede protagonisti, Bula Quo!, dal saluto tipico degli abitanti delle isole Fiji dove viene diretto. Ovviamente immancabile la relativa e omonima colonna sonora, pubblicata come nuovo album del gruppo nel giugno 2013.
Il disco punta su atmosfere felici e festose, dal riff arioso di “Looking Out For Caroline” alla velocità febbrile di “GoGoGo”. Ci sono l’esplosività garage di “Run And Hide (The Gun Song)”, il ritmo speed-heavy di “Running Inside My Head” e le atmosfere tropicali di “Mystery Island”, realizzate appositamente per il film. Il resto dell’album contiene diverse versioni live di brani classici come “Pictures Of Matchstick Men”, un brano raramente riproposto dal gruppo nella sua discografia dal vivo.
Alla fine del 2012 il batterista Matt Letley annuncia la decisione di lasciare la band dopo 12 anni di servizio, promettendo però di restare in sella per completare il nuovo tour mondiale. Nella primavera del 2013 lo strappo storico con Lancaster viene ricucito definitivamente con la formazione della Frantic Four, ovvero l’attesa reunion dei tre membri originali con il ritorno del batterista John Coghlan. Vengono così organizzate alcune date nel Regno Unito, prima di sostituire Letley con Leon Cave. All’inizio del 2014, dopo aver lanciato una birra chiamata Piledriver con la collaborazione del Wychwood Brewery, i Quo si imbarcano in un nuovo tour inglese a nome Frantic Four, con Rossi a precisare che si tratta dell’ultima occasione per vedere dal vivo la formazione storica del gruppo.
A fine anno i soli Rossi e Parfitt si esibiscono dal vivo in acustico durante il programma The One Show, parlando poi alla Bbc della imminente pubblicazione di un disco senza elettricità.
Aquostic – Stripped Bare esce a ottobre, con le figure nude dei due leader coperte parzialmente dalle chitarre acustiche. Un totale di 25 brani storici viene così riarrangiato senza la classica potenza del sound elettrico, dalle ipnotiche atmosfere sinfoniche di “Pictures Of Matchstick Men” al ritmo sferragliante di “Down The Dustpipe”. I fan hanno così l’opportunità di ascoltare il catalogo dei Quo in una veste più intima e raccolta, tra il folk-blues di “Caroline” e lo scintillante country-billy di “Down Down”.
Il disco è assolutamente pregevole, tanto che lo stesso Parfitt ammette che alcune versioni risultano addirittura migliori del materiale originale. Il ritmo stomp scatenato di “Paper Plane” viene arricchito da inserti di fisarmonica, così come “All The Reasons” rivive con lo spirito intenso da pub di certe esecuzioni di Rod Stewart. La tracklist segue in ordine cronologico i dischi di un ormai lontano passato, dall’andamento barrelhouse di “Reason For Living” all’intensità malinconica e corale di “And It's Better Now”.
Brani come “Claudie” vengono presentati in un convincente wall-of-sound spectoriano, mentre il vecchio boogie trova nuova freschezza in “Rain” e “Again And Again”.
Nell’ottobre 2014 il gruppo presenta il nuovo disco acustico alla Roundhouse di Londra, con il concerto registrato in presa diretta dalla Bbc. L’esibizione viene pubblicata sul disco Aquostic – Live At The Roundhouse, che ottiene un grande successo commerciale. Il mood acustico è così impattante che la band annuncia il Last of The Electrics Tour all’inizio del 2016, paventando la possibilità di non esibirsi mai più dal vivo in formato elettrico.
E infatti il successivo album, Aquostic II – That's a Fact! bissa l’esperimento, ripercorrendo ancora la carriera dei Quo dal ritmo tropicale di “That's A Fact” agli archi apocalittici di “Backwater”. C’è però spazio per qualche nuova canzone, ad esempio la ballata romantica “One For The Road”, a firma Andy Bown, e “One Of Everything”, in stile madrigale. Il disco arriva in settima posizione nella classifica inglese, nonostante presenti brani meno impattanti del primo episodio.
Il 28 ottobre 2016 Rick Parfitt annuncia al mondo il suo definitivo ritiro dalle scene, a causa di un altro attacco di cuore. Vera anima degli Status Quo insieme a Rossi, Parfitt muore in un ospedale di Marbella, in Spagna, stroncato da una bruttissima infezione dopo un incidente alla spalla. I funerali si tengono al Woking Crematorium nel Surrey.
Ma il gravissimo lutto non ferma la band, che stabilizza la presenza del chitarrista irlandese Richie Malone, già intervenuto per sostituire Parfitt dopo l’addio ai tour. Malone completa così la line-up per le sessioni di registrazione dell’ultimo album Backbone,che esce nel settembre 2019 con la produzione dello stesso Francis Rossi. Il brano di apertura è “Waiting For A Woman”, rock-blues muscolare firmato con Bob Young, seguito a ruota dal classico hard-boogie “Cut Me Some Slack”. “Liberty Lane” è un energico rock’n’roll in stile Ac/Dc, mentre “I See You're In Some Trouble” riprende gli stilemi sonici del gruppo con la sua orecchiabilità pop.
L’album, in generale, non cambia l’approccio tenuto dai Quo a partire dalla fine degli anni 90, dalla semplice freschezza di “Backing Off” al sapore vintage di “I Wanna Run Away With You”. È ovviamente percepibile il cambio di chitarrista dopo la morte di Parfitt, che forse avrebbe dovuto sancire la definitiva fine degli Status Quo. Ma Backbone è un disco sincero, un omaggio alla voglia di vivere di Rick e soprattutto al suo amore incondizionato verso il gruppo inglese, ormai nelle mani salde del solo Francis Rossi.
La title track non stona in certi scenari musicali contemporanei, ma brani come “Better Take Care” e “Falling Off The World” tradiscono quel senso di nostalgia verso il tempo che fu. Il lungo ed epico tempo degli Status Quo.
| Picturesque Matchstickable Messages From The Status Quo (Pye, 1968) | 6 | |
| Spare Parts (Pye, 1969) | 5 | |
| Ma Kelly's Greasy Spoon (Pye, 1970) | 7 | |
| Dog Of Two Head (Pye, 1971) | 7,5 | |
| Piledriver (Vertigo, 1972) | 8 | |
| Hello! (Vertigo, 1973) | 8 | |
| Quo (Vertigo, 1974) | 7 | |
| On The Level (Vertigo, 1975) | 7 | |
| Blue For You (Vertigo, 1976) | 6 | |
| Live! (live, Vertigo, 1977) | 7,5 | |
| Rockin' All Over The World (Vertigo, 1977) | 6 | |
| If You Can't Stand The Heat… (Vertigo, 1978) | 6 | |
| Whatever You Want (Vertigo, 1979) | 5,5 | |
| 12 Gold Bars (Vertigo, 1980) |
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| Just Supposin' (Vertigo, 1980) | 6,5 | |
| Never Too Late (Vertigo, 1981) | 5,5 | |
| 1+9+8+2 (Vertigo, 1982) | 4 | |
| From The Makers Of… (Phonogram, 1982) |
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| Back To Back (Vertigo, 1983) | 4,5 | |
| Live At The N.E.C. (Vertigo, 1984) |
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| 12 Gold Bars Vol. 2 (Vertigo, 1984) |
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| In The Army Now (Vertigo, 1986) | 6 | |
| Ain't Complaining (Vertigo, 1988) | 3 | |
| Perfect Remedy (Vertigo, 1989) | 3 | |
| Rocking All Over the Years (Vertigo, 1990) |
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| Rock 'til You Drop (Vertigo, 1991) | 6,5 | |
| Live Alive Quo (Polydor, 1992) | 6,5 | |
| Thirsty Work (Polydor, 1994) | 5 | |
| Don’t Stop (Polydor, 1996) | 6 | |
| Whatever You Want – The Very Best Of Status Quo (Polygram, 1997) |
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| Under The Influence (Eagle Records, 1999) | 7 | |
| Famous In The Last Century (Eagle Records, 2000) | 3 | |
| Heavy Traffic (Universal, 2002) | 7,5 | |
| Riffs (Universal, 2003) | 6,5 | |
| XS All Areas – The Greatest Hits (Universal, 2004) |
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| The Party Ain't Over Yet (Sanctuary, 2005) | 7 | |
| In Search of the Fourth Chord (Fourth Chord Records, 2007) | 6,5 | |
| Pictures – 40 Years Of Hits (Universal, 2008) |
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| Live At The BBC (Universal, 2010) |
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| Quid Pro Quo (Eagle Rock, 2011) | 6,5 | |
| Bula Quo! (Fourth Chord Records, 2013) | 6 | |
| Aquostic – Stripped Bare (Warner Bros, 2014) | 7,5 | |
| Aquostic – Live At The Roundhouse (Warner Bros, 2015) | 7 | |
| Accept No Substitute! The Definitive Hits (Universal, 2015) |
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| Aquostic II – That's a Fact! (Fourth Chord Records, 2016) | 6,5 | |
| Backbone (Fourth Chord Records, 2019) | 6 |
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