Il nome sicuramente suonerà familiare, e a molti – specialmente a chi c’era in quegli anni – riuscirà facile riconoscere le note o almeno il ritornello di “Hold Me Now”, superclassico del decennio 80. Ma chi erano i Thompson Twins, la band britannica legata non solo a questa ma a diverse altre hit? Uno dei nomi “secondari” della scena, spesso considerati degli one hit wonder: questo è spesso il giudizio.
Ma la storia del gruppo è in realtà più colorata – e colorita – di quel che si potrebbe pensare. Come tante altre realtà pop/rock dell’epoca liquidate spesso con troppa sufficienza – Wang Chung, Living In A Box, The System, Quarterflash, Arcadia, Nik Kershaw sono per esempio tutti nomi che meriterebbero una grande riconsiderazione – all’ascoltatore attento svelano oggi più sfumature e sorprese di quanto sarebbe legittimo aspettarsi da loro.
Certo, parliamo sempre di una band “mainstream”, almeno nella fase di maggior successo; quindi è dura trovare il capolavoro intramontabile, e come appeal “Hold Me Now” rimane in ogni caso se non la loro canzone migliore certamente quella più famosa e degna di nota. Ma, in otto album e sedici anni di attività, di suoni interessanti e di musiche fantasiose ne hanno tirate fuori a iosa. Ecco perché, anche a distanza di decenni, quello dei Twins è un bel mondo tutto da riscoprire.
I gemelli Thompson
La storia inizia nel 1977, l’anno d'oro in cui il punk diviene un fenomeno musicale e ispira innumerevoli nuove band a imbracciare le chitarre e a riscrivere le regole del rock'n'roll partendo da zero. La lezione dei Sex Pistols, popolari in tutta la Gran Bretagna, è che chiunque può farlo; non occorre essere i Pink Floyd o i Queen. Ed è animato da questo spirito che Tom Bailey, classe 1956 e nativo di Sheffield, giunge a Londra praticamente senza un quattrino e avvia il suo progetto musicale, vivendo nel frattempo abusivamente in edifici abbandonati.
Bailey, che ha studiato pianoforte classico e ha anche insegnato musica a scuola, abbraccia il nuovo verbo punk mentre il genere si sta già evolvendo nella sua variante post-, e le band scartano i facili giri di accordi pieni e l’energia rabbiosa per soffermarsi su complicazioni nichiliste e intrecci chitarristici alla Television, prendendo anche a piene mani dalla tecnica funky e dalla black music, dal reggae, dalle influenze proto-elettroniche tedesche e dai nuovi synth in grado di tirar fuori suoni incredibili. In altre parole, sta nascendo la new wave.
La formazione all’inizio include Bailey al basso e come vocalist principale (ruolo che manterrà per tutta la carriera) più svariati altri componenti: Pete Dodd (chitarra, voce), John Roog (chitarra), Jon “Pod” Podgorski (batteria) – quest’ultimo poi sostituito da Andrew Edge, a sua volta rimpiazzato da Chris Bell. Il gruppo prende il nome dalla famosa coppia comica di detective Thomson and Thompson (che non sono gemelli, ma solo sosia), nella popolare serie a fumetti “Le Avventure di Tintin”.
Quadrati e triangoli
Del 1980, proprio all’inizio del nuovo decennio, è il singolo di debutto ufficiale della band: “Squares And Triangles”, un post-punk asciutto e tagliente, un brano che parla di incompatibilità e che nello stile ricorda The Jam di Paul Weller. Il pezzo offre un buon esempio della impostazione iniziale del gruppo, tradendo già una elusiva vena pop ma perdendosi anche in improvvisazioni strumentali quasi jazz. Sono i Thompson Twins dell’esordio: molto improntati, come diverse altre band del primo post-punk, alla produzione di una musica “artistica” e impegnata.
Ed è la stessa caratterizzazione che si ritrova nell’album d’esordio del gruppo, A Product Of…, uscito nel 1981 con l’aggiunta alla formazione della sassofonista Jane Shorter. Altri due membri iniziano a gravitare attorno alla band in questo periodo: i percussionisti e vocalist Joe Leeway e Alannah Currie - quest’ultima non accreditata nel primo album, e futura compagna e moglie del frontman Tom Bailey. Sono due nomi fondamentali per la storia della band, ma in questa fase ancora solo due tra i tanti che si avvicendano in organico.
Infatti, in uno spirito di collaborazione collettiva molto democratico, Bailey accetta il contributo di tutti e negli spettacoli dal vivo le performance sono persino aperte al pubblico, con spettatori che vengono volentieri invitati sul palco a suonare le percussioni e a unirsi alle esecuzioni delle canzoni. Le quali, in questa prima fase della carriera della band, sono tutte imperniate su uno stile post-punk fortemente chitarristico ma anche eclettico, che tuttavia in un primo momento non guarda certo alle classifiche.
Dal post-punk…
Nel primo album si riscontrano vari accenti diversi del genere: se il brano d’apertura, “When I See You”, richiama il post-punk “sarcastico” dei primi Xtc o dei Gang Of Four, in direzione ben diversa vanno le influenze africane dell'ambiziosa “Slave Trade” o del canto tribale “Oumma Auralesso” – un pezzo che oggi potrebbe tranquillamente essere tacciato di appropriazione culturale. Ancora più spiazzati lascia poi la traccia di chiusura, “Vendredi Saint”, uno scherzo – inteso proprio in senso musicale – elaborato da Bailey sulla base di un canto gregoriano, con fini umoristici e un risultato che richiama quella ironia molto “dada” della cultura punk.
Ma già in questo primo album appare chiaro come quella del post-punk artistico non sia la strada giusta per i Thompson Twins: le canzoni più ambiziose, anche a livello tematico – “Politics”, “Slave Trade”, “The Price” – si fanno notare ma è subito nei brani d’amore e nelle composizioni più “pop” che emergono le vere possibilità musicali della band. Come in “Make Believe (Let’s Pretend)”, pezzo molto melodico e semplice che parla di un amico (o di una ragazza) immaginari.
A spiccare con decisione poi è “Anything Is Good Enough”, particolarmente ben prodotta, con un interessante lavoro di chitarre, che ricorda quello coevo di Marco Pirroni con Adam And The Ants, e nella quale è chiaro che Bailey viene trascinato dall’istinto nel rivolgersi a un pubblico se possibile più ampio di quello dei fan della musica punk, forzando già da qui i confini della reputazione e dell’ideologia bohémien del gruppo. E poi, ovviamente, l’inesistente successo dei primi singoli viene interpretato come ulteriore segnale della necessità di cambiare direzione.
… alla new wave
E il cambiamento arriva, clamorosamente, già in apertura del secondo album – Set, del 1982 – con la orecchiabile e poppeggiante “In The Name Of Love”. Scritta da Bailey inizialmente solo come riempitivo, la canzone segna il punto di svolta per la band, aprendo le porte del pop e abbandonando – anche se ancora con esitazione – le coste del post-punk per inoltrarsi nel mare della new wave. Grazie al leggendario produttore Steve Lillywhite, il suono si fa più pulito, conciso e colorato.
La svolta non è però immediata, e il resto del secondo disco sembra anzi voler procedere in direzione opposta. Il collettivo si allarga a sette membri, includendo Matthew Selingman al basso per lasciare più spazio a Bailey come frontman. La sassofonista Jane Shorter viene sostituita ufficialmente da Alannah Currie, ora membro ufficiale, mentre anche Joe Leeway inizia ad assumere una maggiore importanza sia come autore che come vocalist. Aggiungiamo la schiva e temporanea presenza di Thomas Dolby, nientemeno, che contribuisce ai synth in varie tracce.
Parliamo ancora in gran parte di post-punk e il carattere artistico e ruvido degli esordi della band britannica permane, ma in brani come la scanzonata “Bouncing”, la fantasiosa “Good Gosh” e l’atmosferico reggae – alla Police – di “Runaway” o nel funk-rock ballabile di “Fool’s Gold” si coglie l’impaziente voglia di provare cose nuove e diverse, di sperimentare generi differenti e di creare una musica più allegra e accessibile. In ogni caso, tempo la metà del 1982 – e il successo di “In The Name Of Love” nella chart Billboard Dance americana (dove giunge al numero 1) – la strada è decisa.
Il Triangolo delle Bermuda
Anche se i Thompson Twins nascono come collettivo partecipativo e con una impostazione raffinata e ricercata, già nel secondo disco emerge bene come Tom Bailey, oltre che lead vocalist e frontman, assuma il ruolo di leader di fatto della formazione, nonché compositore principale delle canzoni. Sue le principali idee, sue le intuizioni fondamentali. Attorno a lui, nei primi mesi del 1982, gravitano la fidanzata Alannah Currie – l’ultima arrivata – e Joe Leeway.
I tre s’inventano di formare un side-project in trio, di nome The Bermuda Triangle, con lo scopo specifico di approfondire il sound pop di “In The Name Of Love” mantenendo nel frattempo attivo il progetto post-punk dei Twins. All’inizio doveva essere solo una sorta di “svago” estemporaneo, ma quello di The Bermuda Triangle diviene l’obiettivo principale quando anche Set non vende ed è chiaro che la formula post-punk non ripaga. Del resto, all’altezza del 1982 tutte le principali band post-punk coeve hanno già evoluto il loro sound in un modo o nell’altro e non ha senso che i Thompson Twins facciano eccezione.
Così, su suggerimento del manager John Hade, la band viene ridimensionata a trio e la direzione musicale re-impostata. I rimanenti membri vengono licenziati, con una buonuscita di 500 sterline a ciascuno. Possono tenersi gli strumenti, ma devono firmare un accordo che stabilisce che non potranno mai più esibirsi con il nome del gruppo. Perché dall’aprile del 1982, in veste fresca, rinnovata e moderna, i Thompson Twins diventano tre e sono Tom Bailey, Alannah Currie e Joe Leeway.
Quick Step And Side Kick
Il terzo album della band britannica è quindi il primo scritto, prodotto e registrato in trio. Si chiama Quick Step And Side Kick, esce nel 1983 e segna subito il nuovo corso pop di successo del gruppo, i cui membri divengono presto anche icone new wave: incisivi anche a livello di immagine, con vestiti colorati e improbabili e capigliature moderne anni 80, i tre Thompson Twins divengono i volti perfetti della Second British Invasion, che in questi anni è al suo apice. Le band new wave inglesi sono molto in voga e decidono l’aspetto e il suono del nuovo pop.
Il disco lo prova subito con una collezione perfetta e accattivante di potenziali hit, “ripulite” (per così dire) dai graffi chitarristici post-punk dei primi album e impostate piuttosto su melodie orecchiabili, ritmi accattivanti, accenti dance e arrangiamenti che privilegiano i synth e forti bassi. I tre cantano insieme, e anche se il ruolo di Bailey come frontman è ormai ufficiale, quella che emerge dalle canzoni è sempre la forza di un trio: un trio di giovani entusiasti che si scoprono potenziali hitmaker.
E le canzoni ci sono: il gimmick orientaleggiante di “Lies”, la ritmata e atmosferica “If You Were Here”, il sound celebrativo di “Love On Your Side” e il pop altisonante e intenso di “Tears” regalano una new wave colorata, eclettica e ispirata ma anche ingenuamente entusiasta e disinvoltamente – il termine tanto temuto – “commerciale”. Punto alto è “Watching”, con una peculiare aura di mistero condita da un arrangiamento sophisti-pop sopraffino e quasi barocco; e la divertente “Love Lies Bleeding”, brano lussurioso alla Abc, è un ottimo singolo mancato.
Il trio d’oro
Nel 1983 per i Thompson Twins cambia tutto, e del resto fin dalla registrazione di Quick Step & Side Kick la loro intenzione è proprio quella. Per scriverlo si fanno infatti una bella lunga vacanza in Egitto e poi vanno a registrare a Nassau con il produttore Alex Sadkin, che si porta dietro come “bonus” Grace Jones – che compare come voce in “Watching”. Le influenze esotiche e forestiere si sentono bene nell’album, e gli conferiscono un carattere caldo – “estivo” – tipicamente anni 80.
Le critiche coeve sul terzo album non sono molto positive – si parla confusamente di “funk” inglese e una recensione definisce l’album “tanto interessante quanto la stazione dei bus di Wolverhampton alle due di mattina”. Ma il disco ha successo, i singoli finalmente vanno bene in classifica – più o meno – e i tre diventano celebrità nazionali e non solo, complici anche i loro video che iniziano a girare su Mtv e li rendono beniamini della nuova generazione, attenta alle novità videomusicali.
Del resto, il progetto è attentamente gestito perché i tre si occupano di tutti gli aspetti della loro attività musicale di prima mano: oltre a comporre le canzoni insieme, si dividono anche i compiti, laddove la Currie si occupa di solito dei testi e dell’appariscenza del trio – compresi non solo gli abiti, ma anche i video musicali; Leeway cura la presenza dal vivo e gli spettacoli; e Bailey gestisce la componente musicale, comprese melodie, arrangiamenti e produzione.
Stringimi ora, stringi il mio cuore
La fortuna continua ad arridere al trio quando nel 1983 vengono scelti per aprire le date americane del tour dei Police, ma il meglio deve ancora arrivare. E giunge alla fine dell’anno, quando a novembre viene pubblicato il nuovo singolo “Hold Me Now”. Ed è un instant-classic: rimane ancora oggi senza dubbio la più famosa canzone dei Thompson Twins, quella che probabilmente chiunque riconosce senza neppure rievocare il nome del gruppo. Tanto per dare un’idea, è la più ascoltata della band su Spotify con 115 milioni di stream – la seconda, con “soli” 12 milioni, è “Doctor! Doctor!”.
Secondo la leggenda l’idea per la canzone sorge da un litigio tra Tom e Alannah, e il pezzo viene poi scritto in solo mezz’ora. Come molte grandi hit, non viene progettata come tale: è una ballad dal carattere spensierato che inneggia all’amore – tematica ricorrente, in un senso anche molto “hippie”, nelle produzioni dei Twins di questo periodo – e alla comprensione reciproca, specie in una coppia. Ma la melodia è particolarmente indovinata, il coro nel refrain cattura senza scampo e il falsetto irresistibile di Bailey completa il tutto.
Il brano esemplifica il grande eclettismo dimostrato dai tre nella ricerca strumentale in questa fase: sentiamo una vasta varietà di tastiere, piano, conga, xilofono, percussioni e un giro di basso molto incisivo – come è standard in questo periodo per molte band new wave quali Duran Duran o Tears For Fears. Il pezzo suona fresco, musicale e divertente ed è un perfetto inno anni 80. Complice l’accattivante video, con i tre che cantano ballando con tutti i cliché della decade, il successo è garantito: “Hold Me Now” è una hit top 10 in diversi paesi tra cui Uk, Australia e Stati Uniti.
L’Ovest è l’Ovest, l’Est è l’Est
Segue l’album blockbuster Into The Gap, quello centrale nella “trilogia del trio”, registrato sempre a Nassau e pubblicato nel 1984. In copertina i tre compaiono in una vivida cornice blu con vari mappamondi che girano loro intorno – riferimento al commentario “politico” (si fa per dire) della title track, che su suoni new wave esotici vorrebbe riflettere sullo stato incandescente della Guerra Fredda, sostenendo che “non c’è giusto o sbagliato” e che “il gap” tra Oriente e Occidente andrebbe semplicemente colmato, o eliminato.
Chiaro: i Thompson Twins non sono gli U2 e la politica non è il loro forte. Ecco perché, anche se la title track è certo coinvolgente, i momenti migliori rimangono sempre quelli che raccontano d’amore e di relazioni: la intensa e passionale “Doctor! Doctor!”, la fantasia alla Culture Club di “You Take Me Up”, il pop-rock sentimentale di “Sister Of Mercy” l’epica ballad – quasi prog – di “Storm On The Sea” ne sono chiari esempi.
Anche questo album convince poco la critica, ma conquista le classifiche, arrivando anche a un dignitoso numero 22 in Italia e al primo posto in Gran Bretagna. Nel 1984 i tre partono per un tour mondiale per consolidare il successo, che a questo punto è ormai acclarato. Non sono in pochi a considerarli una band “sciocca”, fautrice di suoni frivoli e di testi disimpegnati, fatta per essere ascoltata da giovani modaioli dalla testa vuota. Ma questo non nega loro un posto tra le formazioni rock/new wave più popolari alla metà del decennio.
Il successo mondiale
Il terreno per l’album successivo viene preparato con un nuovo singolo, “Lay Your Hands On Me”, in linea con il suono della band di questo periodo: un inno d’amore celebrativo con refrain enfatico e suoni new wave plastici, perfetto per le classifiche. I tre sono pronti a registrare un nuovo album, stavolta a Parigi, da soli, separandosi dal produttore Alex Sadkin, con Bailey pronto a prenderne il posto. Ma qualcosa va storto: nel marzo del 1985 Bailey collassa nella sua stanza d’albergo. La causa: esaurimento nervoso.
Il singolo successivo, “Roll Over”, viene ritirato dal mercato e la band è costretta a prendersi una pausa, che porta al ripensamento della sua attività e della natura del nuovo album. Segue un cambio di piani: per produrre il disco nuovo viene chiamato nientemeno che Nile Rodgers, chitarrista e leader leggendario degli Chic, fortuitamente incontrato a New York durante i mesi di break. Uno sposalizio imprevisto ma felice, che dà presto i suoi frutti.
La collaborazione viene siglata da una doppia apparizione dei Twins assieme a Rodgers al celebre Live Aid, il 13 luglio 1985, al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia. Di pomeriggio supportano Madonna, nientemeno, cantando “Love Makes The World Go Round”; di sera è lei ad apparire con loro in una versione cover di “Revolution” dei Beatles, che sarà poi registrata in studio nel nuovo album. Una anticipazione di un “ritorno alle chitarre”, o che perlomeno viene pubblicizzato come tale. Ma, complice la presenza di Rodgers, le chitarre nelle nuove canzoni saranno poco rock e molto… funky.
Per i giorni futuri
A questo punto Tom Bailey si considera praticamente una sorta di John Lennon e l’inserimento di una canzone del medesimo nel nuovo album non pare casuale. Ma anche se Here’s To Future Days, pubblicato a settembre 1985, comunica un certo senso di importanza, non c’è da farsi ingannare: ancora una volta il disco è lungi dal darsi a proclami politici seri, lasciando invece più spazio per quella retorica “dell’amore” per tutti che fu in effetti di Lennon e dei Beatles, ma che qui come sempre è accompagnata da toni euforici e suoni new wave.
La title track si configura quindi come un inno alla pace universale molto ritmato, con largo spazio per le percussioni e un refrain che sa di inno da stadio. Il funk-rock di “Don’t Mess With Doctor Dream” è una canzone “contro” le droghe, mentre “King For A Day” è un pop rock con influenze Motown che parla – in toni critici, chiaramente – di ricchezza, potere e denaro. E in “Emperor’s Clothes (Part 1)”, riferimento alla famosa fiaba di Andersen, si discetta di vanità e della inutilità di esprimere desideri esagerati. Un messaggio peculiare per la metà degli anni 80.
A spiccare nel disco, oltre al già citato roboante singolo apripista “Lay Your Hands On Me”, sono il divertente funky danzereccio di “Love Is The Law”, il cui messaggio è chiaro già dal titolo, e l’intensa parabola di “You Killed The Clown”, con sax e dense atmosfere smooth a far da sfondo alla storia di una ragazza allegra e piena di vita – una “clown” – che viene “uccisa”. Alcune canzoni sembrano legate tra loro in modo molto sciolto – in quest’ultima un verso recita: “I watch you try, try to make that girl cry/ So you could be king for just one day” – segno che forse in un primo momento si era pensato a un concept con personaggi e situazioni correlate. Non è ciò che appare nel prodotto finito, e forse è meglio così.
Joe Leeway abbandona
Nonostante l’apporto sapiente di Nile Rodgers e di Steve Stevens, il chitarrista di Billy Idol, Here’s To Future Days suona più ambizioso che coerente e i suoni, nonostante la promessa di un “ritorno alle chitarre”, sono più o meno sempre gli stessi. L’album ottiene sempre un buon successo, ma minore del precedente – arrivando però al numero 5 in Uk e al numero 20 in Italia – e anche i singoli convincono meno, fallendo spesso l'ingresso nella top 10. Inoltre due tour inglesi si devono cancellare – il primo, che avrebbe previsto anche un'esibizione a Glastonbury, a causa di problemi di salute di Bailey – anche se il resto delle date mondiali vanno bene.
Ma il declino, inaspettato eppure dietro l’angolo, arriva per la band nel 1986 quando improvvisamente Joe Leeway decide di lasciare il trio. In una intervista per Classic Pop Magazine del 2025 ha spiegato: “Con i Thompson Twins era come lavorare con gli amici. Ma quando ero con altri musicisti non andava bene, quindi mi sono ri-educato e sono tornato nel mondo vero, dove poi la vita per me ha funzionato”. Dopo aver brevemente provato a registrare da solista – senza mai finire un album – ed essere apparso nel film del 1989 “Slaves Of New York”, Leeway si è dato negli anni successivi a svariati lavori nel settore dello spettacolo prima di finire a fare l’ipnoterapista a Los Angeles.
Rimasti da soli, Tom Bailey e Alannah Currie si prendono un periodo di pausa nel 1986, andando però incontro a due traumi personali: la perdita del loro figlio nascituro, a causa di un aborto spontaneo, e la morte della madre di Alannah, nello stesso anno. Profondamente segnati da queste esperienze traumatiche, si ritirano in una casa in Irlanda e per il gruppo sembra giunta la fine. Ma proprio per via dell’intensità del dolore sorto da questi eventi, come spesso avviene nell’arte e soprattutto in musica, ritrovano l’ispirazione e iniziano a scrivere nuove canzoni per quello che diventerà il loro primo album in duo: Close To The Bone.
La fase in duo
Con il 1987 e con il sesto album, arriva una svolta che spinge con decisione verso l’arena rock, lasciando indietro o comunque sullo sfondo le percussioni e le tastiere e portando in primo piano – stavolta sì – le chitarre in una direzione decisamente più rock che si avverte bene in nuove canzoni come “Follow Your Heart”, “Savage Moon” e “Get That Love”. I brani nuovi raccontano sempre di amore e attrazione, ma con un accento meno ingenuo e più maturo, meno “adolescenziale” per così dire – nel 1987 sia Bailey che la Currie sono ormai arrivati alla trentina.
Lo spirito new wave dei Twins sopravvive in un paio di canzoni come “Stillwater”- la migliore dell’album – e “Gold Fever”, altro brano di “protesta” contro l’avidità e i risvolti deteriori del capitalismo – nell’anno dell’uscita di “Wall Street” di Oliver Stone il tema è del resto rampante. In generale, i pezzi sono molto meno “colorati”, più fondati sull’espressione sentimentale delle tematiche e meno sugli arrangiamenti – dai quali, comunque, si sentono mancare la mano e il tocco di Leeway.
L’album è più “vicino all’osso” perché sulla carta vorrebbe avvicinarsi a un’idea più diretta ed essenziale di quello che i due vorrebbero fare a questo punto, senza “fronzoli”, diciamo. Ma è la strada sbagliata, perché quando viene intrapresa, si scoprono gli altarini: ossia, risulta chiaro che i Twins hanno sempre funzionato soprattutto come band pop, mentre le incarnazioni post-punk e rock'n'roll del gruppo non hanno convinto e non convincono ancora né critica né pubblico. L’album è infatti un fallimento in classifica – posizione n. 90 in Uk – e il tour che lo promuove sarà per la band anche l’ultimo.
La rinascita
Con l’album successivo, Big Trash, le cose vanno diversamente: il duo si lancia in una fase di rinascita e lo fa siglando con Warner Bros., che promette loro una vagonata di soldi e gli lascia carta bianca. Il nuovo lavoro quindi riporta i Twins ai suoni di metà anni 80, certo sempre con un accento arena rock, ma recuperando tastiere e synth e soprattutto la gioia e la voglia di fare musica celebrativa. Dopo la tragedia dell’aborto, infatti, nel 1988 finalmente Tom e Alannah hanno il loro primo bimbo insieme, e con la felice nascita la coppia si riprende e ritrova la strada. Lo si intuisce già dal numero di apertura, “Sugar Daddy”, un pezzo coloratissimo e scanzonato.
La tracklist di questo disco scorre decisa e fluida: il puro rock'n'roll di “Queen Of The U.S.A.”, un brano quasi glam metal (quasi) si accompagna al brano di protesta “Bombers In The Sky”, episodio heartland contro la guerra che richiama molto gli U2 e i Simple Minds dello stesso periodo. “This Girl’s On Fire” è una coinvolgente new wave chitarristica che riporta indietro all’era del trio, e lo stesso vale per “T.V. On”, che riaccoglie i synth e l’attenzione alla ritmica, narrando di modernità e di come reagire alla onnipresenza dei media, invitando a “farlo con la televisione accesa”.
Nota a parte merita il funk atmosferico di “Dirty Summer’s Day”, forse una delle canzoni più sottovalutate del loro intero catalogo – ancora, il confronto va fatto con i Simple Minds. L’album accoglie di nuovo il leggendario produttore Steve Lilywhite, che lavora a due tracce, e Debbie Harry in una speciale comparsata molto anni 80 – una telefonata, registrata direttamente da Bailey da oltre l’Atlantico.
Con questo settimo album i due perdono definitivamente il favore del pubblico e delle classifiche, ma apparentemente non gli importa più nulla e si sente: la musica è fatta da loro e per loro, e forse proprio per questo suona così spontanea e goliardica, un grande atto di liberazione.
L’ultimo album
Al cambio di decennio, i Thompson Twins cominciano ad approcciarsi a sonorità nuove, attenti alla ribollente scena rave e alle produzioni coeve di nuovi gruppi come Stone Roses e Primal Scream. Influenze che si sentono chiaramente in quello che sarà l’ultimo album del duo: Queer, un titolo che – spiega Bailey - non fa riferimento alla comunità LGBTQI+ ma viene adottato per esprimere un senso più generale di “libertà”: “È un termine politico, una parola che la gente usa per identificare qualcuno che non è normale. Io sto cercando di dire che è una parola che riguarda la libertà”.
Prima dell’uscita del disco – nell’anno d’oro 1991 – Bailey lavora con il tecnico Keith Fernley a vari esperimenti dance elettronici sotto il nome di Feedback Max. Questi prodotti, distribuiti ai dj londinesi con etichetta bianca, ottengono un ottimo successo underground non rispecchiato, però, dalla performance dell’album al momento della sua uscita. Il primo singolo, “Come Inside”, è Stone Roses allo stato puro e parla proprio di quel che si potrebbe supporre, ma non convince il pubblico. Molto meglio la scanzonata “Funky Valentine” e il pop elettronico celebrativo di “Groove On”.
La ritmica in questo disco pende decisamente verso le drum machine con varie decorazioni etniche, mentre la dimensione dance prende decisamente il sopravvento su quella “rock” – che qui è sempre più che altro funk. Ma vengono esplorati anche altri territori: il dub paludoso della title track, nella quale Alannah Currie si lancia in un cantato rap molto contemporaneo, o le influenze madchester – gli Happy Mondays – in “The Invisible Man”. E mentre “Wind It Up” è forse l’ultima loro canzone nel “vecchio” stile Twins, il gran finale, “The Saint”, sposa apertamente la techno e preannuncia l’esplorazione di territori mai battuti. Un disco che oggi andrebbe rivalutato, se non come canto del cigno – non lo è – sicuramente come un commiato originale.
L’ultima avventura: i Babble
L’ultimo album, per quanto interessante, vende poco e convince meno e, mentre il mondo della musica inizia ad accogliere i nuovi fenomeni britpop come Suede e Blur, diventa presto chiaro come non solo l’era dei Twins ma anche quella della new wave sia definitivamente tramontata. Gli anni 80 sono finiti, il sogno è passato ed è il momento di guardare avanti. Tom e Alannah lo fanno ripartendo proprio dagli esperimenti elettronici con Keith Fernley, di fatto aggiunto a questo punto come terzo membro di un gruppo che però cambia nome.
I Babble non sono i Twins, anche se chiaramente qualche reminiscenza melodica e qualche colore familiare qua e là si ritrovano. Il progetto verte decisamente verso un suono dub/trip-hop con influenze ambient e psichedeliche e un carattere “chill”, poco esagitato e molto riflessivo. Con questo nuovo progetto i tre pubblicano due album: The Stone (1994) ed Ether (1996), che si rivelano colmi di suoni interessanti ma inevitabilmente faticano a trovare un pubblico.
Tom e Alannah abbandonano il progetto, dedicandosi a una miriade di altre attività tra produzioni per altri artisti, arte visiva e attivismo. I due divorziano nel 2003, cessando di fatto la partnership che ha fatto la storia della band, e solo Bailey continuerà a portare quelle canzoni dal vivo, da solista – il suo unico album con il proprio nome, Science Fiction, è uscito nel 2018 – e spesso nell’ambito di vari tour 80s revival, per esempio nel 2018 assieme a The B-52's e Culture Club. Ma i Thompson Twins da allora non si sono più riuniti, neanche per un solo concerto. Il resto è storia.
Conclusione
In una intervista del 2025 – la stessa citata sopra – Alannah Currie riflette: “Eravamo completamente chi eravamo: tre disadattati e strambi totali. In qualche modo, ha funzionato”. E Joe Leeway aggiunge: “Eravamo una combinazione perfetta. Un nero, due bianchi, con capelli rossi, gialli e neri. Potevamo parlare a diverse culture”. Un tipo di formazione e di proposta musicale che, a ripensarci, è raro trovare persino oggi. Una riprova, l’ennesima, di come quell’epoca fantasiosa e imprevedibile nasconda ancora realtà davvero uniche da riscoprire e rivalutare.
| THOMPSON TWINS | ||
| A Product Of... (Participation) (1981) |
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| Set (1982) |
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| Quick Step & Side Kick (1983) |
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| Into The Gap (1984) |
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| Here's To Future Days (1985) |
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| Close to the Bone (1987) |
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| Big Trash (1989) |
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| Queer (1991) |
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| BABBLE | ||
| The Stone (1994) |
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| Ether (1996) |
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| TOM BAILEY | ||
| Science Fiction (2018) |
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