Tutto questo accadeva una decina di anni fa, più o meno, non molto prima che il ragazzo ascendesse in tempi record al rango di golden boy per una scena musicale che, a ben vedere, nemmeno era tale. Per la critica, disorientata dalla prematura scomparsa di una potenziale leggenda come Jay Reatard, non poteva che incarnare l'ideale rimpiazzo, nella frenesia di un apparentamento del quale il Nostro si sarebbe detto poi lusingato, ma tutt'altro che convinto. A dirla tutta i punti di contatto ci sono, e nemmeno pochi. Una certa affinità fisica, per cominciare, tra lunghe chiome bionde e disordinate e quell'aspetto paffutello, da puttini ormai cresciuti e prestati al circo rock alternativo. Quindi una personalità esuberante, incline alle guasconate, un'irriverenza non dettata da scaltri tornaconti ed espressa soprattutto nelle trascinanti esibizioni dal vivo, live dai pirotecnici connotati che hanno contribuito a consolidarne il mito ben più delle semplici prove di studio. Ma anche un indubbio talento nello scrivere canzoni, affiancato da una prolificità a dir poco ragguardevole, gli esordi in gruppi sgangherati, l'exploit come one-man band, una carriera solista sempre più apprezzata, la gavetta spesa tra Goner e In The Red prima dell'approdo a una label indipendente ma di assoluto pregio. E poi quell'insofferenza a una forma espressiva fatta, l'esigenza di non stare mai fermi e di esplorare, compulsivamente, territori musicali magari comunicanti ma pur sempre diversi, dal garage pulcioso e in bassa fedeltà al proto-punk rivisitato, dalla caricatura hard-rock al glam, dalla psichedelia al power-pop per non dimenticare surf e bubblegum, rimasticando senza posa il passato per ripresentarlo in una veste comunque originale senza fermarsi ai pur mirabili duplicati anastatici di tanti altri colleghi.
Per disobbligarsi, Ty si è cucito addosso la maglia a punti del Tour degli straordinari. Prima è entrato in collisione creativa con l'hipster losangelino celato dal moniker White Fence, quindi ha sconfessato assieme alla band i propri più solidi cliché spostando con prepotenza la barra sui settanta, per poi concludere un trittico di fuoco con la proverbiale aurea medietas di oraziana memoria. Dalle atmosfere retrò floreali e dal jangle psichedelico di Hair al Leviatano prog-glam-space-hard-psych-rock di Slaughterhouse al mitigante rinculo espressivo di Twins, il tutto nei cinque mesi e spiccioli della sua annata migliore.
Condivisa nei panni del frontman e principale chitarrista assieme a Charles Moothart al basso e Mikal Cronin al sax, oltre al tastierista Michael Anderson e al batterista Roland Cosio, l'avventura Epsilons è apparecchiata nel 2006 da un Ty nemmeno ventenne nel solco di un garage-punk a dir poco convulso, affilato come un rasoio e generosamente incline alle escoriazioni. Un'operina eponima godibile, pestona e regolarmente infiammata, una discreta festa del riverbero per il quintetto, imbastita peraltro con una consapevolezza che nelle prime opere soliste l'acerbo californiano ancora non sarà in grado di mostrare. A registrarla è Mike McHugh, che ospita i ragazzi nel suo studio di Costa Mesa, The Distillery, e garantisce loro un accordo con la Retard Disco. Se il contributo dei sodali emerge in tutta la sua evidenza, a fare davvero la differenza è però l'impressionante verve del giovanissimo capobanda, con una voce che da subito svela corrispondenze significative con quella di Jack White ("Red Hat", "I Don't Know"). Frenesia, follia e cattiveria, esercitate sempre a degni livelli, rafforzano le credenziali di un gruppo che, bava alla bocca, trova il proprio apogeo nell'assalto frontale di "Fever To Kill".
Epsilons è insomma un primo passo discografico davvero promettente per il rocker di Laguna Beach, un'esperienza che convince anche quando la formazione sceglie di alleggerire i calibri seppur di poco (senza peraltro ammorbidirsi mai granché). Impatto e tenuta si confermano infatti devastanti fino alla fine e le idee restano chiarissime. I cinque confezionano così un esordio autenticamente killer, micidiale per compattezza sonica e fervore anche quando si conceda occasionali puntate fuori dal seminato (tra psychobilly, cowpunk e una chiusa eponima ferocemente visionaria).
Torvi, ottusi, scazzati. Così suonano gli Epsilons al prematuro crepuscolo della loro fugace avventura discografica, una gioiosa, devastante armata di cinque ventenni, brutale nelle sue sortite pestone e ossessive ("9 to 5", "My Momma Said"), nonché un capitolo del romanzo segalliano in sé compiuto e quindi privo della necessità di seguiti che ne avrebbero, con ogni probabilità, smorzato la virulenza (illuminante il singolo "Teeny Boppers"). Con la parentesi praticamente chiusa, è un colpo di fortuna quello che si presenta a Ty una sera che i compagni non possono prendere parte a un concerto già programmato. Grazie a un'intuizione formidabile, il giovane si reinventa one-man band, non limitando il suo show a un voce e chitarra ma suonando anche la grancassa con i piedi, alla maniera di Mark Sultan o Bob Log III. La svolta è questione di pochi accorgimenti pratici, visto che il coraggio non manca.
L'esordio solista di Ty è pieno di ciarpame dal sapore piacevolmente amatoriale: confezione poverissima, impronta domestica, indole slacker e intonazione sullo sguaiato andante. L'impostazione è ancora orientata a un garage revival abbastanza scolastico, didascalico nella scrittura e non così brutale a livello di interpretazione, per quanto qua e là, specie sul piano vocale, il Nostro lasci intravedere un certo bernoccolo da primitivista in erba. È un power-pop alquanto ordinato e guizzante (con tanto di farfisa) il suo, occasionalmente dato alle fiamme o gettato in pasto al rumore più atroce. Un lavoro divertente e trottante pur senza lampi veri, con giusto qualche gradevole folgorazione ("The Drag", ripresa e migliorata in seguito nell'album eponimo). Il ragazzo appare ad ogni modo ancora troppo controllato, non eccede in derive virtuosistiche da smargiasso né in storpiature acide e la sua prova si smorza sempre un po' troppo, limitata da una regolarità ritmica che annulla in partenza strappi, discontinuità e increspature. Così alla lunga ci si annoia anche un po', la Stratocaster bianca suona inesorabilmente con la museruola o relegata in secondo piano, mentre il ventenne Segall sembra ancora indeciso tra cliché à-la Sonics e scopiazzature senza troppo mordente dai White Stripes ("So Alone").
In The Traditional Fools l'indirizzo espressivo si attesta sulla norma di un ciondolante garage-revival, a tratti atroce, a tratti più seraficamente svaccato e orientato al blues ("Layback!!!") o al power-pop ("Party At My House", adrenalinica e schizoide). Il sound è robusto, ultrasaturo, schiantato da un rumore a tutto campo. Ancora una miscela abrasiva, urticante e micidiale che diverte e non poco, con chitarre allo stato terminale - quella di Ty è una bianca linea elettrica che invade ogni spazio e rende riconoscibile quasi esclusivamente il basso di Andrew - urla bestiali e una noncuranza tecnica eletta a sistema.
Apprezzabili o meno, tutti i lavori realizzati fino a questo punto dall'operoso artista californiano non hanno modo di offrirgli l'agognata fuga dall'anonimato. Per lui la fortuna si è comunque già messa in moto, e la svolta si concretizza quando a uno degli ultimi concerti cittadini degli Epsilons presenzia John Dwyer, già frontman di una miriade di ferocissime compagini locali nonché figura-chiave per il circuito underground della Bay Area. L'intesa tra i due è immediata, e non occorre che qualche birra scolata insieme al bancone perché si tramuti in una vera e propria amicizia. Dwyer non esita a offrire a Ty l'opportunità di un lancio con l'etichetta che ha da poco fondato, così un secondo esordio solista di Segall vede presto la luce con più consona visibilità, titolo numero due del catalogo Castle Face dopo "Sucks Blood" dei Thee Oh Sees.
La grana sovraesposta satura ogni spazio bianco, mentre Ty si gingilla con le sue cantilene e lascia spurgare una chitarra twangy dalle rimarchevoli deleghe revivaliste. È un sound nuovo, irriguardoso, ma assai meno approssimativo di quel che vorrebbe lasciare intendere. Feroce ma impassibile, il giovane apostolo californiano mescola con astuzia le carte tra surf, punk e power-pop, esasperando in chiave acida qualsiasi strofa o ritornello e, sostanzialmente, centrando il bersaglio. In "You're Not Me" il tono è ludico, goliardico, incline a gustose derive infantili, come già per lo spirito affine Dwyer. Così il risultato arriva a suonare come una dondolante storpiatura del verbo grunge, una colonna sonora da sciroccati, in apparenza sbrindellata ma a conti fatti irresistibile nelle sue puntate più grottesche, Fab Four esacerbati del gioiellino "Dating" in testa.
La martellante "Schwag" vale come buona introduzione al nuovo corso, ma è la quasi omonima "Swag", brano-chiave di questa raccolta, a replicare la formula dell'esordio solista pure con una marcia in più, uno sprint in chiave pop che si rivela abbastanza irresistibile, strizza l'occhio al surf e si candida a diventare il manifesto di un'estetica, di quel che Ty farà d'ora innanzi. Per la prima volta un suo disco orchestra un abile compromesso tra furore ultrariverberato e alleggerimento canzonettaro, in quadretti ancora tirati su con pochissimo ma sufficientemente emblematici di un cambio di passo espressivo.
Pian piano il songwriting tende a normalizzarsi, i minutaggi aumentano e inizia a prevalere una miscela di garage autistico e noise-pop, claudicante e deformato, con sottili quanto ludiche incursioni nel folk o nel blues. Certo, come chiarisce "Standing At The Station", la propensione al revival non viene sconfessata e Ty si diletta nei panni del primitivista, del monello passatista, con buon impeto ma anche una buona dose di disciplina in più rispetto alle precedenti fatiche, alla maniera di un John Dwyer solo un briciolo meno selvatico (tra echi a nastro e urletti guizzanti).
Un 2009 ricchissimo di soddisfazioni per il garage-rocker di Laguna Beach si chiude a dicembre con la pubblicazione su Kill Shaman di Reverse Shark Attack. Introdotto sei mesi prima dallo spumeggiante singolo "Pop Song", il primo album in collaborazione con l'amico Mikal Cronin al di fuori degli Epsilons e dei Party Fowl può suonare un lavoro estremista, letto retrospettivamente, e in parte lo è. Punk cialtrone, deformazioni grottesche, slabbrate acide, rigogliosa indole sfarfallante e una naïveté da battaglia. Sul piano squisitamente rumorista, l'efferato Ty delle prime produzioni casalinghe o dei Traditional Fools ha comunque fatto di peggio e, anche in quanto a bassa fedeltà, le nefandezze del biennio precedente non vengono neanche lontanamente bissate. L'indirizzo stilistico è un garage lo-fi particolarmente sicuro del fatto suo e delle proprie felici intuizioni pop ("High School"), sporcate sistematicamente o accelerate in chiave schizoide ("Ramona") con indubbio profitto. Un disco ultracarico e nel contempo marcio al punto giusto, quindi, mordace ma divertente, che dell'esperienza condivisa viene in un certo senso a rappresentare una sorta di cruciale snodo espressivo: un nuovo punto di partenza per Ty, un'ipotesi che sa di estemporaneo divertissement per Mikal, non replicata nei futuri lavori più propriamente power-pop, ancora suonati con Segall ma intestati a lui in esclusiva.
Mentre la sua attività live non conosce soste e viene celebrata sempre più come un fenomeno imperdibile, non solo dagli appassionati di più stretta osservanza in ambito garage, Ty ha già pronto un nuovo album che pubblica ancora per Goner, a qualche mese appena dal più diretto predecessore. Che con Melted intenda fare sul serio, lo chiarisce la presenza di un paio di aiutanti titolati in cabina di regia, l'ex-compagno Mike Donovan e quell'Eric "King Riff" Bauer che diventerà il suo più assiduo collaboratore per la parte tecnica. La batterista Emily Rose Epstein comincia a ritagliarsi un ruolo considerevole nella band che lo accompagna, ma ospitate significative sono anche quella dello stesso Donovan, dell'altro Sic Alps Tim Hellman, di un John Dwyer flautista e degli occasionali batteristi Moothart e Jigmae Baer.
La "pancetta" del disco smorza volutamente la brillantezza di questo nuovo corso, ma lo fa a fin di bene e solo per una breve pausa: la title track è forse, a ricordo e omaggio dei pur recenti trascorsi, l'episodio più insudiciato a spregio da echi e riverberi, per quanto rappresenti a ben vedere anche una valvola di sfogo evidentemente irrinunciabile; alla stessa maniera, "Mike D's Coke" è poco più che una miserabile filastrocca, uno sgorbio sfarfallante e in modestissima fedeltà per assolvere ai propri bassi istinti di sabotatore sonico.
Rallentato fino all'inimmaginabile, almeno se si pensa a qualche tempo prima, e con una resa tecnica praticamente linda per i suoi standard, è il naturale approdo di un percorso di riforma avviato con gli immediati predecessori, nella direzione di una comfort-zone a base di ballate appena appena sdrucite, una generale limpidezza sonora e un'interpretazione più che disciplinata. Movimenta un po' le acque giusto con "California Commercial", per quanto gli estremi garage-punk del passato restino solo un pallido ricordo. La norma su cui si attesta la sua musica è un power-pop impastato e catatonico, che ha sfrondato con decisione tutti i garbugli rumoristi e limita la propria ricreazione virtuosista a qualche estemporaneo assolo elettrico di buon impatto. "You Make The Sun Fry" è una delle sue canzoni più formidabili, un brano da crepuscolo incendiato, arricchito da uno dei migliori hook del repertorio e da una posa amabilmente rovinata che ben si intona con l'animo indolente e la placida insofferenza del disco.
Cresciuto sensibilmente come autore, il californiano è abile a fare fuoco con pochissima legna, nel caso di "I Am With You" un ridotto formulario di cliché romantici rigorosamente all'aceto e una pregevole predisposizione al cambio di passo, all'increspatura e alla discontinuità un po' schizoide, con tanto di finale decadente e incendiato à-la George Harrison.
"Where We Go" lancia la collezione nel solco di un garage sgangherato e pezzente dalle felici stilizzazioni pop, prima della svolta verso il surf e il power-pop di una "Sweets" ancora basica in quanto a songwriting, ma contagiosa nella sua festante brutalità easy-listening à-la Mark Sultan. Come chiarisce poi "It", tutta un riverbero, protagonista un'elettrica ulceratissima e arrembante, il tenore delle registrazioni resta piacevolmente miserabile e le medesime coordinate - su tutte un claudicante chitarrismo, la grana immancabilmente sovraesposta e l'interpretazione sopra le righe - sono ribadite anche altrove, da "Son Of Sam" (dei punk newyorkesi Chain Gang l'originale anni Settanta) in giù, rivelando un'uniformità stilistica che lascia ammirati.
Il 2012 di Ty si apre all'insegna di un'inedita (quanto indovinata) collaborazione, con l'alfiere losangelino del sixties-revival in bassissima fedeltà, Tim Presley aka White Fence. Ancora prodotto da King Riff, Hair esce sempre per Drag City ad aprile. Si tratta finalmente di un'escursione dai decisi connotati psichedelici, per orientare la quale il barrettiano White Fence si rivela decisivo, andando ben al di là del semplice ruolo di "compagno di viaggio".
"Crybaby" aggiunge sul piatto un pizzico di festante follia per i due ragazzi (anzi tre in questo caso, visto che basso e pianoforte sono suonati proprio da Cronin) che si inzaccherano con foga in una sudicia pozza lo-fi di ritorno, senza peraltro intaccare la qualità di un'operazione amabilmente collaterale e fuori dagli schemi per via di quel bel clima di ricreazione isterica. "(I Can't Get) Around You" offre per converso un arrangiamento più elegante, improntato al modernariato, grazie all'harpsichord elettrificato e a superbe chitarre, ma - tra grana luminosissima (e inevitabilmente sovraesposta) e spirito naif quanto mai battagliero - non suona meno acida o scapestrata del resto della raccolta.
"Death" spalanca il maelstrom nerissimo di questo informe moloch, affollato di canaloni heavy, muraglie di granito e latrati al veleno ed esacerbato da una torrenziale enfasi hard-psych-rock anni Settanta, mentre "I Bought My Eyes" ne sublima la formula grazie a un trionfalismo iperaccelerato. Non occorrono che pochi minuti per apprezzare una delle produzioni più mirabili di Segall, satura di sonorità acide, di increspature elettriche e pedaliere gorgoglianti, ma anche limpida come di rado è capitato di incontrarne nei lavori da lui firmati.
Con quest'ultima fatica, la parola "sdoganamento" dovrebbe aver trovato cittadinanza sulla pagina Wikipedia del ragazzo di Laguna Beach, arrivato a spegnere venticinque candeline sulla sua torta. Nel loro standard i nuovi episodi - nuovamente prodotti da Eric Bauer, ospiti Moothart alla batteria e Brigid Dawson ai cori - si propongono ora come la versione accelerata degli hook pazzeschi di Melted e Goodbye Bread, ora come modalità "bambini accompagnati" di quella stessa fantasmagoria pop drogata che nel recente disco con il gruppo vampirizzava senza remore Black Sabbath, Hawkwind, T. Rex e Stooges, affogandoli poi crudele in una bagna di feedback roventi.
La sua adorabile e canagliesca weirdness si esprime al meglio nella chiassosa miscela di modernariato sixties, garage-blues da eterno dropout e pitoccheria assortita di marca Woodsist (o Burger, per restare sul personaggio): nell'insieme, una patente da navigato modaiolo abilmente contraffatta, l'arte del futile, del pestone e dello sciroccato, assimilata quando ancora andava a bottega dal frontman dei Thee Oh Sees e dormiva in quel furgone malmesso appena arrivato dal sud. I suoi sogni di adolescente, sembra raccontare Twins, si sono avverati in un altrove meno artefatto, ma anche così ogni prospettiva futura pare preclusa. Non c'è alcun domani, canta lui quando è tempo di congedarsi. Restano invece le schegge taglienti del surf-rock per cuori a grinze. Restano i cocci infranti di una endless summer californiana che ha perso ogni propensione alla magia e tende piuttosto al blando torpore da acidi, all'apatia sfarfallante di una vecchia pellicola sacra ormai irrimediabilmente guasta.
Dieci mesi abbondanti di inattività discografica. Per qualsiasi artista li si potrebbe considerare una pura inezia, un bel respiro tirato giusto per riprendere fiato. Trattandosi di Ty Segall, però, è evidente che la notizia abbia la stessa rilevanza dell'uomo che morde il cane. Quello trascorso tra l'autunno del 2012 e la canicola del Ferragosto seguente è per il cantante californiano un anno di sentimenti contrastanti: da un lato il successo crescente, i riflettori puntati grazie a lui su una scena che, forse, è esistita sempre e solo sulla carta, quindi il trasferimento da San Francisco a Los Angeles per svagarsi e dedicarsi al surf con maggior continuità; a pesare come un macigno sull'altro piatto della bilancia la morte del padre adottivo, con cui il ragazzo aveva da sempre un rapporto speciale, e la conseguente chiusura di ogni contatto nei confronti della madre. Inevitabile di conseguenza il dedicarsi con minor costanza alla scrittura di nuove canzoni, e comprensibile la difficoltà stessa nell'approccio alle proprie passioni.
I dieci episodi dell'album rivelano anche a un ascolto superficiale una coesione che nelle sue opere precedenti non si era mai riscontrata. L'impronta è quella di un folksinger di taglio classicista, dall'incedere flemmatico ma sicuro, voce affilata e sofferta, songwriting lineare, limpido e di discreta efficacia. Caratteristiche, queste ultime, congeniali a un artista orientato a osare qualcosa in meno del consueto, e tuttavia più esposte al rischio della monotonia. La sostanziale dimestichezza con cui si muove anche nei ristretti confini di un genere ben poco avvezzo alle facili attrattive ha però per Ty il valore di una patente o di una specie di pilota automatico, dal quale sganciarsi tuttavia - di tanto in tanto, almeno - per non negarsi il piacere di qualche azzardo in più.
Pollice in su, allora, quando fa capolino l'ombra del Lennon di metà anni Settanta ("She Don't Care"), e non è certo un mistero che si tratti di uno dei massimi riferimenti per il giovane californiano: originalità ridotta ma risultato confortante, merito anche della viola di Kristen Dylan Edrich (dei concittadini Mallard), unico ospite dell'album. A vivacizzare la media "sonnacchiosa" dei brani di questa raccolta provvede anche la parentesi sghemba ed elusiva di "6th Street" che, tra l'essenzialità cruda del Beck di "One Foot In The Grave" e improvvise aperture luminose da un passato ormai mitico, riavvicina in maniera significativa il bozzettismo revivalista dell'amico ed ex-sodale White Fence, anche se qui la weirdness pare decisamente più contenuta, meno galoppante. Non manca il diversivo in bassa fedeltà ("Queen Lullabye") che, al di là del comodo (e un po' trito) artificio, si ricorda più che altro per il tono tra l'estatico e il soporifero che nella sua fragilità nemmeno dispiace.
Del tutto inatteso, il successore di Sleeper segna in realtà un evidente ritorno al recente passato. Fuori per Sea Note nell'ottobre del 2013, ancora a cura dell'immancabile Bauer, Gemini non è altro che la riproposizione per intero di Twins (eccezion fatta per "Love Fuzz", assente per ragioni facilmente comprensibili) nella versione embrionale dei demo in acustico. Rispetto all'esuberanza dei feedback nei brani già noti, queste varianti finiscono inevitabilmente per pagare qualcosa per quanto episodi come "Thanks God For Sinners", in una foggia elettrica solo in parte depotenziata e ripulita dall'originale selva di riverberi, riescano comunque più che apprezzabili. Si registra una spogliazione, una messa a nudo che mira al cuore della sua musica, sfrondata degli orpelli più impattanti e del maquillage post-produttivo, per privilegiare la voce e il sobrio arrangiamento, ma che a conti fatti non riesce a legittimare un interesse più che da completisti per un'operazione marginale e tutt'altro che indispensabile.
Siamo sempre a ottobre del 2013 e tutto su Ty Segall è già stato detto. Recensirlo sembra essere diventata la più futile tra tutte le attività marginali che un modesto cronista possa accollarsi. Un po' come lasciare quel mozzicone di trama sempre identica sulle paginette usa e getta del settimanale con i programmi televisivi, nell'apprezzata rubrica delle soap. È evidente che occorra il riassunto delle puntate precedenti, ma per una volta faremo bene a stringere il più possibile: straziata dalla morte del padre, la grande speranza del garage statunitense non è riuscita a prendere in mano una chitarra e a scrivere musica per diversi mesi; l'uscita dal tunnel è stata possibile grazie all'esperienza terapeutica di un anomalo disco in solitaria, quasi completamente acustico; per una piena guarigione, il rocker di Laguna Beach ha dovuto però dedicarsi all'ennesimo nuovo progetto collaterale, i Fuzz, fondamentale per ritrovare dentro di sé la gioia pura del rumore. Compagine inedita questa - si diceva - ma solo nominalmente, visto che la squadriglia di stanza a San Francisco è di fatto la stessa già attiva qualche tempo fa sotto la ragione sociale Epsilons, senza il sax di Mikal Cronin e le tastiere di Michael Anderson. Segall non ha mai fatto mistero del proprio amore viscerale per i Black Sabbath e soprattutto per gli Hawkwind, e nell'omonimo Fuzz cerca di trarne il massimo beneficio in termini d'ispirazione, per mettere quel po' di benzina in un serbatoio creativo in evidente riserva.
La vitalità esplosiva dell'album uscito solo un anno prima a firma della Ty Segall Band non trova repliche altrettanto convincenti. Qui si alternano con troppa frequenza momenti di discreto dinamismo e rallentamenti vistosi, tortuosità acidognole e prolungati metabolismi proto-metal privi del giusto nerbo, che finiscono per fiaccare l'ascoltatore. Gli episodi in cui il sigillo di Ty pare essere molto più riconoscibile non mancano. Al di là di una curiosa cannibalizzazione del refrain di un vecchio pezzo degli Stiltskin, "What's In My Head?" ricorda ad esempio più di un passaggio su Twins, mentre "Loose Sutures" promette di essere affilata e rumorosa come il meglio del repertorio: se la prima sacrifica la propria vivacità a un moloch sonoro monumentale quanto sornione, la seconda si arena sulle secche di un'improvvisazione noiosa, minata da eccessive lungaggini e dall'autoreferenzialità.
Da dormiente a manipolatore in una mossa soltanto. Ty Segall è tipo che alle deviazioni repentine ha abituato da tempo, per quanto i suoi anguilleschi accorgimenti di stile somiglino più a circonvoluzioni di pura facciata che non a rivoluzioni con tutti i crismi. L'occasione per un ripensamento significativo il Nostro l'ha avuta recentemente, a seguito dei cambiamenti importanti (la morte del padre, il cambio di città) di cui si è detto, anche se non c'è stato margine per più prolungati approfondimenti. La parentesi di Sleeper, forse il suo disco più sincero, si è chiusa senza particolari strascichi alla stregua di una semplice pausa sabbatica. Convinto di reggere alla grande l'ennesimo gioioso bluff, il ragazzo ha scelto di indossare maschere nuove, almeno in apparenza, e la giostra è ripartita come se nulla fosse, più spedita che mai.
Se il songwriting si è fatto più agile, banalizzandosi con furbizia e stabilendo un bel contrasto con la stoffa più lambiccata della veste espressiva, a limitare il disco è più che altro il suo carattere pletorico, ridondante, la pesantezza di certi passaggi fin troppo prevedibili oltre alla sua ragguardevole prolissità di doppio Lp (diciassette titoli per un'ora circa, francamente uno sproposito). Poi beh, anche solo a livello di sollecitazioni epidermiche, i momenti godibili non mancano certo. Disinvolto pure in chiave pop, tra prepotenti ritorni di fiamma per il glam e i seventies, Ty va a caccia di nuovi proseliti con un album felicemente populista e reazionario.
Gli spunti interessanti, insomma, ci sono, ma le buone idee finiscono col somigliarsi un po' tutte, come le canzoni. Ed è inevitabile che si arrivi al traguardo un tantino provati e col fiato corto, oltreché tediati dopo qualche buona sensazione iniziale. Il singolo belloccio "Susie Thumb", con il suo refrain paraculo, si erge a emblema dell'intero album.
"Music For A Film 1" proviene da uno split single con Chad & The Meatbodies uscito per Famous Class Records. Si tratta di una bizzarra esplorazione solo strumentale, superflua quanto curiosa, un divertissement che sposa una sorta di tribalismo percussivo agli inserti acidi di un'elettrica in via di ulcerazione. Da un altro split, quello con i Feeling The Love licenziato dalla Permanent nell'annata di grazia 2012, viene ripescata "It's a Problem", buona canzone dal sapore West Coast tardi Sessanta con chitarra jangle e bella sfuriata elettrica in coda. La rilettura di "Femme Fatale", dalla modesta raccolta-omaggio ai Velvet Underground assemblata dalla Castle Face, è canina, dissacrante, miserabile, anarchica, folle e irriverente quanto basta, ma a ben sentire non così incisiva.
Per quanto si ostini a giocare la sua partita in zona Black Sabbath/Hawkwind/Grateful Dead, sin dalla partenza la band appare più scattante di come la ricordavamo, ben oliati gli automatismi, apprezzabili i cambi di passo, più agile il risultato, al netto della solita propensione elefantiaca al revisionismo rock psichedelico. Riesumato lo stato brado della miglior Ty Segall Band, a impressionare è in particolare il reattore ritmico del terzetto, mentre i bramiti elettrici proliferano ottimi e abbondanti e Ty recita la sua parte con la consueta, felice aderenza al personaggio. La tonicità muscolare resta rimarchevole, persino potenziata, le chitarre si mantengono rigonfie, e pare salutare che ogni tanto il microfono passi di mano, ora a un Moothart osbourniano ("Rat Race", acida e smargiassa quanto basta) ora a Ubovich ("Pipe", col pilota automatico a dirla tutta). Trucidi e se possibile più lerci della loro norma, i Fuzz testimoniano la maggior cattiveria del progetto in questo suo secondo e ben più aspro passaggio. Pregevole, ad esempio, "Pollinate", davvero pungente ma con momenti quasi estatici affogati nel marasma, come pure l'intonazione malata, ammorbata quasi (quando non schizoide) che affiora in "Bringer Of Light", uno dei numeri più teatralizzati del lotto. Per non tacere di come le cantilene da sciroccati di "Burning Wreath" mandino al massacro la loro aura dolciastra, costretta a infrangersi contro le alte onde della muraglia di granito.
Per quanto sia coscienziosa, la politica dei tagli ai minutaggi per singola unità, il numero quasi doppio delle tracce vanifica di fatto i benefici di un simile snellimento, portando il disco a quasi un'ora e dieci di lunghezza e allo statuto di doppia raccolta. Il punk scapestrato e marcissimo di "Red Flag" rende bene l'idea di come le cadenze si siano nel frattempo fatte assai più sostenute, anche se questo non può che essere menzionato tra i casi estremi, agli antipodi rispetto alla più canonica e guizzante prospettiva garage di "New Flesh". Nonostante la maggior varietà, è quasi fisiologica la tendenza alla ripetizione delle formule, in una seconda parte per forza di cose meno convincente. Che si tratti di musica suonata per sincera passione, ad ogni modo, non si può negare. Come (quasi) sempre quando si parla di Ty Segall, il lavoro si conferma godibile nella sua interezza e al tempo stesso prescindibile.
A novembre torna a farsi viva la Goner, che in Ty Rex assembla i due Ep omonimi di cover bolaniane risalenti al 2011 e al 2013, con l'aggiunta di un inedito. La produzione è tendenzialmente più curata e intellegibile, così da non stravolgere il modello, per quanto il marchio di Segall si riconosca lo stesso in determinati dettagli formali (la discreta messe di riverberi, l'intonazione goliardica, un lo-fi comunque mai pregiudicante). Una collezione che rientra a pieno diritto nel computo di quelle tirate su dal californiano più che altro con il prezioso diletto del fan, con la passione e un certo rispetto quasi devozionale. Il disco scorre piacevole, interpretato con il giusto temperamento e suonato in maniera sempre convincente da un Ty evidentemente a proprio agio con sonorità pure più plateali rispetto alla sua media cruda e grezzissima. Quello che emerge è un Segall giocoforza sovraccarico e teatrale, bravo peraltro a non perdersi banalmente in una duplicazione necrofila degli originali dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, per adattarli semmai al proprio sentire marezzato e gracchiante, che resta la sua cifra più riconoscibile (nonché quella più ancorata all'attualità).
Ma i tempi per un album di inediti intestato al solo Segall sono maturi. Coprodotto da Facundo Bermudez, già al lavoro con No Age, Bleached e Hunx And His Punks, il nuovo Emotional Mugger esce sempre per Drag City nel gennaio del 2016. Di fatto Ty può contare su una nuova backing band chiamata The Muggers che sa, in tutta onestà, di supergruppo: rinuncia a suonare lasciando l'incombenza alle chitarre di Kyle Thomas aka King Tuff, Emmett Kelly aka Cairo Gang e Cory Hanson dei Wand, anche tastierista, mentre la sezione ritmica è appaltata al confermatissimo basso di Mikal Cronin e all'altro Wand, Evan Burrows, dietro i rullanti. Questa del cast non è la sola novità anche se, purtroppo, alla fine della fiera sarà l'unica davvero interessante. Se appare alquanto paracula la strategia pubblicitaria del disco, riversato su vecchie Vhs di "My Life" e "Star Trek II" spedite per posta alla redazione di Pitchfork - proprio il classico esempio di balordaggine studiata a tavolino - è decisamente risibile la carnevalata della maschera da bambino mostruoso (Sloppo, il nome dell'alias) indossata dal Nostro nelle clip di presentazione e nel tour promozionale. E poi, beh, c'è la musica, a riservare le maggiori delusioni.
Un po' tardivamente "Breakfast Eggs" prova a rispolverare vecchi trucchi imparati dal "Magical Mystery Tour", ma più che divertire o meravigliare, lascia un senso di misurato sconforto nel pubblico abituato a ben altra esplosività da parte sua. Il suono è troppo sepolto, ovattato, e l'interpretazione si mantiene volutamente algida, distante, scostante, così anche quelle poche buone idee rimangono arenate nel catalogo delle potenzialità inespresse. Che questo capiti in particolare con "Diversion" può e deve suonare allarmante, visto che è di una cover degli Equals che stiamo parlando, mica di un originale. E anche così non è difficile immaginarsela comunque in una veste rumorosa e sanguinante da Segall dei giorni migliori, tutt'altra cosa rispetto a questo mantra sciroccato e privo d'anima che sa di compitino svolto scientemente senza passione gettando alle ortiche anche il lussuoso cammeo del batterista dei Melvins, Dale Crover.
A proposito di morti richiamati in vita, tra bassissima fedeltà, rumore a tutto campo, chitarre in stato terminale e sistematica noncuranza, ad aprile 2016 ecco la In The Red raschiare il fondo del piccolo barile dell'estemporaneo progetto Traditional Fools, ad allori di nicchia ormai assicurati per il golden boy californiano. Questo Fools Gold è un bel mischione registrato quasi per intero da David Fox: brani del predecessore ripresentati in una variante appena più potabile e decelerata ("Milkman", "Valley Of The Jams") o dal vivo (il paradigma di "Party At My House"), senza rinunciare, almeno sulla carta, a una briciola di quella verve sgangherata e orgogliosamente naif; quattro titoli dall'Ep d'esordio, se possibile anche più scrauso e canagliesco, con la perla "I Got My Baby" e la tirata slacker "Surfin' With The Phantom"; una manciata di rarità della medesima risma o addirittura più oscure e fulminate ("Please", il singolo "Street Surfin'", strumentale e tutto sommato basico), tra cui rivisitazioni da Link Wray ai Damned, e dai Redd Kross ai Love.
Chi invece sia più attratto dal Ty Segall di oggi, magari quello un po' anomalo delle digressioni impreviste, potrebbe trovare pane per i suoi denti nella nuova creatura, denominata Gøggs, al battesimo del fuoco ancora su In The Red nel luglio del 2016 con un Lp eponimo. "Non un side-project, bensì una necessità". Così, stando alle parole del frontman degli Ex-Cult, Chris Shaw, va intesa l'ennesima - e tutto sommato inattesa - nuova incarnazione del Nostro. Le ragioni di una collaborazione nata almeno idealmente nel 2013, quando la band di Memphis fu scelta per aprire diverse date del tour di Slaughterhouse, sono da ricercarsi nell'amicizia di lungo corso tra i due cantanti. L'idea embrionale si è tradotta in un gruppo vero e proprio non appena Segall ha individuato nella propria agenda un'intera settimana libera da impegni e ha proposto a Shaw di registrare nella sua casa-studio di Los Angeles assieme al solito Charles Moothart, lavorando soprattutto su demo strumentali inviate in precedenza al collega del Tennessee. Il californiano ha quindi coniato un'intestazione priva di qualsivoglia significato, ha concesso al suo ospite l'esclusiva del microfono e si è ritagliato un ruolo da chitarrista e produttore, spartendosi i gradi di bassista, tastierista e batterista con il fido Charlie, compagno di mille avventure.
Se l'approccio è credibile, buona parte del merito va a uno Shaw che con i suoi assalti frontali, la sua vena schizoide e quel tono tra l'apatico e l'efferato si rivela davvero perfetto per la parte, mentre il resto della ghenga si industria sullo sfondo con un discreto marasma weirdo-punk. Come già per il progetto Fuzz, la griffe scapestrata e da veri amatori di Ty e sodali si intuisce, ma l'impatto non mediato e la scelta di restare sempre opportunamente un passo indietro depone a favore di una nuova compagnia imbastita evidentemente per passione, con la necessaria purezza, buone dosi di cattiveria e follia, oltre a una chitarra finalmente libera di imperversare nel sudiciume rumorista allo stato brado (la folgorante cartolina di "Smoke The Würm"). A conti fatti, un gioco in cui vincono tutti: Shaw, prossimo al terzo capitolo con i trascurabili Ex-Cult, ottiene la scrittura della vita, Moothart trova il miglior lancio possibile per il suo nuovo disco con il moniker CFM, "Still Life Of Citrus And Slime", mentre Ty, che in territori per lui più canonici sembra avere un po' esaurito la spinta propulsiva e, ancor più, la voglia di divertirsi, con i giusti stimoli in chiave diversiva recupera smalto e sano entusiasmo. Per estemporanea che sia, un'esperienza nient'affatto malvagia.Quando per un artista non esordiente arriva l’ora del fatidico album eponimo, è automatico pensare che quel disco nasca già con un carico supplementare di considerazioni sul proprio vissuto, qualcosa che era nei propositi del musicista fissare in forma di canzoni non senza una certa urgenza. Questo sarà anche solo un luogo comune, ma non è raro che lavori del genere si presentino ai propri ascoltatori con la fisionomia e le prerogative di un ideale consuntivo. Se il postulato si dimostra quasi invariabilmente valido per i cantautori, è tutto un altro paio di maniche quando lo si riferisca a rocker ironici e scapestrati come Ty Segall. Uno che, non a caso, un’opera intitolata col proprio nome l’aveva già licenziata quasi in avvio di carriera, ma che qui un paio di messaggi significativi sembra comunque lanciarli: in primis la rispolverata alla formazione tipo dei bei giorni che furono, con Charlie Moothart alla batteria e Mikal Cronin al basso, quindi le sorprese rappresentate da una terna di innesti di tutto rispetto, la chitarra di Emmett Kelly e il piano di Ben Boye (entrambi già sodali di Bonnie Prince Billy e attivi nel progetto Cairo Gang) oltre alla produzione affidata nientemeno che a Steve Albini
Il biglietto da visita è una muraglia sonica a dir poco ragguardevole. Albini è evidentemente servito a fare tabula rasa per poter tornare in un certo senso alle origini, a quel sound sporco e diretto ma sgravato dalle tante sovrastrutture hard o prog imbarcate strada facendo. Quello di Ty riprende così a essere un rock a tutto tondo e al grado zero: ruggente, riverberatissimo, mordace e marziale, ancora bello grondante e smargiasso – persino anthemico, stando a quel che azzarda la furibonda opener “Break A Guitar” – ma sostanzialmente depurato dalle fuorvianti elucubrazioni della forma. Con “Freedom” il californiano arriva a rivendicare apertis verbis il diritto alla propria libertà, e la libertà nel suo caso corrisponde proprio alla rutilante veracità degli esordi, alle pedaliere pestate con festante efferatezza, al pentolame degli Epsilons, alla baldanza e all’ingenuità giovanile cui pareva aver rinunciato. Certo il Nostro non sarebbe fino in fondo se stesso se non si concedesse il piacere di qualche marchiana esagerazione, come nei dieci minuti e passa di “Warm Hands (Freedom Returned)”, a mezza costa tra le rumorose digressioni beatlesiane di “Melted” e quell’inesorabile monolite vergato ormai cinque anni fa con la firma della sua Band.
A guidarne le mosse, oggi come allora, un’esaltante disinvoltura oltre a una potenza di fuoco ancora formidabile, a dispetto dei tanti dischi messi a referto nel frattempo. Così nelle sue scorribande belluine ma quanto mai divertite, Segall si diletta tra placide divagazioni e assalti frontali allo stato brado. L’ormai consueto corredo di stramberie si riduce però questa volta a una discontinua galleria di animazioni piuttosto che ai vezzi espressivi abbastanza indigesti del predecessore. L’impostazione del nuovo Ty Segall è piacevolmente didascalica e punta a fissare un breviario senza troppe pretese (ma, proprio per questo, abbastanza convincente), che spazi ad ampio raggio dal power-pop sghembo di “Papers” a quello più marezzato e molto west-coast della gemma “Take Care”, passando per le reminescenze della torbida e scurissima avventura Fuzz (“The Only One”), la barra fissata sul Lennon più rudemente rock’n’roll in un euforico e abrasivo clima sonoro da “non si fanno prigionieri”. La sfuriata garage-punk “Thank You Mr. K”, con tanto di cocci rotti, amplia ulteriormente lo spettro dei riferimenti pur senza piegare mai del tutto verso gli scenari post aperti non senza profitto dall’ultimo nato dei suoi progetti, i Gøggs, restando quindi più orientato all’ebbrezza della goliardata in quanto tale che non ai trastulli del filologicamente corretto, dell’omaggio appassionato e di genere. E se in “Orange Color Queen” riappaiono i cristalli acustici e blandamente psych di Sleeper, fatta salva un’intonazione ben più scanzonata di quella grave e compassata di allora, non manca con “Talkin’” un’insolita paginetta blues all’aceto: la fotografia mossa, come da copertina, di un Ty slabbrato, scazzato, persino invecchiato ma godibile come sempre, con quell’inflessione vagamente crepuscolare e un pianoforte che sembrano lì apposta per suggerirci di non prenderlo troppo sul serio.
No, non si tratta certo di un calcolato tirar le somme, quanto piuttosto di un autoritratto giudicato presumibilmente veritiero, rappresentativo diciamo. Potremmo anche sbagliarci ma l’impressione è che il golden boy e la sua ghenga non si deliziassero così tanto nel registrare un nuovo album da moltissimo tempo, da Goodbye Bread o giù di lì, e per chi ascolta dovrebbe valere lo stesso principio. Il ritorno all’intestazione eponima, forse, si spiega anche e soprattutto così.
Ed eccoci al 2018. Subito una grande sorpresa, il decimo, monumentale album firmato Ty Segall, di fatto un approfondimento del discorso avviato col precedente lavoro eponimo giusto dodici mesi fa. In quel caso c’era l’irrequieta rivendicazione di “Freedom”, mentre a questo giro i richiami alla libertà a tutto campo sono innumerevoli. Non solo proclami comunque, a coronamento di un anno davvero intenso che ha visto Ty convolare a nozze con Denée Petracek dei Vial e pubblicare anche un paio di Ep, il mini “Fried Shallots” e, su Suicide Squeeze, il sette pollici “Sentimental Goblin”. Al suo fianco è allora più che confermata la “Freedom Band”, con la fidata sezione ritmica composta da Charles Moothart e Mikal Cronin, le tastiere di Ben Boye e la chitarra “sfidante” dell’altro Cairo Gang, Emmett Kelly, cui si aggiungono i latrati della consorte in “Meaning” e le percussioni del vicino di casa Fred Armisen. Autentica variabile impazzita di Freedom’s Goblin sono tuttavia i fiati, che aprono improvvise brecce soul ma non disdegnano occasionali puntate in territori jazz irranciditi e quasi no-wave (il sax di Cronin in “Talkin 3”, che richiama James Chance And The Contortions).
La dedica alla bassotta Fanny che apre le danze accentua proprio questa propensione a un protagonismo meno cervellotico o egocentrico e più da gran maestro di cerimonie: la consueta elefantiasi seventies del Nostro, sciorinata però con un più genuino entusiasmo e al netto della spocchia che fu, di quando in quando. Caleidoscopico e incasinato, gioiosamente derivativo, intensamente classic-rock, il disco si ammanta della purezza che al pur celebrato Manipulator era mancata e ha il merito di imbrigliare l’enfasi luculliana e la fame onnivora del californiano in maniera salutare, mantenendo costante una tensione che ribolle, magari sotterranea, e che permette alle canzoni di pulsare con sufficiente vitalità anche laddove parrebbero prevalere i soliti, eccentrici, esercizi di stile: a tratti sbrindellate, più spesso infettate da un bizzarro gusto per la contaminazione, queste si confermano sempre sfuggenti e sopra le righe, emanazione di un’inventiva esercitata finalmente a briglia sciolta. Prova ne è la festosa alienazione messa in scena – tra la sghemba isteria degli ottoni e quel coro gospel pure all’aceto – da “The Main Pretender”, di fatto rovesciando la tronfia (e autoreferenziale) retorica di quell’unico, illustre, predecessore in formato doppio.
Registrato in cinque diversi studi tra cui quello ricavato nel proprio garage a Los Angeles, ancora sotto la supervisione di Steve Albini, da più parti Freedom’s Goblin è stato salutato come il “White Album” di Segall, e in effetti le reminescenze beatlesiane anche stavolta non mancano (si pensi solo a titoli come “Cry Cry Cry”, evidentemente un fragile omaggio a George Harrison). Nel loro scorrere invadente e disordinato, questi debiti rivelano ora un ché di trionfalmente irregolare, uno spleen incontenibile e incline all’aberrazione che ci si aspetterebbe piuttosto dall’amico e mentore John Dwyer (“When Mummy Kills You”). I Fab Four si riaffacciano poi col dolente intimismo di “Rain”, che a dirla tutta sembra voler teatralizzare l’introversione del vecchio Sleeper attraverso un impianto assai più robusto, giocando con buona personalità sul registro melò quasi ci trovassimo al cospetto di un consumato cantautore. Nel rendere esplicita proprio questa citazione, i dodici minuti conclusivi di “And, Goodnight” si incaricano di chiudere una dolorosa parentesi lunga un lustro con una rilettura visionaria e lancinante di quella vecchia title track.
Tra frattaglie percussive e luride elettriche à la Prince, la cover disco-funk di “Every 1’s A Winner” degli Hot Chocolate spinge l’esplorazione verso un revival insudiciato e Beck-iano anche piuttosto trottante, mai svilito in trito macchiettismo. La bolaniana “My Lady’s On Fire” marca un deciso ritorno in zona Goodbye Bread, pur evitando di calcare sulla perfezione easy-listening di allora e anzi improntando tutto alla divagazione, una jam ricca di felici turgori, smaliziata e amabilmente decorativa. Con una maggior propensione al prog floreale rispetto alle spacconate hard dei progetti collaterali, Ty ritrova la necessaria concretezza in numeri di assoluta bravura come “Alta”, scorrevoli e masturbatori quanto basta ma senza più tradire la pressione del talentino eternamente a caccia di conferme. Passati i trenta, Segall sembra davvero più adulto e più libero come artista, meno vincolato dalle impressioni attese, più a suo agio nell’imperversare senza più ombra di autocompiacimento proprio nel disco che sognava di registrare da chissà quanto: meno forzature da smargiasso, caos rumoroso disciplinato a dovere, più incanti alla buona e senza pretesa d’infallibilità artistica. Apoteosi di questa inedita prospettiva, imperfetta ma che sa comunque di conquista, è la ballad-manifesto “I’m Free”, magistralmente contrappuntata da una “5 Ft. Tall” parimenti catartica e distensiva.
Dal glam
alle inevitabili scorie garage-psych qua e là presenti, il biondo di Laguna Beach si tiene fuori dalle rigide costrizioni di genere sfoderando in compenso un eclettismo e una weirdness che, nei frangenti più inclini alla sperimentazione, si rivelano degni del genio bastardo dei Ween. A penalizzare un album di rara franchezza è forse solo la sua natura smisurata, non certo propensa alla sintesi, anche se nell’insieme Freedom’s Goblin suona comunque più coerente di quanto si sarebbe indotti a immaginare in virtù dei tanti spunti, spesso contraddittori. A fare da collante, la disinvoltura di un interprete che appare davvero in pace con se stesso e con i propri vezzi capricciosi, la cui voce a tratti si miniaturizza in falsetti, a tratti si rigonfia come per dare ulteriore fiato a scorribande che già fanno della fisicità prorompente un marchio, quando non scelga piuttosto di esacerbarsi o lacerarsi. Ad andare in scena, più che altro, è l’amore per l’eccesso espressivo, in uno scorrere tortuoso e nondimeno rasserenato che apre a una corrispondenza fenomenale tra l’uomo e l’artista. Così nella sua strizzata d’occhio alla Band, la giostra di “The Last Waltz” si presenta alticcia e dolceamara, ma anche gaia e pungente come la vita stessa, e Ty ritrova in un sol colpo l’urgenza e lo spirito incontaminato dei suoi primi passi.
L'estate del 2018 si rivela il momento ideale per rispolverare la collaborazione con Tim Presley, sei anni dopo Hair e quando più nessuno si attendeva l'eventualità del ritorno. Un disco a due, scritto e suonato davvero a quattro mani, per darci a bere ancora una volta che gli opposti si attraggono. Potremmo cascarci se non li conoscessimo a sufficienza e non sapessimo a che grado di affinità abbiano saputo regolare in passato il rispettivo estro. Certo in tutto questo tempo qualcosa è cambiato per forza: il primo – iperattivo – ha fatto artisticamente diversi passi avanti mentre il secondo sembra aver più che diradato gli impegni, non esce con un lavoro intestato al solo White Fence dal 2014 ma si è tenuto occupato pubblicando due album come Drinks in sodalizio con l’eccentrica gallese Cate Le Bon, il secondo dei quali, “Hippo Lite”, giusto quella primavera. E allora ve bene, si ignorino le tante analogie stilistiche tra i due interpreti e si assecondi pure l’immagine promozionale scattata da Denée Petracek, la signora Segall, con la bassottina Fanny e il soriano Clifford in braccio ai rispettivi padroni.
Introdotto proprio dalle animazioni sunshine-freak-folk che ti aspetteresti, Joy parte subito nel segno di un affastellamento disordinato di impressioni pop. L’incarnazione più beatlesiana ma imbronciata e amarognola del trentunenne di Laguna Beach prende presto il sopravvento assieme all’eclettismo d’ordinanza e una buona verve elettrica, pronta peraltro a venir sconfessata da una serie di bozzetti in apparenza più quieti, in realtà con tutta l’irrequietezza del caso tenuta latente e sempre a un passo dal manifestarsi. Si registrano in ordine sparso alcune buone suggestioni come nello spigliato e velenoso jangle-pop di “Body Behavior”, ma l’insieme appare davvero troppo dispersivo e sbrindellato per poter replicare il felice miracolo di “Hair”. Ne vien fuori un’opera giocoforza più autoreferenziale e discontinua, anche se non malvagia, che lascia prevalere la congenita propensione al frammento di White Fence: tanti episodi anche curiosi ma sfilacciati, come l’acidula “Good Boy”.
Accanto a quella che ha tutta l’aria di una simpatica citazione dalla precedente uscita a due (“Do Your Hair”) o a una “Hey Joe, Where You Going With That?” che pare la perfetta testimonianza del Segall giovane, pezzente, rancido e sinistro (sulla falsariga del primissimo Beck) ma in fondo pure un tantino zoppicante e dedito alla weirdness a tutti i costi, ecco gli intermezzi rumoristi senza capo né coda, gioiellini buttati un po’ via, ancora in pieno revival sixties (“A Nod”), parentesi lo-fi da scavezzacollo che lasciano il tempo che trovano e divertono esclusivamente chi suona (“A Grin Without Smile”) o spacconate all’insegna di un ottuso garage-punk che ricorda quello dei Party Fowl e aumenta oltre il dovuto il tasso di rumenta (“Other Way”). L’unico passaggio lungo, “She Is Gold”, ha l’aspetto di una jam alquanto annoiata e prevalentemente strumentale che si gioca, senza successo alcuno, la carta dell’improvvisazione. Nelle battute conclusive la carina (ma un po’ abulica) “My Friend” e la puntata ludica di “Tommy’s Place” non hanno modo di riscattare un lavoro fuori fuoco e senza costrutto come “Joy”, il rovescio della medaglia di Freedom’s Goblin per come l’eccessiva libertà dimostri di poter penalizzare le oneste velleità di Ty, qualora risulti male indirizzata. Un disco, in definitiva, meno coerentemente e meno festosamente psichedelico del suo predecessore, più adatto ai fan accaniti e ai completisti che non ai tiepidi estimatori occasionali dell’uno o dell’altro partito. Cane o gatto, fa lo stesso.
Ma il 2018 non finisce certo qui: arrivano anche una nuova collaborazione con il progetto GØGGS (Pre Strike Sweep), il resoconto di un'esibizione tenuta presso la galleria d'arte di Los Angels Crying Clover (Orange Rainbow, edito si cassetta in appena 55 esemplari), una raccolta di cover, Fudge Sandwich, e l'omonimo esordio di una band chiamata C.I.A., nella quale Ty suona con la moglie Denee Segall ed Emmet Kelly dei Cairo Gang.
In Fudge Sandwich, pubblicato il 26 ottobre, Segall dimostra di saper marchiare a fuoco brani altrui attraverso il suo riconoscibile stile, lanciandosi in sfrenati assoli di chitarra che rendono personale persino un evergreen come “I’m A Man” dello Spencer Davis Group di Stevie Winwood, accelerando all’impazzata il mito dei Grateful Dead in “St. Stephen” e nobilitando il kraut-prog degli Amon Duul II di “Archangel Thunderbird”. I momenti più godibili arrivano in corrispondenza dei brani più tirati, versioni che sarebbero potute tranquillamente uscire dalla sua penna: l’indiavolata “Hit It And Quit It” dei Funkadelic, resa a colpi di fuzz, la sguaiatissima “The Loner” di Neil Young, accelerata a più non posso, un’indiavolata “Rotten To The Core” che trasforma gli anarco-punk inglesi Rudimentary Peni – band senz’altro da recuperare - in contundenti idoli stoner.
Ma come non ammirare la capacità di assomigliare a John Lennon nella “Isolation” che fu proprio dell’ex Beatles, con la genialata di mettere la chitarra al posto del pianoforte dell’originale? Ty Segall non ha paura di confrontarsi con i mostri sacri del passato: ciò che realizza non è la sbruffonata dell’esordiente a caccia del colpo a effetto per cercare visibilità, bensì l’omaggio messo a fuoco da un artista oramai considerabile sul medesimo livello. Un filino di noia affiora in corrispondenza dei brani meno sfrenati (“Class War” dei Dils) o affrontati con piglio acustico (“Pretty Miss Titty” dei Gong, “Slowboat” degli Sparks) oppure quando rielabora in maniera non brillantissima la “Lowrider” dei War. Ma Ty gioca e si diverte un mondo, e fa divertire l’ascoltatore, selezionando undici cover che hanno anche il pregio di farci recuperare gli splendidi originali, molti dei quali giacevano colpevolmente da anni in fondo alla memoria. L'infinita gioia di sentir suonare un grande musicista con rispettosa irriverenza.
Il 2019 si apre con la pubblicazione di un disco dal vivo, Deforming Lobes, selezione da tre date tenute al Teragram Ballroom di Los Angeles nel gennaio 2018. Del mastering si è occupato Steve Albini, il quale ha contribuito a conferire al suono la potenza che possiamo percepire, perseguendo la (condivisibile) scelta estetica di porre in evidenza più le canzoni che il pubblico, spostato in secondo piano nel mix finale.
Otto tracce di grande energia, che evidenziano il lato più "heavy" di Segall, spaziando dalle strutturate jam “old school” “Warm Hands” e “Love Fuzz” (non a caso poste agli estremi della tracklist) ai fracassoni brani che bruciano violentemente nello spazio di poco più di due minuti (“Squealer”, “Breakfast Eggs”, “The Crawler”, “They Told Me Too”).
Il 2 agosto dello stesso anno è la volta di First Taste, con il quale il genietto californiano compie un doppio miracolo: da un lato riesce a conservare il caratteristico suono elettricamente garage pur mettendo da parte le chitarre (questa volta si dedica alla batteria), dall’altro espande ulteriormente i propri già ampissimi orizzonti, aggiungendo screziature inedite. Sbocciano così il gospel psichedelico racchiuso in “Ice Plant”, traccia a cappella che richiama i Beatles di “Because”, le atmosfere bucoliche sottolineate dal mandolino in “The Arms” e le incursioni di fiati e strumenti poco convenzionali che colorano “Whatever” e gran parte del resto del disco.
Non mancano i consueti assalti a colpi di fuzz nell’iniziale “Taste”, le sane mazzate ritmiche nella speditissima “The Fall” (una sorta di “Brianstorm” retro posizionata negli anni 60 con tanto di solo di batteria), gli atteggiamenti più sperimentali nei due brevi atti di “When I Met My Parents” e la digressione strumentale che arricchisce “Self Esteem”. Se va riconosciuto che siamo distanti dal caleidoscopio onnicomprensivo che fu “Freedom’s Goblin”, First Taste mostra comunque ulteriori evoluzioni sonore, oltre a qualche bel colpo di genio, come nella conclusiva “Lone Cowboys” che si sviluppa fra aromi pseudo balcanici, visioni di Zappa e glam alla Bolan. Inafferrabile Segall. Incatologabile.
All'inizio di agosto del 2021, Segall pubblica a sorpresa, senza alcun preavviso, Harmonizer, diffuso inizialmente soltanto sulle principali piattaforme digitali, e dall'ottobre successivo reso disponibile anche in formato fisico. Segall ha co-prodotto e co-mixato "Harmonizer" assieme a Cooper Crain, presso gli Harmonizer Studios di Topanga, in California. Hanno partecipato alle registrazioni Denée Segall, che ha scritto i testi e cantato in “Feel Good”, occupandosi anche dell'artwork, e diversi membri della Freedom Band: il bassista Mikal Cronin, il batterista e percussionista Charles Moothart, il chitarrista Emmett Kelly e il pianista Ben Boyer.
Harmonizer non assicura particolari nuovi colpi di genio, ma si tratta pur sempre di un lavoro che si pone n scia alle sue produzioni migliori, pur mancando dello spunto determinante per agguantare l’eccellenza. “Whisper” ed "Eased" rappresentano un buon inizio, dopo la breve introduzione strumentale di “Learning”, ma è nella seconda metà che il disco riserva i frangenti migliori. Che arrivano in particolare con la scarica adrenalinica di “Waxman” - degna erede dei migliori momenti dei Fuzz, e con la già citata “Feel Good”, che grazie all’apporto della voce femminile fa segnare una significativa discontinuità. In tutto 35 minuti di sano psych-rock, genere nel quale Segall è oramai un’autorità globale, e che ne confermano lo status di autorevolezza e rispettabilità nel circuito di appartenenza.
Nel 2022, dopo aver completato la colonna sonora di "Whirlybird", Segall tenta un percorso alternativo: lasciare un attimino in soffitta fuzz, chitarroni e psichedelia lisergica, per elaborare dieci tracce in prevalenza acustiche. Il risultato è Hello, Hi, nel quale il rocker californiano combina gli aromi glam di Bolan con quelli flower power di Donovan, aggiungendo spruzzatine di Neil Young e Beatles versante Harrison, rimasticando il tutto a proprio uso e consumo e omaggiando i Mantles con la cover di “Don’t Lie”.
Segall suona quasi tutti gli strumenti, nel proprio studio, con pochi contributi apportati da fedeli collaboratori, fra i quali Mikal Cronin, protagonista del solo di sax nella seconda parte di “Saturday”. Armonioso e introspettivo, concepito all’insegna della semplicità, pur nella sua costante ricerca dell’elemento dissonante, Hello, Hi è una celebrazione acoustic-folk che non lascia fuori dalla porta il furore del suo autore. Inevitabile quindi che le chitarre elettriche si riaffaccino, in maniera decisa nell’imperiosa title track, e più controllate in “Looking At You” e “Saturday, Pt. 2”. Segall ricerca l’imprevedibilità senza andare a discapito dell’energia, in un leggero e piacevolissimo lavoro di transizione.
Due anni dopo Segall torna in pista con il suo progetto solista, sfornando la sua quindicesima e lunga fatica Three Bells (2024). L’opera riparte dalle sonorità di ispirazione psych-folk sperimentate precedentemente, qui con uno sguardo rivolto all’operato dei Neutral Milk Hotel, mescolandovi a piacimento una moltitudine di influenze di stampo rock progressivo, post-punk, jazz-rock, hard-rock e le immancabili sferzate garage-rock. Per quanto concerne le poche collaborazioni presenti, squadra che vince non si cambia: il polistrumentista californiano suona gran parte degli strumenti su disco, avvalendosi del supporto di Cooper Crain alla produzione e del contributo dei fedelissimi Emmett Kelly (basso e chitarre), Mikal Cronin (basso), Charles Moothart (batteria), Ben Boye (tastiere) e Denée Segall.
Il golden boy di Laguna Beach cala immediatamente l’asso in prima mano: la sezione ritmica che scandisce l’intro folkeggiante dell’articolata “The Bell” prende forza poco a poco, si increspa contro i riff meccanici di chitarra e incorpora dettagli tipici del prog-rock armonico dei Genesis degli esordi e picchi garage in chiusura, attestandosi come uno dei migliori pezzi del lotto. Il prosieguo avviene su una scia concettuale affine, tra i crescendo psichedelici spinti dalle tastiere, dai fraseggi di chitarra e dai cori rétro di “Void”.
Ingranano gradualmente i guizzi elettrici sghembi di “I Hear”, che sfocia in rimandi stoner che fanno eco ai Queens Of The Stone Age, continuando sulla linea hard-rock con l’incedere ripetitivo e il basso prepotente di “Hi Dee Dee”, che scivola tra passaggi in direzione Cream e Beck, Bogert & Appice verso un finale che ha per protagonista un guitar-riff whitiano. Cambia leggermente passo “My Best Friend”, che punta sull’accoppiata basso-batteria, adottando sonorità post-punk, mentre le progressioni malinconiche di “Reflections” aprono alla magnetica “Move”, dove a prendere la parola tra rullate e poliritmi è Denée, scontrandosi con una chiusura brusca. La bizzarra “Eggman” ondeggia su riff e versi sbilenchi, dissolvendosi in una nuvola di rumore e cedendo il passo a “My Room”, trainata da toni fuzz e un acido assolo di chitarra in coda; ad essa fa seguito la pesante “Watcher”, che riprende il mix folk-progressive-garage.
Alle prime avvisaglie di “Repetition” si potrebbe dire nomen omen, poiché da qui in avanti l’ultima manciata di brani (di natura più sperimentale) appare superflua e non sembra aggiungere notevoli colpi di scena all’opera, finendo solo per diluirla. Si susseguono i soliti incastri ripetitivi all’interno di “To You”, che viaggia su chitarre acustiche e barlumi sintetici, i vezzi di memoria prog di “Wait”, conditi da nuvole elettriche e altre strizzatine d’occhio a Jack White in coda; gli esercizi di stile sulla vacua “Denée” e la chiusura acustica a due voci di rimando a “Hello, Hi”, “What Can We Do”.
Il percorso di un’ora e cinque minuti di Three Bells effettua la sua partenza da un livello alto con momenti validi e ottime idee, sia in materia di sound sia di temi trattati, come l’amore, l’amicizia e la natura dell’io, perdendosi tuttavia in qualche pedanteria di troppo, soprattutto nell’ultima fase.
Ty Segall continua a destreggiarsi tra le convenzioni e le consuetudini della musica rock con il sempre pirotecnico e trascinate atteggiamento da self-made-musician, coordinando abilmente linguaggi e modalità artistiche non sempre attigue.
Possession (2025), sedicesimo disco del musicista californiano, è l’ennesimo cambio di scena ma anche uno dei più capitoli più classici. La novità più rilevante è che il ruolo centrale è affidato non solo alla chitarra ma anche al pianoforte, ultima conquista artistica di Segall. Con Neil Young e Brian Wilson a far da guida spirituale, il musicista americano si avventura in una escursione sonora che mette sullo stesso piano la tradizione West Coast, il glam rock e i Beatles, con una serie di composizioni di ottima fattura e arrangiamenti ricchi di dettagli e ispirazione.
Per i testi, Ty Segall torna a collaborare con il regista e scrittore Matt Yoka, le composizioni sono più ambiziose ma anche più esplicite e dirette, a partire dalla splendida “Shoplifter”: un tripudio di accordi acustici, incastri vocali perfetti, geniali orchestrazioni di archi e fiati (per merito del sagace Mikal Cronin), dissonanze psichedeliche tipicamente beatlesiane e cambi di registro armonico che incantano a ogni ascolto.
Che il disco sia una celebrazione del pop rock anni 60 e 70 è palese. Prima di riaffermare la propria attitudine power-pop californiana con l’incontenibile “Another California Song”, Segall flirta con una moltitudine di variazioni sul tema. C’è la semplicità/non semplicità dei Kinks nella delicatamente ruvida “Shining”, c’è il genio di John Lennon nella visionaria e psichedelica “Hotel”, ci sono i Grateful Dead nella ballata uptempo alla Ziggy/Bowie che funge anche da title track, ed è quasi perfetta la discesa negli inferi glam di Marc Bolan nell’ambigua “Fantastic Tomb”, che non disdegna inflessioni blues.
Il passo decisamente rock-blues di “The Big Day”(con tanto d’introduzione chitarristica alla “All The Young Dudes”), il groove soul di “Buidings” e il meltin pot creativo di “Skirts Of Heaven” (Kinks, Love e Chicago nella stessa canzone) confermano che Ty Segall non ha timore alcuno di portare alla luce le proprie fonti d’ispirazione, in molti casi emulando perfino le tecniche di registrazioni degli anni 70, mettendo così a punto uno degli album più riusciti della propria carriera.
Cosa ci riserverà in futuro questo "Piccolo Cesare" del garage-rock contemporaneo non è facile pronosticarlo. Forse l'ennesima svolta rischiosa, ipotesi attendibile per uno incapace di stare fermo nella stessa mattonella espressiva per più di due turni. Forse l'avvio di un nuovo ciclo ripartendo da capo, visto che le piste nelle sue corde pare averle battute già tutte. O forse, chissà, la fantomatica band in combutta con John Dwyer (magari prodotta da Chris Woodhouse, perché no?) vaticinata a suo tempo dal boss della In The Red, Larry Hardy, una chimera che per gli appassionati del genere sa davvero di oro alchemico. Staremo a vedere: il serial segalliano continua...
Contributi di Claudio Lancia ("Fudge Sandwich", "Deforming Lobes", "First Taste", "Fuzz III", "Harmonizer", "Hello, Hi"), Martina Vetrugno ("Three Bells"), Gianfranco Marmoro ("Possession")
| TY SEGALL | ||
| Horn The Unicorn (Wizard Mountain, 2007) | 5 | |
| Ty Segall (Castle Face, 2008) | 7 | |
| Ty Segall / Black Time split (Telephone Explosion, 2009) | 6,5 | |
| Lemons (Goner, 2009) | 6 | |
| Melted (Goner, 2010) | 7,5 | |
| Goodbye Bread (Drag City, 2011) | 7 | |
| Singles 2007-2010 (Goner, 2011) | 7,5 | |
| Twins (Drag City, 2012) | 6 | |
| Sleeper (Drag City, 2013) | 6,5 | |
| Gemini (Sea Note, 2013) | 5,5 | |
| Manipulator (Drag City, 2014) | 6,5 | |
| $ingle$ 2 (Drag City, 2014) | 6 | |
| Ty Rex (Goner, 2015) | 7 | |
| Emotional Mugger (Drag City, 2016) | 5 | |
| Ty Segall (Drag City, 2017) | 7 | |
| Freedom's Goblin (Drag City, 2018) | 7,5 | |
| Fudge Sandwich (In The Red, 2018) | 6 | |
| Orange Rainbow (Drag City, 2018) | ||
| Deforming Lobes (live, Drag City, 2019) | 7,5 | |
| First Taste (Drag City, 2019) | 7 | |
| Harmonizer (Drag City, 2021) | 6,5 | |
| Whirlybird (soundtrack, Drag City, 2022) | ||
| Hello, Hi (Drag City, 2022) | 6,5 | |
| Three Bells (Drag City, 2024) | 6,5 | |
| Possession (Drag City, 2025) | 7,5 | |
| TY SEGALL BAND | ||
| Live In Aisle 5 (Southpaw, 2011) | 7,5 | |
| Slaughterhouse (In The Red, 2012) | 7,5 | |
| Live In San Francisco (Castle Face, 2015) | 7 | |
| TY SEGALL & MIKAL CRONIN | ||
| Reverse Shark Attack (Burger, 2009) | 6,5 | |
| TY SEGALL & WHITE FENCE | ||
| Hair (Drag City, 2012) | 7,5 | |
| Joy (Drag City, 2018) | 5,5 | |
| EPSILONS | ||
| Epsilons (Retard Disco, 2006) | 7 | |
| Killed 'em Deader 'n A Six Card Poker Hand (Retard Disco, 2007) | 7,5 | |
| THE TRADITIONAL FOOLS | ||
| The Traditional Fools (Wizard Mountain, 2008) | 6,5 | |
| Fools Gold (In The Red, 2016) | 5,5 | |
| PARTY FOWL | ||
| Self Titled Cassette (Dementoid, 2008) | 4,5 | |
| Party Fowl Ep (Post Present Medium, 2008) | 5 | |
| THE PERVERTS | ||
| The Perverts Ep (Captcha, 2009) | 6 | |
| FUZZ | ||
| Fuzz (In The Red, 2013) | 6 | |
| Fuzz II (In The Red, 2015) | 6,5 | |
| III (In The Red, 2020) | 6,5 | |
| GØGGS | ||
| Gøggs (In The Red, 2016) | 6,5 | |
| Pre Strike Weeps (In The Red, 2018) | ||
| PEACERS | ||
| Peacers (Drag City, 2015) | 5,5 | |
| C.I.A. | ||
| C.I.A. (In The Red, 2018) | ||
| Surgery Channel (In The Red, 2023) |
Teeny Boppers | |
Street Surfin' | |
Pretty Baby (You're So Ugly) | |
Cents | |
Girlfriend | |
Goodbye Bread | |
Where Your Head Goes | |
My Head Explodes | |
Time | |
I Am Not A Game | |
Scissor People | |
The Hill | |
Thank God for Sinners | |
The Man Man | |
Raise | |
Fourth Dream | |
Manipulator | |
The Singer | |
Emotional Mugger | |
Candy Sam | |
Californian Hills | |
Break A Guitar |
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