Nel 2002 David DiSanto fonda in Arizona i Vektor. Compone e suona da solo, trascinando nel suo progetto vari musicisti che, tuttavia, si riveleranno solo di passaggio. Dopo tre demo inizia a prendere corpo la formazione definitiva della band, quella in cui oltre a DiSanto (chitarra e voce) troviamo Erik Nelson (chitarra), Blake Anderson (batteria) e Frank Chin (basso). Questo è il quartetto che registra e pubblica nel 2009 il fulminante esordio Black Future. L'opera propone un thrash-metal molto elaborato, incline a lunghe parentesi strumentali e capace di far tornare alla mente, a seconda dei momenti, i classici di Slayer, Metallica, Sadus, Sodom, Exodus e Kreator. Oltre a queste fonti di ispirazione, le grida strozzate di David DiSanto, unite alle scariche ritmiche di Blake Anderson, consentono frequenti accostamenti all'estetica black-metal.Energetic pulse rippling out from our worldLa successiva "Oblivion" è un labirinto di variazioni strumentali, accelerazioni assassine e assoli turbinanti, mentre il canto interviene con acuti luciferini capaci di mutare in feroci ruggiti. "Destroying The Cosmos", aperta da rintocchi desolanti in una nuba psichedelica, riporta alla mente la mini-suite dei Metallica, pur esasperata fino a diventare irrequieta e schizofrenica, visionaria e imprevedibile.
an undead galactic master sleeps within a sub-spatial realm
dark waves traverse the astral plane, the demonoid awakes
nebular projections pierce the fabric of space
the anti-being comes through
black future!
A strange world thrives on a floor of decay,Un nuovo assalto, "Hunger Violence", altre composizioni inquiete e schizofreniche ("Deoxyribonucleic Acid") e la ferocia di "Asteroid" portano alle due maestose composizioni conclusive. "Dark Nebula" tradisce sin dal titolo la chiara ispirazione cosmica: 10 minuti e mezzo aperti da un synth, prima di lanciarsi in assalti devastanti e danze in tempi dispari e sciogliere la tensione in una folata di psichedelia galattica quando siamo al quinto minuto. Frammentata in blip alieni, la composizione si ricostruisce a partire da melodie chitarristiche che aprono a un momento sinfonico solo in un secondo momento impreziosito dalla voce. Un passo ska, un assolo insolitamente orecchiabile e dolcezze prog-rock si susseguono nell'inaspettatamente serena coda.
from broken rubble, breaking through the fray...
A forest!
Obscure flickers in the distance,
These lights blinked out of existence.
Dying systems pulled through a void,
Experimental universe designed to destroy itself
Unknown destination
Dopo un esordio tanto complesso, l'attesa per il secondo album si carica di aspettative e preoccupazioni. La paura è quella di un compromesso che riduca la ricchezza stilistica della band e la allinei ai tanti epigoni del thrash-metal classico. Outer Isolation (2011, riedito nel 2013) è un'opera più breve, che supera di poco i 50 minuti, ma più variegata: aumentano decisamente le dosi psichedeliche, si palesano escursioni compositive prog-metal. L'unico brano sopra i dieci minuti è l'opener "Cosmic Cortex", aperta nell'ormai familiare clima di mistero e poi sospinta, di accelerazione in accelerazione, in una esaltante corsa a rotta di collo dove DiSanto riesce a cantare in un modo se possibile più estremo che sull'esordio, alternando un growl malsano con acuti agghiaccianti. Nel finale il rallentamento porta a percepire quasi in modo fisico una vertigine angosciante, esaltata dalle urla dannate e dalla solita maestria nella gestione della sezione ritmica.
Quando anche rallentano, i Vektor non suonano meno devastanti, come ben dimostra "Echoless Chamber", che fra il primo e il secondo minuto costruisce un meccanismo sonoro devastante: mitragliate ritmiche, urla assordanti e tempi dispari per uno dei frangenti più entusiasmanti della carriera. Quando tornano a un thrash-metal più tradizionale, sono allievi che possono rivaleggiare con i maestri, come ben dimostra "Tetrastructural Mind": doppia-cassa da ovazione, grido che cita "Angel Of Death" degli Slayer, aperture melodiche folk-metal. La strada che porta al psych-rock viene percorsa in entrambe le direzioni in "Venus Project", che spazia dal thrash-metal a una marcetta allucinata, si rilassa in un prog-rock aristocratico e ritorna alla potenza metallara per un assalto finale. Risulta comunque più innovativa "Fast Paced Society", dilaniata dalle accelerazioni, iniettata di jazz, segnata da strani esperimenti sui timbri vocali, caratterizzata da una inquietudine che la pone in cima al podio dei loro brani più schizofrenici.
A chiudere l'opera, la title track: fendenti doom e psichedelia in apertura che portano a una nuova cavalcata, questa volta colorata da alcuni sprazzi fulminei che rievocano il grindcore più estremo e l'irripetibile esperimento degli Othrelm di "OV". Al quinto minuto ci troviamo catapultati nella confessione di una creatura notturna, con un assolo neoclassico che trasporta in un paesaggio lunare. Al settimo minuto questa creatura-mostro ritorna con la sua orribile voce da incubo, anticipando un finale di un'intensità impressionante.
Outer Isolation conferma la caratura della band, pur non replicando il mezzo miracolo dell'esordio. Riesce, soprattutto, a far inquadrare i Vektor sempre più come una band ultra-tecnica di metal estremo, invece che una semplice emanazione thrash-metal.
Recharging the void
Dopo quasi cinque anni di silenzio, Terminal Redux vede il quartetto statunitense dinanzi a una sfida, quella di emanciparsi sempre di più dal suono dell'esordio. Sostenuti da un concept spaziale con spunti da rock-opera, i Vektor speziano la loro narrazione cosmica e distopica a base di metal estremo con alcune sostanziali novità: più varietà nel canto, aumento modesto degli elementi melodici, accelerazioni frenetiche che portano più spesso in territori grindcore.
L'apertura è affidata a "Charging The Void", nove minuti nello stile di "Black Future" che tuttavia sorprendono chi già li conosce con cori soul nella parte finale. "Cygnus Terminal" (otto minuti) opta per un passo più lento e per esplosioni al posto delle raffiche supersoniche: le chitarre si arrampicano, supportate dai ritmi non lineari che sospingono le escalation drammatiche della voce. La melodia è utilizzata per descrivere paesaggi cosmici, ammantando il brano di un mistero ben trasposto in strutture difficili da prevedere. Il trittico iniziale si conclude con "LCD (Liquid Crystal Disease)", senza che lo spettro di Black Future sia stato sostanzialmente fugato.
A seguire, con "Ultimate Artificier", "Pteropticon" e "Psychotropia" si assiste a un altro portentoso riassunto di tre decenni di thrash-metal e suoi derivati. Un campionario di riff meccanici, di geometrie vertiginose, di imponenti assalti strumentali che riportano alla mente molte delle band fondamentali del thrash-metal, dagli Slayer ai Mekong Delta.
Nuovo pane per i denti dei metallari più incalliti, ma poco che sembri superare quanto già ascoltato nei primi due album. Più interessante "Pillars Of Sand", che nel suo enciclopedico riassunto è tanto varia da sembrare sempre sull'orlo del caos, irretita da una struttura mutante che fa a malapena comprendere gli sviluppi a dir poco rocamboleschi: sono "solo" cinque minuti, ma è un bignami impressionante di estremismo metallico.
La traccia più incline a suscitare discussioni, "Collapse" (nove minuti e mezzo), è il corrispettivo di "One" dei Metallica: un brano che parte melodico e diventa aggressivo e corazzato. I primi tre minuti sono i più banali, dopo si prova a fondere l'anima thrash/black con quella della ballata. Risultato curioso, che rivela un'accessibilità inaspettata e che registra una varietà nel canto tutta nuova per la band. Arrivati dopo più di un'ora a "Recharging The Void" (tredici minuti e mezzo), si chiude con uno sfoggio di varietà stilistica, un monumento al più eclettico thrash-metal segnato da una parte centrale, con voci angeliche, che è ai limiti dell'assurdo in questo contesto sonoro. I cori operistici rievocano territori power-metal che pure affiorano, raramente, nei loro brani.
Si diceva che l'evoluzione rispetto ai primi due album è solo parziale, visto che troppo spesso la formazione ripropone i suoi brani ipercinetici e progressivi a base di thrash-metal. In un'opera di oltre 73 minuti, arrivata dopo quasi cinque anni di attesa, ci si poteva aspettare più spazio per le novità, nonostante la spettacolarità della loro sintesi. In ogni caso, con la trilogia di album completata da questo Terminal Redux, i Vektor hanno virtualmente messo un punto fermo al thrash-metal, dalle sue origini agli anni 10, senza timore di dialogare con un universo sonoro ampio e articolato.
Nel 2020, dopo notizie preoccupanti succedutesi nel tempo su un definitivo scioglimento, DiSanto e Erik Nelson fanno sapere che stanno riformando la band. Inaugurano questo atteso ritorno con "Activate", un brano che non scioglie il dubbio fondamentale: esiste un futuro per i Vektor?
| Black Future (Earache, 2009) | 8 | |
| Outer Isolation (Heavy Artillery, 2011) | 7,5 | |
| Terminal Redux (Earache, 2016) | 7 |