Fatet Ganbena

Abdel Halim Hafez

Fatet Ganbena

1974 (Soutelphan)
traditional arabic pop
Abdel Halim Ali Shabana nasce a El-Halawat, poco a nord del Cairo, nel 1929. Rimane quasi subito orfano di entrambi genitori: la madre muore per complicazioni legate al parto e il padre di malattia pochi mesi più tardi. Dopo qualche anno in orfanotrofio, viene affidato alle cure di uno zio, con cui passa un'infanzia all'insegna dell'indigenza. La sua spiccata sensibilità per la musica emerge già durante i primi anni di scuola e risulterà la sua salvezza: inizia suonando l'oboe, impara poi diversi altri strumenti, legati sia alla tradizione locale (l'oud), sia alla musica occidentale (pianoforte, chitarra, batteria). Inizia a guadagnare insegnando musica nelle scuole locali, poi suonando nei club, dove si diletta anche a cantare.
Nel 1953 ottiene fortuitamente lo spazio per una performance radiofonica e cattura l'attenzione di Hafez Abdel Wahab, dirigente della radio nazionale egiziana, che gli consiglia di utilizzare un cognome d'arte. Per ringraziarlo dell'interessamento, il cantante ne riprende la prima parte del nome e si ribattezza così Abdel Halim Hafez.
Da lì la strada è spianata: tramite la nuova conoscenza, il novello Hafez si introduce ai piani alti dell'industria dell'intrattenimento locale, dove tutti sono colpiti dalle sue doti di interprete e dalla sua presenza scenica.
 
Il lancio avviene tramite il mondo del cinema, per sfruttare il suo bell'aspetto e il portamento elegante, già nel 1955 escono i primi due film che lo vedono fra i protagonisti. L'impatto è immediato, tanto che persino il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser vuole conoscerlo (i due stringeranno un duraturo rapporto d'amicizia).
Seguiranno altre quattordici pellicole entro il 1969. Hafez vi canta sempre una o più canzoni, composte per lui da alcuni fra i migliori autori della musica araba, in particolare da Mohamed Abdel Wahab, da qui in avanti indicato semplicemente come Wahab (è lo stesso cognome del dirigente radiofonico, che però non ricorrerà ulteriormente).
Per sfruttare una fama in continuo crescendo, nel 1961 Hafez, insieme a Wahab e all'avvocato Magdi el-Amroussi come consulente legale, fonda la casa discografia Soutelphan, una delle più fortunate della storia della musica egiziana, esistente ancora oggi come filiale del Mazzika Group.

Anche se non è un compositore, Hafez si distingue da molti interpreti della musica egiziana dell'epoca in quanto parte attiva nell'arrangiamento delle proprie canzoni, forte della propria abilità di polistrumentista. Non a caso, ci sono numerosi filmati in cui lo si vede dirigere l'orchestra che lo accompagna.
Durante i primi quindici anni di carriera, la sua produzione cambia il volto della musica araba: è l'interprete che porta alla ribalta la al-Firqa al-Masiya (trad. orchestra diamante), una delle più importanti orchestre egiziane; è uno degli artisti che punta maggiormente sulla commistione fra musica locale e strumenti occidentali (introduce lui la chitarra elettrica, suonata da Omar Korshid); è l'interprete che popolarizza uno stile canoro più lineare e meno melismatico rispetto alla precedente generazione (la semplificazione sarebbe poi proseguita nel corso del tempo, tanto che oggi lo stesso Hafez appare piuttosto arzigogolato rispetto ai cantanti arabi emersi nei decenni successivi – quelli occidentali, sotto questo aspetto, non reggono invece il confronto a prescindere dall'epoca, a meno di non scomodare la musica lirica). 

La più importante svolta artistica nella sua carriera arriva nel 1970, quando decide di dedicarsi alla creazione di canzoni lunghe (in arabo: ughniya al singolare, aghani al plurale), un formato della musica araba, in particolar modo egiziana, che si è diffuso a partire dagli anni Sessanta. 
Il nome più importante che ha contribuito al successo delle canzoni lunghe è ovviamente Umm Kulthum, la regina della musica egiziana. Hafez, che per fama ne è una sorta di controparte maschile, ci arriva in effetti con qualche anno di ritardo, ma riesce a convogliare nel formato tutte le innovazioni che ha apportato fino a quel momento, segnandolo profondamente.

La prima canzone lunga pubblicata da Hafez è "Zay El-Hawa" ("زي الهوى"), nel 1970, composta da Baligh Hamdi, autore fondamentale e suo stretto collaboratore. L'articolo in questione si concentra però su "Fatet Ganbena" ("فاتت جنبنا"), brano di pochi anni successivo firmato da Wahab, che segna un ideale punto d'arrivo per il formato ughniya.
Per quanto Hamdi sia forse il più importante compositore egiziano emerso negli anni Cinquanta (non a caso, è l'autore di "Alf Leila We Leila", scelta da OndaRock come pietra miliare di Umm Kulthum), Wahab è generalmente considerato il più grande di tutti i tempi, avendo segnato, quando non dominato, l'industria locale dagli anni Venti agli Ottanta, un lasso di tempo enorme in cui la musica araba ha subito gli sconvolgimenti più impensati, spesso causati dalle sue creazioni. 
"Fatet Ganbena" è stata la prima canzone lunga concepita da Wahab per Hafez, un traguardo che l'interprete ha agognato non poco, visto che fino a quel momento il compositore ne aveva create esclusivamente per Umm Kulthum. La morte della diva nel 1973 aprì la porta alla collaborazione fra i due in questo specifico formato.

Come tutte le canzoni lunghe di Hafez, venne registrata direttamente dal vivo. Il concerto di presentazione si tenne il 30 giugno 1974 e l'album fu pubblicato più tardi in quello stesso anno, in vinile. Per questa recensione si fa riferimento alle ristampe in Cd giunte a partire dal 1991, che contengono l'esecuzione integrale avvenuta durante il primo concerto, lunga circa 49 minuti.
I primi 50 secondi dell'incisione riportano la voce di Hafez che presenta il brano al pubblico:
Oggi vorrei dire… vorrei dire molte cose sull'uomo che ha portato sulle proprie spalle la musica araba durante la sua intera vita. In realtà, non trovo le parole per descriverlo. Il mio insegnante, il mio maestro, Mohamed Abdel Wahab. Canterò, sulla sua musica, la canzone "Fatet Ganbena". Le parole sono state scritte dal sommo poeta, il maestro Hussein Elsayed.
Elsayed è stato uno dei più richiesti parolieri egiziani e ha scritto testi per interpreti sia connazionali, sia provenienti dal Medio Oriente. Hanno cantato le sue parole nomi del calibro di Farid El Atrache, Shadia, Nagat El-Saghira, la libanese Sabah e la siriana Fayza Ahmed.
"Fatet Ganbena", traducibile come "Ci è passata davanti", è stata scritta nel dialetto egiziano dell'arabo. Si tratta di un poema d'amore dal taglio cinematografico, in cui è narrata la storia di due amici che provano lo stesso sentimento per una donna sconosciuta. Nella versione originale di Elsayed era l'amico del narratore a ricevere l'attenzione della donna, ma Wahab gli chiese di modificare il finale in favore del protagonista, si potrebbe ipotizzare per farlo aderire meglio al carattere trionfale che la musica assume in quel tratto.
Durante la lettura della traduzione integrale del testo, di seguito proposta, si deve tener conto della difficoltà di rendere in italiano le sfumature dell'arabo, che ha generato alcune inevitabili forzature, e soprattutto del fatto che nella versione originale quasi tutti i versi vengono ripetuti più volte, allo scopo di indurre un senso di trance che viene quindi a mancare, come già spiegato nell'articolo di OndaRock su "Alf Leila We Leila" di Umm Kulthum.
Ci è passata davanti, è passata davanti a me e lui.
Ci ha sorriso, ha sorriso a me e lui.
Ho ricambiato, e ho continuato a ricambiare finché non è stato troppo tardi.
E mi sono perso in me stesso, e mi sono svegliato, l'ho vista prendere il sole e andarsene. [nota 1] 
Mi sono messo a pensare, ci ho pensato anche troppo.
Mi sono posto una domanda che mi ha confuso: 
perché ci sto pensando? Perché sono preoccupato?
Come capirò se vuole me e non lui?
Come capirò se quel sorriso era per me e non per lui?
E perché me? Perché me? Perché non lui?
 
In un'altra occasione, una coincidenza:
io e lui eravamo per strada,
abbiamo visto dei dolci passi avvicinarsi, e una terza ombra, [nota 2]
una terza ombra rincorrerci.
Mi sono voltato ed era lei.
Incredibile, era lei, lei.
Ho sentito nel mio cuore
una melodia d'amore, una melodia d'amore a me nuova.
Ho udito alcune parole,
[Eppure] non ne ha detta neanche una.
Ma l'ho sentito, l'ho sentito per la prima volta
e per la prima volta vivo e provo qualcosa.
E mi sono ritrovato a sciogliermi, sciogliermi nel suo sussurro,
nelle parole di un sussurro senza suono.
Ha sorriso di nuovo, lo stesso sorriso, e se n'è andata
Come la vita, che arriva e se ne va in un secondo.
Ho guardato il mio amico, ma la sua mente non era accanto a me.
Avrebbe voluto esprimere i miei stessi sentimenti. [nota 3] 
Volevo chiederglielo. L'ha sentito anche lui? Ci ha pensato anche lui?
E mi sono chiesto ancora e ancora:
perché ci sto pensando? Perché sono preoccupato?
[…]
 
Sono tornato a casa, sono tornato a casa.
Non capisco cosa non vada,
non capisco cosa mi sia successo.
Così felice che volevo ridere,
così triste che volevo piangere.
Non ho raggiunto le lacrime
e non ho una spalla su cui piangere.
Mi sono innamorato di lei,
sì, mi sono innamorato di lei, non posso dimenticare la sua risata.
Non potrebbe essere la gioia della mia vita? L'ho finalmente trovata?
Dove si nascondeva questo giorno? Dove?
Sia benedetta lei e la sua risata.
Due giorni dopo il mio cuore sussulta e mi scuote: 
mi chiede quando la vedremo e dove. 
Le notti mi tormentano con pensieri e sogni oscuri,
lo spettro della gelosia è apparso davanti ai miei occhi.
Se vedo il mio amico felice penso:
devono essersi incontrati.
Se vedo preoccupazione nei suoi occhi, penso:
devono essersi lasciati.
Non trovo il modo di salvarmi dal tormento,
se non cercarla e ottenere una risposta da lei.
Sono riuscito a trovarla, l'ho trovata,
dopo una dura ricerca, l'ho trovata.
Le ho mandato un paio di parole,
non più di due righe,
le ho chiesto: abbi pietà, dimmi, dove mi trovo?
E la risposta giunge, e la trovo che mi attende.
Mi dice: "Sin dalla prima volta ho sorriso a te, [ragazzo] con la pelle scura".
Me! Sì, me! Me! Non lui!
Il brano è stato composto in forma ibrida, in parte ricorrendo agli schemi della musica occidentale e in parte ai maqamat della musica araba, e arrangiato con lo stesso approccio, mescolando strumenti tradizionali locali, strumenti moderni occidentali e orchestra.
Il tasso di contaminazione è in realtà anche più elevato di così, se si considera che alcuni strumenti locali sono stati modificati per andare incontro ai volumi più elevati tipici della musica occidentale, mentre gli strumenti occidentali sono stati modificati allo scopo di adattarsi alle scale e ai quarti di tono della musica araba (difatti, la maggior parte dei musicologi parla di arabizzazione degli strumenti occidentali, un processo lunghissimo che parte dal tardo Ottocento e prosegue per tutto il secolo successivo: Hafez ne è stato uno dei protagonisti durante la propria epoca).
 
Fra gli strumenti occidentali arabizzati compaiono la fisarmonica (che entra a 1'02'', con un'atmosfera lugubre che un ascoltatore occidentale difficilmente abbinerebbe allo strumento), l'organo [nota 4], la chitarra elettrica (priva di effettistica, allo scopo di non urtare il pubblico) e il mandolino (il suo momento di gloria a partire da 29'51''). 
A 3'14'' appare uno strumento elettrico ibrido, ben visibile nei filmati delle varie esecuzioni concertistiche del brano: ha la forma di un oud, ma la testa di una chitarra.
Gli strumenti tradizionali più presenti sono il ney (flauto di canna con imboccatura ad ancia semplice, diffuso in tutto il Medio Oriente, pur con alcune varianti), il cui primo assolo è udibile a 5'29'', e le percussioni, suonate da un numeroso ensemble e i cui strati rappresentano l'elemento che più di tutti fornisce densità all'arrangiamento. L'apparato ritmico è in più tratti coadiuvato dall'organo, che suonando accordi in staccato mima di fatto uno strumento a percussione.
Il suono più coprente dell'orchestra è ovviamente quello della sezione archi, per cui va spesa una precisazione: il violino (e gli strumenti strettamente correlati) è stato importato in Egitto a partire dal tardo Ottocento, in breve diventando uno degli strumenti più importanti della musica araba urbana e relegando gli strumenti ad arco locali alla musica folk delle aree rurali. Il suo utilizzo va così indietro nel tempo ed è così connaturato alla maggior parte dei classici della musica araba, che viene oggi percepito come elemento locale e non come fattore di contaminazione occidentale.

Il brano è diviso in quattro sezioni: un muqaddima (introduzione puramente strumentale) di poco meno di sette minuti e poi tre segmenti cantati (uno per il primo incontro con la donna amata, uno per il secondo incontro e uno per il finale della storia).
Essendo lungo 49 minuti, contiene una varietà di soluzioni impressionante: dalla parte più intimista e delicata a quella festosa in un tripudio di percussioni, con trame ritmiche fittissime e rigogliose soluzioni melodiche, spesso in botta e risposta fra gli strumenti solisti e la sezione d'archi, mentre la voce e l'orchestra sembrano andare all'unisono per poi scostarsi di un frammento – risultando la seconda in un appena percettibile ritardo – e infine ricongiungersi.

Prima di morire, Hafez avrà modo di cimentarsi in altre due canzoni lunghe di Wahab: "Nebtady Menein El Hekaya" ("نبتدي منين الحكاية") e "La Takzebi" ("لا تكذبي"), pubblicate entrambe nel 1975. Purtroppo le sue condizioni di salute, precarie durante tutto l'arco della sua vita adulta a causa della schistosomiasi contratta da ragazzo, andranno velocemente deteriorandosi verso la metà degli anni Settanta, portandolo alla morte per cirrosi il 30 marzo 1977, all'età di 48 anni.
La sua scomparsa gettò l'Egitto nello sconforto e viene oggi considerata l'evento che, sommato alla dipartita di Umm Kulthum avvenuta appena quattro anni prima, ha posto fine all'epoca d'oro della musica araba.
Wahab gli sopravvisse di quattordici anni e nel 1989 pubblicò a sorpresa una canzone lunga cantata in prima persona, "Men Gheir Leh" ("من غير ليه"), che aveva concepito molti anni prima per Hafez, senza però che l'amico vivesse abbastanza a lungo per poterla cantare. 


[Nota 1] In questa scena il protagonista si distrae, a causa delle proprie elucubrazioni, e perde di vista la donna. La scena è ambientata durante il tramonto, da cui la scelta simbolica della donna che porta il sole via con sé.

[Nota 2]
Dal momento che l'ombra li rincorre, la donna si trova alle loro spalle e i due non possono vedere i suoi passi, ma solo udirli. Tuttavia, il poeta utilizza il verbo vedere.

[Nota 3]
Letteralmente, "le parole nel mio cuore", interpretabile appunto come "i miei stessi sentimenti".

[Nota 4]
L'organo arabizzato è un organo a transistor, che possiede l'opzione di spostare di un quarto di tono i tasti di La, Si e Mi. L'operazione gli consente di coprire la maggior parte dei maqamat della musica araba.

Tracklist

  1. فاتت جنبنا (Fatet Ganbena)

(Nota - nell'edizione originale, pubblicata su vinile, il brano era ovviamente diviso in due parti)


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