Immaginatevi il contesto. È il 1986, Akina Nakamori, tra le più luminose
star del nuovo pop giapponese, è al vertice della sua popolarità, autori e produttori fanno a gara per scrivere pezzi su misura per la sua voce (giusto due anni prima il leggendario Yosui Inoue aveva firmato per lei l'altrettanto epocale “Kazari ja nai no ya namida wa”, brano tra i più reinterpretati della musica nipponica), è icona di stile e i suoi atteggiamenti, eleganti e ribelli allo stesso tempo, la rendono un punto di riferimento per centinaia di migliaia di adolescenti. È il fiore all'occhiello della sempre più febbricitante industria
idol (pari a lei soltanto la “nemica amatissima” Seiko Matsuda), ogni sua nuova pubblicazione è un successo immediato, ma oltre l'immagine perfetta e le schiere adoranti di fan si nasconde una tempra di ferro, un fuoco espressivo che ne spinge gli esiti ben oltre quelli di un prodotto usa e getta. Con una doppietta di album quali “Bitter And Sweet” e “D404ME” l'allora ventenne stava già spianando la strada verso una piena consapevolezza dei propri mezzi, complicando la sua proposta con arrangiamenti più variegati e una diffusa sofisticazione nelle interpretazioni. L'anno successivo la questione si fa ancora più interessante.
È il 1986, si diceva, Nakamori è reduce dalla sua prima vittoria per la canzone dell'anno ai Japan Record Awards (l'equivalente giapponese dei Grammy), la sua voce ha acquisito spessore e maturità e anche avventure verso lidi sonori che parevano fuori dalla sua portata non sembrano ormai così peregrine. Per una
popstar al massimo delle sue potenzialità ciò può significare due cose: continuare sulla strada di un usato sicuro oppure approfittarne per sparigliare tutte le carte in tavola e offrire qualcosa di davvero eversivo. Un dilemma a cui tanti nella posizione dell'ancora giovanissima cantante sono stati chiamati a dare una risposta, un dilemma a cui la ventunenne reagisce nella maniera più sorprendente possibile.
Annunciato già a marzo, poco dopo la pubblicazione del suo
instant-classic “Desire – Jounetsu”, già dal titolo “Fushigi” (trad. “mistero”, “stupore”) Nakamori lasciava presagire che per il suo nono album volesse presentarsi sotto una veste più audace, sfuggente e inclassificabile come il buio più profondo. E tutto, almeno fino alla pubblicazione diversi mesi più tardi, rimarrà davvero oscuro. La cantante, assieme a un team ristretto di collaboratori, si chiude in studio, decide di prendere in carico la produzione dell'intero disco (mossa invero unica nel luccicante mondo
idol) e lavora per mesi sulle sue tracce, tanto da stravolgere a più riprese la scaletta originariamente diffusa. Uscito nei negozi l'11 di agosto, il progetto rivelerà da subito i suoi bizzarri misteri.
La leggenda narra che tanti acquirenti del disco, subito dopo averlo ascoltato, hanno provato a restituire la loro copia in negozio, pensando che fosse difettosa. Quale che sia la realtà dei fatti, la reazione verso “Fushigi” resta di stupore e sconcerto, relativamente a un album che sconfessa totalmente ogni tipo di approccio tenuto fino a quel momento, per presentare un'interprete completamente trasformata. Se già il titolo scelto non fosse rivelatore, ci pensa la copertina a corroborare la netta difformità rispetto all'intera produzione precedente. Avvolta da un manto nero come una Bene Gesserit di
herbertiana memoria, la sola metà sinistra del volto a essere illuminata da una luce fioca, Akina Nakamori si presenta a noi con le fattezze di un fantasma, una voce dissolta sotto coltri di nebbia a perturbare i sensi e la realtà. Con il santino delle “
Tubular Bells” di
Mike Oldfield in tasca, che tanto avevano impressionato anche il Giappone ai tempi dell'uscita de “
L'esorcista”, la cantante e la sua band di supporto (gli Eurox, quartetto
wave dallo spiccato afflato onirico) ribaltano tutti gli stereotipi associati alla nascente estetica
idol (voce, spesso e volentieri squillanti, in primo piano, arrangiamenti luminosi, testi che solitamente cangiano tra il romantico e l'inoffensivo) e ne evidenziano il negativo strisciante, il potenziale
gotico, perso tra banchi di riverbero e inquietanti lune d'ombra.
Riverbero: la parola fondante dell'intera operazione, il pomo della discordia che tanto disattese le aspettative del pubblico. Intenzionata ad amplificare per quanto possibile l'aura di mistero, a nascondersi dietro i veli di una percezione troppo spesso menzognera, Nakamori rompe il patto con il suo uditorio e tratta la sua voce, lo strumento che ne ha messo in mostra lo
charme e l'eleganza, come una tessitura che complimenta il resto dell'apparato. Eccola, quindi, in fase di missaggio, a richiedere agli Eurox di procedere con una ripetizione dello stesso perché l'intero disco, per quanto affascinante, non suonava a suo dire eccentrico a sufficienza: utilizza quindi un vocoder dotato di riverbero e stratifica la voce (anzi, le voci) dietro a manti di ovatta. Il secondo
mix centra perfettamente l'obiettivo, rendendo l'elemento umano un ectoplasma, un ricordo di quanto tenta di esprimere. Comprensibile che chi acquistò il disco, aspettandosi di ascoltare la stessa artista che solo pochi mesi aveva dato alle stampe un vibrante saggio
power-pop nelle fattezze di “Desire”, potesse sospettare di un potenziale difetto di stampa; comprensibile che una simile decisione, unita alla scelta di offrire l'intero disco senza alcuna anticipazione, abbia poi provocato una certa quale distonia.
Al netto dell'iniziale sconcerto generale, l'operazione “Fushigi” si spinge ben oltre lo stratagemma produttivo, ponendosi all'interno di un
humus culturale che intercetta e sintetizza terreni al tempo ancora inconciliabili tra loro, anticipando allo stesso tempo l'attitudine sincretica che nei due decenni successivi avrebbe caratterizzato l'intero scenario
j-pop. Perché comunque sempre di pop si parla: oscuro, tonitruante, talvolta evanescente nella sua consistenza eterea, ma non sacrifica mai la sua natura melodica, la comunicazione popolare. Piuttosto la complica, la inserisce in un alveo che conduce Nakamori e gli Eurox in un affollato crocevia, animato dal terremoto
onirico di casa 4AD, il nascente movimento gotico nazionale, spunti globalisti e il
funk, osservato però attraverso una lente che ne distorce i connotati. Un connubio complesso, gestito però con polso e consapevolezza, sin dall'inizio: già col suo attacco “Back Door Night” è la dimostrazione di un orecchio produttivo affinato, che coordina i volumi e i registri senza fatica, portando avanti basso e sintetizzatori a delineare una grandiosa fuga verso l'ignoto. Al di sotto, la voce di Nakamori procede per ellissi liriche, spettro di una donna che ha abbandonato da tempo immemore la sua forma terrena: dove c'erano ordine e
charme, adesso c'è un lontano senso di sconforto, un invito sempre più impellente alla rinuncia, che si fa lamento sinistro. E il prosieguo non è certo da meno.
Come separata da un incubo antico, “New Generation” avanza su un batterismo serrato, come da perfetto manuale
gotico, strappando accenti di senso là dove cessa di esistere. Nakamori si fa officiante di un rituale arcano, i sintetizzatori a risuonare come clavicembali, sotto una spiritata rincorsa vocale, che sulla chiusura diventa sanguigna e selvaggia. I sogni si fanno ancora più sconcertanti: “Marionette” ha dalla sua la potenza innegabile dell'arrangiamento e la nostalgia instabile del canto, condotto verso luoghi dove solo la memoria sa arrivare. Nel suo flusso cinematico, addolcito dalla triste melodia di un violino, c'è l'anticipazione di tanto di quel
visual-kei che negli anni successivi si affiderà a simili commistioni neoclassiche per esprimere il proprio senso di abbandono.
Anche a sfrondarsi degli accenti più dark, la storia non risulta meno sconvolgente. Come a immortalare un paradiso perduto, “Genwaku sarete” poggia tutta su un libero giro di basso, che si insinua negli incastri esotici dei sintetizzatori, presi di peso dall'ambient più evocativa, come a insistere sull'abbandono ormai concretizzato. E così gli scatti ritmici di “Glass no kokoro” (trad. “il cuore di vetro”) rimbalzano come perle di cristallo attorno a una voce persa nel mistero dell'amore. Guai però a volerci ritrovare contatti anche solo con la ventenne dell'anno precedente: l'illusione fa presto a tramutarsi in un'amara realtà.
Tra spettrali coretti
funky (“Wait For Me”) e paludose dichiarazioni d'addio (le torride percussioni che caratterizzano “Okibi”), “Teen-Age Blue” sfolgora come il capolavoro nel capolavoro, il brano che meglio riassume le tante direttrici intraprese dal disco. Gioco di contrasti e atmosfere, il pezzo affonda le unghie nella sua complessa cornice sintetica, gettando una luce diffusa su un contenuto melodico che è puro rapimento. Accattivante nella sua evanescenza, dirompente nel suo trasporto ritmico dal vago retrogusto
dub, armonizza l'impeto strumentale e le forme fantasmatiche della voce, suggellando un connubio tra
wave eterea e trasporto pop che raramente ha visto esiti così felici.
Ed esiti simili Akina Nakamori non ne avrà più: per quanto l'album ottenne l'ennesimo primo posto in classifica, tenendolo per tre settimane (fatto irripetuto per un album con queste sonorità), lo sconcerto generale e la lieve flessione nelle vendite, comunque di tutto rispetto, non aiutarono il mantenimento di una simile direzione artistica. Ciò portò a una brusca sterzata produttiva dei successivi progetti, non necessariamente peggiori nel livello (l'immediatamente seguente “Crimson” si staglia come uno dei maggiori esempi di
sophisti-pop alla giapponese) ma privi certamente del coraggio che caratterizzò “Fushigi”.
Ciononostante, il mistero del 1986 permise a un intero scenario pop di porsi di fronte al suo stesso potenziale, di individuare percorsi diversi (percorsi che torneranno utilissimi nei decenni a venire, decisivi nella nascita dell'intero sistema
alt-idol), di coniugare senza paura ambizione, sofisticazione e riscontro commerciale. Di fronte all'ignoto, una
idol si mostrò pronta ad accogliere la sfida.