AM

Arctic Monkeys

AM

2013 (Domino)
indie-rock

Perché “AM”? È la domanda più che legittima che in molti potrebbero farsi vedendo il quinto disco degli Arctic Monkeys finalmente adornato con il bollino giallo della pietra miliare. In realtà il cammino verso questo articolo è stato piuttosto travagliato, con buone possibilità che al suo posto se ne sarebbe potuto tranquillamente scrivere un altro, con il bollino sulla copertina tutta faccione e sigaretta di “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not”. Perché l’esordio della band di Sheffield rimane una vetta della sua carriera e uno degli esordi più fulminanti della storia del rock’n’roll. Si potrebbe anzi azzardare: uno degli album più impattanti dell’indie rock inglese di sempre. Oppure si sarebbe potuto scegliere il secondo disco della band, “Favorite Worst Nightmare”, tacciato spesso dalla critica specialistica di essere un po’ il fratello minore del precedente, ma che a ben vedere ha retto anche meglio la prova del tempo nell’immaginario collettivo (basti pensare al perdurante successo di brani come “Fluorescent Adolescent” o “505”). Tuttavia, c'è un fatto: “AM” è ad oggi l’ultimo grande classico del rock. Certo, può suonare come un’esternazione esagerata e si potrebbero citare titoli posteriori artisticamente validi, ma si tratterebbe di dischi afferenti a sottogeneri e nicchie, non equiparabili per impatto presso il pubblico a quello dell’opera quinta degli Arctic Monkeys.
Come è stato possibile raggiungere simili risultati? A dirlo sembra semplice, ma i risultati in classifica dei due capitoli precedenti, “Humbug” e “Suck It And See”, non erano stati poi così brillanti, se paragonati agli standard della band (non si sta dando in questo passaggio un giudizio estetico sulle opere, beninteso). Con “AM” gli Arctic Monkeys hanno conservato la solita straripante quantità compositiva e la capacità impareggiabile di scrivere grandi canzoni, ma allo stesso tempo, coadiuvati dal fido produttore James Ford, hanno lavorato sul proprio suono in due direzioni apparentemente inconciliabili. Lo stesso Turner ha definito il sound di “AM” come “Dr. Dre che incontra i Black Sabbath”.

È una definizione più che azzeccata, perché in “AM” l’indie rock dal piglio garage dei Monkeys si veste di pesantezza hard rock, di languori blues, ma anche di influenze hip-hop e r&b fortemente radicate nella sua contemporaneità, generando una proposta capace di parlare a molteplici generazioni di appassionati. Detto così sembra un ossimoro, ma tutto è più che chiaro sin dall’attacco dell’opener “Do I Wanna Know?”. La batteria entra ipnotica, cassa dritta e scura. La chitarra striscia elastica e affilata, lasciando una scia di mistero su tutto quello che tocca. Turner prima fa il crooner scafato, poi attiva il falsetto e si chiede tormentato, sfoggiando un lessico forbito, sconosciuto alla maggior parte dei suoi colleghi contemporanei, se il suo oggetto del desiderio provi per lui lo stesso trasporto sentimentale. È un’atmosfera del tutto nuova per le Scimmie Artiche, tinta di notte e sexy nell’andamento. Ma è un vestito che gli sembra cucito addosso. Il riff è mandato all’unisono da due chitarre dal timbro ruvido e, nonostante la sua natura composita, ha ormai fatto epoca.
Si tratta di un riff molto elaborato, difficile anche soltanto dire se si tratti di un unico riff di ventisette note o di tante piccole frasi suonate una dopo l’altra. Degno di nota è il fatto che Turner dal vivo lo suoni e contemporaneamente riesca a cantarci sopra: esercizio di coordinazione tutt’altro che semplice. Voce e chitarra non attaccano mai le rispettive frasi nello stesso momento ed entrambe non entrano mai sul battere. C’è grande libertà, ma soprattutto grandissimo senso ritmico.

“R U Mine?” è il primo singolo, pubblicato già nel 2012, oltre un anno prima della pubblicazione di “AM”. Si ascolta un deciso cambio rispetto agli esperimenti più psichedelici di “Humbug” e a quelli cantautoriali di “Suck It And See”: questo è probabilmente il pezzo più hard rock mai pubblicato dalla formazione britannica fino a quel momento. L’energia sprigionata dalla band canalizza la rabbia e la frustrazione determinate dalla forma incerta di un rapporto amoroso. "Sei mia?”, si chiede Turner posseduto da paura e furia, mentre chitarra, basso e batteria appiccano fuoco come mai prima.
Ancora una volta, la metrica della voce è particolarmente irregolare, con una scansione ritmica del testo che sembra quasi un flusso di coscienza, specie nelle strofe. L'aspetto musicalmente più interessante è il movimentato "duello" tra la voce e la chitarra: mentre gli accenti dei riff di quest'ultima sono tutti sul battere, sugli strong beats della battuta, quelli della voce sono sul levare.
Si segnala anche il pregevole arrangiamento di Matt Helders alla batteria: in particolare nel ritornello quasi non c’è una figura ritmica fissa, tanti sono i passaggi e i fill. È questo un modo di interpretare la batteria memore soprattutto di una figura come Keith Moon.

“One For The Road” approfondisce e amplia ulteriormente il mix tra r&b e indie rock. Particolarmente pregevole è l’assolo di chitarra modulato con effetto phaser e caratterizzato dal punto di vista tecnico dall’uso di molti legati anche piuttosto rischiosi: specialmente dal vivo è facile infatti sbagliare la nota mentre si fanno scivolare le dita sul manico della chitarra, anche per lunghe distanze. Intitolata come il fantomatico drink che chiude una serata, è forse la canzone più elegante del lotto, con un incedere misterioso e una coltre di effetti e coretti altamente cinematici. È un brano che prende forma di immagini mentre lo si ascolta, grazie alla capacità della band inglese di combinare un suono così evocativo alle parole abili di Turner.
“Arabella” è una pregevole variazione rispetto a “Do I Wanna Know”: laddove quest’ultima aveva un suono più orientato al garage rock, sporco e con distorsioni fuzz, “Arabella” ha distorsioni sì molto potenti ma anche definite. Tutto ciò è esplicito in particolare nella ripresa/citazione di “War Pigs” dei Black Sabbath. A fare di questa sensuale ode a una sorta di musa interstellare, una incarnazione universale del desiderio (“Arabella’s got some interstellar-gator skin boots”), nonché uno dei brani più amati e riconoscibili della band, sono senz’altro le dinamiche chitarristiche tra strofe, ritornelli e assoli. In questi ultimi la chitarra esplode e scatta poi come un felino per prodursi in piroette e linee scatenate. Strumentista spesso sottovalutato, Nick O’ Malley qui si prende la scena: è infatti il suo basso, imperioso e totalizzante nel mix, a tenere le redini del pezzo, quantomeno nel riff delle strofe.

“N.1 Party Anthem” e “Mad Sounds” sono due ballad che scongiurano ogni potenziale monotonia e rielaborano alcuni topoi del rock classico per portarli nell’indie rock del terzo millennio. La prima ricorda vagamente il giro di accordi di “The Air That I Breathe” degli Hollies, poi ripreso da “Creep” dei Radiohead, ma se ne smarca rapidamente ampliando il ventaglio di soluzioni armoniche. È una canzone ricchissima anche nei riferimenti: a quelli succitati si aggiungono infatti, grazie al cantato un po’ svogliato e guascone, le ballate più suadenti dei Blur.  “Mad Sounds” ha invece echi di Lou Reed (“Pale Blue Eyes”, in particolare), ma rielaborati in modo fortemente personale. Organetto, basso vellutato e accenni di tamburello ne fanno il nucleo più morbido e dolce del disco, che risulta quindi tutt’altro che una creatura composita di soli banger hard rock.
“Fireside” è forse il brano in cui più si può apprezzare meglio il cantato da crooner di Turner: questo stile, caratterizzato dall’uso insistito del vibrato, è stato piuttosto poco utilizzato negli ultimi decenni, specialmente in questo modo levigato. Si tratta di un pezzo unico all’interno della scaletta: bowiano, cantautoriale ma senza essere un vero e proprio lento. Al contrario, la canzone è incalzante, drammatica, e per convincersene basta ascoltare l’arrangiamento della batteria, con i suoi incessanti fraseggi sui tom. L’arrangiamento di “Fireside” è uno dei più elaborati del disco: si ascoltano chitarra acustica, organo, chitarre elettriche, botta e risposta dei cori, clavicembalo, varie altre tastiere o effetti da studio, specie nella sezione finale. Si tratta di una gemma nascosta del disco, pronta a smentire chiunque sostenga che “AM” sia un disco monocorde che si adagia sulla stessa formula vincente, nonché di un brano fortemente in contrasto con quelli che aprono il disco, anche tematicamente: se nei primi ruggiti di “AM” desiderio, paure, sensualità e chitarre nervose predominano, negli arrangiamenti preziosi ma malinconici di “Fireside”, Turner parla di assenza, memoria e rimorso. La canzone è infatti una sorta di flusso di coscienza e rimembranze con gli occhi fissi e perduti nel fuoco del caminetto che la intitola. 

“Why‘d You Only Call Me When You’re High” è paradigmatica dello stile di scrittura di Turner, uno dei cantanti più originali dell’indie rock e non solo. La voce entra sempre in levare e ha anche rallentamenti e accelerazioni improvvise (ad esempio, sulla frase: “Incapable of making alright decisions”). Per certi versi Turner sembra qui quasi un rapper, più che un classico cantante di musica rock. Del resto, intorno alla voce la sezione ritmica rende esplicita l’influenza di classici hip-hop come Dr. Dre, per produzione, mixing (la cassa mixata molto "avanti") e figure ritmiche della batteria.
Sebbene “AM” sia un album imbevuto di influenze statunitensi e registrato a Los Angeles, rimane pur sempre il disco di una band inglese: “Snap Out Of It”, con il suo incedere da marcetta da music hall, è il perfetto connubio tra l’r&b alternativo e la stagione del pop psichedelico degli anni Sessanta inglesi, con i Kinks in prima linea.
“Knee Socks” si caratterizza dal punto di vista armonico per l’utilizzo della progressione andalusa e soprattutto per il pregevole intervento di Josh Homme dei Queens of The Stone Age alla voce. Ragguardevole è poi il modo in cui nella sezione finale si mischiano la voce solista di Turner, i cori in falsetto e l’ospite d’eccezione, la cui duttilità viene utilizzata in barba a qualsiasi cosa ci si potesse aspettare dall’icona stoner e quindi in maniera completamente funzionale alla creazione di un mood erotico e sudato.
Il caso di “I Wanna Be Yours” è curioso: sebbene non fosse stata scelta come singolo, è diventato nel tempo il loro pezzo con più ascolti in assoluto su Spotify. Basata su di un testo del poeta punk di Manchester, John Cooper Clarke, è una ballad molto lenta, contraddistinta da un arrangiamento dai timbri sensuali, oscuri: le chitarre, ad esempio, hanno un riverbero spettrale, lunghissimo, che le fa sembrare quasi dei pad tastieristici. È un effetto che i Monkeys ottengono anche, seppur in maniera in maniera minore, in “I Want It All”, dove però l’incedere in linea con il titolo della canzone è battagliero, vicino a certe durezze stoner, passione mai sopita della band che aveva dato vita al duro “Humbug”.

Un fenomeno come “AM”, per forza di cose, non si alimenta di sola musica. Se si pensa agli Arctic Monkeys, oggi, si finisce inevitabilmente a immaginarli proprio come si agghindavano intorno al 2013. Alla svolta musicale corrispose una trasformazione anche nel look, anche in questo caso più vicina all’iconografia tradizionale del genere. I vestiti indie casual lasciarono infatti spazio a giacche di pelle vintage, pantaloni stretti e, nel caso di Turner, ciuffo impomatato. Quasi come se il ragazzino di Sheffield avesse lasciato il posto una sorta di miscuglio postmoderno tra Elvis Presley e James Dean.
Del resto, ai Monkeys si interessò a quel punto anche l’alta moda, tanto che i vestiti del tour del 2013/14 vennero curati dal marchio Yves Saint Laurent – nell’epoca del super-direttore creativo Hedi Slimane. Questo e altri fattori, come l’utilizzo martellante dei social per diffondere nuovi contenuti, portarono a una diffusione della band inglese che andò ben oltre i confini musicali. Così come le influenze canalizzate dal gruppo nella creazione di “AM” furono molteplici, numerosi sono anche i proseliti, sia estetici che musicali – si pensi ai Royal Blood, ai Nothing But Thieves, ai 1975, ma anche a un certo Harry Styles.
Cinque anni dopo “AM” e, dunque, dopo quella che fu una vera e propria sbornia di vendite, consensi e clamore, Turner aprirà “Tranquility Base Hotel + Casino”, il sesto disco della band, con questo celebre verso: "I just wanted to be one of the Strokes". Sembra a tutti gli effetti una riflessione incredula sul successo del disco precedente. Come se neanche lo stesso Turner, che all’epoca della fondazione voleva soltanto essere parte di una nuova, cool indie band, potesse credere a quanto lui e sodali avevano combinato qualche anno prima.
Non solo gli Arctic Monkeys avevano doppiato a livello di vendite i cugini maggiori newyorkesi, sfondando davvero per la prima volta negli ostili Stati Uniti, ma avevano anche trasceso dal rango di sensazione indipendente, diventando a tutti gli effetti la rock band più acclamata del pianeta. A conferma dello status centrale nella discografia della band di Sheffield, ad oggi “AM” vanta ben otto canzoni nella lista delle dieci più ascoltate di Spotify nella pagina Arctic Monkeys. Tra queste, “I Wanna Be Yours” e “Do I Wanna Know” hanno totalizzato rispettivamente oltre tre miliardi e oltre due miliardi e mezzo di ascolti. Numeri questi che sono destinati ad aumentare: l’influenza di questo disco nell’immaginario degli ascoltatori sembra non avere fine, come è testimoniato dalle continue riapparizioni nelle principali classifiche di vendita, inglesi e non solo.

Tracklist

  1. Do I Wanna Know?
  2. R U Mine?
  3. One For The Road
  4. Arabella
  5. I Want It All
  6. No. 1 Party Anthem
  7. Mad Sounds
  8. Fireside
  9. Why’d You Only Call Me When You’re High?
  10. Snap Out Of It
  11. Knee Socks
  12. I Wanna Be Yours

 


 



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