“Rubare alla mafia è un suicidio”, nel pertinente ma poco fedele titolo con cui viene accreditata in Italia la pellicola di “Across 110th Street”, è stato rilanciato come cult-movie da Quentin Tarantino che gli ha dapprima dedicato una corposa citazione in “Pulp Fiction” - nell’episodio forse più truce denominato “L’orologio d’oro”, con Bruce Willis nella veste del pugile Butch Cooligde – e poi il tributo musicale con “Across 110th Street” che apre e chiude “Jackie Brown”, film a sua volta ricco di riferimenti alla blaxploitation. A ribadire il fascino esercitato dal brano di Womack, ci pensa nel 2007 anche Ridley Scott, che lo inserisce nella colonna sonora di “American Gangster”.
A tema di contenuti musicali, ci troviamo di fronte a un mirabile luogo d’incontro fra rhythm’n’blues, rock, soul e pop per orchestra, la cui riuscita è da ascriversi anche al contributo del braccio destro di Quincy Jones, Jay Jay Johnson, probabilmente il più grande trombonista bebop di ogni tempo, qui nella veste di direttore d’orchestra, arrangiatore e, talvolta, di autore. Un coacervo di stili, si diceva, ma comunque riconducibile in modo coerente alle attitudini dei due artefici: le molteplici variazioni di un soul fluido e cangiante per Womack, i raffinati affreschi orchestrali per Johnson, maggiormente inclini a riempire le vie del quartiere di Harlem, dopo la centodecima strada entro cui si svolge la trama dei film.
Il brano che dà il titolo alla soundtrack è un soul vigoroso ad alto coefficiente di orecchiabilità, che poggia i presupposti nella classica costruzione base-bridge-ritornello, in un loop incalzante che finisce con l’essere efficace tanto nella sua versione cantata (suddivisa in due parti), che nella declinazione strumentale, con le sue iniezioni jazzy a fornire benzina all’azione evocata. C’erano tutte le condizioni per un instant classic del funky-soul eppure, a parte il poco esaltante numero 56 nella classifica di Billboard (e il 19 nella Soul Singles) , occorrerà attendere lo sdoganamento tarantiniano per regalare al pezzo una certa notorietà e, con essa, una seconda giovinezza.
Laddove molte colonne sonore speculano sull’idea portante per arrivare in fondo, Womack ricorre a tutte le sue virtù compositive calando un tris letale con “Do It Right”, scintillante tributo rock al r’n’b del godfather James Brown , “Hang On In There”, un old school soul che si mette sulle tracce di Wilson Pickett, e con “Quicksand”, in pratica il concetto di musical concentrato in meno di due minuti. Come non bastasse, va a giocarsela con Al Green e Marvin Gaye sui territori della soft ballad con “If You Don’t Want My Love (Give It Back)”, un lento mozzafiato in cui sembrano affacciarsi tutte le luci notturne della Grande Mela; mirabilia ribadita dalla versione di J.J. Johnson, che nel take orchestrale ci regala uno dei più bei tributi a Bacharach mai scritti (altri sono presenti nella menzionata colonna sonora “Shaft” di Isaac Hayes, ugualmente notevole).
L’orchestra si addentra fra le strade sinistre del quartiere nero di New York, imprimendo sullo spartito di “Harlem Clavinette” una fusion per fiati e tastiere con tanto di solo chitarristico, e svelandone il volto notturno in “Harlem Love Theme”, che ci sussurra all’orecchio nostalgie di un tempo ormai lontano, o forse mai realmente appartenuto a quei luoghi.
Insomma, tutto è al suo posto, e non solo per accompagnare le vicende di una città violenta e decadente (negli anni 70 nemmeno così lontane dalla realtà), ma anche per brillare di luce propria svincolandosi dalla narrazione.
A confermare lo status di cult dell’opera, nel 2012 arriva sul mercato la ristampa del quarantennale, corroborata da un secondo cd contenente le due uscite successive di Womack solista, “Facts Of Life” (1973) e “Lookin’ For A Love Again”(1974), che completano uno dei suoi più floridi momenti artistici e commerciali. Dopo un ulteriore periodo felice negli anni 80 ( in particolare con “The Poet” nel 1981), seguito da anni di relativo anonimato quando non di assenza totale dalle scene, il soulman di Cleveland si rilancia a sorpresa nel 2010 con la partecipazione all’hit album “Plastic Beach”dei Gorillaz, il cui leader Damon Albarn produrrà nel 2012 “The Bravest Man In The Universe”, disco che ribadisce in chiave patinata e moderna le straordinarie doti di interprete e di compositore di questo big assoluto della black music.