Kurutta taiyou

Buck-Tick

Kurutta taiyou

1991 (Invitation)
alternative-rock

Fondamentale movimento attraverso cui il rock alternativo ha permeato l’immaginario di almeno una generazione di giovani ascoltatori giapponesi, il visual kei ha dovuto tuttavia subire lo stigma della critica locale più oltranzista. Per via dell'attenzione spasmodica per l’immagine, la gran parte delle band del genere sono state storicamente bollate come vacue, commerciali, interessate esclusivamente all’apparenza e non alla sostanza. Anche volendo dar credito ad accuse trite e superficiali come queste, si invita comunque il lettore a digitare su un motore di ricerca di immagini le formazioni citate in questo articolo. Non si potrà certo rimanere indifferenti di fronte alla creatività infusa nell’estetica di scena, fatta di accese tinte di capelli, vestiti strabordanti con pizzi e merletti, trucchi femminei e cotonature esagerate. Sarà altresì impossibile non riconoscere all’androginia spinta esibita dai vari musicisti, quasi esclusivamente di sesso maschile, il coraggio di provocare in modo sfacciato le consuetudini moraliste borghesi, spesso molto rigide nell’incasellare in modo definito e univoco i comportamenti e i costumi di genere.

Volendo per ragioni di economicità operare una semplificazione un po’ brutale, all’interno del visual kei si possono identificare due principali filoni, uno legato a sonorità metal, l’altro più attratto dal post-punk a tinte gotiche. Tra le formazioni ascrivibili alla prima corrente troviamo gli X Japan, una delle prime band del movimento a emergere e l’unica a ottenere anche i favori della critica ufficiale [nota 1], i Dead End, i Dir En Grey o i Versailles. Nella seconda corrente possiamo invece annoverare tra gli altri Luna Sea, Kuroyume, L’Arc-en-ciel, La'cryma Christi o Malice Mizer. Le band appena citate presentano così tante peculiarità e variazioni anche significative rispetto alla new wave che meriterebbero una trattazione a parte; quel che preme davvero a questo articolo è soffermarsi sui padri putativi del filone e grandi pionieri di tutto il movimento insieme agli X Japan, ovvero i Buck-Tick.
Formato il gruppo nel 1983 a Fujioka, nella provincia giapponese, Atsushi Sakurai (voce), Hisashi Imai (chitarra solista), Yutaka Higuchi (basso), Hidehiko Hoshino (chitarra ritmica) e Toll Yagami (batteria) dopo alcune peripezie e rimostranze famigliari, si traferiscono a Tokyo in cerca di fortuna. Qui riescono a farsi notare da un’importante compagnia di distribuzione discografica e cinematografica, la Victor Invitation Records; tra il 1987 e il 1988 ottengono un seguito crescente grazie agli album “Hurry Up Mode”, “Sexual XXXXX!” e “Seventh Heaven”. La svolta decisiva si avrà tuttavia nell’ottobre ’88 con “Just One More Kiss”, il singolo da molti considerato il primo tassello del visual kei tutto. Al contempo epica e romantica, solcata da un penetrante basso post-punk, la canzone è l’ottimo preludio all’album “Taboo”, pubblicato nel 1989 e primo numero 1 nella classifica Oricon. Le porte del successo sono a questo punto spalancate: il successivo “Aku no hana” (1990), il loro album più venduto, e il remix del debutto “Hurry Up Mode” raggiungono entrambi il primo posto in classifica, consacrandoli a idoli delle folle.

Uscito nel febbraio 1991, “Kurutta tayou” è un tassello imprescindibile nella carriera del quintetto: pur fermandosi al secondo posto in classifica e interrompendo quindi la serie di numeri uno, con circa quattrocentomila copie vendute, è il secondo album più acquistato della formazione, superato di poco da “Aku no hana”.
Sin dalla traccia d’apertura, “Speed”, risultano chiare le coordinate del disco. Si tratta infatti di un aggressivo glam-rock con chitarre abrasive, non così distante dal suono che adotteranno i Suede in Inghilterra un anno dopo; un suono così roboante e metallico risulta però per lo più sconosciuto a britpop e dintorni.
“Machine” ribadisce ulteriormente la durezza del suono, con le sue chitarre elettriche in palm muting pesantemente disorte e trattate con pedali di chorus o flanger. Per quanto, come si è già detto, la musica dei Buck-Tick non abbia mai goduto di grande considerazione presso la critica giapponese ufficiale, brani come questo ben testimoniano la ragionevole benevolenza raccolta invece presso la stampa più vicina a rock duro o metal.

“My Funny Valentine” rivela tutta la passione dei Buck-Tick verso post-punk e dintorni: non siamo infatti troppo lontani da quel funk alienato che ha fatto la fortuna di formazioni quali PIL o Gang of Four. Non si confonda tuttavia questa fattuale eredità come una pedissequa ripresa di stilemi elaborata fuori tempo massimo. Non soltanto, infatti, la scrittura è inequivocabilmente legata al J-rock (si pensi soprattutto all’arioso ritornello), ma il suono stesso delle chitarre è in realtà molto diverso da quello che contraddistingue la musica indipendente inglese tra anni 80 e primi 90. Una componente per nulla secondaria si riscontra infatti nei modelli di chitarra suonati da Imai e Hosono: mentre i vari Will Sergeant, Daniel Ash, Johnny Marr, Andy Gill ecc. prediligevano marchi all’epoca già vintage (Fender Stratocaster, Jaguar, Jazzmaster, Rickenbaker o Gibson semiacustiche), i Buck-Tick suonavano chitarre riconducibili ai modelli Super Strat, solitamente appannaggio di chitarristi metal nella musica occidentale. Era questa una pratica condivisa non solo da molte altre band visual kei, ma anche da fondamentali formazioni new wave locali come i Boøwy, curiosamente concittadini e coetanei dei Buck-Tick. Marchi giapponesi quali Ibanez stavano esplodendo negli 80 grazie a modelli adatti al virtuosismo shred e la loro reperibilità per i musicisti del Sol Levante risultava per forza di cose molto più semplice rispetto ai modelli americani.

La successiva “Reborn” mette ulteriormente in chiaro questo aspetto, evidenziando la maniera in cui riff e assolo chitarristici dissonanti che nel post-punk anglo-americano risultano scheletrici, con l’utilizzo di strumenti dalle componenti elettroniche differenti suonano molto più violenti e pieni anche nello spettro di frequenze. “Angel Fish” si fa apprezzare per l’interplay tra i vari musicisti: Yagami scandisce il tempo nella strofa con colpi di rullante in levare mentre tra il canale sinistro e destro del mix le due chitarre dialogano costantemente.
“Jupiter, divenuto uno dei brani cardine della band, cambia sagacemente atmosfera, scongiurando un andamento eccessivamente monocorde della scaletta. Si tratta di un folk new wave spettrale, una sorta di risposta giapponese a “The Killing Moon”: rispetto al classico degli Echo & the Bunnymen, tuttavia, si ascolta un suono meno elegiaco e scandito da tappeti di cori e tastiere ambientali, squarciato da un crescendo strumentale che porta a toni hard totalmente sconosciuti a McCulloch e soci. Si tratta anche di un perfetto esempio dello stile vocale di Sakurai, carismatico e unico anche all’interno del visual kei. Mentre infatti la maggior parte dei cantanti del movimento predilige un’emissione molto chiara e cristallina, caratterizzata da ampi e frequenti utilizzi di un perfetto vibrato (si pensi ai vari Luna Sea, Arc en ciel, X Japan), Sakurai sfrutta la profondità baritonale della propria voce senza indugiare in troppi tecnicismi, alternando toni ora dimessi, ora spiritati, ora graffianti, per aumentare l’incisività emotiva delle proprie interpretazioni.

Se “Taboo” è l’album più pionieristico della formazione, una delle prime architravi su cui si è costruito il visual kei, nondimeno la maturità e la qualità della scaletta di “Kurutta Tayou” lascia esterrefatti: anche una canzone come “Sakura”, non scelta come singolo, presenta raffinatezze d’arrangiamento notevoli, specialmente nella varietà timbrica degli interventi delle tastiere, nonché nell’assolo di Imai, contraddistinto da un marcato utilizzo di un pedale di armonizzazione settato sulle quinte.
“Brain, Whisper, Head, Hate Is Noise” fa immergere l’ascoltatore in un vortice psichedelico, tra arpeggi che simulano il suono del sitar, chitarre in feedback, un pattern ritmico marziale, scandito soprattutto dall’utilizzo dei tom, e voci immerse in flanger, distorsioni e ampi riverberi. Si segnala inoltre a 2’35” circa un consistente intermezzo strumentale da trip lisergico: le undici canzoni del disco presentano a ben vedere un notevole eclettismo, che a un primo ascolto può quasi passare inosservato per via di una ferrea coerenza stilistica in fase di produzione.
Pur non trattandosi di un concept album, “Kurutta taiyou” mostra fin dal titolo (in italiano “Sole pazzo”) una certa attenzione verso il tema della follia, della paranoia e della perdita di contatto con la realtà, il tutto coniugato con uno stile letterario immaginifico e poetico. In tal senso una delle liriche più rappresentative è quella di “MAD” (nomen omen):

Sono impazzito, mi stringo le ginocchia,
mi lecco le ferite mentre la linfa scorre,
fuggendo dal vortice di una sirena.
Potrò continuare a vivere così?
Sono pazzo, la mia lingua si scioglie
mentre sogno di affogare sul fondo di un mare rosso,
ricordo solo la gentilezza e così mi addormento.
Abbraccio l'asfalto, ho un incubo febbrile,
devo scapparne

Musicalmente, si tratta per chi scrive del più riuscito brano del disco, almeno tra quelli veloci: le due chitarre elettriche si inseguono, l’una impegnata in un ostinato riff in palm muting su note alte, arricchito da un marcato delay a corto feedback, l’altra intenta a scandire la progressione armonica con suoni pesantemente distorti, a un passo dall’industrial. La contemporanea presenza di basso sintetizzato ed elettrico e l’acido filtro vocale spingono ulteriormente in questa direzione, senza tuttavia negare il gusto per la cantabilità nella melodia vocale, mai rinnegato dal quintetto. Si segnala inoltre il bel videoclip di accompagnamento, permeato da una sordida atmosfera j-horror.
La violenza industriale si unisce a toni di puro gothic rock nella successiva “Chikashitsu no Melody”, dove Atsushi Sakurai può mostrare un'espressività lugubre e nervosa che nulla ha da invidiare ai corrispettivi gotici d'Albione.
Giunge infine “Taiyou ni korosareta”: i Buck-Tick dimostrano di non essere soltanto una guitar band, ma anzi nell'introduzione imbastiscono un riff portante gestito da un sintetizzatore che emula il suono delle tubular bells. L’atmosfera generale è ancora una volta notturna, ma i battiti per minuto non sono sostenuti come nella maggior parte degli altri brani del disco e la stessa canzone si prende i suoi tempi: l’introduzione strumentale dura oltre un minuto, mentre per aspettare il primo ritornello se ne devono attendere quasi tre. Gli arrangiamenti della coppia di chitarristi si rivelano nuovamente ispirati, grazie a continue trovate, come arpeggi dal suono crunchy alternati a brevi lick saturi, mentre la sola sezione ritmica si sobbarca il compito di dare sostegno alla voce. Si segnala a tal proposito l’intelligente gestione della dinamica di Yagami, che intesse inizialmente un pattern basato quasi solo sugli accenti dell’hi-hat, per poi progressivamente aggiungere tocchi e passaggi dei vari pezzi della batteria, fino a costruire un andamento tribale basato sui tom nell’esplosione tensiva del ritornello.

Terminato il tour a supporto del disco, i Buck-Tick conosceranno ulteriori fortune, culminate due anni più tardi nel singolo capolavoro “Dress”, divenuto nel tempo il loro brano simbolo e contenuto nel disco “Darker Than Darkness -Style 93-“, per poi continuare a mietere successi e consacrarsi come una delle band più importanti del rock nazionale, alternativo e non.
Amara sorte, l’indissolubile legame di un quintetto di amici affiatati, conosciutisi in età adolescenziale e mai separatisi nella propria quarantennale attività artistico-lavorativa, si è interrotto nell’ottobre di quest’anno, a seguito dell’improvvisa e scioccante morte del frontman, Atushi Sakurai, stroncato da un aneurisma a soli cinquantasette anni.

[nota 1] è agli X Japan che si deve l’etimologia "visual kei’" Nella copertina del loro secondo album, “Blue Blood” (1989), campeggia infatti la scritta “Psychedelic Violence Crime Of Visual Shock”: da un’abbreviazione di questo slogan, il giornalista Seiichi Hoshiko, fondatore della rivista di settore Shoxx nel 1990, conierà l’espressione “Visual Shock kei”, adatta a descrivere il forte impatto visivo delle band emergenti nel panorama alternativo dell’epoca. Verrà successivamente utilizzata e cristallizzata l’abbreviazione visual kei.

Tracklist

  1. スピード / Speed
  2. Machine
  3. My Funny Valentine
  4. 変身 [Reborn] / Henshin [Reborn]
  5. エンジェルフィッシュ / Angel Fish
  6. Jupiter 
  7. さくら / Sakura
  8. Brain, Whisper, Head, Hate Is Noise
  9. MAD
  10. 地下室のメロディー / Chikashitsu no Melody
  11. 太陽ニ殺サレタ / Taiyou ni korosareta