Lato A – Intro: Devil’s Pie
Brutta bestia il blocco d’autore, soprattutto per chi, di natura, vive in quella sensibile terra di mezzo tra brillante ambizione e debilitante insicurezza. Un momento ti senti in vetta al mondo, quello dopo ti ritrovi con la faccia piantata nel terreno bagnato. In musica, pochi l’hanno saputo meglio di Michael Eugene Archer in arte D’Angelo, un vero son of a preacher man del Virginia, già autore a soli ventun’anni di “Brown Sugar” (1995), album di debutto che l’ha eletto a paladino del soul alternativo anni Novanta. Autore corrucciato ma fantasioso, romantico e ruggente sotto cappotti di pelle e stivali Timberland, nonché forbito polistrumentista e fantastico vocalist, D’Angelo è il sogno di ogni amante di buona musica – sul palco, ogni canzone diventa un’avventura, grazie ad anni di cori gospel, ascolti jazz e una naturale intesa con i colleghi. È destino, insomma: la comunità afroamericana pretende a gran voce un nuovo eroe, e l’industria discografica vuol capitalizzare sul prossimo stronzo dagli occhi dolci.
Ma per la fine del tour a supporto di “Brown Sugar”, D’Angelo è distrutto, quei ritmi non fanno per lui, sentirsi trattato come un numero va contro ogni fibra del suo essere, soprattutto quando pensa a tutti quegli antenati che, sull’amaro suolo americano, hanno versato sangue e sudore per ricevere indietro al massimo qualche feticcio di falsa emancipazione, che lui stesso definisce la “torta del diavolo”. Anche per questo, il primo brano che compone per il nuovo album è carico di significato e ringhioso nel suono, pressato ai fianchi da vischiose cascate digitali, scratch di piatti e ottoni funkeggianti rubati all’hip-hop – in due parole, “Devil’s Pie”:
Fuck the slice we want the pie
Why ask why till we fry
Watch us all stand in line
For a slice of the devil’s pie
Drugs and thugs, women, wine
Three or four at a time
Watch them all stand in line
For a slice of the devil’s pie
Lato B – Mens sana in corpore sano
Si chiama William “Kedar” Massenburg, è un manager discografico a capo del gruppo Motown, ma per D’Angelo è più come un secondo padre, dal momento che la sua supervisione va oltre l’operato musicale. Per gestire un artista bisogna prima di tutto trovargli un ambiente favorevole; conscio di aver tra le mani un tipetto particolarmente sensibile, Kedar applica la teoria della santa pazienza, lasciando a D’Angelo il tempo necessario per riconnettersi con quella parte di sé andata perduta durante il primo ciclo discografico. Nascono qui i suoi primi due figli, Michael Jr nel 1998, dalla relazione con Angie Stone, e Iman nel 1999, con una donna tutt’oggi ignota – evidentemente, questi sono anche anni di grandi passioni e amore libero, ma per D’Angelo la paternità è immediata fonte d’orgoglio e ispirazione, la miccia che accende la voglia di fare.
A coronare il tutto, c’è infine un affiatato collante di persone dai simili intenti umani e artistici, che lo riportano di fronte al pianoforte, e poi, tramite chiacchiere e qualche tiro di marijuana, lo rilanciano nello spazio celeste dell’ispirazione. Si chiamano Soulquarians, sono un collettivo sciolto di musicisti che in quegli anni bazzicano gli Electric Lady Studios nel Greenwich Village di New York, celebri sale di registrazione commissionate da Jimi Hendrix nei tardi anni Sessanta. In principio vi sono Questlove, braccio destro di D’Angelo nonché già leader dei Roots, e il visionario beatmaker J Dilla; presto arrivano le voci di Erkyah Badu e Bilal, musicisti come Roy Hargrove (tromba), James Poyser (piano), Pino Palladino (basso) e la crew dei Native Tongues, composta da Q-Tip, Mos Def, Talib Kweli e Common. Non tutti prendono parte in prima persona alla stesura di “Voodoo”, ma è in questa calorosa bolla creativa degli Electric Lady che D’Angelo si riscopre ambizioso: adesso vuol creare un nuovo esperanto nero, qualcosa che peschi dal passato, parli al presente e guardi al futuro – Kedar lo definisce neo-soul.
La stesura di “Voodoo” diventa quindi un affare lento e tentacolare, certo un po’ ossessivo quando si tratta di mettersi al mixer, l’inesorabile e imponente costruzione di un immaginario il cui passaparola, all’interno della comunità afroamericana, crea hype prima ancora dell’uscita. Ma per il momento D’Angelo sta bene; senza pressioni esterne, con abbastanza soldi per prendersi cura della famiglia, passa le giornate in studio a lavorare in totale libertà, oppure aiuta i colleghi nei loro rispettivi progetti, inclusa la stessa compagna Angie, il cui debutto “Black Diamond” arriva nel settembre del 1999. Kedar gli ha pure fornito un personal trainer, col quale allenarsi a Central Park tutti i pomeriggi per sciogliere ogni tensione: mens sana in corpore sano. Sono i mesi più sereni della sua vita. Tra perlacei inserti funk e battiti di mani, la cover di “Feel Like Makin’ Love”, originariamente di Gene McDaniels, si apre come il sorgere del sole, lasciando intravedere un nuovo sorriso, sensuale eppure lontano dalla patina dell’r&b anni Novanta:
Strollin’ in the park
Watchin’ winter turn to spring
Walkin’ in the dark
Watchin’ lovers do their thing
That’s the time
I feel like makin’ love to you
Lato C – New beat generation
Un primo ascolto integrale di “Voodoo”, sovente, lascia spiazzati. Non si tratta, infatti, di un album di canzoni tradizionalmente intese, per quanto, in superficie, l’ispirazione attinga a piene mani dai grandi cantautori del passato, come James Brown, Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Shuggie Otis e Prince. Ma, complice anche l’ultimo ventennio di produzioni hip-hop, le canzoni di “Voodoo” evitano una struttura lineare, emergendo lentamente attraverso le casse come smottamenti di crosta terrestre, rivoli incandescenti di magma nero pece che D’Angelo mette assieme spesso da solo, seduto alla tastiera o alla batteria, oppure perso per nottate intere dietro al banco del mixer, ossessionato da una singola linea di suono, che rigira tra le mani come un calzino fino a trovarle la giusta collocazione.
È qui che il soul di D’Angelo diventa neo, ovvero nella decostruzione della struttura melodica e nel creativo sfasamento della sezione ritmica, assemblando canzoni sghembe dalla propulsione irresistibile, sorrette da un suono imponente ma rilassato, al contempo ruvido e caldo, nel quale il feeling analogico è padrone indiscusso oltre ogni regola metrica.
Dal punto di vista musicale, infatti, la rivoluzione di “Voodoo” è principalmente ritmica – non è solo il tradizionale combo basso/batteria a far traballare il passo, anche il resto della strumentazione viene chiamato in causa, sia esso digitale, come sample e drum machine, o suonato a mano dal resto musicisti in sala, spesso arrangiati per arrivare ognuno sul beat appena prima o appena dopo l’altro. Ma D’Angelo si spinge oltre, impiegando la voce stessa come una percussione, con brevi fraseggi spesso inintelligibili e un proponderante uso dello staccato, tecnica raramente impiegata nella tradizione r&b. Il risultato è ardito e profondo, carnale e celeste: tutto torna nel grande quadro di un album davvero particolare, inimitabile e quietamente influente.
L’effetto è galvanizzante. Su “Playa Playa”, D’Angelo richiede ai presenti in sala di ricreare quello che J Dilla definisce timefeel, ovvero una sorta di controllato collasso temporale delle singole tracce sonore. La batteria di Questlove sembra arrancare su se stessa, mentre il basso di Palladino arriva in ritardo, sfasando il groove quel tanto che basta per lasciare il brano a mezz’aria, mentre la chitarra di Mike Campbell e la tromba di Hargrove completano la cornice a modo loro – eppure il brano non cede, anzi, l’effetto è tremendamente coeso, solo sembra di stare immersi in un bagno psichedelico, appena sopra il filo della ragione.
Un’altra importante presenza in studio è il chitarrista jazz Charlie Hunter; “The Root” è il più sibillino assalto in scaletta, un brano quasi “minimale” nelle intenzioni, ma che rivela continue (ir)risoluzioni armoniche in dialogo tra voce e chitarra, mentre la celebre e ben più estroversa “Spanish Joint” sfodera balbuzienti raffinatezze jazz-funk sopra un groove di batteria e congas, per un effetto più corale.
Ma “Voodoo” gira a meraviglia anche quando instaura l’agognato dialogo tra presente e passato; ideato come uno spiritato jump-blues, “Chicken Grease” immagina il fantasma di James Brown dietro il bancone di un take-away, mentre “Send It On” viene montata attorno a una creativa interpolazione di “Sea Of Tranquility” dei Kool & The Gang, qui arricchita da una sognante linea di basso di Palladino che insegue la romantica interpretazione di D’Angelo. Ancor più sintomatica “Left & Right”, con Q-Tip accreditato nel ruolo di “vocal percussion” accanto al rap di Redman e Method Man, mentre D’Angelo s’immagina un Funkadelic del nuovo millennio, in un tripudio di sensualità, morchia e polvere di stelle:
Ben più personale la stesura di “The Line”, sulla quale D’Angelo fa tutto da solo con l’eccezione della chitarra di Raphael Saadiq; il brano è intimamente personale, descrive il senso di riscossa di un giovane autore che ritrova la strada dopo anni di confusione e blocco mentale, ma l’esecuzione è cauta e pertinente, finanche elegante, lontana anni luce dall’aggressione dell’hip-hop, o anche solo l’energia del gospel, pur discendendone come intenzione spirituale. Anche “One Mo’gin” è un affare alquanto intimo, col solo Palladino a indugiare al basso in un angolo della stanza; trattasi del brano più lento e impercettibile in scaletta, altro sunto del D’Angelo-pensiero che stavolta rimugina sui mali d’amore – in controtendenza rispetto allo stile del disco, qui sono le sovra-incisioni della voce a riempire l’organico del pezzo.
Altra pasta, però, ha la compatta suite “Greatdayndamornin’/Booty”, un puro grumo neo-soul nerissimo e riflessivo, che nella sua interezza progredisce verso un finale al passo spedito, facendosi esperanto della condizione dell’autore col refrain più disarmante possibile:
Good days
Bad days
Halfway days
But I’m still looking for a greatdayndamornin’
Lato D – Dysmorphia (how does it feel)
Ovvero l’attimo fuggente. Verso fine scaletta compare una canzone co-scritta con Raphael Saadiq, “Untitled (How Does It Feel)”, un asciutto capolavoro in stop & go di vorticosi crescendo timbrici e grumi di chitarra sensibile al tatto, una mini-suite che, nella versione album, si stende per oltre sette minuti di perfetto edging sonoro, interpretato da D’Angelo col cuore in mano e un’ugola pazzesca. Estratto come singolo, il brano diventa presto la hit più riconoscibile del progetto, salendo fino al n.2 della R&B Chart statunitense – ma la spinta presso il pubblico viene data dall’annesso videoclip, realizzato con un po’ di titubanza da un’idea suggerita dalla compagna, che sa bene cosa l’aspetta a letto tutte le sere.
Il risultato è esplosivo: la cinepresa si muove con lento voyeurismo nell’esplorazione del corpo nudo, studiandone ogni dettaglio della pelle, il soggetto non ha via di fuga se non lasciarsi osservare senza protezione, tradendo una sensualità virile ma allo stesso tempo vulnerabile, incredula e un filo impacciata, come se quei sorrisi e sguardi a mezz’asta fossero un modo per schernirsi di fronte all’invasione di momenti così privati. Nei quattro minuti della versione singolo, la pellicola racchiude l’immagine vitruviana di un uomo di ventisei anni, catturato all’apice della propria forma fisica e spirituale:
Difficile descrivere a parole l’impatto di un simile filmato. La percezione della maschilità nera nella società americana è sempre stata un’arma a doppio taglio, legata a pesanti immagini di schiavitù o relegata in uno specifico settore di pornografia che ne feticizza le forme, soggiogandone l’espressione verso pochi, malsani stereotipi che, in quegli anni, offrono due strade: o aggressiva, come i gangster con pistole e catene d’oro, o intrisa di una sensualità da strip club, evidenziata da personaggi anche talentuosi ma plastici, come Ginuwine, Tank e Jodeci. D’Angelo, invece, arriva sugli schermi d’America come un uragano, con un misto di timidezza e tracotanza che lo rende magnetico ma vulnerabile, soprattutto perché unito a un prodotto musicale così visceralmente diverso dalla patina del contempoaneo r&b da classifica. Nel giro di pochi giorni dall’entrata del videoclip nella programmazione di Mtv, D’Angelo è il nuovo sex-symbol d’America.
Ed è qui che le cose si complicano. Il tour mondiale di “Voodoo” parte il primo marzo del 2000; le date vanno sold-out, la band è carica, la scaletta è un’esperienza di tre ore, un’orgogliosa celebrazione nera di tutto quello che il disco vuol rappresentare. Ma già dai primi concerti, D’Angelo non fa in tempo ad arrivare al microfono che il palco è sommerso di reggiseni, il pubblico femminile mantiene un ossessivo latrato – “Toglitelo! Toglitelo!” – lungo l’intero show, soprattutto quando arriva il turno di “Untitled (How Does It Feel)”.
La pressione diventa una prigione; D’Angelo si convince che nessuno sia lì per la musica, e nel tentativo di mantenere l’immagine che crede di dover presentare al pubblico, diventa sempre più paranoico e intrattabile. Ci sono serate durante le quali si lascia mangiare dalla folla come un pezzo di carne allo zoo, mascherando il proprio disagio dietro la musica. Ma altre rifiuta di montare sul palco, talvolta a pochi minuti dall’entrata in scena, col pubblico già stipato in sala. Nemmeno Questlove riesce a convincerlo, nonostante abbia escogitato una routine di diversivi per mantenerlo ispirato durante la giornata; chiuso in camerino, D’Angelo osserva ogni venatura degli addominali, lo specchio gli rende un’immagine che nella sua testa s’è fatta incrinata, si ammazza di flessioni, salvo poi arrendersi e tornare in hotel, nella delusione generale. Per la fine del tour, circa tre settimane complessive di date sono saltate. D’Angelo è nuovamente a pezzi, stavolta per sempre.
Oggi parleremmo di disturbo da dismorfismo del corpo, ma in quel frangente la salute mentale di un giovane uomo afroamericano non viene considerata. Nessuno tiene conto delle ambizioni artistiche, dei significati di questi brani, del suo essere padre di due figli, un musicista innamorato del proprio mestiere, certo non una popstar da scandali in prima pagina. Non appena libero dagli obblighi contrattuali, D’Angelo inizia un forzato declino psicofisico per distruggere la prigione della propria immagine, un processo malsano e pericoloso fatto di fast food, droghe e pessime scelte di vita, che lo vedranno anche arrestato per atti osceni e ricoverato in ospedale dopo un grave incidente d’auto. Al netto della famiglia e di quei pochi conoscenti fidati, nessuno sa dove sia andato a nascondersi. Le paure di Kedar sono fondate, il ragazzo è troppo sensibile per funzionare nell’industria.
Ci vorranno quindici anni di silenzi e falsi annunci per dare un seguito a “Voodoo”, un enorme lasso di tempo, necessario all’autore per dimenticarne sia l’impatto che le tossiche dinamiche susseguitesi al suo successo; quando “Black Messiah” finalmente arriva sugli scaffali, è ancora una volta un piccolo trionfo, un disco oscuro e accartocciato, sempre intriso di passione, rimpianti e bellissime canzoni – la sola “Really Love” svetta sull’intero catalogo.
Ma “Voodoo” rimane il macigno nero del neo-soul, uno di quei rari album salutati come classici al momento dell’uscita e rimasti tali nel tempo. Riascoltato oggi, il lavoro non ha perso un grammo di quel ruvido fascino a-temporale che ne animano i solchi. Forse perché si tratta di un album vitale e speranzoso, concepito in un’irripetibile bolla creativa in dialogo tra umano e divino, per ritrovare, assieme, la via di casa – un brano su tutti ne esemplifica il messaggio, la splendida “Africa”:
Africa is my descent
And here I’m far from home
I dwell within a land that’s meant
Meant for many men my tone
The blood of God is my defence
Let it drop down 2 my seed
Showers 2 your innocence
2 protect u for all eternity
And with this wood I beat this drum
And we won’t see defeat