La chiamano
piaf, il "passerotto", per via di una corporatura minuta e ingracilita, e per una voce limpida e disperata, talvolta gracchiante sotto il peso della sua stessa emozione, ma che vibra come poche altre frequenze sonore mai commesse su disco. Difficile non romanzarne la gesta, come del resto era la vita degli artisti a quei tempi, ma Édith Piaf ha davvero viaggiato su un treno in corsa perenne, senza risparmiarsi un solo momento di vizi né di virtù.
Quando nel 2007 il regista Olivier Dahan realizza "La Môme" ("La vie en rose" per il mercato internazionale), la pellicola non può che essere cruda, sagace e non priva di licenze poetiche tipiche del mondo dello spettacolo, ma è anche arricchita dalla presenza di una strabiliante Marion Cotillard, che per tal ruolo vince un Academy Award. Tale è il fascino di Édith Piaf, decenni dopo la sua scomparsa, un'icona eterna della
chanson francese.
E dire che, in ben più di un'occasione, la sua storia non sarebbe mai esistita. Nata Édith Giovanna Gassion a Parigi nel 1915 in condizioni di estrema povertà e immediatamente abbandonata dalla madre Annetta che lavora nei cabaret, la piccola passa l'infanzia in una casa chiusa in Normandia gestita dalla nonna, mentre le prostitute che vi alloggionano fanno da badanti tra un cliente e l'altro. Per un lungo periodo, una grave cheratite la lascia virtualmente cieca, secondo la leggenda, la malattia si risolve solo dopo un pellegrinaggio a Santa Teresina di Lisieux. Quando il padre Louis, un contorsionista, finalmente si ripresenta per portarla con sé a esibirsi in giro per la nazione, Édith ha quattordici anni; è qui che inizia a cantare agli angoli delle piazze per raccogliere due spiccioli in un cappello.
Ma gli aneddoti sono davvero tanti, dalla vita di strada ai passanti che rimangono stregati dalla sua voce, oltre al precoce vizio per l'alcol, perché la ragazza già beve come un cammello visto che la vita notturna di Parigi non s'affronta altrimenti. Nel 1933, a soli diciassette anni, Édith partorisce la sua unica figlia, Marcelle, che purtroppo muore di meningite appena due anni più tardi, un altro profondo trauma che la lascerà psicologicamente incapace di costruirsi una famiglia, nonostante il bruciante desiderio di poterlo fare.
Da ricordare anche le accuse di associazione criminale che, per un periodo, le compromettono la carriera; Louis Leplée, popolare uomo d'affari che per primo l'ha messa a cantare nel proprio locale notturno, e che per Édith rappresenta una seconda figura paterna, viene ucciso in condizioni sospette nell'aprile del 1936. L'omicidio non sarà mai risolto, ma gli indizi conducono a una serie di personaggi con i quali Édith condivideva le attività di strada, uno scandalo che la sbatte sulle pagine di tutti i giornali. Non sarà facile nemmeno il periodo d'occupazione nazista, del quale si parlerà più avanti.
Manco a dirlo, Édith arriverà alla fine dei suoi giorni in condizioni pietose, afflitta dall'alcolismo e da una forte dipendenza da morfina, inizialmente prescrittale dal medico dopo un grave incidente stradale a fianco di
Charles Aznavour, ai tempi suo assistente. Ma quando la sua luce si spegne, nella propria casa di campagna a Grasse nell'ottobre del 1963, a soli quarantasette anni, il mondo ha già conosciuto un'artista brillante: la sua voce e il suo portamento minuto sotto due fini sopracciglia disegnate hanno fatto storia e il funerale sarà seguito da migliaia di persone. Come
Nina Simone,
Billie Holiday e
Judy Garland, anche Édith ha avuto una vita disastrata ma venata da un talento immenso, nutrito proprio dal bisogno di trascendere i traumi e le gioie che ha incontrato lungo il percorso.
Certo non è facile catturare l'arte di Édith Piaf in un solo disco, considerato un estensivo catalogo d'incisioni che va dai ruggenti esordi nei cabaret degli anni Trenta alle grandi canzoni di successo internazionale - come non citare, per esempio, l'incrollabile "Non, je ne regrette rien", registrata nel 1960 come disperato epitaffio di fronte a una tragica vita in caduta libera.
Pubblicato inizialmente nel gennaio del 1949 come cofanetto di quattro dischi, "Chansons parisiennes" cattura però l'essenza di quello che è stato forse il suo periodo più felice e produttivo, non solo dal punto di vista discografico ma anche personale. Le otto canzoni in scaletta ritraggono umori e colori del dopoguerra parigino, raccontando, tramite allegorie, ritratti e situazioni personali, le vicende di un popolo colorito, disperato, romantico e scherzoso.
Se è vero che la discografia di Édith viene oggi consumata principalmente tramite le innumerevoli raccolte postume, o al massimo con i concerti all'Olympia e la Carnegie Hall, "Chansons parisiennes" rimane un testamento unico della propria era, non solo per i brani più famosi ivi contenuti, ma anche per quelli meno noti, capaci di far luce su aspetti inediti di tal leggendaria interprete. Ascoltato ancora oggi, offre una finestra su un passato già remoto, ma che non andrebbe mai dimenticato.
À ParisParigi la bella, Parigi la grigia; dalla collina di Montmartre si stende a perdita d'occhio un oceano di tetti di zinco, guglie e campanili. Ma giù dentro le rughe della città, tra le strade e nelle piazze del mercato, la vita brulica di migliaia di persone e delle loro piccole grandi storie. Alcuni sono platealmente fortunati; "Les amant de Paris" è tra i brani più solari mai incisi da Édith, un esoso tappeto per coro e orchestrina sopra al quale l'interprete ricama le immagini di amanti còlti dalla promessa di un radioso futuro, il sole primaverile ne scalda gli ardori dentro una cornice di fior di lillà. Difficile immaginare una cartolina più classica, la disarmante innocenza di un popolo uscito dalla guerra con le pezze al culo, ma desideroso di continuare a vivere fino all'ultimo respiro.
Altri però soffrono quel tragico senso dell'umorismo tutto parigino, che non si capisce mai se sia bonario oppure calunnia. Creato da Michel Emer, "Monsieur Lenoble" è più una maschera di folklore locale che un personaggio realmente esistito, un povero marito abbandonato dalla moglie in favore di un artista più avventuroso e sensibile. Tra le righe, infatti, si evince la durezza d'animo di Lenoble, un uomo tutto d'un pezzo, rispettato sul posto di lavoro ma evidentemente incapace di soddisfare i desideri della propria consorte. Si assiste quindi al triste epilogo: una volta messosi il pigiama, il protagonista va a letto lasciando aperto il becco del gas per non svegliarsi mai più, una scenetta invero melodrammatica, interpretata però da Édith con una serafica dolcezza che, se da un lato fa la morale, dall'altro gli offre un abbraccio.
Ma le "Chansons parisiennes" non sarebbero tali senza un accenno all'altro uggioso melodramma continentale: il meteo. Scritta da Pierre Roche e Charles Aznavour, "Il pleut" scorre come il dagherrotipo di una grigia giornata di pioggia, la città piange lacrime dai tetti e dalle grondaie, in strada gli ombrelli gonfiano come funghi, le case hanno il raffreddore e la vita dietro le finestre è triste e noiosa. Ma tramite il crescendo dell'orchestra, che segue l'umore cangiante di Édith, "Il pleut" offre anche la melodia più sinuosa in scaletta, una
chanson classicamente intesa, ma accarezzata da un inedito piglio jazz che la rende tutt'oggi accattivante.
La spia e la puttanaQuando i tedeschi marciano su Parigi nel maggio del 1940 con l'esercito più potente del momento, Édith è già una cantante affermata. I generali nazisti adorano le sue
performance e la invitano a comporre nuove canzoni, ovviamente previa censura, anche se ogni tanto ci scappa qualche motivo patriottico francese per il quale sarà redarguita, ma mai imprigionata. Protetta dunque per meriti artistici, Édith si trova in una situazione stranamente favorevole, nella quale poter avanzare la carriera al netto di ogni affiliazione politica - non tradirà mai la causa francese, ma allo stesso tempo gode dei benefici dell'esercito occupante.
Per un periodo alloggia presso le stanze di Madame Billy, matrona di una casa chiusa che intrattiene anche soldati nazisti, ma segretamente nasconde partigiani e rifugiati ebrei. Tra questi c'è Andrée Bigard, che si finge segretario di Édith e usa la sua favorevole reputazione presso il Terzo Reich per spiarne i movimenti. L'aneddoto più curioso, pur dibattuto da alcuni, riguarda un tour promozionale in Germania, durante il quale Édith si esibisce per nazisti e prigionieri di guerra, qualcuno vocifera addirittura il Führer in persona (indiscrezione mai confermata); secondo Bigard, le foto ricordo che Édith scatta con i prigionieri vengono sviluppate e usate per falsificare passaporti e liberare quante più persone possibili.
C'è dunque chi crede che Édith abbia protetto principalmente i propri interessi, dal momento che il suo coinvolgimento con la resistenza francese non è mai apparente in prima persona. Ma c'è anche chi sostiene che la cantante abbia mantenuto la faccia per fare il doppio gioco, aiutando, indirettamente o meno, tante persone a lei care che hanno combattuto per la liberazione.
È per questo che l'eredità di un brano apparentemente minore come "Le chant du pirate", con i suoi zompanti cori
ohh-ohh, si apre a molteplici punti di vista. Interpretato come un balordo cabaret su un galeone nel Mar dei Sargassi, il brano descrive l'orgolio di corsari pronti a morire per il proprio stile di vita, incuranti del cappio che li attende, una descrizione che potrebbe calzare tanto con i nazisti quanto con i partigiani.
Una volta finita la guerra, anche Édith dovrà passare dal tribunale della
épuration légale assieme a tanti altri personaggi pubblici, inclusa la celebre e ben più compromessa stilista Coco Chanel. Nel caso di quest'ultima, sarà il primo ministro inglese Winston Churchill in persona a garantirne l'integrità per farla rientrare in Francia, un fatto che non mancherà di far infuriare il popolo - sappiamo bene come la pensa oggi il celebre comico americano Bill Burr a riguardo. In aiuto di Édith arriveranno lo stesso Bigard e tanti altri colleghi, tra i quali spicca soprattutto Michel Emer, ebreo che Édith ha personalmente trafugato e nascosto durante l'occupazione.
Un'eredità dunque complessa, spesso volutamente ignorata per non scalfire l'immagine pubblica di un'icona che in tanti vogliono intoccabile. Ma anche queste storie fanno parte del Novecento e soprattutto dell'arte interpretativa della stessa Édith, che è un essere umano come tutti gli altri di fronte a eventi di tal magnitudine. Perché, al netto delle semplificazioni postume che si possono studiare sui libri di scuola, la guerra in presa diretta è sempre una gran confusione, ed è importante ricordarlo.
L'amanteÉdith l'inguaribile romantica, ma anche Édith la libertina ogni oltre fede; cresciuta in una casa chiusa in Normandia con un gruppo di prostitute come badanti, abituata alla rauca ed etilica vita notturna della capitale, la cantante non è mai timida né si lascia sopraffare dalla morale dei suoi tempi, soprattutto con l'arrivo del successo, che le consente di abbandonare la vita da mendicante e affittare appartamenti di lusso.
La sua interpretazione di "Un refrain courat dans la rue", in questo, è profetica: il brano descrive la figura allegorica di una melodia che sfreccia tra le strade come Cupido, toccando i passanti in punta di valzer con uno svelto intreccio di fisarmonica e violini, sinuoso ritratto personificato dell'amore in volo su un raffinato tappeto armonico.
Inutile reiterare come l'amore sia un tema centrale nella canzone popolare, ma per Édith l'affare è particolarmente serio. Saranno tanti gli uomini della sua vita, oltre a due mariti ufficiali, come il ciclista Louis Gérardin (il quale confessa che quarant'otto ore con Édith sono più stancanti del Tour De France), l'attore John Garfield, e i colleghi musicisti Norbert Glanzburg e Yves Montand - le lettere d'amore scritte da Édith sono state pubblicate in un volume apposito, "Mon amour bleu" (2011), una lettura che può sembrare voyeurista, ma dalla quale traspare una donna talvolta troppo innamorata per il suo stesso bene, sola e amareggiata, sopraffatta tanto dal desiderio quanto dai sensi di colpa.
Ma è col pugile franco-algerino Marcel Cerdan, celebre campione di pesi medi negli anni Quaranta, che la cantante forma una
liaison d'alto profilo scandalistico, perché quest'ultimo ha moglie e figli ad attenderlo a casa alla fine di ogni torneo. I due si conoscono nell'estate del 1948, Édith è spesso in tour in America, Marcel a New York, e lontani da casa e da voci indiscrete, gli amanti sono semplicemente inseparabili. "C'est marveilleux" è un altro valzer, stavolta
au ralenti, sul quale le corde vocali dell'interprete vibrano di fronte alle infinite possibilità di un'affettuosa passione che sembra incrollabile; lungi però dall'essere volgare o libertina, la canzone avvolge l'ascoltatore come un guanto di seta.
Sappiamo bene, però, quanto la vita riservi anche amare soprese, la stessa Édith di drammi ne ha già vissuti tanti e all'occorenza sa donarsi con trasporto e sottigliezza; la splendida "Adieu mon cœur", una delle sue interpretazioni più quiete e sensibili in carriera, è dunque l'esatta controparte emotiva a "C'est marveilleux", una ballata lenta e appena accennata sopra un'orchestra ammutolita, i lievi accenni swing degli ottoni, e il borbottìo in sottofondo del contrabbasso, formano un tappeto inusuale per inscenare un mesto addio che, come recitano le liriche, "finisce in prigione".
Nel caso di Édith e Marcel, il destino sarà ancor più tragico; nell'ottobre del 1949, l'aereo che sta trasportando il noto pugile da Parigi a New York si schianta sopra le isole Azzorre, uccidendo tutti i passeggeri. L'incidente avrà risonanza mondiale, vista la fama di Marcel; per Édith la perdita rimane incolmabile, segna l'inizio di una profonda depressione che l'accompagnerà, silenziosa ma devastante, lungo il resto dei suoi giorni.
La vie en roseNon si poteva concludere altrimenti. L'inno universale, il motivo melodico tutt'oggi più noto del repertorio di Édith, una canzone che ha travalicato ogni era, ogni confine e ogni barriera linguistica: "La vie en rose", la vita in rosa.
Édith scrive di pugno le parole del testo sul finire del 1945, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, mentre la musica viene adattata da Louiguy, vero nome Louis Guglielmi, cantautore francese di origini italiane.
È un periodo delicato; l'Europa è in rovina, la popolazione è traumatizzata, il giubilo per la fine dell'occupazione nazista s'è appena spento ed è giunta ora di scavare tra le macerie per ricostruire quella parvenza di normalità andata perduta. Sarebbe sin troppo facile scadere nel melenso, tanto che sulle prime il brano non viene ritenuto all'altezza del catalogo, la stessa Édith lo propone ad altre due popolari cantanti del periodo, Marguerite Monnot e Marianne Michel, che però rifiutano, costringendo l'autrice a realizzarne la propria versione. E che versione; mirabilmente in equilibrio tra la strofa pensosa e il ritornello arioso, dall'andamento al contempo maestoso ma rilassato, "La vie en rose" è la
chanson perfetta, che sintetizza l'umore del proprio tempo, dall'arrangiamento degli archi pizzicati agli accenti delle cornette, e la voce di Édith che, in tre minuti appena, dona speranza al mondo intero.
Assieme a "Volare" e "Garota de Ipanema", anche "La vie en rose" rimane uno dei più celebri e immortali motivi del Novecento. Quel tanto che basta per far di Édith Piaf una delle figure chiave della
Francia musicale del secolo scorso, una donna minuta e disperata, dalla vita balorda e confusionaria, brillante e onesta da far male: la star e la mendicante, la sposa e la puttana, un'autrice e interprete come non ne esisteranno mai più.