I
Free fanno parte di quell'alveo di band classiche del rock britannico che, a dispetto del fatto che hanno segnato e rappresentato un'epoca, nel corso del tempo sono state quasi dimenticate dalla stampa specializzata in musica rock e di conseguenza parzialmente ridimensionate anche dal pubblico degli appassionati. Altri nomi storici che oggi sono stati relegati nel loro stesso angolo potrebbero essere i
Traffic, i
Ten Years After e i
Faces.
Si tratta di una distorsione a posteriori che non rende affatto onore alla serietà storiografica dei critici musicali. I motivi non sono particolarmente difficili da individuare: fra le band che nell'ultima ventina d'anni hanno rappresentato uno standard per il giornalismo musicale, in ambito chitarristico orientato quasi esclusivamente al rock alternativo, è difficile trovarne anche solo una che abbia guardato ai Free come a un punto di riferimento. Ci sono stati altri ambiti che nel corso del tempo si sono ricordati della loro esistenza, ma come si vedrà più avanti, nessuno di questi rientra nella sfera di interesse del giornalismo musicale post-2000: l'aver messo da parte i Free dice insomma più cose sulla critica rock che non sui Free stessi, il cui ruolo rimane difficilmente discutibile.
Il chitarrista Paul Kossoff e il batterista Simon Kirke si conoscono a metà
anni Sessanta, suonando nella band r&b Black Cat Bones. Decisi a guidare un proprio progetto, si uniscono al cantante Paul Rodgers, dopo aver assistito a un suo concerto con i Brown Sugar, band minore di cui non è rimasta alcuna testimonianza discografica. La formazione viene completata dal bassista prodigio Andy Fraser, all'epoca appena quindicenne, che è per poco transitato nei Bluesbreakers di
John Mayall: insomma, nonostante l'età, è il membro che può vantare la collaborazione più prestigiosa.
Il contratto con la Island arriva grazie alla mediazione di Alexis Korner, musicista
blues di culto e
talent scout per la scena locale paragonabile soltanto a John Mayall. Nonostante la band si costruisca una solida reputazione a livello concertistico, i primi due album - "Tons Of Sobs" (marzo 1969) e "Free" (ottobre 1969) - non vendono quanto sperato, fallendo entrambi l'ingresso nella classifica britannica.
Quando entra in studio per il terzo tentativo, il quartetto è deciso a cambiare le carte in tavola: anzitutto, gli è stato concesso di dirigere in proprio i lavori, laddove i primi due album erano stati prodotti rispettivamente da Guy Stevens (dieci anni dopo al timone di "
London Calling" dei
Clash) e Chris Blackwell (presidente della Island).
Inoltre, hanno scelto di puntare a un pubblico più ampio rispetto al ristretto circolo degli appassionati di blues: la decisione venne presa in seguito a un concerto sfortunato tenutosi a Durham, piccola città del Nord dell'Inghilterra, dove la band si esibì davanti a poche decine di persone, che apparvero del tutto disinteressate alla loro musica.
Proprio quella stessa sera Fraser, che si è già imposto come principale mente creativa della band, compone "All Right Now", completa di ritornello. Rodgers scrive il resto del testo nei giorni a seguire. I membri della band non hanno dubbi: è quello il brano che farà impennare la loro carriera.
La Island lo pubblica come singolo nel maggio 1970, proprio mentre il gruppo sta ultimando le sessioni del relativo album. Il 6 giugno il brano entra nella classifica dei singoli al numero 36: quanto basta per esibirsi a Top Of The Pops. Come accadeva spesso, alla band viene chiesto di registrare la parte strumentale
ex novo, in una versione esclusiva per il programma. I tre musicisti si esibiscono in
playback sulla nuova base, mentre Rodgers può cantare dal vivo. Il risultato è una versione un po' ingessata, che non riesce a rendere la potenza del brano, ma è quanto basta affinché arrivi il supporto da parte delle radio e l'acquisto del disco da parte degli adolescenti.
Nel giro di un mese "All Right Now" è al numero 2.
Il 26 giugno esce anche l'album, intitolato "Fire And Water": è stato registrato durante la prima metà dell'anno presso i celebri Trident Studios di Londra, con il supporto di John Kelly come coproduttore (non è semplice stimare il suo apporto alle sessioni, anche considerando che in alcune ristampe dell'album il suo nome non è stato accreditato) e di Roy Thomas Baker come ingegnere del suono (in seguito avrebbe prodotto
Queen, Journey,
Cars e molti altri).
In un paio di settimane il disco schizza a sua volta al numero 2 (solo il bestseller dei primi
anni Settanta, "Bridge Over Troubled Water" di
Simon & Garfunkel, gli impedisce il raggiungimento della vetta). I Free sono all'improvviso una delle band più importanti della Gran Bretagna.
In agosto arriva la consacrazione definitiva: non solo si esibiscono alla terza edizione del Festival dell'Isola di Wight, che quell'anno attira 600mila persone, ma i loro dischi sbarcano negli Stati Uniti. Il singolo di "All Right Now" scala la classifica di Billboard fino al numero 4, mentre l'album si porta al numero 17. È in quel momento che molti musicisti americani, in ambiti anche distanti fra loro, puntano l'attenzione sulla band e sulla sua innovativa miscela.
L'album si apre con la
title track, un
midtempo blues rock guidato da un breve
riff, scandito all'unisono da chitarra e basso, che nel ritornello si riduce a una sequenza di accordi intermittenti. È uno stile asciutto e apparentemente privo di fronzoli, ma che trova il modo di mostrare la maestria dei musicisti, come nell'intermezzo strumentale, dove la chitarra di Kossoff si divide in più tracce, da una parte con violenti stacchi ritmici parenti di
Pete Townshend e dall'altra con lunghe note in
sustain a fungere da assolo.
Fraser aggiunge dei fugaci trilli di pianoforte in sottofondo, per donare densità alla trama (era lui a decidere i saltuari abbellimenti alla monolitica base di chitarra, basso e batteria: arpeggi di chitarra acustica, qualche accordo di piano o anche solo il ritmo di un tamburello). La voce di Rodgers, al contempo roca e potente, mostra un'evidente vena soul. Un assolo della batteria di Kirke chiude il pezzo, mentre sullo sfondo si dissolvono droni di chitarra.
"Oh I Wept" è l'unico pezzo in scaletta che vede Kossoff anziché Fraser in veste di compositore. Nelle strofe è una ballata in piena regola, mentre nel ritornello la sezione ritmica scandisce con più forza, pur mantenendo il canto di Rodgers un tono piuttosto pacato. È curioso come Kossoff si sia tenuto in disparte proprio nel brano da lui creato: la chitarra mantiene tonalità delicate per tutta la durata, persino durante i
bending dell'assolo.
"Remember", ancora un
midtempo, ha la cadenza più tipicamente blues della scaletta. Si sottolineano di nuovo gli assoli multitraccia di Kossoff e i ritocchi di Fraser (le percussioni, gli accordi di pianoforte, il battito delle mani).
"Heavy Load" è una ballata interamente guidata dal pianoforte di Fraser, con un
pattern semplice e ipnotico che funge da linea di basso e al contempo fornisce spunti melodici, influenzati sia dalla musica classica, sia dal jazz.
"Mr. Big" è forse l'apice creativo della band. Si apre con un
pattern ritmico di Kirke destinato a fare scuola e a venire campionato negli ambiti più disparati, un lento ma poderoso 4/4 con l'
hi hat sul battere. La chitarra gioca con una scansione secca che lascia momenti di vuoto opportunamente riempiti dai glissando del basso. Il corpo centrale della canzone è composto da due divagazioni strumentali: la prima è guidata da Kossoff, con un solo basato sui vibrati fatti con la mano sinistra, tanto precisi da sembrare eseguiti con la leva del tremolo, che però la sua Les Paul non aveva; la seconda è dominata da Fraser, il cui basso entra con una sequenza ascendente che si sviluppa presto in un assolo denso di cromatismi, momenti sincopati e tratti in modo misolidio (per approfondire, si consiglia la lettura dell'articolo scritto da Tim Fletcher per No Treble: "
Andy Fraser's Bass Line on 'Mr. Big' by Free"). Interessante come in questo momento i ruoli siano invertiti, con Fraser a liberare le linee melodiche e Kossoff a sovrapporre trame ritmiche in sottofondo, fra arpeggi, accordi in staccato e droni.
"Don't Say You Love Me" è un lentissimo ibrido fra rock e soul, mandato in crescendo di intensità: inizia con la voce di Rodgers limpida e pacata e termina con passionali impennate in cui le sue linee si arrochiscono.
A chiudere la scaletta c'è la già menzionata "All Right Now", l'inno della band e uno dei brani più emblematici del rock britannico, con chitarre taglienti con un piglio ritmico nuovamente parente di Townshend e una batteria funky che vede Kirke fare incessante uso del campanaccio. Fraser, pur avendo composto il brano, rimane silente per l'intera strofa: il basso entra soltanto nel ritornello, per quanto nella parte centrale si riservi un
riff che diventa struttura portante dell'intermezzo strumentale (ovviamente, anche gli accordi di pianoforte che appaiono in quel tratto sono suonati da Fraser). È però la linea vocale a rubare la scena, con Rodgers a mostrare il suo intero armamentario, fra falsetti, cambi timbrici in corsa, piccole increspature e vocalizzi estemporanei nascosti in sottofondo, appena udibili nel mixaggio finale, ma che arricchiscono l'andamento del brano.
Rappresenta senz'altro il momento più tipicamente hard rock dell'album, al punto che chi si approccia all'ascolto conoscendo solo questo brano rischia di rimanere spiazzato da una scaletta che, pur attraversata da chitarre con tonalità piuttosto dure, mostra sfumature e momenti confidenziali insospettabili.
I testi non sono stati presi in analisi, perché i versi di Rodgers, per quanto sempre perfettamente contestualizzati e resi credibili dalle sue intense interpretazioni, sono in media molto semplici e riflettono sulle tematiche tipiche del blues, fra rapporti con le donne ("All Right Now", "Don't Say You Love Me"), lamentazioni sulla durezza della vita ("Heavy Load") e avvertimenti sulle conseguenze negative legate alla ricerca del successo ("Mr. Big").
Di queste canzoni si accorge quasi subito Wilson Pickett, il cantante
soul di Detroit, che l'anno successivo ottiene l'ultimo successo della sua lunga carriera con una cover di "Fire And Water": Rodgers ammetterà in seguito di essersi sentito lusingato dall'omaggio di una figura leggendaria come Pickett.
In ambito rock, Ronnie Van Zandt dei
Lynyrd Skynyrd, che avrebbero debuttato tre anni dopo, dichiarerà di aver costruito il proprio stile vocale prendendo a modello quello di Rodgers (l'influenza dei Free su parte del southern rock americano è del resto evidente e sarà confermata dalla cover di "Mr. Big" a opera dei Gov't Mule, nel 1995).
Anche uno dei grandi successi del rock radiofonico americano degli anni Settanta, "Rock 'n Me" della
Steve Miller Band, ha un
riff che è stato dichiaratamente modellato apportando piccole variazioni a quello di "All Right Now".
Spostandosi verso l'hard rock, i californiani Mr. Big hanno addirittura preso il nome dalla canzone dei Free, senza contare la cover - piuttosto rispettosa - che realizzarono nel 1993.
La validità e duttilità della loro musica è però ancora più evidente dai ripescaggi in ambiti meno direttamente collegabili alle sue caratteristiche: per esempio, nel rap e nella musica elettronica. Nel 2003, Dj Muggs dei
Cypress Hill ha campionato il piano di "Heavy Load" in "I Know", nel 1999 i Blackalicious hanno campionato il basso di "Mr. Big" in "Trouble (Eve Of Destruction)", mentre i
sample e le interpolazioni del
groove di batteria dal medesimo brano non si contano: fra i più importanti, "Dawning" (2003) dei 23 Skidoo con
Pharoah Sanders, in ambito
nu jazz, e il paio di ripescaggi messi in atto dal santone
drum and bass Luke Vibert, prima nel 1998 con "A Hot One" (a nome Plug) e poi nel 2003 con "Acidisco".
Purtroppo, nessuno dei nomi o delle scene musicali finora elencati rientra fra i favoriti della critica musicale dell'ultimo paio di decenni e questo ha dato l'impressione erronea che il terreno seminato dai Free non avesse generato alcun raccolto. Non hanno potuto alcunché neanche le dichiarazioni ammirate di
Rod Stewart, che li coverizzò già ai tempi dei Faces e poi di nuovo come solista, o quelle dei
Queen, che hanno voluto Rodgers come cantante per la loro
reunion dal vivo del 2004.
I Free si sarebbero sciolti nel 1973. Rodgers e Kirke avrebbero fondato i Bad Company, con grande fortuna commerciale (per quanto oggi anche loro siano meno ricordati di quanto si possa credere). Kossoff sarebbe morto per edema polmonare nel 1976, appena venticinquenne (la sua salute era stata compromessa da anni di problemi con le droghe pesanti).
Fraser, il motore creativo dei migliori dischi della band, è morto invece nel 2015, per complicazioni legate all'arteriosclerosi: dopo lo scioglimento dei Free è vissuto ai margini dell'industria musicale, principalmente come autore per altri cantanti (è sua "Every Kinda People", pubblicata nel 1978 da Robert Palmer). Si è distinto come attivista gay a partire dal 2005.