Un balletto a mezz’aria è un capolavoro di equilibrio: niente rete, niente appoggi, solo controllo e slancio. Movimenti precisi ed eleganti, divenuti spontanei al punto da apparire semplici - ma solo per chi li osserva distrattamente. “Nilsson’s Aerial Ballet” non è solo un titolo suggestivo: era il nome reale del circo acrobatico fondato dai bisnonni svedesi del cantautore
, immigrati negli Stati Uniti a fine Ottocento. Difficile pensare a una metafora più calzante per il suo secondo album, che fa della leggerezza una forma di ambizione, dell’azzardo una pratica quotidiana - e del circo una grammatica, fatta di numeri individuali che convivono senza mai schiacciarsi a vicenda.
È un’affinità che passa prima di tutto dall’immaginario. Il gusto per l'aspetto teatrale, per la dimensione quasi circense della canzone - intesa come micro-mondo autosufficiente all'interno di un quadro più articolato. Una prospettiva che accomuna "Aerial Ballet" alla direzione della produzione beatlesiana di quegli anni: non rock da palco, ma canzoni che sembrano pensate per esistere in uno spazio mentale, più che fisico, e dove ogni brano è un piccolo gioco di prestigio.
In questo senso, l’adozione
beatlesiana di Nilsson non riguarda lo stile o il suono, ma l'atteggiamento. L’idea che il pop possa permettersi leggerezza senza superficialità, ambizione senza solennità, e che la complessità, come in un numero acrobatico ben congegnato, serva a rendere possibile ciò che altrimenti resterebbe impraticabile. Aprendo per il pop forme emotive per le quali il rock’n’roll, nella sua forma elementare, non era più sufficiente.
Quando il pop studia la storiaThat song was pretty white!
("Head", 1968)
La battuta,
pronunciata a proposito di "Daddy's Song" dal personaggio interpretato da
Frank Zappa nel film musicale dei
Monkees, vuole suonare sprezzante ma si rivela una lente critica illuminante. La "bianchezza" della canzone, interpretata dalla band di "I'm A Believer" ma firmata da Harry Nilsson
[nota 2], non rappresenta un attributo morale o biologico, ma un segnale culturale: una musica che si riconnette consapevolmente alla tradizione europea e pre-rock della canzone americana, filtrando il rock’n’roll attraverso un sapere formale stratificato. In "Aerial Ballet", questa
whiteness non coincide con un’operazione elitaria o borghese in senso sociologico - Nilsson, come i Beatles, proviene da un background popolare - ma con una forma di riappropriazione tecnica. Il rock’n’roll di matrice nera e popolare aveva aperto una frattura; Nilsson e i
Fab Four operano nel momento successivo, quando quella frattura può essere non tanto ricomposta, ma attraversata definitivamente, per muoversi verso direzioni molteplici.
Il riferimento implicito è il "Great American Songbook" di classici come Gershwin, Porter, Berlin, Rodgers. Un repertorio colto e ricchissimo, inteso non come canone da venerare ma come deposito di “trucchi del mestiere”: modulazioni, cromatismi, progressioni circolari, orchestrazione funzionale alla narrazione. I brani di "Aerial Ballet" raramente si ancorano a una sola tonalità: preferiscono slittare, prendere in prestito accordi esterni, rinegoziare continuamente il proprio centro.
Un procedimento ricorrente è il cromatismo, espediente “beatlesiano” per eccellenza: una progressione armonica che sale o scende variando gli accordi di semitono in semitono guidando l’andamento emotivo del verso. In “Good Old Desk” il movimento discendente accompagna il carattere riflessivo e quasi immobile del testo; in “Together” lo stesso principio viene ribaltato in senso ascendente, sostenendo l’idea di un’unione costruita passo dopo passo, con una tensione costante ma mai enfatica.
Letto a posteriori, "Aerial Ballet" può essere perfino visto come precorritore dello
yacht rock del decennio successivo, sia per il comune ascendente beatlesiano, sia per il rapporto consapevole con la storia della canzone americana più professionale, che orienta la scrittura verso una levigatezza assai poco rock'n'roll. Non si tratta di rintracciare influenze dirette — né di cercare echi della scrittura di Nilsson dietro
Steely Dan o altri protagonisti del settore — quanto di riconoscere una stessa idea del pop in cui la complessità non si esibisce ma lavora in profondità, rendendo fluido ciò che è strutturalmente articolato.
Un sogghigno per stemperare l'enfasiL’unico modo che avevo per difendermi [da chi in banca chiedeva della carriera musicale] era tirare fuori le statistiche: nella musica, in proporzione, finiva nei guai o in prigione meno gente che in tanti altri lavori
(Harry Nilsson
intervistato su "Music Maker", 29 ottobre 1969)
Molta della classe di Nilsson sta nel singolare
understatement con cui tratta il materiale emotivamente più carico. Non evitando la tensione, ma piegandola, spostandola, e privandola di ogni automatismo espressivo. “One” è il caso più emblematico: l'iconico tema
la–sol–fa♯–fa trova posto in una genealogia ampia - "
House Of The Rising Sun", "The Ecstasy Of Gold" di
Morricone, "Call Me" dei
Blondie poggiano tutte sullo stesso schema - ma qui ogni retorica epica viene meno. Il rimbalzo insistente del piano replica il
tu-tu-tu-tu del telefono quando la linea è libera: un'immagine quotidiana che diventa figura sonora dell’isolamento, mentre archi, clavicembalo e fiati entrano in punta di piedi, richiamando la spoglia teatralità di “
Eleanor Rigby”.
Anche “Mr. Richland’s Favorite Song” lavora sul contrasto. La canzone è costruita su una cadenza andalusa, una delle progressioni più cariche di pathos della tradizione occidentale, diffusissima in quegli anni per il suo carattere drammatico - da “Gethsemane” di "
Jesus Christ Superstar" a “Happy Together” dei Turtles, fino alla leggera variazione in “California Dreamin’”. Nilsson la utilizza per raccontare la parabola del successo musicale, ma ne disinnesca sistematicamente la solennità attraverso l’interpretazione e l’arrangiamento. L’epica resta in potenza, ma viene abbassata su un registro
vaudeville fra il sonnacchioso e ironico, con i fiati che commentano scherzosamente più che sostenere, trasformando il climax in una smorfia.
Questa logica attraversa anche l’orchestrazione. L’organico è ampio - archi, fiati, pianoforte, sezione ritmica - ma raramente utilizzato per masse compatte; è anzi insolito trovare momenti in cui tutti gli strumenti suonano simultaneamente. In brani come “Together” e “Mr. Richland’s Favorite Song”, le parti si distribuiscono lo spazio, si alternano, si intrecciano come linee autonome. Il pianoforte, spesso percussivo e “martellante”, funge da perno, richiamando il
vaudeville e il
music-hall, con un esito
retrò che - avesse portato la firma di
McCartney-Lennon - avrebbe senz'altro liquidato come
granny music ("Martha, My Dear", "When I'm 64", "Your Mother Should Know" ecc.). Ma che Nilsson piega con un'ironia stralunata e spesso caustica.
La ricchezza timbrica non produce saturazione, ma chiarezza. Solo più tardi, per descrivere una simile ricchezza di dettagli armonici e orchestrali, si sarebbe parlato di
baroque pop: una categoria assente all’epoca e utile a posteriori per avvicinare "Aerial Ballet" ai Beatles più caleidoscopici, ai
Beach Boys, agli
Zombies e alla galassia di produzioni che i cultori battezzeranno
sunshine pop.
Etichette utili retrospettivamente, ma solo fino a un certo punto. Perché se il pop barocco tende spesso a strabordare negli arrangiamenti e giocare sull'effetto sorpresa, "Aerial Ballet" fa l’opposto: concentra, dosa, alleggerisce. L’orchestrazione diventa così parte del gesto compositivo, necessaria a sostenerne la leggerezza: come in una coreografia circense in cui ogni movimento è pensato per non intralciarsi, e per chiudere il numero con una strizzata d’occhio.
Scrivere dritto, ma in diagonaleMy old desk never needs a rest
And I've never once heard it cry
I've never seen it tease, it's always there to please me
From nine to five
("My Old Desk")
Anche nei testi, "Aerial Ballet" non insegue approcci frontali né enfasi risolutive. Nilsson preferisce l’ironia alla dichiarazione, il sorriso storto alla presa di posizione esplicita, affidando spesso il peso emotivo delle canzoni a immagini ordinarie e situazioni minime.
“Good Old Desk” è il caso più emblematico. In acronimo, il titolo compone la parola "God", Dio, e non a caso il brano è stato spesso interpretato come una riflessione obliqua - e volutament.
“Mr. Richland’s Favorite Song”, dedicata al promoter Tony Richland, racconta invece la parabola del successo musicale. Dal ruolo di idolo per teenager a quello di ricordo nostalgico per coppie di mezza età, fino all’immagine finale - amaramente ironica - di un cantante ridotto a ospite fisso di un bar, capace di chiamare gli avventori per nome da quanto pochi sono rimasti. L’ironia arriva fino al dettaglio vocale: sul finale Nilsson imita con la voce il suono di una tromba swing jazz, trasformando la conclusione in una caricatura gentile ma tutt’altro che indulgente.
Il successo senza il palco
Non fa apparizioni dal vivo ed evita di lasciarsi coinvolgere troppo dal clamore della scena pop. 'In parte perché non sono molto sicuro di me come performer, e in parte perché la scena non mi interessa davvero. Se ti lasci coinvolgere troppo, diventa uno stile di vita. Io preferisco restare a casa o in studio, semplicemente a scrivere e registrare'.
Nilsson sceglie consapevolmente di restare lontano dai riflettori. Non si tratta di una decisione presa a posteriori: a differenza dei Beatles e di altri suoi contemporanei, non interrompe mai la carriera concertistica per rifugiarsi in studio, perché una carriera concertistica, di fatto, non la avvia mai. Al di là di sporadiche apparizioni radiofoniche, televisive o in eventi di beneficenza, lungo tutta la sua attività non si esibisce davanti a pubblici paganti e non intraprende alcun tour.
La distanza dal palco incide direttamente sul modo in cui il successo di
Aerial Ballet si manifesta. “Everybody’s Talkin’”, cover di un brano di
Fred Neil, viene pubblicata come singolo senza particolare enfasi promozionale, ma trova una risonanza decisiva grazie all’inclusione nella colonna sonora di "Midnight Cowboy". Il film con Dustin Hoffman - vincitore di tre Academy Award - trasforma la canzone in un successo internazionale, portandola nella top ten statunitense. Un’esplosione di popolarità che avviene per associazione e contesto, non per esposizione diretta dell’autore.
Diverso ma simile il caso di “One”. Nell’incisione originale di Nilsson è un brano cupo, introverso, quasi claustrofobico; pochi mesi dopo, la versione decisamente più energica dei Three Dog Night raggiunge il quinto posto in classifica.
Le canzoni circolano, si trasformano, funzionano anche lontano dal loro autore.
Ma la centralità dello studio non è solo una scelta di riservatezza: diventa anche un terreno di sperimentazione. Già nel 1967 Nilsson aveva realizzato una cover di "You Can’t Do That" dei
Beatles, includendovi altre decine di frammenti
beatlesiani in ciò che è stato citato come uno dei primi esempi di
mash-up. Nel 1971, pubblica a partire dai materiali dei primi due album "Aerial Pandemonium Ballet", che qualcuno ha visto come prototipo di
remix album.
Fare scuola, senza salire in cattedraNilsson è diventato il musicista dei musicisti: ammirato per i suoi arrangiamenti fuori scala, per l’insistenza nel seguire la propria musa prima di accontentare la casa discografica, e per la disponibilità a prendere in giro se stesso, la cultura e ogni convenzione dello show business.
(Noel Murray, "
AV Club", 2010)
Già tra i contemporanei, l’ammirazione per Harry Nilsson è trasversale. Oltre ai Beatles, è stimato da autori come
Randy Newman e
Van Dyke Parks, con cui è anche in grande amicizia. “This Could Be The Night”, brano del 1965 co-firmato con
Phil Spector, è dedicato da Nilsson ai
Beach Boys, e
Brian Wilson ne fu soddisfatto al punto da eseguirla spesso al pianoforte davanti ai suoi ospiti. All’elenco di coloro che già all’epoca lo riconoscono come riferimento si possono aggiungere Robert Lamm dei
Chicago, il
songwriterJimmy Webb, Al Kooper dei Blood, Sweat & Tears: figure accomunate dall’idea della canzone pop come spazio compositivo espanso, in cui la complessità serve a dire di più, non a farsi notare.
L’influenza diventa ancora più significativa nelle generazioni successive. Se Adrian Belew (
King Crimson) si limita a
collocarlo “tra i suoi cantanti preferiti in assoluto” (accanto a Roy Orbison e
John Lennon),
Rufus Wainwright lo
indica invece come una delle matrici centrali del proprio immaginario, insieme proprio a Randy Newman e Brian Wilson. John Brion - produttore, autore e collagista sonoro - ne assorbe l’approccio orchestrale e ironico, inserendo una sua canzone nella colonna sonora di "Punch-Drunk Love" e collaborando con
Aimee Mann alla rilettura di “One”, poi riutilizzata anche per la colonna sonora di "Magnolia". Più che un modello stilistico, Nilsson diventa un modo di intendere il lavoro sulla canzone.
Con il passare del tempo, sempre più l'impronta di Nilsson affiora in una parte del pop indipendente americano.
Ben Folds riprende da Nilsson l’uso centrale del pianoforte, l’ironia trattenuta e l’idea della canzone come meccanismo preciso, capace di tenere insieme leggerezza e costruzione. In parallelo, i Jellyfish sviluppano un
power pop beatlesiano particolarmente rigoglioso, in cui stratificazione armonica e ambizione restano pienamente interne alla forma-canzone. E proprio dall’incrocio di queste due linee prende forma il contemporaneissimo microgenere
fabloo, che combina quel tipo di scrittura elaborata con un pianoforte ritmico in primo piano, come accade nei
Jukebox The Ghost.
In un ambito più canonicamente
indie, "
Ok Human" degli
Weezer guarda all’orizzonte orchestrale di "Nilsson Sings Newman", e perfino uno
psych-garage-rocker come
Ty Segall ha dedicato all'artista un Ep di cover, segno di un’influenza capace di attraversare contesti diversi senza irrigidirsi in cliché.
È qui, forse, che il ruolo anticipatore di Nilsson si chiarisce fino in fondo. La sua traiettoria anticommerciale, obliqua, certosina e interamente orientata allo studio è antesignana di un’idea di indipendenza che non passa dall’urgenza del successo, ma dalla padronanza dei mezzi. Restare dentro la forma-canzone, senza però appiattirsi sui suoi automatismi né sulle scorciatoie dell’efficienza discografica. In questo senso, "Aerial Ballet" porta ancora oggi con sé un’immagine limpida: il promemoria che nel pop c’è spazio per muoversi in aria, liberi dalle reti - se c'è il controllo del gesto, ancor prima che del salto.
Note:
[
nota 1]
Domanda: Pensi che alcuni dei vostri dischi stiano influenzando le menti delle giovani generazioni?
John Lennon: Be’, tutti i dischi influenzano la mente, capisci. Tutto insieme. Tutto influenza tutto. Nilsson è il mio gruppo preferito.
Lo scambio è parte di un’intervista concessa da
John Lennon e
Paul McCartney il 14 maggio 1968 all’hotel Americana di New York, in occasione del lancio della Apple Corps. La battuta di Lennon compare in alcune trascrizioni scritte dell’epoca, ma non è udibile nei filmati oggi comunemente reperibili dell’incontro con la stampa. La registrazione audio della frase è tuttavia chiaramente udibile nel documentario "Who Is Harry Nilsson (And Why Is Everybody Talkin’ About Him)" (2006), pronunciata dalla voce di John Lennon. L’attribuzione, talvolta circolata, di un commento analogo a Paul McCartney nella stessa sede non è supportata da fonti verificabili e va con ogni probabilità considerata spuria.
[
nota 2] “Daddy’s Song” era inizialmente prevista come traccia di apertura dell’album, ma non compare in alcune delle prime edizioni discografiche. L’esclusione è legata al fatto che il brano era già stato inciso come cover dai Monkees per il film "Head" (1968), in cui la canzone compare in modo prominente. La presenza del pezzo verrà stabilizzata solo in edizioni successive.