Separazione, massacro, esilio
Il Novecento non è certo stato un secolo parco di conflitti. Ma tra il 1948 e il 1994, il Sudafrica ha vissuto una situazione molto particolare, nota come apartheid – un governo di minoranza bianca che, tramite leggi anti-democratiche, oppressione e violenza, ha soggiogato milioni di africani discendenti dalla ricca mescola di popolazioni autoctone, in particolare swazi, zulu e xhosa. Non è scopo di questo articolo fornire una storia dettagliata del paese, la sola complessità delle vicende susseguitesi al primo arrivo dei coloni olandesi, nel 1652, meriterebbe un apposito corso universitario.
Ma, come altre situazioni analoghe di eredità coloniale, il succo della questione è semplice da comprendere: lotte intestine, separazioni razziali e crociate religiose, atte a creare scompiglio e garantire l’espropriazione e il dominio delle risorse del territorio da parte di un’aggressiva minoranza stabilitasi al potere – nel caso del Sudafrica, il bottino comprende minerali e pietre preziose. Quando nel 1905 viene trovato il Cullinan, il diamante più grosso al mondo, attualmente incastonato nella corona inglese al sicuro nei sotterranei della Torre di Londra, il paese sprofonda in una nevrosi di violenza da far impallidire la corsa all’oro nel Klondike.
L’apartheid istituito negli anni Quaranta, insomma, non è che l’ennesima iterazione di abuso politico e controllo economico, escogitato adesso col preciso intento di separare le popolazioni secondo il colore della pelle – bianchi, neri e colored, quest’ultimi una sorta di “terza razza” che comprende immigrati indiani e indigeni delle isole Mascarene – e assegnare a ciascuna, in proporzioni platealmente sbilanciate, accesso a risorse e apposite zone di residenza – impossibile non pensare alla scenetta della divisione delle acque del ruscello nella “Fontamara” di Ignazio Silone.
Ma il 21 marzo del 1960, il governo sudafricano commette un atto criminale che avrà risonanza mondiale: il massacro di Sharperville, cittadina nell’allora provincia di Transvaal, a Est del paese. Cinquemila persone si radunano di fronte al comune quel giorno, per protestare contro le pass laws, leggi che impongono ai cittadini africani l’adozione di un documento da mostrare ovunque vadano, per controllarne gli spostamenti e regolare le assunzioni in linea col (basso) salario imposto dal governo. La polizia accorsa alla manifestazione ha l’ordine di aprire il fuoco libero sulla folla indifesa e fa quasi trecento morti e centinaia di feriti.
Miriam Makeba perde due zii a Sharperville. Qualche settimana più tardì, scompare anche sua madre, per motivi di salute. Ma all’arrivo in aereoporto dagli Stati Uniti, dove si è da poco stabilita per lavoro come attrice e cantante, Miriam scopre che il suo passaporto è stato cancellato, l’autorità locale la rispedisce indietro sul primo volo disponibile. Non assisterà mai ai funerali di famiglia. Sua figlia Bongi, di appena dieci anni, verrà trasportata in America solo mesi più tardi. Il messaggio è chiaro: il governo sudafricano è una dittatura che mira a controllare tutti i suoi cittadini, e allontanare – o direttamente assassinare – chiunque non rientri nella stretta fascia di preferenza razziale e linguistica stabilita da una piccola oligarchia di ricchi proprietari terrieri.
Inizia qui il lungo viaggio internazionale di Miriam Makeba detta Mama Africa, voce d’oro e orgoglio di ogni popolo espropriato. Una donna elegante, educata e sorridente, che quando canta sembra avere il sole in bocca, ma è altresì dotata di una indole di ferro e di una lingua instancabile nel condannare gli abusi che affliggono il suo amato paese. In trent’anni d’esilio, Miriam colleziona visti e passaporti a seconda delle opportunità – dapprima in America, ma una volta allontanata anche da lì, a causa del suo matrimonio con Ben Carmichael, leader dei Black Panthers schedato dalla Cia come terrorista, si stabilisce in Guinea poi in Belgio, passando tempo anche in Kenya, Mozambico, Ghana e Italia, quest’ultima la nazione nella quale Miriam scomparirà a causa di un infarto, all’età di settantasei anni, dopo un concerto tenutosi a Castel Volturno in favore di Roberto Saviano e della lotta contro la camorra.
Ma in Sudafrica non metterà piede fino al 1990, quando l’ultimo governo bianco, condotto da Frederik Willem De Clerk, inizierà a rallentare la discriminazione e, in un gesto divenuto storico, farà scarcerare il celebre attivista Nelson Mandela, presto votato come primo presidente democratico del paese. Peccato che per allora Miriam Makeba sia già diventata una cantante rinomata in tutto il mondo, grazie anche al successo di “Pata Pata”, un curioso reperto della diaspora pan-africana che ha affascinato milioni di ascoltatori in tutto il mondo, tramite una miscela di canti popolari e brani autografi in swazi, swahili, inglese, aramaico, portoghese e soprattutto xhosa, la “lingua con lo schiocco”, uno dei patrimoni più particolari dell’umanità.
Chi era Miriam Makeba? Le origini
Zenzile Miriam Makeba nasce nel 1932 a Prospect, una baraccopoli segregata nei dintorni di Johannesburgh, da padre xhosa, un insegnante, e madre swazi, una domestica. Un’eredità culturale dunque ricca, ma dal destino socio-economico molto duro, che la vede lavorare sin da bambina. Fortuna che la piccola Miriam ha un dono: la voce, con la quale canta sia a scuola che in chiesa alla domenica, cimentandosi con facilità da gazza ladra su brani popolari in lingua swazi e xhosa, ma anche in zulu, sotho e inglese, quello stesso crogiuolo linguistico che compone il tessuto sociale della sua martoriata nazione.
L’influenza musicale americana è già sbarcata in Sudafrica tramite dischi di Duke Ellington ed Ella Fitzgerald, che Miriam assorbe come una spugna mentre muove i primi passi nelle formazioni dei Cuban Brothers e dei Manhattan Brothers, poi nel quartetto vocale femminile delle Skylarks. Ma già con questi gruppi, lo stile rimane profondamente indebitato al continente africano – in Occidente in quegli anni si parla di afro-pop, ma in Sudafrica esiste il termine ombrello marebi che indica il jazz locale nell’accezione più larga. Sono tanti i sotto-generi presenti sul territorio per specifiticità culturali e contesti d’esecuzione; tra questi, mbaqanga indica una moderna versione dei canti e balli tradizionali del popolo xhosa, uno stile che solo i madrelingua riescono a interpretare, e del quale Miriam sarà la più famosa esponente.
Presto Miriam non è più solo una cantante; il suo ruolo nell’opera jazz “Kink Kong” le vale un primo momento notorietà, anche se il lavoro viene eseguito di fronte a un pubblico segregato, come da ordini del governo. Ma è con la partecipazione al docu-fiction “Come Back, Africa” di Lionel Rogosin che la giovane artista assurge a incompromissoria voce del proprio popolo – iniziando però al contempo il conto alla rovescia alla sua permanenza in Sudafrica. Il governo infatti smania di censure e insabbiamenti perché il film viene proposto a un pubblico integrato, ma è soprattutto la risonanza internazionale della pellicola a scoprire i panni sporchi del paese. Per tale ruolo, nel 1959 Miriam viene invitata al Festival del Cinema di Venezia, ma è a Londra che la cantante incontra Harry Belafonte, colui che le farà da mentore per i primi anni di carriera solista, convincendola ad andare a lavorare in America.
La discografia di Miriam inizia proprio dopo l’esilio nel 1960, con un album omonimo che la presenta come curiosa cantante afro-folk adornata da una talvolta pesante strumentazione occidentale – sono i primi passi di una carriera particolare, pur non sempre a fuoco, che troverà la quadra solo con l’andare del tempo, anche se il pubblico già ne apprezza le doti. Seguiranno altri otto lavori prima di “Pata Pata”, incluso “An Evening With Belafonte/Makeba” che nel 1965 conquisterà un Grammy.
Non possiamo aprire una parentesi troppo lunga sulla storia dei diritti civili negli Stati Uniti, anche qui ci vorrebbero pagine intere. Ma gli anni Sessanta americani sono il culmine di una serie di proteste, pensieri e movimenti che porteranno alla marcia su Washington – organizzazioni come Nation Of Islam e Black Panthers spaventano l’opinione pubblica, a Harlem ci sono i Five Percenters, mentre scrittori, come Maya Angelou e Sidney Poitier, e jazzisti, da Miles Davis a Sun Ra e Nina Simone, anelano l’idealizzazione della Motherland. È in questo contesto che Miriam Makeba offre un ponte tangibile e una storia universale, dal momento che anche in Africa il razzismo miete vittime: “Pata Pata” è un documento importante.
Pata Pata: storie dal villaggio globale
Tra le canzoni chiave della discografia di Miriam c’è ovviamente la title track, “Pata Pata”, che si traduce in “tocca tocca”, un trascinante ballo del villaggio al sabato sera a suon di piano e chitarra, interpretato con un inestinguibile desiderio di vita sulle labbra – la riprova della tempra e dello spirito di un popolo indomabile oltre ogni oppressione. Concepito originariamente negli anni Cinquanta dalla stessa Miriam attorno a una serie di danze e melodie popolari diffuse nelle baraccopoli di Johannesburg, il brano viene riadattato in studio con Jerry Ragovoy, che ne intuisce l’immediatezza melodica e aiuta la cantante a coordinare gli arrangiamenti in una snella miniatura di tre minuti. Per coinvolgere il pubblico internazionale, il brano contiene un piccolo intermezzo parlato in inglese, quel tanto che basta per fare di questo momento tradizionale un esperanto percepibile a pelle in ogni angolo del pianeta, oltre ogni barriera linguistica.
L’altro celebre brano è “Ngqothwane”, noto in Occidente come “The Click Song”, ma qui rinominato “Click Song Number One”. Musicato dai Manhattan Brothers già negli anni Cinquanta, gruppo nel quale militava la stessa Miriam, fa riferimento nel titolo a un elateride, nome scientifico di quei coleotteri che “schioccano” la corazza quando saltano per aria durante la stagione degli amori – nei villaggi xhosa la canzone viene spesso eseguita ai matrimoni come auspicio di buona fortuna. Accompagnata da un ossuto tappeto ritmico, che complimenta la ripetitività circolare del testo e dell’armonia, Miriam popolarizza la canzone in America lungo i primi anni Sessanta, eseguendola spesso dal vivo di fronte al pubblico affascinato dagli inimitabili suoni che emette col palato. È bello osservare come la stessa cantante cambi di portamento quando passa dall’inglese alla lingua madre durante le esibizioni, come se la sola forza della musica fosse in grado di trasportarla momentaneamente a casa:
Ancor più suggestivo il vecchio motivo tradizionale “Jol’inkomo”, dedicato ai giovani guerrieri che si preparavano alla battaglia; Miriam lo intona impiegando una pletora di suoni e colorature gutturali, la sua voce è come uno strumento all’interno della strumentazione di chitarra e percussioni, per un effetto al contempo incoraggiante e galvanizzante.
Ben altro significato ha però “Ha Po Zamani”, cantata in swahili, un ancheggiante motivo autografo che può trarre in inganno l’ascoltatore casuale; il brano lamenta infatti l’influenza del colonialismo e immagina con nostalgia i vecchi tempi prima dell’arrivo degli Afrikaners, quando le popolazioni autoctone avevano casa e non dovevano nascondere il proprio dolore nell’alcol (nota: quando Miriam era ancora piccola, sua madre fu arrestata dalla polizia perché produceva la propria birra in casa – un curioso parallelo col proibizionismo americano, con la differenza che, per le popolazioni africane sotto il regime bianco, l’industria domestica era spesso l’unica fonte di guadagno).
Sopra un concitato tappeto ritmico reminescente della musica cubana, altro complesso crogiuolo d’umanità causato dagli spostamenti coloniali, “Saduva” è il brano autografo più personale in scaletta, cantato in swazi; qui, Miriam lamenta il senso di spaesamento e l’assenza della figura guida di sua madre, che però avverte come presenza spirituale tramite la memoria della sua voce. L’interpretazione è al contempo cupa e splendente, dà modo alla cantante di cangiare tra i sentimenti donando un saggio inimitabile, eppure parco di ogni eccessivo virtuosismo.
Ma “Pata Pata” contiene anche a brani provenienti da altre culture, mostrando l’intenzione cross-culturale di un’interprete globale. Originariamente scritta e interpretata dal celebre musicista etiope Tilahun Gèssèssè, “Yetentu Tizaleny” è un’altra ode ai tempi andati, con riferimenti a quello che potrebbe essere un amore strappato dalla distanza forzata – il tema è dunque calzante con lo spaccato di vita di Miriam, che ne realizza una versione meno psichedelica e più contemplativa dell’originale, ma mantiene il testo in aramaico per porgere omaggio a un’altra nazione africana diversa per cultura e geografia, ma anch’essa toccata dalla morsa del colonialismo europeo.
E come dimenticare “Maria Fulo”, brano attribuito al compositore brasiliano Severino Dias de Oliveira, detto Sivuca, che però pubblica la propria versione – chiamata “Adeus Maria Fulô” - solo nel 1973. Il brano è un’altra storia di migrazione e diaspora che calza con i temi del resto della scaletta: l’addio a tale Maria, donna amata dall’autore, è al contempo simbolo carnale, geografico e spirituale – nel suo mesto dispiego di nostalgia sopra un filo di ottoni e sonagli, il testo fa riferimento alla siccità del sertão, l’inclemente steppa dell’entroterra brasiliano molto dura da coltivare. Miriam canta anche in portoghese.
Western Wind: storie dal New Jersey
Registrato ai TownSounds Studios di Eaglewood, nel New Jersey, “Pata Pata” ovviamente risente anche dell’influenza americana. Una ballata come “What Is Love”, co-scritta sempre con Ragovoy, non fa segreto di sentimenti limpidi e universali: il brano si snoda come una preghiera tra pizzicate corde folk e una coltre di violini soul, ma è la voce di Miriam a vibrarvi sopra con maestosa intensità, ricordando, con disarmante innocenza, che contro i mali del mondo “la risposta è sempre l’amore”.
Non è da meno la luminosa “Ring Bell, Ring Bell”, altro sognante polverìo di chitarra e campane ideato come roseo momento di quiete nel presente e speranza per il futuro. Sono i brani più semplici in scaletta, che in bocca ad altri interpreti risulterebbero dolciastri e magari anche in malafede, ma Mama Africa conduce col cuore in mano, collocandosi a suo modo nei movimenti pacifisti degli anni Sessanta – siamo pur sempre a un passo dal Sessantotto.
Non ci sono dubbi però sugli intenti di “A Piece Of Ground”, un ruminante madrigale intonato nell’inglese più chiaro possibile per raccontare l’ultimo secolo di storia del paese:
Quando l'uomo bianco arrivò per la prima volta dall’oltremare
Guardò e disse: questa è la patria di Dio
Era molto compiaciuto di questa terra che aveva trovato
Disse: "Farò di questo il mio pezzo di terra"
Erano molte battaglie che doveva ancora combattere
E molte le famiglie che morirono durante la notte
Tanti erano gli uomini neri che vivevano tutt'intorno
Tutti volevano il loro pezzo di terra
Poi un bel giorno nel 1883
L'oro fu scoperto in buona quantità
Ora il paese era ricco, più ricco del previsto
E ogni scavatore voleva il suo pezzo di terra
I cercatori bianchi erano pochi e l'oro era così profondo
Che l'uomo nero fu chiamato perché il suo lavoro era a buon mercato
Con una pala crudele lavorava sottoterra
Sei penny al giorno per arare la terra
Ora questa terra è così ricca, mi sembra strano
Che l'uomo nero, il cui lavoro ha contribuito a farla crescere
Non possa godere dei frutti che abbondano
È stato sradicato e cacciato via dal suo pezzo di terra
[...]
Nota critica a posteriori
Preso di pancia senza un contesto, un primo ascolto di “Pata Pata” sovente lascia interdetti. Contro lavori socialmente ruggenti e più facilmente apprezzabili dalla critica rock, siano essi di Fela Kuti e l’Orchestra Baobab sul suolo africano, o Jimi Hendrix, Marvin Gaye e Gil Scott Heron in America, questo album arriva avvolto da una patina naif di archi e sorrisi, è tribale ma morbido, talvolta quasi didattico nella stesura dei testi, un impasto multilingue di suoni e temi allora etichettati come world music – non a caso, Miriam farà il proprio ritorno sui palchi americani solo a fianco di Paul Simon durante il tour di “Graceland” – disco-simbolo di quei sentori terzomondisti molto diffusi negli anni del Live Aid.
Ma è proprio qui che “Pata Pata” racconta la sua storia, tramite l’operato di una donna in esilio che può vivere solo di memoria. Lontana da casa e dagli affetti famigliari, forzatamente distaccata da quel popolo che vuol rappresentare, Miriam incarna simbolicamente lo spirito di tutte le tribù nere che sono state soggiogate e disperse dal colonialismo europeo, siano esse finite sotto il tiro dei fucili sull’uscio di casa, o naufragate in Giamaica, Stati Uniti, Brasile o Capo Verde. Se questo ascolto può sembrare al contempo tribale, emotivo e stranamente privo di baricentro, è perché la storia stessa non ha avuto alcun ritegno per i popoli qui rappresentati. Il che, incidentalmente, rende “Pata Pata” ancor più umano e veritiero.