Il Giappone, il paese dei grandi contrasti, del noise-rock più incompromissorio e iconoclasta e dell'ambient music più serafica. La terra dell'eleki, del city pop, del visual kei, e anche la terra di grandi autori e autrici rock, capaci di imporsi nell'immaginario nazionale (per poi spesso travalicarlo) e cavalcare il successo con proposte popolari ed eccentriche allo stesso tempo, rispettose della comunicazione pop ma forti di spinte, sonore e compositive, ben più singolari. I nomi? Se ne potrebbero fare davvero tanti: Gackt, Nanase Aikawa, Tak Matsumoto, Tomoko Kawase, passando per Yuki Isoya e Cocco, il mercato musicale nipponico è pieno di figure che hanno fatto propri i linguaggi rock e li hanno piegati alle esigenze più disparate, trovando percorsi di grande personalità. In pochissimi hanno avuto però la pienezza d'intenti, la forza visionaria di Yumiko “Ringo” (“mela” in giapponese) Sheena, o Sheena Ringo se si vuol seguire l'ordine orientale. Nel suo essere anti-diva e raggiungere comunque un pubblico vastissimo, nel concepire un universo compositivo in cui punk, prog, musica tradizionale, grunge e melodismo pop possono convivere in rarissima armonia, la musicista di Fukuoka ha intercettato sin da giovanissima gli estremi di un codice totalmente unico, che con “Shouso Strip” ha agguantato il suo vertice di popolarità e influenza. Torniamo quindi all'anno 2000, e lasciamoci soggiogare dall'energia senza fine di una ventunenne con le idee chiarissime.
Lo avevano già capito i discografici della Emi che la ragazzina, fresca di diploma di liceo, non era propriamente l'ennesima starlette da plasmare come nuova idol. D'altronde se ti trovi di fronte un'autrice talmente insoddisfatta dal singolo che l'ha resa famosa (“Koufukuron”, zuccheroso midtempo fuzz-pop) da rimodularne totalmente l'arrangiamento e trasformarlo in una scarica noise-punk per il suo album di debutto, sai che hai di fronte una musicista con la visione e il coraggio necessari a non lasciarsi frenare da nessuno, men che meno dai vertici di un'etichetta. Se poi a tale sangue freddo abbini il consenso del pubblico, non vi è più obiezione che tenga. Grazie anche a una “Koko de kiss shite” che ne ha cementato ulteriormente il nome grazie all'attitudine verace e al tempo stesso romantica, “Muzai Muratorium” schizza a oltre un milione di copie vendute e inquadra il nome dell'artista tra le nuove star di un fermento pop capace di numeri fino a qualche anno prima impensabili. Tutto si predisponeva insomma a rendere quello della musicista un nome di primissimo peso. “Shouso Strip” finirà con il rappresentare ben di più.
I tempi di lavoro nell'industria musicale giapponese sono da sempre rapidi, a maggior ragione per chi approda ai piani alti delle classifiche. Uscito un album, è già tempo di pensare al successivo, e con esso a tutta la trafila che ne precede la produzione e la pubblicazione. Come da prassi per il Sol Levante, ad anticipare un nuovo disco vi è un ciclo di singoli (due, tre, quattro, dipende dalle circostanze) che va a delineare il quadro sonoro generale e naturalmente a tamponare l'attesa, prima del piatto generale. In un momento di straordinario entusiasmo per il pop nazionale, anche e soprattutto i singoli sono destinati a restare: sono in fondo gli anni in cui gente come Hikaru Utada, Ayumi Hamasaki, Misia e Mai Kuraki pubblica senza sosta futuri classici, in cui i linguaggi e le possibilità di ricombinazione sembrano non esaurirsi mai. In preludio al suo secondo album, il menù offerto da Sheena è comunque dei più sostanziosi. E pensare che tanto poteva andare storto.
Una malattia: tanto può bastare per smontare i piani, per mettere in ginocchio anche i più forti. A volte, però, può essere un'occasione per ripensare le strategie, per ricalibrare il baricentro. Ed è così che nel mentre della degenza la musicista decide che al posto di “Gips”, brano già presentato in occasione del tour a supporto di “Muzai Moratorium”, sarà “Honnō” (trad. “istinto, intuizione”) a essere lanciato come primo singolo del nuovo ciclo. Come se il titolo rivelasse una spinta più profonda, una presa di pancia da accogliere senza riserve, la decisione si rivela vincente: aiutata anche da un suggestivo quanto essenziale video in cui veste i panni di un'infermiera intenta a rompere lastre di vetro e sedurre pazienti sedati, Sheena centra una nuova hit, la sua più importante e duratura (si parla di vendite poco sotto al milione di copie), chiave di volta per una carriera che d'ora in avanti ne recupererà diversi degli aspetti fondamentali.
Non che al primo disco fosse mancata un'allure teatrale, da qui in poi però si esplicita, nell'impiego ben più colorito della voce (sempre capace di acuti squillanti, ma volta anche a una drammatizzazione decisamente più marcata), ma anche nel recupero di sottotesti lirici/estetici che fondono il giapponese antico con quello contemporaneo, dall'impiego di kanji desueti al ricorso a elaborate metafore testuali. Unendosi a una convinta adozione dei linguaggi jazz, per quanto ovviamente cuciti su misura delle strutture pop-rock, il tutto lascia ben intuire il balzo in avanti compiuto dalla musicista, il totale ampliamento di prospettiva.
Grazie a un mail-bombing all'etichetta da parte dei fan per ottenere la distribuzione separata del secondo brano, la già menzionata “Gips” e “Tsumi to batsu” (un bel dostoevskiano “Delitto e castigo”) vengono pubblicati entrambi il 26 gennaio del 2000 e completano un articolato terzetto di singoli, che incapsula alla perfezione la sicurezza di mezzi dimostrata da Sheena. Da un lato, troviamo una delle power-ballad più imponenti di sempre, l'occasione giusta per l'autrice per cimentarsi con una melodia dalle fattezze anthemiche. Rimpianto e desiderio si legano a doppio filo alla tragedia di Kurt Cobain e Courtney Love (espressamente citati nel testo), in un montare di tensione che su un gorgoglio di drum machine e pianoforte intercetta fraseggi dal gusto baroque-pop, prima di deflagrare in un ritornello che è una vera propria liberazione; è l'attestazione di un sentimento sì vissuto con tutta la pienezza del caso, del quale però sono visibili i lati ben più oscuri. Quando d'altronde l'“I wanna be with you” gridato nel refrain viene scritto come “I 罠 Β wiθ U”, il kanji a leggersi come “wana” (“trappola” in italiano), tanti sottotesti trovano la loro opportuna esplicitazione. Che si riveli l'ennesimo successo per Sheena (doppio platino e oltre 800.000 copie complessive vendute) sorprende poco, la supposta mancanza di freschezza non ne ha intaccato minimamente i risultati.
Anche “Tsumi to batsu” non resta comunque troppo indietro. Il trucco fumé, lo sguardo smarrito, una Mercedes ormai inservibile opportunamente tagliata a metà: è un'altra trasformazione estetica nell'arco di pochi mesi, per un video che si fa carico del più struggente spaesamento, la notte a far vagare la mente senza apparente filo logico. Se doveva esserci un brano da affidare a un corposo commento di organo e a un sensuale trattamento jazz-rock, non si poteva optare per una scelta più adatta: anche a restare dietro “Gips”, si stacca il mezzo milione abbondante di copie in tutta agilità. Tutto, insomma, valorizza la rapidissima maturazione della musicista, la sicurezza di un'autrice che sa manipolare registri diversi tra loro, lasciandoli coesistere in piena concordanza. È questione di confermare quanto lasciato intendere, di dare piena voce al proprio estro. Questione di soli due mesi di attesa.
Cinquantacinque minuti e 55 secondi, ripartiti in tredici canzoni tra loro simmetricamente legate, che sia per una questione di numero di kanji che compongono il titolo (“Tsuki ni makeinu” e “Yame ni furu ame”), per adozione di termini stranieri (“Identity” e “Stoicism”), per assonanze concettuali (i brani di apertura e chiusura, incentrati sulla malattia mentale), e così via, fino a “Tsumi to batsu” posta strategicamente al centro dell'album. Non lascia niente al caso, Sheena, per il suo secondo album vuole un ascolto che sappia essere viscerale e concettuale al tempo stesso, che disponga di vari livelli di lettura, da scoprire piano piano come la più emozionante raccolta di poesie. E ci riesce, senza mai sacrificare la forza della sua comunicazione pop, del suo trasporto melodico.
Interamente scritto da lei stessa e co-arrangiato con Seiji Kameda, bassista con cui già aveva lavorato per il precedente disco, “Shouso Strip” (“la striscia vincente” in italiano) è un album zeppo di insanabili contrasti e di impensabili risoluzioni, di estrema sofisticazione e di irruenza senza riserve, yin e yang a concepire una sorta di manuale taoista in chiave rock. Troppo? Beh, per chi cerca la sottigliezza a tutti i costi non è questo l'ambiente giusto. Meglio dirigersi verso altri lidi, qui è l'energia a dominare, l'irrefrenabile creatività di una ventunenne al culmine della propria carriera, con un intero paese pronto ad accoglierne le gesta. E lo fa, senza alcun timore. Le stranezze, se così vogliamo definirle, sono solo il condimento necessario, il pepe che tiene alta la concentrazione.
Perché privarsene d'altronde? Si prenda l'attacco di “Kyogenshou” (“Sono una bugiarda”), col suo basso prorompente e il flauto programmato a volteggiare come in un salterello: questo è l'atteggiamento giusto, la prova di una personalità che vuole mostrarsi sin dal primo minuto, per poi costruire, sempre di più, fino alla dovuta conclusione. Non teme di eccedere, Sheena, in lei c'è un controllo tale da potersi tranquillamente imporre sopra frizzanti commenti d'archi, chitarre in odore di psichedelia e tratteggi funky, senza mai perdere di vista la chiarezza della linea melodica. Tiene così salde le redini di un'interpretazione un po' capricciosa un po' grandiosa, con le sue erre perfettamente rollate e gli accenti drammatici provvisti di tutto il pathos necessario. Il seguito? Altrettanto accattivante. Un frammento vocale mandato in loop, un beat che pare addirittura suggerire l'ipotesi di un brano dance, e “Yokushitsu” (“Bagno”) segue senza colpo ferire l'assalto iniziale. La struttura riserva continue sorprese come nella migliore tradizione prog, il pianoforte traduce spunti jazz tra gli accenni noise della chitarra, arpe sornione si infiltrano qua e là donando una levità insolita, che il testo, frammento casuale di una vita spesa tra autolesionismo e sale da té, non aiuta di certo a corroborare. Per essere la sorella concettuale di “Honnō”, la carica delle parole non potrebbe essere più spietata.
I contrasti proseguono imperterriti, perfetta attestazione di una creatività vulcanica che sa spaziare senza perdere mai la bussola: ha un che di Bartók “Yame ni furu ame” (“La pioggia nella notte”), a partire dall'attacco in grande spolvero che ricorda vecchie danze popolari, ci mette poco però il pezzo a rivelare la sua natura eccentrica e a corredarsi di scariche glitch e tratteggi hip-hop, prima che inserti indiani e chitarre gradasse riportino al tema centrale.
A suo modo l'anello mancante tra il primo e il secondo album, “Identity” snocciola la più energica delle crisi esistenziali, una raffica di domande sparate con la forza del migliore punk, senza mai fornire una risposta di comodo. “Stoicism”, di converso, è una radio impazzita, segnali che vanno e vengono senza mai fermarsi davvero, una melodia per bambini a vomitare parole in libertà, col fare di una Jun Togawa ancora più fuori di sé. Fumosa come la migliore colonna sonora per un noir, capace però di incorporare la pienezza di un organico rock, “Sakana” (“Pesce”) è un'ardita metafora di scoperta e trasformazione, gestita con il giusto piglio da interprete kayokyoku, prima che si interrompa all'improvviso e la scarica di “Byoushou Public” (“Pubblico malato”) racconti di prostituzione sottoponendo voce e batteria a una sgranatura dai tratti hardcore.
Chiudere con “Izonshou” (“Sono dipendente”), con la sua lunga coda strumentale, il suo disperato slancio d'accusa contro un presente che pare non evolversi mai, è il perfetto contraltare di un'apertura che tratta temi tutt'altro che accomodanti, plasmati con grande senso poetico.
Troppo complesso? Troppo libero da preconcetti? Troppo audace nella struttura? I 2 milioni e 300 copie venduti, tali da renderlo il terzo album del 2000 (dietro soltanto ad altri due super-classici del j-pop quali “Delicious Way” di Mai Kuraki e “Duty” di Ayumi Hamasaki) parlano di un pubblico tutt'altro che spaventato dalla proposta di Sheena, piuttosto galvanizzato da un'autrice che ha saputo trovare il bilanciamento perfetto tra accessibilità melodica e personalità compositiva, carattere lirico e abilità espressiva. Pubblico che consegnerà la memoria del disco alla generazione futura: che siano le innumerevoli cover di “Honnō” e “Gips” (anche deep-cut come “Tsuki ni makeinu” godono comunque di simili favori), che sia l'incredibile successo di cui godranno i musicisti coinvolti in veste di arrangiatori e produttori (Seiji Kameda finirà col produrre gli album di tutto il sistema j-pop), il disco fa prestissimo a diventare uno dei gioielli della canzone rock giapponese, la via per un'autorialità libera da schemi, desiderosa di seguire solo la propria ispirazione e la propria voce poetica. Se tante autrici (da Mai Hoshimura a Yasuha Kominami, passando per Yui e Chihiro Onitsuka) troveranno una strada più personale e un approccio più eversivo alla propria arte, “Shouso Strip” ha indicato per primo la strada, ponendosi, più o meno volontariamente, come modello a cui tornare.
Arriverà presto l'insoddisfazione nei confronti dello star-system, la voglia di sottrarsi agli occhi di un pubblico che vuole vedere in lei una graffiante diva rock, un terzo album solista (lo strepitoso “Kalk zamen kuri no hana”) che spingerà ulteriormente in avanti la ricerca e la sperimentazione, alienando una grossissima fetta di pubblico. Arriverà poi la sospensione della sua carriera solista, inizialmente data per definitiva, per abbracciare senza mezzi termini la passione per il jazz, attraverso la fondazione dei Tokyo Jihen. Arriverà anche la graduale scoperta del suo repertorio da parte del pubblico occidentale, che in Sheena Ringo - questa la translitterazione del suo nome - individuerà una delle più sensazionali figure del rock mondiale degli ultimi 20 anni. Senza però un “Shouso Strip” a fungere da spartiacque è difficile pensare che la storia avrebbe preso la stessa piega. A ventitré anni dalla sua uscita, il suo lascito è più vivo che mai.