Nemo propheta in patria. I pensieri di Salif Keïta devono aver sfiorato per molto tempo il significato insito nella massima latina. Maledetto per la cultura malinkè in quanto albino, dunque portatore di sventura, e osteggiato dal padre che non voleva che suo figlio diventasse musicista visto il prestigio della famiglia, erede di una dinastia imperiale che regnò dal 1235 al 1610 in vari territori dell'Africa occidentale, il giovane Salif Keita a metà anni Settanta si ritrovò costretto a emigrare, nonostante un primo agognato successo, in Costa d'Avorio, data anche l'instabilità politica del Mali, e nel 1984 in Francia.
Qui scoprirà lentamente un nuovo modo di fare musica, seguendo quasi in parallelo la visione di un altro gigante, King Sunny Adé, che a inizio anni Ottanta aveva già sposato parte della strumentazione occidentale per il suo "Juju Music".
È proprio a Parigi che il trentacinquenne Salif colse finalmente il rifugio ideale per modellare la sua visione più futuristica di musica mande, grazie anche ai finanziamenti forniti dal produttore discografico senegalese Ibrahima Sylla e all'appoggio di Kante Manfila (chitarra) e molti dei musicisti che aveva conosciuto in gruppi come gli Ambassadeurs e la Rail Band, tra cui Cheick Tidiane Seck (tastiere).
"Soro" nasce quindi dalla sensibilità di un profeta, appunto, che brama un ritorno in patria in grande stile. Un rientro a mo' di condottiero che avverrà di lì a poco, dato il successo delle cassette prodotte dalla Syllart Productions in Africa (il disco venne nel frattempo distribuito dalla Mango negli Stati Uniti e dalla Emi in Francia).
Dietro le quinte di "Soro" ci sono gli arrangiamenti di Jean-Philippe Rykiel e François Bréant, che si divideranno il bottino suonando rispettivamente in tre canzoni diverse. Sono due musicisti enormi, giusto per intenderci: Rykiel ha suonato per Jon Hassell, Youssou N'Dour e Cyrille Verdaux, mentre Bréant è stato per molti anni il tastierista del cantautore francese Bernard Lavilliers.
Pur essendo basato su strutture e melodie tipiche della musica della cultura mande (la famiglia etnico-linguistica di cui fanno parte i malinkè), "Soro" mostra arrangiamenti e tecnologia tipicamente occidentali. Ed è questo il primo grande miracolo di uno dei capolavori dell'afro-pop e della musica tutta.
"Soro" si rivelerà un disco apripista di una visione futura, che farà breccia anche in altre opere miliari, seppur meno internazionalizzate, come ad esempio "Kassikoun" di Abdoulaye Diabaté, così come in altre più spinte, su tutte il magnifico "Niamey Twice" di Moussa Poussy & Saadou Bori.
Composto da "sole" sei canzoni, nelle sue partiture si intrecciano conga, kora, fiati, tastiere, tamburi, cori, bassi, chitarre. Nel suo spirito ci sono invece il calore del vento settentrionale del Sahara e il fuoco meridionale della savana sudanese che stringono il Mali. E c'è la fluorescenza armonica delle tribù malinkè.
Si parte dall'ordinario che muta in straordinario. "Wamba" è l'incipit di un sentimento che esplica innanzitutto una rottura. Perché Keïta compone lontanissimo da casa, e sente inesorabilmente l'urgenza di sventolare il raggiungimento di una precisa evoluzione, il suo essere spirito libero ma allo stesso tempo eternamente fedele alle mura di casa. "Io sono ciò che sono. Questo è il mio stile. Sii sincero con te stesso, e non solo per un po'": parole che echeggiano tra un coro di voci perlopiù femminili (Djene Doumbouya, Douglas Mbida, Georges Seba, Marilou, Nayanka Bell e Yves N'Djock) e un basso funky che emette energia solare ad ogni nota, mentre al centro spuntano stacchetti a percussioni raggianti e trombe epiche che fanno festa.
È solo l'inizio di un album maledettamente virtuoso. La title track verte infatti su soluzioni più articolate, adottate dentro uno zigzagare di suoni, poliritmi e melodie che sembrano usciti da un Eden piantato ai lati del fiume Niger. La seconda parte accelera, mentre la terza si assesta (si fa per dire) tra cori che rimbalzano e trombe da orchestrina jazz che s'innalzano fiere, prima che tutto finisca di soppianto. Che genere è? Si direbbe, senza esagerare, afro-progressive.
Le parole esprimono speranza, voglia di restare uniti e cancellare i confini tracciati a matita dagli occidentali. Keïta proclama: "Colui che non onora la fratellanza sarà colpito a morte dalla pozione del cacciatore. Chi non rispetta il prossimo giacerà morto e freddo. Sacra è la legge della fratellanza universale. Sacra è la legge della pacifica convivenza".
Il brano rappresenta un vero manifesto della sua nuova filosofia, non a caso introduce la figura del cacciatore. Keïta si distacca dalla fadenya, ossia l'ideale competitivo spesso promosso dai griot (musicisti e cantori itineranti, considerati custodi della cultura dell'Africa occidentale), opponendovi la badenya, solidarietà sincera e disinteressata che unisce i figli di una stessa madre nelle famiglie poligame. Questo concetto, considerato l'ideale della coesione sociale, è per lui la soluzione ai problemi dell’Africa moderna.
Il riferimento all’autorità morale del cacciatore è particolarmente significativo: nella cultura mande, i cacciatori non solo proteggono la comunità, ma preservano la giustizia e l’ordine sociale grazie alla loro integrità e conoscenza spirituale. La pozione magica (soro) evocata nel brano, simboleggia l’ordine morale e la conoscenza segreta tramandata dai cacciatori. Funziona sia come incantesimo sia come rimedio capace di curare i mali della società e punire coloro che la destabilizzano, come ladri e tiranni. La fratellanza dei cacciatori trascende etnie, razze e classi sociali. Essi giurano fedeltà a una madre mitica e si riconoscono come fratelli, indipendentemente dall’ordine di iniziazione, mantenendo così un’unità indissolubile nella loro missione di custodi della conoscenza e dell’ordine.
Ancora cori a introdurre subito dopo "Souareba", ballata enfatica, aulica ma non troppo. Keïta invoca la figura mitica di Souareba, una donna che infonde coraggio e sensualità alla stessa maniera. È un manifesto sociale e politico di grande rilevanza, scritto non a caso a Parigi, città simbolo di ogni rivoluzione.
Speciale è anche la successiva dedica al padre, "Sina”, in cui l’artista danza al cospetto della propria memoria per manifestargli non solo il suo trionfo, ma anche una ritrovata consapevolezza delle proprie virtù umane e artistiche.
"La vera nobiltà è la saggezza", canta Salif mentre balla tra i suoi conviviali. Keïta proclama la distanza tra sé e la sua famiglia. Tuttavia, anziché criticare apertamente il padre, utilizza il genere del fasa (canto di lode). Pur celebrando il lignaggio del padre, Keïta rifiuta di esservi associato e ridefinisce il concetto stesso di nobiltà, sostenendo che essa risieda nella rettitudine morale e nell’adattamento ai tempi. Contesta la visione stagnante della tradizione e canta: "C’est fou, tout change", sottolineando il valore del cambiamento e della modernità.
Il groove è irresistibile, così come i cambi di passo assecondati dall'immancabile coretto e dai fiati spumeggianti. Da un punto di vista musicale è anche il brano più "elettrico" del lotto, e anticipa stranamente quello più bucolico: "Cono".
Keïta stavolta si interroga su cosa accadrebbe se si desse più importanza all’aspetto fisico piuttosto che alla bellezza interiore delle persone, e su quanto sarebbe triste il destino del poeta se il suo valore venisse ignorato a causa della sua diversità fisica:
Il mondo è capovolto,
il denaro ti rende affascinante, mentre la povertà porta solo disprezzo.
Se sei povero, nessuno ti amerà,
anche se le tue parole sono sagge,
anche quando il tuo cuore è buono,
anche se ti chiudi nel silenzio.
Io sono l’uccello seduto sull’alto albero di cailcedrat,
dalla cima della montagna
penetro nei misteri lontani,
porto gioia al mondo.