Hanno ammazzato Sam Cooke
È la sera del 10 dicembre 1964; Sam Cooke si è recato a una cena di lavoro da Martoni, un costoso ristorante italiano sull’Hollywood Boulevard. L’alcol scorre a fiumi, gli animi sono gioviali, perché Sam è il carismatico “Re del soul” adorato da pubblico e colleghi, ma è anche un sagace uomo d’affari che non ha paura di viziarsi quando l’occasione si presenta. Tra gli avventori del ristorante quella sera c’è un’attraente ragazza di origini asiatiche, poi identificata come Elisa Boyer. Non è ben chiaro chi getti l’amo, ma la reputazione di Sam come inguaribile donnaiolo è nota a tutti – lo sa persino sua moglie Barbara, che per abitudine ormai chiude entrambi gli occhi di fronte ai vizi del marito.
Qualche ora più tardi, una Ferrari sfreccia verso il quartiere di South Central in direzione Hacienda, uno dei pochi motel che accettano clientela non segregata, in questo caso composta da Sam ed Elisa. I fatti successivi all’arrivo della coppia saranno disputati, ma la polizia si ritiene soddisfatta dal resoconto dei testimoni; Sam ha bevuto come un dannato ed esibisce comportamenti erratici e molto poco eleganti, al punto che la ragazza, spaventata, finge di andare in bagno e poi scappa dalla stanza. Sam va a cercarla fino in portineria, bussando allo sportello come un forsennato; la manager del motel, Bertha Franklin, si trova di fronte un uomo semi-nudo e ubriaco fradicio, e dopo una breve colluttazione, presa dal panico gli spara dritto al petto, poi lo colpisce in testa col manico di una scopa. Sam Cooke muore così, a soli trentatré anni, pronunciando la celebre frase:
Lady, you shot me
Il mattino dopo, la notizia esplode su tutta la nazione; la moglie si ritrova vedova con due figlie di quattro e undici anni, Etta James si reca di persona all’obitorio e spergiura di aver visto un cadavere emaciato e dislocato ben oltre il referto medico, fomentando la teoria che si sia trattato di un assassinio premeditato, ma non se ne avrà mai conferma. Durante il processo, l’opinione pubblica si scaglia contro Boyer e Franklin, facendo leva su dettagli come il mancato ritrovamento di un portafoglio contenente patente e carte di credito, o il fatto che, appena un mese più tardi, la stessa Elisa venga arrestata per prostituzione in altre circostanze, svelando dunque la sua vera professione e i possibili fini del rapporto con Cooke. Bertha era già nota in città come madame e facilitatrice per l’intrattenimento adulto. Sta di fatto che il processo si conclude alla svelta col verdetto di “omicidio giustificato”, sancendo la fine di una storia che rimane tale sino ai giorni nostri.
È dunque difficile valutare la figura di un uomo come Sam Cooke, caduto evidentemente vittima dei vizi dell’arricchito in una società nella quale le voci delle donne sono tenute in secondo piano, soprattutto quando vanno contro quelle di uomini considerati importanti. Questa storia non fa differenza; Sam aveva probabilmente comportamenti discutibili con l’altro sesso, e allo stesso tempo, la sua voce di velluto, tra le prime a portare all’attenzione nazionale la tradizione del gospel su strutture pop, ha donato sostegno alla propria comunità durante i moti di sommossa per i diritti civili degli anni Sessanta, il che spiega il misto di vetriolo e incredulità attorno all’incidente.
Quel che si può speculare con più accuratezza, semmai, è che alla Fbi non parve il vero: meglio si sia tolto di mezzo da solo, Sam Cooke l’affascinante incantatore travalica-pubblico – una gatta in meno da pelare.
Black excellence: miti e contraddizioni del capitalismo americano
Ci sono tutt’oggi fazioni della società americana che vogliono guardare alla fine della schiavitù come momento adatto per azzerarne l’impatto sulle popolazioni afflitte e togliersi l’incomodo di ricordare un pesante capitolo storico nella memoria nazionale. Oltre a essere un’attitudine fallace e sbrigativa – nonostante in America si celebri anche il Juneteenth, che ricorda proprio la data dell’annuncio della fine della schiavitù, avvenuta il 19 giugno 1865 – il periodo successivo alla liberazione fu anch’esso un confusionario calvario di gravi situazioni che la popolazione nera dovette assorbire a muso duro.
Lungi dall’essere soltanto un pregiudizio a pelle, fomentato tra popolazioni mantenute a distanza, la segregazione razziale, rafforzata dalle leggi di Jim Crow, era una struttura burocratica a livello governativo, una lunga serie di azioni e divieti studiati col chiaro scopo di tagliare le gambe a una popolazione che già era partita impoverita. È una contraddizione che pesa come un macigno: in una nazione che vuol celebrare la libertà dell’individuo sopra ogni cosa, e nella quale l’accumulo di capitale è considerata l’unica via percorribile, se non un dovere morale attraverso il quale giustificare l’esistenza di una persona, la palese slealtà del sistema è una bastardata che mina il principio alla radice.
Non c’è esempio più lampante del deplorevole massacro di Tulsa, città dell’Oklahoma nella quale la popolazione nera si era man mano aggregata già da metà Ottocento, creando, nel segregato quartiere di Greenwood, una piccola ma industriosa società ben educata ed economicamente stabile, al punto da guadagnarsi l’appellativo di Black Wall Street.
Ma nella tarda primavera del 1921, a seguito di un incidente razziale riportato dai giornali con toni scandalistici, una rabbiosa fazione di cittadini bianchi si raduna di fronte al tribunale, mentre la popolazione nera corre ai ripari temendo l’ennesimo linciaggio. Ma è troppo tardi; tra il 31 maggio e il 1° giugno, Greenwood subisce un inaudito attacco terroristico da parte dei suprematisti bianchi, i quali, contando anche sull’aiuto di un’azione aerea in stile militare, incendiano trentacinque isolati di abitazioni e negozi – si estimano trecento morti e migliaia feriti, oltre alla distruzione, fisica e simbolica, di uno dei pochi esempi di successo economico di un popolo sistematicamente oppresso.
Gli abitanti di Greenwood non si riprenderanno più, la magnitudine dell’evento nega ogni senso di giustizia; Mrs Viola Ford Fletcher, ai tempi una bambina, passerà la propria vita a ricordare il massacro e fare pressione sulle autorità locali – è scomparsa nel novembre del 2025 all’età di centoundici anni, l’ultima conosciuta superstite di un capitolo tutt’oggi simbolo di intolleranze mai sopite.
Tulsa è solo uno dei tanti episodi bui, eppure, nonostante violenze e intoppi burocratici, la popolazione nera in America non può comunque smettere di vivere, ogni sopruso subìto da una parte finisce anche col causare ingegno dall’altra. Per gli anni Sessanta, s’è formato un gigantesco movimento su scala nazionale, variegato per stili e attitudine, tra chi istiga la rivolta in strada, chi crede nell’assimilazione e nella forza del capitale e chi invece intravede il problema alla radice del sistema e opta per la filosofia che più di tutte terrorizza il governo: il socialismo.
Certo, il discorso è molto più articolato e complesso, non è scopo di questa recensione raccogliere tutti gli sviluppi e le contraddizioni insite nel movimento, quanto ricordare a grandi linee una serie di voci che spingono il messaggio sulle pagine di tutti i giornali: ci sono le Pantere Nere e Malcolm X, l’ala per così dire radicale, c’è Martin Luther King Jr, uomo educato e presentabile, ci sono Sydney Poitier e Rosa Parks, e congregazioni underground come i Five Percenters a Harlem e ovviamente Nation Of Islam, un movimento quest’ultimo particolarmente simbolico, nato in risposta a una società cristiana che rifiuta di considerare gli abitanti neri alla pari. E poi c’è Cassius Clay, un marcantonio dalla lingua svelta quanto il proprio pugno, campione mondiale dei pesi massimi e volto sportivo simbolo del Novecento, il quale, all’apice del successo, cambia il proprio nome in Muhammad Ali e rifiuta di arruolarsi nell’esercito in protesta alla guerra in Vietnam.
In questo pullulare d’attività, Sam Cooke è certo più gentile e piacente, ma ugualmente tenace nel farsi strada attraverso il mercato discografico mantenendo il proprio orgoglio afroamericano anche vendendo dischi al pubblico bianco; già nel 1959, all’inizio della propria carriera solista, fonda la Sar Records assieme al suo co-autore e braccio destro, J. W. Alexander, e Roy Cain, mentore e tour manager, tre uomini neri intenzionati a mantenere le redini del proprio operato e ovviare alle discriminazioni dell'America segregata.
Si tratta di una mossa avveniristica per il periodo, nonché di una notevole presa di posizione politica in un periodo nel quale l’espressione afroamericana viene fortemente scrutinizzata – un buon esempio è la Motown di Berry Gordy, che in quegli anni pubblica una trafila di lavori d’indubbio valore artistico, pur studiati per ingraziarsi il pubblico generalista senza impaurirlo.
Ma Sam è furbo; mantiene il ben più lucrativo contratto di distribuzione con la Rca Victor, che l’ha reso un milionario, e travasa i soldi nella Sar per pubblicare lavori dei propri amici e colleghi, come i Soul Stirrers, gruppo vocale nel quale lui stesso militava in gioventù, i Valentinos, la band di famiglia di un giovane Bobby Womack, ma anche Billy Preston, Mel Carter e altri artisti neri che non troverebbero sbocco nell’industria discografica gestita da bianchi. Perché la resistenza si fa anche così, attraverso idee e canzoni che diventano il pane quotidiano col quale sfamare la propria famiglia, in barba a quel che ne pensano al Senato.
Buone notizie: storia di un classico senza tempo
È grazie a questa coscienza dei propri mezzi che l’arte di Sam cresce nel corso del tempo, ampliando progressivamente l’usuale canzoniere d’amore tipico del rhythm’n’blues con temi sociali e politici attraverso diversi stili musicali, sino all’ultimo capitolo d’inediti “Ain’t That Good News”, un album talmente completo da potersi candidare a colonna sonora per l’America intera. Si tratta, infatti, del lavoro di un cantautore capace di comandare un pubblico eterogeneo in una nazione segregata, grazie a una penna che si misura con tutto il necessario dell’epoca e una voce tenorile semplicemente splendida – proviene dal gospel di famiglia, dal momento che il padre era un prete, ma è torbida come il blues degli antenati, vellutata come il soul contemporaneo, familiare come il country della classe operaia, elastica come il jazz dei grandi centri urbani, addirittura capace di tagliare attraverso le stucchevoli coltri d’archi del pop bianco di moda tra gli ascoltatori di Frank Sinatra e Doris Day.
Registrato sotto la produzione del duo Hugo & Luigi, con arrangiamenti orchestrali a cura di René Hall, “Ain’t That Good News” vede la luce nel febbraio del 1964, presentando un misto di brani autografi e di rifacimenti popolari e tradizionali, un’innata versatilità abilmente ancorata al fondo da un suono morbido e ruggente e da interpretazioni accorate ma pertinenti e mai fuori luogo.
Sam ne ha per tutti; eccolo offire un saluto all’uomo della strada con “Another Saturday Night”, l’ode di un bracciante che ha lavorato tutta la settimana e adesso che ha ricevuto la paga spera di passare il sabato sera in compagnia – probabilmente uno dei sentimenti più universali che ci siano. Ma l’uomo della strada è anche invitato da “Meet Me At Mary’s Place”, simpatico canto corale che avrebbe riempito ogni scantinato durante il proibizionismo degli anni Venti.
C’è anche la famosa “Good Times”, una gioiosa ode allo scorrere della vita a passo di chitarra ideata con disarmante semplicità e la mano sul cuore. E quando arriva l’ora di tornare a casa, viene offerta la gentilissima gattonata jazz “Home”, un classico brano della tradizione statunitense, originariamente interpretato da Peter Van Steeden negli anni Trenta, qui rinvigorito da una calorosa punta di fede.
Immancabili, ovviamente, le canzoni d’amore; posta proprio a inizio scaletta, “(Ain’t That) Good News” racconta la storia di un uomo che attende trepidante il ritorno della propria amata dopo che questa l’aveva abbandonato – impossibile non percepire una punta di sarcasmo, Sam è un interprete talmente sopraffino che sa infondere simili sottigliezze anche tra le strofe di uno zompante numero country. Esiste in Rete una bellissima esibizione al programma American Bandstand, registrata il 4 aprile 1964, con successiva intervista nella quale Sam si mostra al solito affabile tramite il suo tipico southern twang:
Ben più diretta, invece, l’intonazione di “Tennessee Waltz”, stavolta un classico del country che racconta di un uomo che perde la propria fidanzata per un amico, un senso di amarezza che Sam riversa più tardi nella vendicativa ballata orchestrale “There’ll Be No Second Time”.
Ma Mr Cooke il donnaiolo è un esperto in materia di relazioni e con la sibillina marcetta soul “Rome (Wasn’t Built In A Day)” si mostra disposto a costruirne una propria, mattone dopo mattone – facile pensarla dedicata proprio alla moglie, che certo ebbe la pazienza di una santa. Quando giunge l’ora dell’amore, eccolo sciogliersi con innato raccoglimento nel lucente jazz orchestrale di “Falling In Love”, brano originariamente scritto da Harold Battiste, qui reinterpretato come una serenata al chiar di Luna.
Ma Cooke è dotato di un’umanità complessa, che non manca di fornire continui spunti d’interesse anche attraverso il medium della canzone popolare. Curiosa l’idea di offrire un elegante rifacimento di “Sittin’ In The Sun”, noto brano del Songbook scritto da Irving Berlin come ode al denaro e all’inebriante benessere che deriva quando se ne ha abbastanza; Berlin era russo, sbarcato in America a soli cinque anni a traino di una famiglia ebrea fuggita dalle persecuzioni verso quella che, ai tempi, si presentava come “la terra delle opportunità” – anche Sam è diventato ricco, in una terra però a lui spesso inospitale, enfatizzando quella sensazione dolce-amara che esiste tra il successo personale e l’ineguaglianza sociale.
In chiusura al disco viene invece collocata la ninna-nanna “The Riddle Song”, brano folk tradizionale nella regione degli Appalachi, qui dedicato con intensa dolcezza al figlioletto Vincent, tragicamente annegato nella piscina di casa nel giugno del 1963, a meno di due anni d’età. Sono gli estremi di un’esperienza umana universale, che trascende l’emblema del proprio presente storico.
Il centro tavola dell’album rimane però “A Change Is Gonna Come”, brano-simbolo di Cooke e uno dei momenti più significativi del Novecento americano. Nato nel profondo Sud del Mississippi nei primi anni Trenta, cresciuto a Chicago, poi in viaggio per tutti gli Stati Uniti a seguito della carriera, Sam non può evitare l’esperienza riservata agli uomini di colore ovunque vada – come è noto, Cooke e famiglia vengono arrestati dalla polizia nell’ottobre del 1963 a Shreveport in Louisiana, dopo aver protestato “troppo rumorosamente” per non essere stati ammessi in un hotel nonostante la prenotazione. Perché il prezzo della segregazione viene pagato proprio nelle cose di tutti i giorni – al momento di quell’incidente, Sam ha il cuore a pezzi per la morte di un figlio pochi mesi prima, la preoccupazione per il resto della famiglia, l’orgoglio della carriera, la pressione sociale e lo stress dei ritmi lavorativi, eppure l’America continua a preoccuparsi solo del colore della sua pelle. Anche per questo, “A Change Is Gonna Come” gli sgorga dal petto come un fiume in piena, una limpida melodia sorretta da un maestoso tappeto sinfonico e un’interpretazione vocale nella quale dolore, stanchezza e speranza sono impacchettati in un tutt’uno inscindibile:
[...]
Ci sono stati momenti in cui pensavo
di non poter resistere a lungo
ma ora, penso di poterlo fare
di andare avanti
è passato molto tempo
ci è voluto molto tempo, ma so che
un cambiamento arriverà
oh sì, arriverà[...]
Cattive notizie: dall’assimilazione alla fine di un’era
Sarà il presidente conservatore Richard Nixon, eletto nel 1969, a rallentare varie istanze di segregazione, soprattutto nelle scuole, e avanzare politiche più tolleranti, come l’ufficializzazione del Black History Month da celebrare ogni febbraio (il mese più corto dell’anno, ovvviamente), una ricorrenza quest’ultima che tutt’oggi mantiene una sua dignità, pur ormai lontana dallo spirito originale col quale era nata.
Pur essendo ovviamente risultati positivi, a una più attenta osservazione, il Black History Month e altre politiche progressiste sono anche strategie di assimilazione: Martin Luther King Jr viene assassinato nel 1968, la sua complessa eredità politica viene immediatamente sintetizzata nel celebre discorso “I have a dream”, per universalizzarne il messagio, togliendo allo stesso tempo la specificità del contesto dal quale era nato – sentimento non troppo dissimile dai poster di Jim Morrison e Bob Marley appesi in ogni studentato universitario, simboli di un sogno “rivoluzionario” che alla fine non va da nessuna parte. Perché quando diventa impossibile gestire un movimento, allora tanto vale ripiegarlo nel tessuto sociale, smussandone cautamente tutti quegli spigoli che sono davvero scomodi – il colore della pelle non è mai stato il problema, premeva semmai ucciderne l’esperienza che si porta dietro, soprattutto quando presenta idee e filosofie che mettono in discussione lo status quo di una nazione fondata su valori che non sono democratici come si crede.
In tale contesto, anche l’eredità culturale di Sam si ritrova orfana sul più bello, presto segue la chiusura della Sar Records, infine la progressiva storicizzazione di un operato importante ma forse mai davvero compreso dal grande pubblico. Sarà semmai l’altro affascinante soulman Marvin Gaye ad avanzare una nota più rivoluzionaria quando, nel 1971, pubblicherà “What’s Going On”, un album immediatamente riconosciuto anche dalla critica rock come classico per temi e sonorità.
Ma per allora, gli Stati Uniti sono già stati fotografati nero su bianco, non con antagonismo, ma con un'inclemente domanda scritta senza punto interrogativo per accentuarne l’insito sarcasmo retorico: “Ain’t That Good News”, nel bene e nel male, il disco più profondamente americano di tutto il Novecento.