Sunshower

Taeko Ohnuki

Sunshower

1977 (Panam)
city pop

Com'è luminosa Tokyo 

Le strade delle metropoli, immortalate in una notte che pare eterna. La vita che scorre vivace, malgrado le ore piccole, come se il sonno fosse un concetto alieno. L'importante è correre, sfrecciare per le strade, godere del futuro e delle sue promesse, costantemente appagate da una tecnologia in grado di realizzarle. E poi l'America, con il suo soft-power, l'influenza pervasiva della sua cultura e dei suoi sogni. Non provate a restringere il city pop a una precisa forma musicale, prima di voi ci hanno provato in tanti senza mai raggiungere un vero consenso. Provate piuttosto a immergervi con la fantasia nella temperie di un Giappone che tra la seconda metà degli anni Settanta e tutto il decennio successivo è stato protagonista di un'impetuosa crescita economica, con tutti i corollari che ciò ha comportato. Immaginate le strade e i grattacieli di recente costruzione, respirate un clima di apertura e benessere, e forse in questo momento potete riuscire a captare le frequenze che vi circondano. Tra il funk, le nuove morbidezze del soft-rock, timide tentazioni disco e anche saltuari contributi latino-americani, il jazz si prende uno spazio considerevole. Ed è proprio qui che la voce gentile e composta di Taeko Ohnuki entra in azione, a dare un contributo decisivo a un calderone in procinto di traboccare.

La si pensi come si pensi sull'origine del city pop e sul suo punto preciso di partenza (il nostro articolo inquadra bene l'acceso dibattito che nel tempo è scaturito a riguardo) è innegabile che la musicista di Suginami abbia avuto un ruolo determinante nel favorire l'emersione di linguaggi e modalità espressive nuove in Giappone. Con la breve ma fondamentale esperienza nei Sugar Babe, che nell'organico presentava Tatsuro Yamashita e si avvaleva della produzione di Eiichi Ohtaki, venivano infatti gettati i semi di una rivoluzione in seno al contesto musicale giapponese, nel ripudio di ogni collegamento alle tradizioni ma anche nel superamento delle forme psichedeliche e folk che avevano contraddistinto le prime rock-band nazionali.
L'intelaiatura sonora pesca da soft-rock e funk, come se colta nel mezzo di un sogno west-coast, l'approccio è sofisticato, il tocco è galante e non privo di una curiosa ironia, adattata a canzoni dall'evidente struttura pop. “Songs”, unico album della formazione, spinge decisamente in avanti le possibilità della comunicazione rock made in Japan, favorendo l'emersione di una generazione di musicisti profondamente urbana, raffinata, ricettiva alle ventate provenienti da oltreoceano, e allo stesso tempo abile nel riproporle con un flair diverso, perfettamente distinguibile.

Per quanto avara di riscontri, la stagione Sugar Babe consente ai musicisti che ne hanno fatto parte di farsi le ossa, di muovere passi importanti verso la definizione del proprio stile. Uscito pochi mesi dopo lo scioglimento della band, “Grey Skies” prosegue sulla scia morbida, californiana di “Songs”, ma evidenzia un gusto per soluzioni armoniche di stampo jazz e costruzioni strumentali dal sapore progressivo che quest'ultimo non presentava se non in pillole. Soprattutto, chiarisce immediatamente il talento esecutivo e di scrittura di un'autrice sì alla prima prova discografica a suo nome, già però a proprio agio nell'adattarsi a contesti sonori diversi, nello stringere il pugno quando gli arrangiamenti si fanno più corposi, nel darsi il dovuto spazio se la composizione lo consente. Questo, e l'avvalersi di un manipolo di giovani musicisti ancora tutt'altro che famosi ma destinati a carriere illustri (oltre allo stesso Yamashita, fanno la loro comparsa come polistrumentisti Hiroshi Sato ma soprattutto Haruomi Hosono e Ryuichi Sakamoto pre-Yellow Magic Orchestra) fa del disco una sorta di manifesto di tutto il fermento musicale che nella metà degli anni Settanta attraversa come un'onda l'intero Giappone. Già dall'anno successivo, tale subbuglio vedrà di deflagrare.

Com'è buia Tokyo 

Uscito soltanto l'anno successivo a “Grey Skies”, “Sunshower” fa il paio con “Spacy” di Tatsuro Yamashita nel presentare il livello tecnico e la maturazione espressiva raggiunti nell'arco di pochissimi anni da parte di tutto il manipolo di musicisti della nuova scena di Tokyo, nonché il loro gusto per un crossover raffinato, in grado di conciliare le diverse direttrici sonore ed estetiche atte a circoscrivere il nuovo suono urbano giapponese. Ben più frutto della visione personale di Ohnuki rispetto al precedente album, per quanto l'intera cura degli arrangiamenti sia stata poi affidata in esclusiva a Ryuichi Sakamoto, l'offerta di questa pioggia col sole si rivela comunque un affare corale, il frutto di una sensibilità condivisa, che esalta il meglio di quanto offerto in quella stagione. Con il jazz come faro portante: nell'aprile del 1977 si tiene al Harumi Dome di Tokyo un evento di beneficenza della durata di quattro giorni, il Rolling Coconut Review, nel quale si esibiscono svariati musicisti internazionali, da Warren Zevon passando per Jackson Browne e gli Stuff, band jazz-funk newyorkese. Sarà proprio l'esibizione di questi ultimi, e soprattutto il contributo del batterista Chris Parker, a rapire perdutamente Seiji Kuniyoshi, il produttore preposto a “Sunshower”. Non faranno in tempo a finire di esibirsi, che Parker verrà contattato per suonare la parti di batteria e completare così l'organico del disco, registrato tra il 13 di maggio e il 3 di giugno.

Una sessione veloce, un affare “intimo”, tanti pensieri e tanta voglia di non scendere a compromessi: “Sunshower” esce il 25 luglio e presenta una Ohnuki completamente rinnovata, sempre sofisticata (come il minimalismo chic della copertina ci tiene a evidenziare) ma con mezzi e consapevolezza amplificati, tenuti insieme da una precisa volontà creativa. “Summer Connection” è già una palese dichiarazione dello spirito che ha animato le registrazioni, il senso di malinconia celato dietro a una brillante melodia pop.
Il taglio si fa orchestrale, gli ottoni (courtesy of Yasuaki Shimizu e Shigeharu Mukai) avanzano elegantissimi, la chitarra aiuta il groove con tocchi puntuali e precisi: sopra la complessa dinamica dell'arrangiamento la voce dell'autrice manovra una melodia di attesa e speranza, il richiamo di una stagione fatta di sogni e avventure, di isole da vivere e tasche da riempire. C'è tutta la gioia, tutta la dolciastra anticipazione di un calore di cui Ohnuki è interprete d'eccezione, sposandosi alla perfezione sui ritmi di un funk orchestrato che non ha alcun riferimento nei dischi precedenti.

Attenzione però a voler identificare l'album come un prodotto rivolto a nostalgici indefessi e vacanzieri senza sosta. Al netto di una comunicazione talvolta giocosa, spesso mirata a coinvolgere con ritornelli assassini e indimenticabili motivi strumentali, la penna dell'autrice sa assestare stoccate velenose, sferrate con un sorriso a 32 denti. “Kusuri wo takusan”, col suo innesto di flauto e le sue delicate aperture corali, è la più scintillante denuncia dell'abuso dei medicinali, della folle rincorsa a una psicosi che porta a far confluire cura e malattia (“tante tante medicine, c'è l'imbarazzo della scelta, se le prendi tutte, è la fine”). “Nani mo iranai” è la tristezza fatta funk, un groove che rallenta le pulsazioni tipiche della disco e le dà in pasto a poche accurate parole, scandite con fermezza:

Vorrei rinchiudere tutto dentro uno specchio
Se dall'altra parte si estendesse un cielo
Non avrei bisogno di altro

La notte e le sue riflessioni, una chitarra a fare da tramite a questo desiderio di sovversione, prima che tutto si spenga nel non detto. La Tokyo immortalata da Ohnuki sa essere luccicante e caotica, e allo stesso tempo nascondere con cura il senso di smarrimento dei suoi tanti abitanti. “Tokai”, destinata a diventare uno dei classici del repertorio dell'autrice, si muove in controluce rispetto ai bagliori della metropoli, malgrado l'euforia esibita del sintetizzatore e il fuoco soul della melodia, il disgusto raccontato dalla musicista trapela acuminato, pronto a spegnere le luci della città per sempre, se ciò le può consentire di andare finalmente avanti.
Con l'abbandono onirico di “Karappo no isu”, già proposta dal vivo ai tempi dei Sugar Babe e qui adattata a sofisticato numero fusion, si cala il sipario su un lato A che accende i riflettori sui tanti vicoli oscuri, i rimpianti e gli abbandoni di una capitale già pronta ad abbracciare il suo futuro.

Proprio il futuro diventa il centro del brano d'apertura del lato B. Sul modello di Todd Rundgren e dei suoi Utopia (come espressamente dichiarato da Ohnuki stessa) arriva “Law Of Nature” a dare un'improvvisa sterzata progressiva all'album, un dinamico stacco jazz-rock che sotto il concetto della naturalità si porge con poche parole come aspra critica nei confronti dello slancio verso un ignoto tutto da scrivere. D'altronde, con il senso di dolore e fuga che dominano le successive “Dare no tame ni” e “Silent Screamer”, questo abbraccio verso l'inesplorato parrebbe decisamente fuori tono. Ecco quindi che l'autrice volta dapprima le spalle a questo mondo, riscopre una leggerezza inconsueta attraverso un levigato tracciato in fascia cool, dopodiché affronta di petto la sua visione di fuga sfrecciando veloce come vento, sulle ali di uno scattante jazz d'orchestra.
È il terreno preparatorio per l'evasione definitiva, per il sogno che diventa tutt'uno con l'anima. Concepita come una ritirata d'ambiente alla volta di mari da leggenda, “Sargasso Sea” è una fantasia per sintetizzatori e pianoforte che di fatto anticipa gran parte della ricerca messa in atto da personalità quali Hiroshi Yoshimura e Midori Takada, sotto le mentite spoglie di un miraggio a occhi aperti. L'atto finale, “Furiko no yagi”, completa la dissoluzione. Attraverso gli occhi di una capra che piano piano si trasforma in albero, Ohnuki e Sakamoto dipingono la fine dei giorni con la gravità di un'orchestra e l'indifferenza del funk più rilassato, tanto incurante quanto lo stesso sguardo dell'animale protagonista.

Com'è bella Tokyo

Realizzato contro gli interessi di un'etichetta che avrebbe preferito un approccio più in linea con “Grey Skies”, ancorato a una sofisticazione testuale e compositiva non di dominio pubblico, “Sunshower” si rivelò all'uscita un autentico flop commerciale, tanto da modificare in maniera sostanziale la ricerca sonora di Taeko Ohnuki nei dischi immediatamente successivi. Anche in parte a causa della sua natura chiaroscurale, del modo così sottile di raccontare la vita in una megalopoli già sul punto di diventare uno dei poli tecnologici mondiali, il suo lascito ha finito con l'influenzare in maniera sotterranea tanto del fermento city pop che di lì in poi sarebbe esploso, esprimendosi in mille modi diversi.
Sarà il lavoro di scavo effettuato dapprima dai vari campionatori vaporwave e future-funk, quindi da un appassionato stuolo di cultori e appassionati di rétro-pop made in Japan a far sì che l'album e la figura dell'autrice di Suginami ottengano il meritato status di pionieri, a favore di un movimento che nella gestione cross-genere e nella robustezza dell'impianto tecnico ha trovato due dei suoi pilastri fondamentali. Oltre quarant'anni dopo, la luce accecante di Tokyo continua a brillare bella e pensierosa.

Tracklist

  1. Summer Connection
  2. くすりをたくさん (Kusuri wo takusan)
  3. 何もいらない (Nani mo iranai)
  4. 都会 (Tokai)
  5. からっぽの椅子 (Karappo no isu)
  6. Law Of Nature
  7. 誰のために (Dare no tame ni)
  8. Silent Screamer
  9. Sargasso Sea
  10. 振子の山羊 (Furiko no yagi)

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