Ricochet

Tangerine Dream

Ricochet

1975 (Virgin)
progressive electronic
Il dispositivo ritratto nell'immagine sotto è un Moog 960 Sequential Controller. Immesso sul mercato nel 1967 come accessorio per il celeberrimo sintetizzatore Moog Modular, permetteva di programmare brevi sequenze di note e riprodurle a ripetizione. Non trovò largo utilizzo negli anni immediatamente successivi, ma nonostante l'insuccesso iniziale e l'apparenza anonima, avrebbe - con i sequencer elettronici suoi eredi - cambiato per sempre le sorti della musica elettronica.
Alfieri di questa rivoluzione tre tedeschi di stanza a Berlino Ovest, i Tangerine Dream, che alquanto inaspettatamente piazzarono al quindicesimo posto della classifica britannica "Phaedra", il loro primo album su Virgin dopo quattro ostici Lp sulla tedesca Ohr.

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I lunghi brani strumentali di "Phaedra" - come quelli del successivo "Rubycon" - sfruttavano quel congegno che fino ad allora era parso ai musicisti rock poco più che un giocattolo per costruire - e gradualmente variare - loop di arpeggi sintetici capaci di fondere in una singola entità musicale melodia, armonia, ritmo e sperimentazione timbrica. Una sorta di controparte minimalista ed elettronica di ciò che gli anni precedenti avevano elevato a soggetto assoluto del rock: il riff chitarristico. Con un elemento futuribile e atmosferico - nonché un'inedita crasi di stasi ed evoluzione - a donare alla nuova creatura un carattere inedito e irresistibilmente ipnotizzante.

Se quei primi album su Virgin lasciavano intuire il potenziale trasformativo dei sequencer, la piena esplorazione del mondo nuovo da questi dischiuso avvenne attraverso i live. Negli oltre settanta concerti tenuti fra il 1975 di "Rubycon" e il 1976 di "Stratosfear", i tre tedeschi scoprirono serata dopo serata tecniche e principi del suono che li avrebbe contraddistinti negli anni a venire - e che avrebbe fatto dello stile Tangerine Dream un marchio immediatamente riconoscibile, ricercato e imitato nella nascente videogame music come nella musica da film e riferimento obbligato per ogni progetto futuro in ambito progressive electronic.
Nel tour che li vide percorrere Francia, Germania, Spagna e Regno Unito (ma anche, per una singola data torinese, l'Italia) Edgar Froese, Peter Baumann e Christopher Franke suonarono in cattedrali, tennero performance completamente al buio e - soprattutto - improvvisarono partendo da zero ogni singola sera. Le luci venivano spente quando la band saliva sul palco, e la musica che prendeva vita durante i suoi dialoghi sintetici impromptu aveva ancora molti tratti della psichedelia ambientale, ma - prima sporadicamente, poi sempre più consapevolmente - andava evolvendo verso forme più dinamiche e strutturate. Avrebbe spiegato Froese nel 1975: "Siamo al punto di riuscire a trovare la fine di un brano anche senza una connessione esplicita tra di noi. A volte sorprende anche noi stessi il fatto di arrivare a 40 o 50 minuti e sentire tutti che è il momento di finire, così scendiamo di intensità e poi ci fermiamo, senza che nessuno si sia dato un segnale". Anche perché il buio nella sala avrebbe reso impossibile anche soltanto il contatto visivo.

Di quel periodo esistono numerosi bootleg, e anche una testimonianza video della prima parte del concerto alla Cattedrale di Coventry. Nessun documento mostra però l'esito di quel processo di reinvenzione della propria identità musicale quanto il live album "Ricochet", uscito sempre su Virgin nel dicembre del 1975. Si tratta di un album dal vivo per come lo si intendeva negli anni Settanta: uno studio remake piuttosto radicale di materiali incisi durante il tour - e per essere precisi durante la performance alla Fairfield Hall di Croydon (Londra) il 21 ottobre 1975. Di quello stesso concerto circola anche una registrazione non ufficiale: la distanza fra quest'ultima e "Ricochet" - specialmente nel peso dei sequencer - è la migliore misura della consapevolezza portata da quei mesi riguardo alla direzione da imprimere al sound del gruppo.

L'album si compone di due singole tracce, da 17 e 21 minuti rispettivamente: una per ciascuna facciata dell'Lp. Mentre la seconda è un rimaneggiamento - con molti overdub - delle registrazioni della Fairfield Hall, la prima si limita a prendere spunto dall'introduzione della prima pièce del concerto, per poi far evolvere il tema verso orizzonti completamente diversi.
L'immagine di copertina è una foto scattata dalla moglie di Froese, Monique, sulla riva dell'Oceano, vicino a Bordeaux. Più misterioso il titolo dell'album, che alla lettera significa "rimbalzo": stando al volumetto del 1999 "Tangerine Dreams: 30 Years Of Dreaming", sarebbe un omaggio a uno dei primi "Tv video games", con cui i componenti del gruppo avrebbero amato passare il tempo fra un concerto e l'altro. "Ricochet" è effettivamente il nome di una console di prima generazione che permetteva di giocare ad alcune varianti del celebre "Pong"... Ma, apparentemente, il primo modello disponibile sul mercato risale al 1976 - troppo tardi per esser stato l'ispirazione dei Tangerine Dream!

Ci sono informazioni un poco più solide, invece, riguardo alla strumentazione sfruttata. Le note di copertina sono piuttosto generiche, ma circola una lista - ritenuta attendibile dagli esperti della band tedesca - degli strumenti impiegati per il concerto alla Cattedrale di Coventry, ai quali certamente va aggiunto per la data di Croydon un pianoforte verticale ben evidente nella seconda traccia. Oltre all'ovvio stuolo di sintetizzatori analogici (da classici come Moog Modular, ARP 2600, EMS VCS3 e Synthi A, allo string synth italiano Elka Rhapsody 610 fino a un probabile prototipo del tedesco PPG 1002), nell'elenco figurano ben quattro Mellotron (Froese utilizzava sia un M400 che un Mark V a doppia tastiera), un pianoforte elettrico Fender Rhodes, una chitarra elettrica. E poi almeno quattro sequencer: due o più Moog 960, un "Computer Controlled Rhythm Programmer" (probabilmente un Eko Computerythm, fra le primissime drum machine, qui però utilizzata come trigger per i synth) e uno dei primi esemplari prodotti dalla tedesca Synthanorma (forse il medesimo modello impiegato lo stesso anno dall'ex-Tangerine Dream Klaus Schulze in "Timewind"). Alcuni di questi dispositivi erano stati modificati in base alle esigenze della band, perché offrissero maggiore versatilità e riuscissero - anche in quell'era pre-Midi - a comunicare efficacemente fra loro: in particolare, è proprio del 1975 una patch realizzata per Chris Franke dalla tedesca Projekt Elektronik a partire da Moog 960, in grado di supportare sequenze lunghe fino a 64 note (contro le otto al massimo del modello standard).

La prima traccia si apre su un applauso e un lungo drone sulla nota Do, che con giochi di filtro muta il suo timbro e lentamente inizia ad alternarsi con altre note della tonalità di Do minore. Entrambi gli elementi sono presenti anche nella versione bootleg, ma per l'incisione di "Ricochet" risultano completamente ricreati. Già attorno al secondo minuto la divergenza è marcatissima: mentre la registrazione del concerto vede un graduale stratificarsi di sonorità psichedeliche, il brano sull'Lp segna molto presso l'ingresso di percussioni elettroniche e drum machine, nonché l'emergere di temi melodici chiari, affidati tanto ai sequencer (una frase terzinata La♭-Si♭-Do, ripetuta a oltranza) quanto alla chitarra Stratocaster di Froese. Il tutto si dissolve attorno alla metà del brano, lasciando posto a una digressione per percussioni, effetti e sequencer che, oltre a ricordare decisamente le atmosfere di "Echoes" dei Pink Floyd, mostra in modo chiaro il modus operandi sviluppato dalla band teutonica per gestire in tempo reale le possibilità del suo arsenale tecnologico.
Incastrando in successione diverse sequenze programmate - e in qualche caso alterandole sottilmente aggiungendo o togliendo una nota e dunque un beat alla frase melodica - i musicisti creano un tappeto ritmico/melodico i cui intrecci rappresentano una sfida continua fra regolarità e instabilità. Il risultato è una situazione di perenne sospensione e trasformazione, una dimensione parallela che prende vita dalla ripetizione e in cui però il metro - dettato proprio dal numero di note che compongono le sequenze - continua a slittare e generare sovrapposizioni: 5/8, varie scansioni del 4/4, 6/4, 6/8. Strato sopra a strato, colonna sintetica dopo colonna sintetica, dalla galassia di orbite sequenziate si innalza un'altra cattedrale, speculare e ancora più spirituale di quelle in cui si tenevano i concerti della band. Un'architettura di archi e contrafforti sonori votati all'estasi cosmica, che crea una barriera al naturale scorrere del tempo e lo trasfigura in un eterno presente di cicli e imprevedibilità.

Anziché aprirsi con l'accordo di string synth della registrazione dal vivo, il secondo brano del disco inizia sulle note di un pianoforte acustico. Un fraseggio classicheggiante e dal mood notturno, di nuovo in Do minore, che lascia via via spazio - come nel concerto, ma molto più rapidamente - agli intrecci sognanti del registro "flauti" del Mellotron. È poco dopo l'ingresso dei sequencer (attorno al terzo minuto nella versione su disco, già quasi al decimo in quella live) che le due incisioni iniziano ad avere parti sovrapponibili. Sebbene lo sfondo sia analogo, tuttavia, pressoché tutti gli elementi in primo piano sono sovraincisi: non solo i suoni della traccia su Lp sono - ovviamente - più brillanti e meno ovattati, ma il ruolo di sequencer e percussioni elettroniche risulta molto più prominente. Anche in questo caso la band scelse di irrobustire in studio la componente melodica, introducendo un maestoso tema di synth ottenuto con una patch "ottoni", assente nell'originale di Croydon.
Poco oltre la metà della durata, una sfumatura rumoristica accompagnata da frammenti vocali fa da cesura fra le due porzioni live da circa otto minuti selezionate dai trenta e rotti dell'originale per costruire lo studio remake che compare sull'album. Come nella sezione precedente, anche qui il lato più caotico e psichedelico della performance dal vivo risulta calmierato in favore di una maggiore linearità: ci si perde un poco di potenza sonora e ieraticità, ma si guadagna in compattezza, linearità e memorabilità dei temi.

"Ricochet" non bissò gli exploit commerciali di "Phaedra" e "Rubycon", ma rimase comunque per quattro settimane nella classifica britannica, raggiungendo il quarantesimo posto e un Disco d'argento. Con il suo carattere ibrido - non un vero live ma neanche un puro studio album - chiaramente legato ai trascorsi radicali della band ma più di ogni altra uscita dell'epoca proiettato verso il futuro, rappresenta un passaggio fondamentale lungo il percorso dei Tangerine Dream. La migliore testimonianza di un periodo di grande creatività che avrebbe fatto da ponte fra le prime performance ostentatamente underground e i laser show a cavallo fra Settanta e Ottanta, quando con gli affascinanti "Force Majeure", "Tangram", "Exit" e "White Eagle" la formazione tedesca avrebbe rappresentato il lato più accessibile e fantascientifico dell'assai eclettica ondata new age.
In quegli album, e nei lunghi tour che li avrebbero accompagnati, i tre musicisti tedeschi continuarono ad aggiornare la propria dotazione tecnologica, soprattutto grazie agli apporti della rivoluzione digitale che di lì a poco avrebbe attraversato il mondo della sintesi. Mentre tuttavia altri artisti partirono da zero o dovettero reinventare il proprio approccio, Froese, Baumann e Franke si trovarono naturalmente alla guida di questa trasformazione, che avrebbe mutato il ruolo del musicista elettronico da smanettone a programmatore. E questo perché, in quelle notti fra le vetrate delle cattedrali, sperimentando incessantemente con le manopole di sequencer analogici decisamente rudimentali, nonostante il buio avevano visto il futuro. Un passaggio che non fu soltanto musicale, ma anche culturale: i concerti dei Tangerine Dream nelle cattedrali europee testimoniavano una nuova relazione tra la musica elettronica e il suo pubblico. A sottolineare la particolarità anche sociale di quella giuntura, restano indicative le parole del Reverendo Bernard Goureau, attaché culturale della diocesi francese di Reims, che per prima ospitò nel 1974 una performancedei Tangerine Dream nella propria cattedrale:
È vero che i giovani fumavano marijuana per entrare meglio in comunicazione con il suono dei Tangerine Dream e con lo spettacolo nel suo complesso; è altrettanto vero che altri, per soddisfare un bisogno naturale, urinavano contro le colonne della cattedrale; e infine è ancora vero che, per combattere il freddo, si vedevano coppie avvinghiate in baci. Ma è altrettanto vero che circa seimila ragazzi, rimasti seduti per tre ore sul pavimento al buio, avevano apprezzato la musica e avrebbero potuto arrecare danni ben più gravi, con molto meno decoro.

Tracklist

  1. Part 1
  2. Part 2

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