Canzoniere del Lazio - Lassa sta’ la me creatura

1974 (Intingo)
folk italiano
La musica tradizionale italiana è una delle più variegate al mondo, motivo per cui lo stato di disinteresse in cui versano le opere dei tanti esponenti che le hanno dato lustro è più che mai avvilente. Ci sono nomi storici che aspettano ristampe organizzate del proprio repertorio da ormai mezzo secolo, e considerando che il formato fisico sta perdendo rilevanza ogni giorno che passa, non è da escludere che potrebbero non arrivare mai.
 
Questo secondo album dei Canzoniere del Lazio, per esempio, è stato pubblicato nel 1974 e ristampato una sola volta, nel 1978, prima di scomparire per quarant'anni dal mercato italiano, venendo completamente dimenticato. Per nostra fortuna l'opera è stata tratta in salvo nel 2018, quando è uscita una ristampa in Super Audio Cd per la Fonè, casa discografica indipendente solitamente orientata alla musica classica, diretta dal tecnico del suono Giulio Cesare Ricci. Il musicologo Gerardo Casiello ha restaurato il suono partendo dai nastri originali e ha curato l'edizione. Tanti altri capolavori del nostro folk giacciono ancora in attesa di un trattamento altrettanto curato e meritorio.
 
Sono però i Canzoniere del Lazio i protagonisti di questo articolo: il gruppo nasce nel 1972 a Roma e orbita intorno all'ambiente di Alessandro Portelli, docente universitario presso La Sapienza e ricercatore di canti popolari italiani, che li fa presto entrare in contatto con l'etichetta Dischi del Sole, una delle più importanti del campo. La formazione originaria comprende Piero Brega (voce, chitarra, tamburello), Francesco Giannattasio (organetto, tamburello, cori), Carlo Silotto (chitarra, violino, cori) e Sara Modigliani (voce, flauto, tamburello): sono quattro giovani musicisti, in parte studenti, in parte militanti, tutti inseriti nell'ambiente del folk revival italiano, quasi interamente tendente a sinistra.
Il loro primo album, "Quando nascesti tune", esce nel 1973 e contiene ben quindici canti popolari dell'Italia centro-meridionale, alcuni dei quali sono appena dei frammenti. Gli arrangiamenti sono rispettosi della tradizione, a riprova del piglio intellettuale e dell'approccio documentato dei musicisti.
Modigliani lascia presto la band, pur rimanendo in quel giro (dal 1975 insegnerà a suonare il flauto alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio) e nell'arco di un anno la formazione ingloba Luigi Cinque (sax, clarinetto, percussioni, cori), Pasquale Minieri (basso, chitarra elettrica, cori), Gianni Nebbiosi (sassofono, percussioni, cori) e Giorgio Vivaldi (batteria, percussioni, marranzano, cori). Il gruppo a quel punto è un settetto, e i nuovi arrivati hanno una formazione che spazia dal rock al jazz: il loro ingresso stravolge il suono originario.

È a quel punto che attirano l'attenzione del cantautore Ricky Gianco, fondatore dell'Intingo, piccola etichetta che durerà appena cinque anni (1973-1978), ma che consentirà ai Canzoniere del Lazio di realizzare "Lassa sta' la me creatura": inciso in dieci giorni nel luglio del 1974, è fra i dischi più radicali nella storia del folk italiano e sarebbe risultato inconcepibile se nell'alveo dei Dischi del Sole (non che si voglia far passare l'etichetta come reazionaria, dato che la sua funzione di memoria storica della cultura italiana è stata fondamentale, ma si parla appunto di approcci alla materia distantissimi fra loro).  
I brani in scaletta, elaborati partendo anche questa volta da testi e musiche tradizionali, sono stati spiegati in note scritte dalla stessa band, di cui si raccomanda la lettura.
 
In apertura c'è il breve "Antidoto (alla tarantola)", composto dall'unione di due frammenti: il primo è una melodia suonata prima dal violino e poi da un duo di sassofoni (sopranino e tenore). Proviene dal trattato "Phonurgia nova", ultimato nel 1673 da Athanasius Kircher, gesuita tedesco che insegnò a lungo presso il Collegio Romano. Nell'opera in questione Kircher sosteneva che la musica potesse avere effetti terapeutici sul corpo umano: fra gli esempi riportò la melodia di un "Antidotum tarantulae", che se suonata a ripetizione poteva guarire chi fosse affetto da tarantolismo in seguito al morso del ragno: "Propagandosi nell'aria […] raggiunge l'animo e rilassa i muscoli, le arterie e le fibre più recondite del corpo, che sono anche i ricettacoli degli spiriti".
Il secondo frammento è un antico testo liturgico che è stato raccolto in una forma simile nei "Racconti siciliani" di Danilo Dolci e che invoca la guarigione della persona morsa o affetta più in generale da qualche malessere: lo intona Brega, con gli altri a rispondergli in coro su serrato tappeto di percussioni.

"'Ncominciai a non avè più bene in vita mia (da piccolo fanciullo)" è un canto umbro d'epoca imprecisata e descrive la vita contadina della zona, in qualche modo segnata sin dalla nascita dell'individuo, a cui la propria condizione non concede possibilità di riscatto ("Li fasciatori che me ci fasciorno, erano pieni di malinconia, e quella culla dove me ninnorno, legno crudele nun ce si dormiva"). La parte vocale segue un canto a due, tipico dell'Italia centrale, poggiata su un drone d'organetto, dopodiché il brano sfocia in una lunga coda strumentale, un inaudito misto fra tammurriata, jazz (la linea di basso elettrico, gli incastri fra sax tenore e soprano) e folk progressivo (la chitarra acustica in funzione ritmica, il violino stridente): se la Third Ear Band avesse mai attinto dallo stivale, forse sarebbe suonata così.

Il "Saltarello de la Tolfa", strumentale, è accreditato a Nicola Salvatore, ignoto suonatore d'organetto residente a Tolfa, nel Lazio, ancora vivo all'epoca dell'incisione di questa versione. La band lo descrive come un ballo tipico dei pastori ciociari e dei mietitori tolfetani, e lo arrangia in una potente versione sorretta dal basso elettrico, tenendo a scusarsi per l'utilizzo di uno strumento per forza di cose accessibile soltanto a una classe agiata.
"Processione" è un canto di passione tipico del Lazio e si regge su un ritmo marziale di batteria e incessanti fischi di sax sopranino, mentre per "Su gravellu arrubiu (Il garofano rosso)" il gruppo non fornisce notizie sulle origini: l'arrangiamento si muove fra Sardegna (la chitarra gigante sarda che domina la parte solista) e Sicilia (il marranzano, usato per sostenere il ritmo), col finale in cui si aggiungono il battimani e un assolo di chitarra elettrica (dapprima pulito, poi distorto).

"Lu povero Antonuccio", tipica del leccese, è una marcia funebre per un uomo malato di cuore, sorretta da tonfi percussivi e un vigoroso strumming di chitarra acustica, mentre la melodia è guidata da violino e clarinetto. Nel coro ritorna la voce di Sara Modigliani, in veste di ospite. 
"Canti a mete di Barbarano" è un canto di mietitura tipico di Barbarano Romano, nel viterbese, con cui i contadini invitano il padrone a non lesinare con il vitto: "Padrò, nun me passà cipolla e ajo, sinnò la mietitura te l'imbrojo […] Padrò, passa er barlozzo, vengo meno" (il barlozzo è ovviamente il barilotto del vino). La prima parte del brano, in cui viene intonato il coro, è accompagnata da strumenti percussivi in libertà (compaiono addirittura le tabla indiane), mentre dopo che il canto è scemato, la struttura ritmica assume una forma definita e ipnotica, sopra la quale si sfogano flauto con ancia, sax tenore e sopranino, in un ultimo matrimonio con il jazz.
In chiusura un breve, frenetico "Saltarello", dominato ovviamente dall'organetto di Giannattasio, unico momento dell'album in cui si torna, per un attimo, al progetto filologico degli esordi.
 
Pur non entrando mai in classifica, "Lassa sta' la me creatura" fa scalpore nel giro del folk revival per il suo abbattimento delle barriere: c'è chi lo ritiene irrispettoso e chi invece ne apprezza il far rivivere quei canti in forme contaminate, nell'ennesimo scontro fra chi preferisce il rigore accademico e chi la libertà di poter attualizzare materiali ormai quasi dimenticati. La verità è che la musica tradizionale ha bisogno di entrambi gli approcci, da una parte per sapere dove poggiare le proprie radici e dall'altra per non farle marcire. I Canzoniere del Lazio, in momenti diversi della propria carriera, hanno rappresentato al meglio ambo le possibilità. In seguito sarebbero ulteriormente mutati, finendo con lo sfociare nel prog vero e proprio con "Miradas" (1977).

Nota – La copertina del disco fu curata dai coniugi Vanda Spinello e Cesare Monti. Quest'ultimo, fra i più importanti grafici nella storia dell'industria musicale italiana, ne racconta la genesi in un intervento del 2012, sul suo blog personale.

Tracklist

  1. Antidoto (alla tarantola)
  2. 'Ncominciai a non avè più bene in vita mia (da piccolo fanciullo)
  3. Saltarello de la Tolfa
  4. Processione
  5. Su gravellu arrubiu (Il garofano rosso)
  6. Lu povero Antonuccio
  7. Canti a mete di Barbarano
  8. Saltarello


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