Carmen Consoli - Confusa e felice

1997 (Cyclope, Polydor)
alt-rock
Sembra una serata come le altre a Sanremo, quel 18 febbraio del 1997. Finché sul palco irrompe una giovane cantante siciliana nerovestita, pantaloni e camicetta, capelli corti corvini. Avvinghiata alla sua chitarra elettrica, sfodera distorsioni e acuti graffianti con piglio aggressivo, da vera rocker. È tutta esuberanza e fragilità. È Confusa e felice. Una canzone decisamente poco sanremese, con i suoi spigoli, i suoi saliscendi e le sue melodie oblique. Non a caso, viene eliminata nella categoria Aspiranti campioni della quarantasettesima edizione del Festival, mentre tra le Nuove Proposte la spunta una più rassicurante love story di Paola e Chiara, "Amici come prima". Del resto, che non si trattasse di una delle più lungimiranti kermesse sanremesi lo confermerà anche il verdetto dei Campioni, che premierà "Fiumi di parole" di quei Jalisse destinati a diventare i carneadi rinnegati per antonomasia della storia del Festival.
Spente le luci dell'Ariston, però, le cose cambiano. Perché quel riff insistito e quel canto così pungente e peculiare - che ricorda solo vagamente lo stile di Dolores O'Riordan dei Cranberries - lasciano il segno. Non è solo l'originalità di Carmen Consoli al cospetto dell'imbalsamata platea sanremese a colpire, ma anche la costruzione audace e innovativa di "Confusa e felice". Una canzone che forse poteva uscire solo in quegli anni 90 così rigogliosi per il rock alternativo italiano, con la sua andatura nervosa, scattante, e il suo testo che narra gli stati d'animo e le aspettative di un consenso quotidianamente "cercato". In breve tempo, diventa una hit, nonché uno degli "slogan" più fortunati dell'anno.
Ma quella ragazza così aggressiva e anticonvenzionale non era certo un personaggio studiato a tavolino per il Festival della Città dei Fiori (dove peraltro era passata anche l'anno prima, sempre tra le Nuove Proposte, con "Amore di plastica", firmata con Mario Venuti). Era una cantautrice forte e consapevole, che da anni stava cercando di farsi strada nella sua "raggiante Catania". Ora, c'era finalmente riuscita e tutto, da qui in poi, sarebbe stato in discesa.

Una Seattle alle pendici dell'Etna

Se per l'indie-rock italiano il decennio 90 è l'età dell'oro, Catania è la sua Seattle. In quegli anni la città dello Stato di Washington, che già aveva dato i natali a Jimi Hendrix, era diventata la mecca del grunge, il movimento che voleva riportare l'essenzialità e l'energia del rock al centro della scena. Gruppi come Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e compagnia assortita incarnavano tutta la desolazione e la rabbia di una nuova generazione, con i loro inni al vetriolo e i loro look spogli, fatti di camicie di flanella, t-shirt sbiadite e scarpe da ginnastica. Ma anche alle pendici dell'Etna c'era chi stava cercando di assemblare una scena rock con una sua identità ben precisa. Del resto, Catania poteva già vantare un gigante della canzone nazionale come Franco Battiato, oltre a un interessante filone new wave "mediterraneo", capitanato dai Denovo di Mario Venuti e Luca Madonia. In più, stava emergendo una nuova generazione di band votate al rock più duro e intransigente: i Candida Lilith di Cesare Basile, gli Uzeda di Giovanna Cacciola, i Flor de Mal di Marcello Cunsolo, i Caftua di Orazio Russo, i Lula di Amerigo Verardi (brindisini ma prodotti dalla Cyclope nella città etnea), oltre alla giovane Carmen, che proprio ad alcuni brani dei Caftua e dei Lula aveva prestato la voce e che aveva duettato due volte con entrambi i leader dei Denovo, in versione solista. Un movimento che nasceva all'interno di un più complesso fermento artistico di una Sicilia colma di indignazione civile, dopo essere stata colpita al cuore dalla stagione degli omicidi e delle stragi di mafia, culminata nel doppio attentato del 1992 di Capaci e via D'Amelio, a Palermo, costato la vita ai magistrati Falcone e Borsellino e agli uomini delle loro scorte.

A muovere i fili di questa fervida realtà catanese è soprattutto un tenace discografico di nome Francesco Virlinzi, produttore e titolare di un'etichetta in quel momento molto popolare nella città dell'elefantino, la Cyclope Records. La sua determinazione sarà raccontata da Domenico Trischitta nel libro "Una raggiante Catania" del 2008, che prende il titolo proprio da un verso di un brano di Consoli, "In bianco e nero": "La perseveranza di Virlinzi e il suo istinto da desaparecido del rock lo porteranno a realizzare il suo progetto: fare di Catania la Seattle tricolore e fare conoscere all'Italia intera il più travolgente fenomeno musicale degli ultimi dieci anni, la ragazzina che canta nei pub e si chiama Carmen Consoli". Virlinzi morirà nel 2000 a causa di un tumore e da allora, ogni anno in quel 28 luglio che lo ha visto nascere, a Catania si tiene un memorial musicale in suo nome.
Non è forse un caso, dunque, che la cantautrice italiana più dirompente degli ultimi trent'anni sia emersa proprio in quel fertile laboratorio siculo. Ma è ragionevole pensare che un talento simile sarebbe riuscito a sbocciare in ogni parte d'Italia. Perché Carmen è una forza della natura. Nata a Catania il 4 settembre 1974 e cresciuta nel vicino paese di San Giovanni La Punta, ha la musica nei suoi cromosomi. Il padre Giuseppe, infatti, è un grande appassionato sia di artisti della tradizione italiana come Domenico Modugno, sia del blues. È lui a motivarla a scrivere e cantare negli anni della scuola. Da qui, una progressione inesorabile: a 9 anni, Carmen inizia a studiare la chitarra; a 13 si esibisce nei club di Catania, folgorata dalla sua musa Janis Joplin. Suona con gruppi come gli Iris Monday e i Moon Dog's Party. In quel periodo partecipa anche a "Battiato non Battiato", tributo al suo concittadino più illustre, con una cover tutta a modo suo di "L'animale". Da qui nascerà un'amicizia profonda, che porterà il Maestro di Jonia a seguire il percorso della sua discepola come una sorta di padre artistico.

Nel 1994, Carmen pubblica quindi "Due parole" (1996), il suo album d'esordio. Una raccolta di canzoni intimiste, scarne, prevalentemente acustiche, che, pur nella loro confezione acerba, svelano già un'interprete inquieta, dal piglio impertinente, con la sua "Lingua a sonagli". Quando tre anni dopo dà alle stampe il suo secondo album, inevitabilmente intitolato "Confusa e felice", Carmen Consoli non è solo confortata dall'onda lunga del successo sanremese, ma può vantare anche una solida esperienza sul palco, grazie a una lunga tournée nelle principali città italiane. Il salto di qualità rispetto al pur interessante esordio è lampante, fin da quella title track che trascina l'intero lavoro, scalando le classifiche.
Registrato al Waterbird Studio di Catania con un approccio immediato, da "buona la prima", e con Virlinzi in cabina di regia (la supervisione è a cura dell'ingegnere del suono Luciano Torani, impegnato anche al tamburello e alle percussioni), il disco sfoggia una veste sonora più elettrica e sporca rispetto a quella dell'anno prima. A supportare Carmen, che canta in modo ancor più nasale e vibrante, accompagnandosi con chitarra e mandolino, il fido chitarrista Massimo Roccaforte (destinato a divenire il suo braccio destro inseparabile), Leif Searcy alla batteria ed Enzo Ruggiero al basso, oltre ad Alfredo Borzi al violoncello.
Ma è inutile negare come la mattatrice assoluta sia la stessa Carmen, ritratta in copertina da Remo Di Gennaro con camicetta rossa e taglio a caschetto, appoggiata a una porta d'albergo socchiusa, come a voler introdurre idealmente l'ascoltatore nel suo mondo. Un mondo complesso, che vive di esaltazioni e abbattimenti, esuberanza e tormenti di ogni sorta: sentimentali, sessuali, esistenziali. Come in un percorso di maturazione, "Confusa e felice" traghetta l'acerba punkette mediterranea degli esordi nella formidabile Cantantessa che da lì in poi avrebbe stregato il pubblico italiano.

In questo percorso di crescita, giocano un ruolo rilevante i testi, che narrano di amore e disillusione (l'intensa "Fino all'ultimo"), ma affrontano anche tematiche più dure e scomode, come l'Olocausto e l'Aids. "Ricordo il freddo massacrante i timidi lamenti della mia gente/ ammassati stipati dentro un treno merci", è il canto sconsolato di un ebreo diretto verso il campo di concentramento in "Un sorso in più", perfettamente consapevole della posta in palio nella sua lotta per la sopravvivenza ("Ed ho imparato a bere sempre un sorso in più/ di quanto ne avessi realmente bisogno/ un giorno potrei avere sete"); mentre la trascinante "Per niente stanca", imbevuta di acidi feedback, dà voce a tutta la solitudine e la frustrazione di un malato di Aids, con versi di inusitata asprezza per la canzone italiana: "Adesso che ho sangue infetto/ Nessuno vorrà più leccare le mie ferite... Adesso che sto in questo inferno/ Angeli, amici e fratelli hanno preso il volo... Ho superato anche l'inverno/ Ed ho pregato a lungo". Con quell'esplosione elettrica terrificante del ritornello ("E non sono per niente stanca") che affonda il colpo scoperchiando un universo di terrore e discriminazione. Un brano-simbolo, dedicato a un amico della cantautrice morto di Aids e inizialmente intitolato proprio "Sangue infetto": resterà nella memoria collettiva, non a caso, nel 2006, Consoli sarà nominata "Goodwill Ambassador" dell'Unicef, con il compito di diffondere il messaggio della campagna Uniti per i bambini - uniti contro l'Aids.

Come tanti altri protagonisti di quella fortunata stagione nazionale degli anni 90 - sulla falsariga di gruppi storici come CCCP/CSI, Litfiba, Diaframma, Marlene Kuntz - Carmen decide di cantare in italiano, anche se i suoi pezzi sono inconfondibilmente rock, nel senso più anglosassone del termine. Anche grazie alla sua connotazione melodica e mediterranea, il rock di Carmen Consoli si sposa così a un linguaggio forte, personale, lontano dai cliché che infestano la tradizione nazionalpopolare. Un universo lirico pervaso da uno spleen inquieto, nervoso e paranoide, che si sublima nei timori dell'inquieta "Uguale a ieri", sincera confessione di una storia d'amore avviata al crepuscolo ("Ora che il giorno invecchia tra le mani/ Non è rimasta un'ombra da inseguire/ Ed ho paura di restare sola/ Di restare uguale a ieri") e nell'ode pungente di "Venere", che mette alla berlina senza pietà la noia di una lunga relazione sentimentale: "Fortunatamente da giorni è finita la lenta agonia dei tuoi fiori/ sto ancora rimettendo la nostra ultima cena romantica".
Un viaggio nel buio di cui "Blunotte" - palesemente ispirata a "Blue" di Joni Mitchell - è la più degna rappresentazione, con i suoi tormenti scavati nell'esile cornice acustica di chitarre e archi, a raccontare gli sforzi necessari per entrare in contatto con gli altri: "Forse non riuscirò a darti il meglio/ più volte hai trovato i miei sforzi inutili.../ come se non bastasse aver rinunciato a me stessa.../ E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata/ e ho cambiato tutto di me perché non ero abbastanza/ E ho capito soltanto adesso che avevi paura". Una confessione a cuore aperto, candida e palpitante, per uno dei vertici emotivi del disco. Nello stesso solco si pone l'intimista "Fidarmi delle tue carezze", che tradisce tutte le insicurezze e i rischi che comporta il tentativo di aprirsi al prossimo, vincendo le proprie diffidenze.
Torna anche qui l'uso della forma verbale "vorrei", che ricorre spesso nelle liriche dell'intero album: "Vorrei tentare", "Vorrei offrirti le mie mani", "Vorrei parlare con la tua bocca", "Vorrei riuscire a guardare con i tuoi occhi", "Vorrei rimediare", "Vorrei sentire il calore delle tue mani". Dietro quel condizionale si nasconde spesso la paura della solitudine, un senso di inadeguatezza, frutto amaro di ripetute delusioni sentimentali.

Dopo la title track, il brano che conquista più spazio nelle rotazioni radiofoniche è "Venere", incalzante numero pop-rock in cui Carmen ribalta i canoni estetici, facendo della Dea della bellezza una storpia, in barba a ogni cliché sulla donna-oggetto: "Triste annoiata e asciutta/ Sarei la tua Venere storpia". Uno sfregio impertinente alla figura della Venere botticelliana, summa della vena anticonvenzionale della Consoli del 1997, che ammonisce a non fermarsi alle apparenze, scavando a fondo per trovare davvero "La bellezza delle cose" - ballata cadenzata sulle corde della chitarra acustica in cui si confessa ancora con versi come "Non hai mai sentito dire/ Che la bellezza delle cose ama nascondersi/ Ed è forte quello che ho dentro/ Distante dalla mediocrità/ Ho rischiato di perdere tutto per non subirla" - ed è così insofferente nei confronti degli addetti ai lavori che le chiedono testi più facili e accomodanti, da rispondere con la provocatoria scelta di cantare una canzone al contrario, quella "Bonsai#2" che chiude la scaletta e, nonostante l'inusuale forma, sarà cantata a squarciagola dal pubblico nei concerti. Sconcertanti versi come "Oderc ni em/ Len oim eroma/ Rep etra/ Is eroum", letti alla rovescia, ritrovano un senso diventando: "Credo in me/ Nel mio amore/ Per arte/ Si muore". Una dichiarazione di insofferenza nel nome della libertà artistica. Sarà il suo mantra per l'intera carriera, anche a costo di rinunciare a facili successi a portata di mano.

Anni 90 in rosa

Ma "Confusa e felice" sarà ugualmente un successo. Pubblicato il 19 aprile 1997, debutterà al sesto posto in classifica, ottenendo il disco di platino con oltre 130.000 copie vendute. La seconda metà degli anni 90, del resto, era un'epoca propizia per il rock al femminile, con in campo fuoriclasse internazionali come Sinéad O'Connor, Tori Amos, PJ Harvey, Björk, Sheryl Crow, Alanis Morissette, Dolores O'Riordan, Fiona Apple, Aimee Mann. Una generazione stellare che idealmente si celebrò riprendendosi il palco (e il pubblico), alla faccia del maschilismo del music business, in un festival itinerante tutto tinto di rosa, di nome Lilith Fair, sotto la guida dell'indomita capo-carovana Sarah McLachlan.
Al tempo stesso, si trattava della stagione d'oro del nuovo rock italiano - più o meno alternativo - se si pensa che un gruppo underground come i CSI era finito a sorpresa in testa alla Top Ten con il suo "Tabula rasa elettrificata". Il suggello definitivo a una esplosione collettiva, con l'affermazione dei vari Afterhours, Massimo Volume, Ùstmamò, Marlene Kuntz, Bluvertigo, Subsonica, Almamegretta e compagnia. Una realtà fino ad allora sostenuta quasi solo dalle etichette indipendenti e che ora finalmente iniziava a fare gola anche alle major.

In questo contesto favorevole, "Confusa e felice" aggiungeva una certezza in più, e non da poco: anche l'Italia aveva la sua rockeuse, la sua PJ Harvey. E al palcoscenico sarebbe spettato il compito di fornire la controprova: il fortunato tour per promuovere il disco vedrà anche l'ingresso nella line-up di un altro chitarrista catanese, Santi Pulvirenti, proveniente dal noise dei Plank e destinato a diventare un pilastro del sound targato Consoli. Un sound che da qui in poi - proprio come quello della ex-punkette del Dorset - conoscerà una progressiva evoluzione in senso cantautorale, discostandosi dalla spigolosità rock degli esordi.
Anche la stessa Carmen vivrà tanti saliscendi emotivi, dall'imprevisto esaurimento nervoso accusato subito dopo i primi successi ai travagli sentimentali, dalla morte dell'amato padre alla difficile scelta di avere un figlio (Carlo Giuseppe) a Londra con l'inseminazione artificiale. Ma niente potrà scalfire la scorza di una personalità refrattaria ai compromessi. Tardiva giungerà per lei anche la Targa Tenco come Miglior Album dell'anno per "Elettra" (prima donna a vincere nella storia del Club). E ancor più lusinghiera sarà la recensione che il New York Times dedicherà ai suoi show nella Grande Mela: "Carmen Consoli è una magnifica combinazione tra una rocker e una intellettuale. Una voce piena di dolore, compassione e forza”. Traguardo che si aggiunge a numerosi altri raggiunti dalla Cantantessa: prima artista italiana a calcare il palco dello Stadio Olimpico di Roma, unica italiana a partecipare alle celebrazioni dell'anniversario della scomparsa di Bob Marley in Etiopia, nonché headliner a Central Park e autrice di tre sold-out consecutivi a New York. Come scrive Damiano Pandolfini, "qualcuno sentirà sempre nostalgia della vecchia Carmen, quella che urlava al vento come una matta Confusa e felice, quella che zoppicava Mediamente isterica tra tempi dispari e sofferte distorsioni elettriche, o quella che alla sola vista di un camice bianco cadeva in preda a un altalenante Stato di necessità ormonale, ma il tempo continua a non scalfirla poi tanto; lontana sia dal tronfio neomelodismo dell'Ariston che da certo indie italico, veleggia per un mare tutto suo, con le sue agrodolci canzoni di folk-pop in salsa elettro-acustica, scandite come sempre da una voce inconfondibile tra mille". Oggi sicuramente meno confusa, forse anche più felice.

Tracklist

  1. Bonsai #1
  2. Uguale a ieri
  3. Diversi
  4. Confusa e felice
  5. Fidarmi delle tue carezze
  6. Un sorso in più
  7. Venere
  8. Per niente stanca
  9. Fino all'ultimo
  10. Blunotte
  11. La bellezza delle cose
  12. Bonsai #2


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