Due anni sono un lasso di tempo importante nel frenetico mondo discografico odierno, in particolare se intercorrono tra l’esordio e il (difficile) secondo album di una band come i
Cabbage, che con “
Nihilistic Glamour Shots” è entrata di prepotenza nel gotha della nuova ondata (post-)punk britannica accanto a
Fat White Family,
Idles,
Shame e compagnia. L’attesa dunque si è fatta se non trepidante quantomeno impaziente per il nuovo full length del gruppo che con il suo debutto si è differenziato dalle altre band contemporanee per influenze che si estendevano oltre il classico binomio
Fall-
Wire (o comunque oltre il perimetro
punk-wave), abbracciando garage sporco, alt-rock deviato, sprazzi hardcore e psichedelia malata, oltre che per un approccio anarcoide e dissacrante intuibile fin dai titoli dei brani pregni di umorismo grottesco (“Obligatory Castration”, “Postmodernist Caligula”,…) e per un taglio esoterico dal retrogusto inquietante che si esplicitava tanto in una copertina sacrilega quanto nel brano “Perdurabo”, praticamente un inno all’occultista Aleister Crowley, oscuro personaggio che ha lasciato tracce evidenti nella storia del rock (comparve nella copertina di “
Stg. Pepper’s” e ossessionò
Jimmy Page, per limitarci ai casi più eclatanti).
Le aspettative erano dunque alte per questo “Amanita Pantherina”, che parte forte con un ficcante uno-due costituito da “Leon The Pig Farmer”, un tornado sonoro di grande impatto, e dal primo singolo “You’ve Made An Artform (From Falling To Pieces)”, brani che presteranno sicuramente il fianco a chi li criticava fin dall’inizio per un’eccessiva aderenza ai propri modelli, il primo fin troppo nello stile dei
Dead Kennedys, ghigno psicotico
à-la Yello Biafra compreso, e il secondo non distante dai Pixies più pop nella costruzione e nella melodia, ma al di la delle ascendenze più o meno accentuate si tratta dei due pezzi tra i più infettivi del disco, non a caso posti in apertura, insieme al puro indie britannico a cavallo tra 80’s e 90’s di “Get Outta My Brain”, perfetta
soundtrack per scorribande da strafatti nella suburbia inglese.
Nel corso dell’ascolto delle tracce successive sembra ripetersi uno schema ricorrente, purtroppo non sempre riuscito in modalità funzionale: una base costituita su
riff garage serratissimi che fanno da asse portante, sicuramente aggressivi e acuminati, ma poi stemperati da
refrain fuori luogo (i cori simil-
morriconiani in “I Was A Teenage Insect”) o semplicemente scialbi (“Direct-Dictate”), dando l’idea di pallottole sì cariche d’esplosivo, ma sparate a salve, col rischio anche di rovinare pezzi di grande carica (i synth in “Once Upon A Time In The North”), mentre funzionano le tastiere vagamente
Doors (o meglio
Stranglers) che smorzano l’incedere martellante degno degli Idles in “Medicine”.
Gli accostamenti improbabili esplodono in “Piles Of Smiles”, una sorta di crasi tra la demenza dei
Ween e qualcosa del disagio elettrico e sgolato di
Marilyn Manson, forse l’apice della confusione compositiva del disco acuita dalla prossimità con la chiusura “Terminate Here”,
ballad perfino elegante per i loro standard, bagnata da dolci gocce di psichedelia, che in compenso spicca insieme all’acustica “Hatred” impreziosita da una melodia acida tra
Syd Barrett e
Robyn Hitchcock (e la maggiore riuscita dei pezzi lenti è un paradosso per una band che fa del fragore sonico la sua qualità migliore, ormai pezzi come “Raus!” non sembrano più di tanto pericolosi senza considerare che l’ennesimo testo sulla Brexit non è il massimo dell’originalità e potrebbe iniziare a stufare).
In definitiva, un gran casino, come era lecito aspettarsi da questi imberbi squilibrati, tanta (troppa?) carne al fuoco preparata in modo non sempre ottimale e con la giustapposizione di elementi stridenti che se da un lato rappresenta motivo di interesse e curiosità, dall’altro lascia uno strano gusto di difficile assimilazione e ancor più complicato giudizio finale del risultato.
Sicuramente questo “Amanita Pantherina”, date le sue peculiarità, finirà per dividere: da una parte i fan e i critici più esaltati, che non daranno peso ai difetti dell’opera (o che dal loro legittimo punto di vista non li considereranno come tali) e dall’altra chi impietosamente parlerà dei Cabbage come fenomeno definitivamente sgonfiato, quando forse questo progetto si è solo ulteriormente deformato, anche se già dedito a una formula espressionista, assumendo perciò a tratti traiettorie e schemi ancor più irregolari e meno assimilabili, e in qualche caso con giustapposizioni di un dubbio gusto che si rispecchiano nella non certo indimenticabile immagine posta in copertina.
Dunque, tra la celebrazione esagitata e una troppo severa bocciatura, ancora una volta forse la verità sta nel mezzo, ma è difficile non pensare ad “Amanita Pantherina”, un’opera comunque di livello discreto e in realtà contesa tra diverse luci e alcune ombre, come un piccolo passo indietro rispetto all’esordio altrettanto folle ma più centrato e d’impatto (oltre che meglio composto), forse anche a causa di un’autoproduzione precoce e inesperta. Dunque se i Cabbage, dato per scontato il loro talento, vogliono emergere nel panorama sempre più affollato delle nuove realtà rock britanniche e competere ai massimi livelli, dovranno alzare l’asticella in un modo o nell’altro, affinando la loro formula, concentrandosi sulla scrittura e magari rendendo in parte più lucida la loro pur sempre apprezzabile follia.