Due anni fa “
The Beggar", in particolare nei brani “No More Of This” e “Michael Is Done”, sembrava preannunciare l’addio degli
Swans dopo una gloriosa carriera più che quarantennale. Per fortuna la creatività di Michael Gira ha ancora qualche cartuccia da sparare e il titolo del suo nuovo lavoro suona come una rinascita, con la voglia di vivere superando il trauma che questo evento comporta. Il cuore di "The Beggar" si tramuta in un buco nero (che a ben vedere non è del tutto nero), segno di morte, ma anche di una nuova esistenza possibile.
“Birthing”, il diciassettesimo album in studio della storica band di New York, è un'opera come al solito mastodontica. Un'ora e cinquantacinque minuti divisi in appena sette brani, di cui ben cinque tra i quindici e i ventidue minuti: tendenzialmente quello che ci si aspetta dagli
Swans. “Birthing” è un po’ una sintesi di quanto gli Swans hanno fatto negli ultimi trent’anni, una
summa di tante intuizioni di Gira, dal canto sciamanico ai testi poetici, dalle ripetizioni ossessive ai ritmi martellanti, alternati a momenti interminabili di stasi, a quello che Gira ha chiamato - in recenti interviste -
big sound, che noi avevamo tradotto nei cosiddetti brani
monster.
“Birthing” suona quindi come un ritorno a “
The Seer” come si evince chiaramente dalla
title track che - per almeno i primi dieci minuti - sembra strappata dal quel disco indimenticabile, mentre nella seconda metà ricorda una versione meno angosciante del classico doppio accordo ripetuto di "Bring The Sun” o di “
The Glowing Man", per poi rilanciarsi con un canto onirico quasi
psichedelico che si chiude con un finale martellante. Niente che gli
Swans non abbiano già fatto, ma tutto è perfetto così e non poteva essere diverso da così.
Il vero brano
big sound è “The Healers”, provata ripetutamente nei recenti live in solo, che mostra la consueta capacità ipnotica da sciamano di Gira. Appena due note di chitarra acustica, uno sfondo di
lap steel guitar, un coro femnminile e la voce potente del
frontman a ergersi come un monolite per i primi sette minuti, prima dell’ingresso di tutti gli strumenti che ricercano l'ennesimo brano
monster con un finale delirante (ancora una volta strappato da “The Seer”) che dal vivo sarà una pura estasi
noise.
C'è anche qualche ricordo sfuggito dagli
anni Novanta in ”The Merge”, con una elettronica impazzita che sembra venir fuori dai brani più sperimentali di quel capolavoro che è stato "Soundtrack For The Blind” (1997). La potenza che a volte era andata (a mio avviso magnificamente) fuori controllo negli album più potenti della
trilogia monster, qui è invece sempre in equilibrio tra i momenti di stasi (seppur inquieta) di “(Rope) Away”, una versione ridotta del brano “Rope” (trentuno minuti da lasciare senza fiato) che ha aperto tutti i live del 2024 (disponibile nel cd “Live Rope” dello stesso anno). Questa versione di soli (si fa per dire) diciannove minuti è un’estasi assoluta, una vera rinascita dai suoni sia
post-rock che onirico-psichedelici tipici delle chitarre di Christoph Hahn e di Norman Westberg.
Gira riesce a stupirci ulteriormente col primo singolo “I Am A Tower” che - dopo la lunga
intro preparatoria - dal tredicesimo minuto prosegue in tipico stile
new wave ricordando il
David Bowie della trilogia berlinese, in particolare “
Heroes”, con la chitarra che omaggia chiaramente
Robert Fripp. Gli Swans diventano cantabili e persino ballabili, anche se solo per pochi minuti. Se non è una rinascita questa...