{"id":52463,"date":"2026-04-02T15:40:27","date_gmt":"2026-04-02T13:25:28","guid":{"rendered":"http:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/speciali\/newwave\/"},"modified":"2026-04-02T15:40:27","modified_gmt":"2026-04-02T13:40:27","slug":"newwave","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/speciali\/newwave\/","title":{"rendered":"Le mille anime di una rivoluzione"},"content":{"rendered":"<p><strong><span class=\"storiadelrock_paragrafo\">Introduzione<\/span><\/strong><\/p>\n<p>La new wave &egrave; un movimento culturale e musicale estremamente sfaccettato, ricchissimo di spunti, di indicazioni, di tendenze che hanno traghettato la musica rock, attraverso l&#8217;imprescindibile terremoto di riassestamento determinato dal punk, dalla ricchezza policroma ma uniforme dell&#8217;arcobaleno dei Sixties e dei Seventies al macroscopico caleidoscopio di suoni e di umori odierni.<\/p>\n<p>La new wave non &egrave;, quindi, un genere ben preciso e determinato, ma si affolla di mille rivoli (a volte semplici rigagnoli, a volte fiumi impetuosi) che hanno come unico comune denominatore la diretta derivazione dal punk e dalla sua caratteristica fondamentale: la semplificazione sintetica dell&#8217;approccio musicale.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>La prima met&agrave; degli anni 70 &egrave; stata segnata dall&#8217;esaltante stagione del <a href=\"\/speciali\/progressive.htm\">progressive<\/a> che per&ograve;, dopo la forte spinta creativa iniziale, si sta ormai &#8220;crogiolando&#8221; in arrangiamenti barocchi ed esercizi di pura perizia tecnica, che stanno allontanando sempre pi&ugrave; il rock dalla sua spontaneit&agrave; primordiale.<\/p>\n<p>Il punk, con furia iconoclasta, azzera (pi&ugrave; o meno) tutto, rimettendo in discussione l&#8217;approccio sociale, culturale e artistico della musica rock: ora bisogna ricostruire sulle nuove basi indicate dalla rivoluzione del &#8217;77 e dintorni.<\/p>\n<p>Ma ci&ograve; che nel punk &egrave; spesso sintesi rozza e approssimativa (anche se oltremodo affascinante), nella new wave diventa approccio stilistico cosciente e motivato: il recupero, l&#8217;analisi e l&#8217;assemblaggio dei pi&ugrave; disparati generi musicali (dal progressive al garage, dal rock&#8217;n&#8217;roll al soul, dalla psichedelia al rhythm and blues, dall&#8217;hard al funky) rielaborati in una sintesi che &egrave; cosa nuova rispetto al passato per gusto, sensibilit&agrave; e prospettiva storica.<\/p>\n<p>Per definire una sorta di cronologia, possiamo inquadrare la new wave in un periodo che va, all&#8217;incirca, dal 1977 al 1984: i primi vagiti si intersecano e si sovrappongono all&#8217;esplosione del fenomeno punk, gli ultimi respiri coincidono da una parte con la nascita dei <strong><a href=\"\/Rem.html\">R.E.M.<\/a><\/strong> e degli <strong><a href=\"\/Smiths.html\">Smiths<\/a><\/strong> (eccellenti fautori di un ritorno pi&ugrave; marcato a certe sonorit&agrave; pop &#8220;guitar-oriented&#8221; di matrice Sixties), dall&#8217;altra con un sempre pi&ugrave; evidente utilizzo di modalit&agrave; elettroniche nell&#8217;incisione e nella registrazione dei dischi, fatto che snaturer&agrave; la spontaneit&agrave; della new wave e fornir&agrave; un suono un po&#8217; &#8220;di plastica&#8221; a tanta produzione anche dignitosa. Ma lo spirito della new wave alegger&agrave; anche nei decenni successivi, influenzando una miriade di nuovi stili e tendenze (basti pensare al recente exploit degli <strong><a href=\"\/Interpol.html\">Interpol<\/a><\/strong>).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Essendo la new wave un movimento notevolmente poliedrico, per comodit&agrave; di approccio e di comprensione lo abbiamo suddiviso in tre grandi aree (da non intendersi assolutamente come tre compartimenti stagni): il post-punk, il dark e l&#8217;elettronica.<\/p>\n<p><strong><span class=\"storiadelrock_paragrafo\">1. Il post-punk<\/span><br \/><\/strong><\/p>\n<p>Prima di intraprendere questo viaggio musicale, non possiamo non citare le intuizioni di coloro che (tra la fine degli anni Sessanta e la prima met&agrave; dei Settanta) hanno aperto la strada al punk e alle sue immediate derivazioni: i primi due album dei <strong><a href=\"\/Velvet.html\">Velvet Underground<\/a><\/strong>, i primi due degli <strong><a href=\"\/Pop.html\">Stooges<\/a><\/strong> di <a href=\"\/Pop.html\">Iggy Pop<\/a> e i devastanti esordi degli <strong><a href=\"\/Mc5.html\">MC5<\/a><\/strong> e dei <strong><a href=\"\/Newyorkdolls.html\">New York Dolls<\/a>.<\/strong><\/p>\n<p>Reso omaggio anche agli <strong>Heartbreakers<\/strong>, a <strong>Richard Hell<\/strong>, ai <strong><a href=\"\/Ramones.html\">Ramones<\/a><\/strong>, ai <strong><a href=\"\/Clash.html\">Clash<\/a><\/strong> e ai <strong><a href=\"\/Sex.html\">Sex Pistols<\/a><\/strong> (i cui rispettivi primi album, tutti del &#8217;77, sono pietre miliari del punk comunemente inteso), dobbiamo per&ograve; ribadire come il punk sia un fenomeno che, per sua stessa natura (elementarit&agrave; dell&#8217;approccio stilistico e delle capacit&agrave; tecnico-compositive), tende ad evolversi verso strutture pi&ugrave; complesse o comunque in commistione con meccanismi compositivi e tensioni espressive diverse e pi&ugrave; articolate.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>La terminologia &#8220;post punk&#8221; &egrave; volutamente generica in quanto, in essa, rientrano espressivit&agrave; che, pur riconducibili alla rivoluzione punk, si evolvono secondo linee le pi&ugrave; diverse e frammentate.<\/p>\n<p>Subito dopo l&#8217;esplosione &#8220;ribelle&#8221; del biennio &#8217;76-&#8217;77, molte di quelle formazioni intraprendono una strada che le sganci da certa monotonia espressiva del punk, per elaborare nuovi percorsi (espressi sia nell&#8217;assemblaggio non sempre ortodosso dei generi musicali &#8220;base&#8221;, sia nel netto recupero della &#8220;forma canzone&#8221;), pur nel rispetto di quelle coordinate stilistiche.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Madrina della new wave &egrave; colei che diventer&agrave; in breve tempo la pi&ugrave; nota &#8220;poetessa&#8221; del rock: <strong><a href=\"\/Smith.html\">Patti Smith<\/a><\/strong>, nervosa e febbrile cantautrice originaria di Chicago, ma attiva nel circuito underground di New York. E&#8217; proprio al suo primo 45 giri, &#8220;Hey Joe\/ Piss Factory&#8221;, che viene assegnato il ruolo storico di apripista della nuova scena musicale statunitense che evolver&agrave; nella new wave.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Memori della stupefacente lezione lirica e sonora dei primi due album di Patti Smith &#8211; &#8220;Horses&#8221; (1975) e &#8220;Radio Ethiopia&#8221; (1976), entrambi in bilico tra i Velvet Underground e Leonard Cohen &#8211; due formazioni di New York gettano le basi di questa nouvelle vague d&#8217;oltre Oceano. Si tratta dei <strong><a href=\"\/Talkingheads.html\">Talking Heads<\/a><\/strong> e dei <strong><a href=\"\/Television.html\">Television<\/a><\/strong>, che esordiscono con due ottimi dischi proprio nel &#8217;77 (l&#8217;album delle &#8220;teste parlanti&#8221; ha come titolo proprio l&#8217;anno di uscita).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Nei primi, la velocit&agrave; punk degli inizi (ricordiamo la frenetica &#8220;Psycho killer&#8221;) si fonde subito con ritmiche funky, chitarrismo sperimentale e misurato utilizzo dell&#8217;elettronica: il tutto sfocia in uno strepitoso crescendo con gli album &#8220;More songs about buildings and food&#8221; (78), &#8220;Fear of music&#8221; (79) e &#8220;Remain in light&#8221; (80). In quest&#8217;ultimo, David Byrne e compagni (con l&#8217;aiuto determinante di <strong><a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a><\/strong>) danno sfogo a una creativit&agrave; senza precedenti, producendo un disco epocale, &#8220;avanti&#8221; di almeno 15 anni rispetto alle sonorit&agrave; del periodo, con la sua miscela di dinamiche funky, ritmi sghembi e vocalizzi stranianti. Una formula che nel corso degli anni sar&agrave; approfondita soprattutto dal leader della band, David Byrne, in un&#8217;ottica etnico-percussiva, perdendo per strada, tuttavia, buona parte del suo originario appeal. Dai <a href=\"\/Talkingheads.html\">Talking Heads<\/a> origineranno anche i Tom Tom Club, nel segno di una funky-dance sublimata nel singolo &#8220;Wordy Rappinghood&#8221;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>I <a href=\"\/Television.html\">Television<\/a> di Tom Verlaine incidono invece <strong><a href=\"\/pietremiliari\/marquee.html\">&#8220;Marquee Moon&#8221;<\/a><\/strong>, un capolavoro di chitarrismo sixties irruente e delicato allo stesso tempo che conferma, con le eccellenti capacit&agrave; tecniche del leader, come il post-punk vada prendendo pian piano le distanze dalla rozza superficialit&agrave; del primo punk. Segue l&#8217;anno successivo un altro bel disco, &#8220;Adventure&#8221;, sostanzialmente sulle tracce del precedente. Elucubrati, trasognati e ipnotici, i brani dei <a href=\"\/Television.html\">Television<\/a> rappresentano probabilmente il vertice artistico di questo nuovo avamposto rock d&#8217;oltre Oceano.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Il tempio della new wave &egrave; un locale di New York, il CBGB&#8217;s (tradizionalmente noto per l&#8217;attenzione verso generi quali Country, Bluegrass e Blues, da qui l&#8217;acronimo). Qui si esibiscono anche i <strong><a href=\"\/Blondie.html\">Blondie<\/a><\/strong> dell&#8217;incantevole Debbie Harry, che sfornano hit da ko immediato, come &#8220;Heart Of Glass&#8221; e &#8220;Call Me&#8221;, dando vita al cosiddetto &#8220;disco-punk&#8221;. A lanciarli nell&#8217;olimpo del rock &egrave; soprattutto l&#8217;album &#8220;Parallel Lines&#8221; (1978). Sempre sul versante pop, ma con intenti pi&ugrave; sperimentali, i bostoniani <strong><a href=\"\/Cars.html\">Cars<\/a><\/strong> di Ric Ocasek, la cui formula, ispirata a un&#8217;elettronica intelligente e a un raffinato equilibrio tra esuberanza pop-rock e romanticismo, culminer&agrave; nel grande successo mondiale di &#8220;Heartbeat City&#8221; (1984.)<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Tra i pionieri americani della new wave vanno ricordati i <strong><a href=\"\/Pereubu.html\">Pere Ubu<\/a><\/strong>, band di Cleveland (Ohio) dedita a opere ostiche e fascinose, improntate a un art-rock in bilico tra Captain Beefheart e i <a href=\"\/Velvet.html\">Velvet Underground<\/a>. Il loro capolavoro &#8220;The Modern Dance&#8221; (1978) &egrave; una sorta di piece apocalittica sulla societ&agrave; post-industriale, che si snoda nervosamente tra ritmi isterici, rumorismo, deturpazioni armoniche e vocalizzi allucinati (opera del cantante <a href=\"\/Thomas.html\">David Thomas<\/a>).<\/p>\n<p>Ma &egrave; soprattutto San Francisco, California, il laboratorio pi&ugrave; fertile di questa nuova scena sonora, antesignana della new wave. E&#8217; qui, infatti, che si consumano gli esperimenti di tre band tanto criptiche quanto rivoluzionarie: The Residents, Chrome e Tuxedomoon.<\/p>\n<p>I misteriosi <a href=\"\/avanguardia\/residents.htm\"><strong>Residents<\/strong><\/a> (anche nei loro volti, coperti dalle maschere) costruiscono collage grotteschi e parodistici &agrave; la <a href=\"\/Zappa.html\">Frank Zappa<\/a> (&#8220;Not Available&#8221;, &#8220;Meet The Residents&#8221;), caratterizzati da un uso avanguardistico del rumorismo e delle nuove macchine elettroniche. I <strong><a href=\"\/Chrome.html\">Chrome<\/a><\/strong> prediligono invece un sound distruttivo e caotico, sorta di &#8220;requiem per l&#8217;era delle macchine&#8221;, che culminer&agrave; nell&#8217;inquietante &#8220;Half Machine Lips Moves&#8221; (1979), originale commistione di punk, dadaismo, elettronica e rumorismo. Pi&ugrave; vicini all&#8217;avanguardia che al rock tradizionale, infine, i <strong><a href=\"\/Tuxedomoon.html\">Tuxedomoon<\/a><\/strong> di Steve Brown raggiungono uno dei traguardi pi&ugrave; ambiziosi del periodo con il multiforme &#8220;Half-Mute&#8221; (1980), che riesce a spaziare con disinvoltura dal pop alla musica da camera.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Una stagione del tutto particolare sar&agrave; poi quella della &#8220;no wave&#8221; newyorkese di fine anni 70, che avr&agrave; per alfieri i <strong>Contorsions<\/strong> di James White, i <strong>Teenage Jesus And The Jerks<\/strong> di <strong><a href=\"\/Lunch.html\">Lydia Lunch<\/a><\/strong>, i <strong>Mars<\/strong> e i <strong>Dna<\/strong> di <strong>Arto Lindsay<\/strong>. Un movimento estremo ed effimero, caratterizzato da un atteggiamento nichilista e iconoclasta, tradotto sul piano musicale nell&#8217;impetuoso ricorso all&#8217;improvvisazione stile free-jazz e nella violenta deformazione &#8220;rumorista&#8221; degli stilemi tradizionali del rock. Da tale corrente attingeranno in qualche modo anche i maestri indiscussi del noise-rock di l&igrave; a venire, i <a href=\"\/Sonicyouth.html\">Sonic Youth<\/a>.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Ma &egrave; in Gran Bretagna che la new wave fiorisce in modo ancor pi&ugrave; rigoglioso, con gruppi che, partiti stilisticamente dal punk, se ne distaccano progressivamente per elaborare un suono che ricomprenda e rielabori gli infiniti spunti prodotti dal rock dei 60 e dei 70.<\/p>\n<p>E&#8217;, ad esempio, il caso degli <strong><a href=\"\/Xtc.html\">XTC<\/a><\/strong>, i quali, dopo aver partorito nel &#8217;78 i due primi album (&#8220;White music&#8221; e &#8220;Go 2&#8221;) in pieno stile pop-punk, infilano un trittico straordinario &#8211; &#8220;Drums and wires&#8221; (79), &#8220;Black sea&#8221; (80) e &#8220;English settlement&#8221; (82) &#8211; dove il punk &egrave; solo un ricordo, sovrastato da un chitarrismo sempre in bilico tra pop e sperimentazione, da un intelligente recupero per niente nostalgico di trame psichedeliche sixties e da un &#8220;mood&#8221; tipicamente <em><a href=\"\/Beatles.html\">beatlesiano<\/a><\/em>, il tutto avvolto in arrangiamenti sofisticati e malinconici, sorretti da testi intelligentemente umoristici e ironici.<\/p>\n<p>Oppure &egrave; il caso degli <strong><a href=\"\/rockedintorni\/stranglers.htm\">Stranglers<\/a><\/strong>, strumentisti e compositori di vaglia a differenza di moltissime band punk: il loro percorso si dipana, a partire da quel fondamentale anno che &egrave; il &#8217;77, attraverso i primi due album (&#8220;Rattus Norvegicus&#8221; e &#8220;No more heroes&#8221;), punk all&#8217;apparenza ma gi&agrave; percorsi da nervose trame psichedeliche tracciate dalle tastiere, per continuare con i successivi &#8220;Black and white&#8221; (78), &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/raven.html\">The Raven<\/a>&#8221; (79), &#8220;The meninblack&#8221; (81) e &#8220;La folie&#8221; (81), dove la padronanza tecnica e compositiva mette d&#8217;accordo gli ultimi rigurgiti punk con strutture e melodie <a href=\"\/progressive.html\">progressive<\/a> di buona fattura.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Citati di passaggio i <a href=\"\/rockedintorni\/fall.htm\"><strong>Fall<\/strong><\/a> &#8211; ricordiamo almeno, dalla loro vastissima discografia, &#8220;Live at Witch trials&#8221; (79), &#8220;Grotesque&#8221; (80), &#8220;Hex enduction hour&#8221; (82) e &#8220;Perverted by language&#8221; (83) -, la cui ricerca ritmico-armonica supera da subito per complessit&agrave; e genialit&agrave; la semplicit&agrave; punk pur derivando da essa, &egrave; d&#8217;obbligo fare riferimento a una band la cui attitudine stilistica, pur assimilata agli stilemi punk, si evolve secondo un&#8217;intelligente traiettoria sonora che la porta a fissare dei cardini melodici ineludibili in ambito new wave: sono i <strong>Buzzcocks<\/strong>, i quali testimoniano la loro vivacit&agrave; post-punk in soli tre album: &#8220;Another music in a different kitchen&#8221; (78), &#8220;Love bites&#8221; (78) e &#8220;A different kind of tension&#8221; (79).<\/p>\n<p>Legati ai Buzzcocks sono i <a href=\"\/popmuzik\/magazine.htm\"><strong>Magazine<\/strong><\/a> (il leader Howard Devoto milita nella prima incarnazione rigorosamente punk dei Buzzcocks, le cui tracce sono presenti nel &#8216;bootleg&#8217; &#8220;Time&#8217;s up&#8221; del &#8217;78, successivamente ristampato come disco ufficiale nel &#8217;91): qui la frenesia punk si mischia indelebilmente (col predominante uso delle tastiere) alle intuizioni glam-sperimentali dei <a href=\"\/Roxy.html\">Roxy Music<\/a> (segnatamente i primi due album, nei quali sono presenti le sonorit&agrave; genialmente non ortodosse di Brian Eno).<\/p>\n<p>Dei Magazine (a proposito dei quali dobbiamo sottolineare una certa profondit&agrave; dei testi non sempre riscontrabile in ambito new wave) ricordiamo i primi tre album, impeccabilmente arrangiati: &#8220;Real life&#8221; (78), &#8220;Secondhand daylight&#8221; (79) e &#8220;The correct use of soap&#8221; (80).<\/p>\n<p>Contemporanei ai Magazine, e per questioni temporali e per approccio stilistico, sono i <strong><a href=\"\/Sylvian.html\">Japan<\/a><\/strong> di <a href=\"\/Sylvian.html\">David Sylvian<\/a> e gli <strong><a href=\"\/Ultravox.html\">Ultravox<\/a><\/strong> di John Foxx.<\/p>\n<p>I primi, dopo gli inizi &#8211; &#8220;Adolescent sex&#8221; (78) e &#8220;Oscure alternatives&#8221; (78) &#8211; a imitazione pedissequa del Bryan Ferry e dei <a href=\"\/Roxy.html\">Roxy Music<\/a> pi&ugrave; glam e commerciali, producono, in un entusiasmante crescendo di originalit&agrave;, &#8220;Quiet life&#8221; (79), &#8220;Gentlemen take polaroids&#8221; (80) e &#8220;Tin drum&#8221; (81) dove la new wave si tinge di soffusa elettronica e di piccole ma decisive tracce etniche (soprattutto orientali) e ambient.<\/p>\n<p>Queste ultime caratteristiche, riprese da <strong><a href=\"\/Sakamoto.html\">Ryuichi Sakamoto<\/a><\/strong> (gi&agrave; leader di una band giapponese di tecno-pop, la Yellow Magic Orchestra, e collaboratore di Sylvian) nella colonna sonora del film &#8220;Merry Christmas Mr. Lawrence&#8221; (83) (dove &egrave; presente un evocativo e struggente brano con un cantato da brividi, &#8220;Forbidden colours&#8221;, a firma di entrambi), saranno alla base di tutti i lavori successivi di <strong><a href=\"\/Sylvian.html\">David Sylvian<\/a><\/strong>, una volta sciolti i Japan, e segnatamente di due dei grandi capolavori della new wave e del rock tutto, ossia il suo esordio solista dell&#8217;84, &#8220;Brilliant trees&#8221;, e il successivo &#8220;Secrets of the beehive&#8221; (87) da ricordare accanto all&#8217;e.p. &#8220;Words with the shaman&#8221; (85), degno compagno della ricerca etnica di Peter Gabriel.<\/p>\n<p>Gli Ultravox sono una band straordinariamente originale, capitanata da un artista poliedrico come John Foxx. I tre album della loro prima incarnazione &#8211; &#8220;Ultravox!&#8221; (77), &#8220;Ha! Ha! Ha!&#8221; (77) e &#8220;Systems of romance&#8221; (78) &#8211; intanto prendono formalmente le distanze dal primo punk grazie all&#8217;uso del violino e delle tastiere, che richiama certa ricchezza sonora dei primi 70, ma ci&ograve; che li rende, in fin dei conti, dei capolavori sono le stupefacenti capacit&agrave; creative del gruppo (accompagnato inizialmente dalla produzione di <a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a>) impegnato a unire con magica fluidit&agrave; le opzioni pi&ugrave; melodiche con una ricca tensione cupamente avanguardistica, assieme a un&#8217;invidiabile capacit&agrave; di sintesi. La successiva carriera solista di Foxx, cos&igrave; come la seconda incarnazione del gruppo, saranno materia specifica della parte relativa all&#8217;elettronica.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Soffermiamoci ora su due gruppi fondamentali dell&#8217;estetica punk, i <strong><a href=\"\/Clash.html\">Clash<\/a><\/strong> e i <strong><a href=\"\/Weller.html\">Jam<\/a><\/strong>, i quali, intelligentemente evoluti e rimodellati i loro percorsi sonori in ulteriore e apprezzabilissimo sforzo di sintesi, appaiono tra i pi&ugrave; interessanti e originali alfieri della new wave.<\/p>\n<p>I primi, capitanati da Joe Strummer e Mick Jones, dopo aver esordito con un capolavoro del punk &#8211; &#8220;The Clash&#8221; (77) &#8211; e con un secondo album, &#8220;Give&#8217;em enough rope&#8221; (78), di transizione, in bilico tra istanze ancora crudamente punk e prime suggestioni wave, producono tra il &#8217;79 e l&#8217;80 una valanga di canzoni che vanno a comporre due monumenti come il doppio &#8220;London calling&#8221; e il triplo &#8220;Sandinista!&#8221;: entrambi, pur nell&#8217;ottica del &#8220;formato canzone&#8221; e con un occhio di riguardo ai nuovi ritmi ballabili in voga da qualche anno, forniscono una straordinaria ricerca e rielaborazione delle matrici bianche (il rock&#8217;n&#8217;roll e il country) e nere (il blues, il funky, il reggae) del rock, dando il la&#8217;, con dieci anni di anticipo, al &#8220;crossover&#8221; che oggi impera e di cui spesso si abusa. Il successivo &#8220;Combat rock&#8221; (82) (sia pure edito come album singolo) si propone come la summa della fuga in avanti dei Clash.<\/p>\n<p>I Jam, propriet&agrave; quasi esclusiva di <a href=\"\/Weller.html\">Paul Weller<\/a>, dopo essersi barcamenati nei primi due album (&#8220;In the city&#8221; e &#8220;This is the modern world&#8221;, entrambi del &#8217;77) tra la velocit&agrave; superficiale del punk e l&#8217;amore per gli Who (inevitabili i riferimenti all&#8217;epica e all&#8217;epoca &#8216;mod&#8217;) approfondiscono, negli album successivi &#8211; &#8220;All mod cons&#8221; (78), &#8220;Setting sons&#8221; (79) e &#8220;Sound affects&#8221; (80) &#8211; il loro amore per certe sonorit&agrave; sixties e per il rhythm and blues assieme a una connotazione sempre pi&ugrave; marcatamente politica (di sinistra) nelle liriche che riprende la protesta sociale e il ribellismo contro il sistema (sempre pi&ugrave; consapevole) dei Clash, politicizzati sin dall&#8217;inizio. L&#8217;ultimo album di studio prima dello scioglimento, &#8220;The gift&#8221; (82), evidenzia che le preferenze di Weller si sono ormai spostate verso un suono decisamente black: stanno nascendo gli <a href=\"\/Weller.html\">Style Council<\/a>, la sua nuova creatura intrisa di jazz, soul, funky e blues che, dopo diversi singoli di assaggio &#8211; tra cui ricordiamo la splendidamente evocativa &#8220;Long hot summer&#8221; (83) -, produrr&agrave; nell&#8217;84 un classico della new wave pi&ugrave; &#8220;commercialmente sperimentale&#8221; come &#8220;Caf&egrave; bleu&#8221;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Per rimanere in ambito &#8220;nero&#8221; dal punto di vista musicale e &#8220;rosso&#8221; dal punto di vista politico, non possiamo dimenticare due meteore del post-punk inglese (schierate apertamente contro l&#8217;establishment conservatore di marca thatcheriana di fine 70 &ndash; inizio 80) che, sia pure nel loro rapido passaggio, hanno lasciato tracce indelebili nell&#8217;elaborazione di determinati percorsi new wave: i <strong><a href=\"\/Popgroup.html\">Pop Group<\/a><\/strong> (ovvero violenza punk, frenesia funky e rumorismo creativo nell&#8217;esordio &#8220;Y&#8221; del &#8217;79 e nel successivo &#8220;For how much longer do we tollerate mass murder?&#8221; dell&#8217;80) e i <strong>Gang of Four<\/strong>, straordinario incrocio tra minimalismo punk, ritmica funky e chitarrismo tagliente senza compromessi nel fulminante esordio &#8220;Entertainment!&#8221; (79) e nel successivo &#8220;Solid gold&#8221; (81).<\/p>\n<p>Un&#8217;altra meteora sono i <strong>Dexys Midnight Runners<\/strong>, titolari di due album (&#8220;Searching for the young soul rebels&#8221; dell&#8217;80 e &#8220;Too rye ay&#8221; dell&#8217;82) che, del punk, recuperano la frenesia, ma che sono essenzialmente pervasi di soul, folk e rhythm and blues.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Alla new wave sono riconducibili i primi dischi di due dei gruppi pi&ugrave; famosi del rock degli ultimi 20 anni: i <strong><a href=\"\/Police.html\">Police<\/a><\/strong> di <a href=\"\/Police.html\">Sting<\/a> e gli <strong><a href=\"\/U2.html\">U2<\/a><\/strong>.<\/p>\n<p>I primi esordiscono nel &#8217;77 addirittura con un singolo di chiara impronta punk, &#8220;Fall out&#8221;, ma gi&agrave; i passi successivi sono caratterizzati da un&#8217;intelligente commistione di stili, che vede in primo piano una chitarra punk-sixties, la creazione di accattivanti melodie pop e una ritmica rock-reggae genialmente rielaborata dal drumming di Stewart Copeland: il tutto produce &#8220;Outlandos d&#8217;amour&#8221; del 1978 (che contiene quel capolavoro di delicatezza lirico-sonora che risponde al nome di &#8220;Roxanne&#8221;), l&#8217;ottimo &#8220;Regatta de blanc&#8221; (79) e &#8220;Zenyatta mondatta&#8221; (80), prima che il sofisticato pop d&#8217;alta classifica (pur di pregevole fattura) diventi obiettivo predominante.<\/p>\n<p>Le incisioni iniziali degli irlandesi <a href=\"\/U2.html\">U2<\/a> si inseriscono alla perfezione nel post-punk, connotate come sono da un chitarrismo di impronta psichedelica e da un&#8217;invidiabile freschezza compositiva e di arrangiamento. I primi tre album racchiudono l&#8217;evoluzione del gruppo di Bono che misura &#8211; da &#8220;Boy&#8221; (80), attraverso &#8220;October&#8221; (81), fino alla compattezza di &#8220;War&#8221; (83) &#8211; la crescita di un suono che si fa via via sempre pi&ugrave; epico e coinvolgente, merito delle sempre migliori capacit&agrave; vocali del leader e del potente drumming di Larry Mullen jr. Liricamente, invece, si spazia dall&#8217;esposizione, ingenua ma ficcante, dei disagi giovanili a contatto con la realt&agrave; amara del mondo alla coraggiosa presa di posizione pacifista nell&#8217;ambito dell&#8217;annoso contrasto tra cattolici e protestanti in Irlanda. Dopo aver inciso un ottimo album live (&#8220;Under a Blood Red Sky&#8221;, 1983), che chiude il primo periodo, gli <a href=\"\/U2.html\">U2<\/a>, complice imprescindibile <a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a>, producono nell&#8217;84 &#8220;The Unforgettable Fire&#8221;, un album fondamentale nel definire i canoni necessari a creare un ponte di collegamento tra la new wave e le intuizioni ambientali di <a href=\"\/Eno.html\">Eno<\/a>.<\/p>\n<p>Irlandesi come gli <a href=\"\/U2.html\">U2<\/a> e provenienti dal loro stesso ambiente musicale, i <strong>Virgin Prunes<\/strong>, pur frammentari nelle loro uscite discografiche, producono nell&#8217;82 un geniale album, &#8220;&hellip;If I die, I die&#8221;, in bilico tra folk, rumorismo e una sperimentazione ritmica quasi tribale. Sempre dall&#8217;Isola verde arrivano i <strong>Boomtown Rats<\/strong> di Bob Geldof (che diverr&agrave; celebre soprattutto per aver ideato l&#8217;evento di &#8220;Live Aid&#8221;). Il loro &#8220;inno&#8221; rester&agrave; quella &#8220;I Don&#8217;t Like The Mondays&#8221;, contenuta in &#8220;The Fine Art Of Surfacing&#8221; (1979).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Scozzese &egrave; invece l&#8217;origine dei <strong><a href=\"\/Simpleminds.html\">Simple Minds<\/a><\/strong>, i quali, al pari di altri gruppi analizzati in precedenza, privilegiano l&#8217;uso delle tastiere (evidente il tentativo di ricalcare senza troppa originalit&agrave; i <a href=\"\/Roxy.html\">Roxy Music<\/a> nei primi due album, &#8220;Life in a day&#8221; e &#8220;Real to real cacophony&#8221;, entrambi del &#8217;79). La svolta viene annunciata nell&#8217;80 col terzo album, &#8220;Empires and dance&#8221;, e si concretizza con i due dischi successivi: &#8220;Sons and fascination&#8221; dell&#8217;81 (con allegato il mini album proveniente dalle stesse &#8216;sessions&#8217; &#8220;Sister feelings call&#8221;) e &#8220;New gold dream 81-82-83-84&#8221; (82) sono due autentici capolavori, dove una ritmica trascinante, a volte quasi dance, e i maestosi interscambi tra chitarra e tastiere dominano il tutto, governati dalla sempre pi&ugrave; matura voce di Jim Kerr. Il successivo &#8220;Sparkle in the rain&#8221; (84), pur attraente, risente del tentativo di imitare il suono magniloquente ed epico di &#8220;War&#8221; degli <a href=\"\/U2.html\">U2<\/a> (anche a causa dell&#8217;utilizzo dello stesso produttore, Steve Lillywhite).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Di origine australiana (ma inglesi d&#8217;adozione) sono invece i <strong>Birthday Party<\/strong> del grandioso <a href=\"\/Cave.html\">Nick Cave<\/a>: il loro suono &egrave; un originalissimo mix di sgraziata velocit&agrave; punk, di cabaret sperimentale tedesco, di disperato amore per i grandi bluesmen americani (compreso l&#8217;amelodico blues dei seminali primi album di Captain Beefheart) e di rumorismo lancinante e ossessivo, il tutto completato dalla cavernosa, cupissima, ma straordinariamente affascinante voce del leader.<\/p>\n<p>Nei pochi anni di vita, contrassegnati da gravi problemi di droga, producono tre album &#8211; &#8220;The Birthday Party&#8221; (80), &#8220;Prayers on fire&#8221; (81), il migliore per coesione e compattezza, e &#8220;Junkyard (82) e due mini lp (&#8220;Bad seed&#8221; e &#8220;Mutinity!&#8221;, entrambi dell&#8217;83).<\/p>\n<p>Intrapresa la carriera solista, <strong><a href=\"\/Cave.html\">Nick Cave<\/a><\/strong> esordisce nell&#8217;84 con &#8220;From Her To Eternity&#8221;, un&#8217;amelodica ma geniale rilettura del patrimonio rock, blues e country americano, proseguendo poi la strada proponendosi in maniera originale ed emozionante nell&#8217;ambito della canzone d&#8217;autore. Un percorso che raggiunger&agrave; probabilmente il suo apice nel 1990, con il maestoso &#8220;The Good Son&#8221;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>In Italia, gli alfieri della new wave saranno due band fiorentine, i <strong><a href=\"\/Litfiba.html\">Litfiba<\/a><\/strong> (che poi abiureranno quelle sonorit&agrave; orientandosi su un power-pop smaccatamente commerciale) e i <strong><a href=\"\/Diaframma.html\">Diaframma<\/a><\/strong>. Pi&ugrave; &#8220;punk&#8221;, invece, i <strong><a href=\"\/Ferretti.html\">CCCP<\/a><\/strong> di Giovanni Lindo Ferretti, poi confluiti nella nuova sigla <strong><a href=\"\/Ferretti.html\">CSI<\/a><\/strong>, sempre con buoni risultati.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Concludiamo questo viaggio nel post-punk parlando di alcune band che hanno uno dei loro grandi punti di riferimento nella psichedelia sixties inglese.<\/p>\n<p>Cominciamo con gli <strong><a href=\"\/Psychedelicfurs.html\">Psychedelic Furs<\/a><\/strong>, fautori di un suono spesso psichedelico (belli gli intarsi di sax e chitarra) duro ma fluido, che ricorda il glam-rock dei <a href=\"\/Roxy.html\">Roxy Music<\/a> e dei T. Rex di Marc Bolan. Notevoli sono l&#8217;esordio, omonimo, dell&#8217;80 e il secondo, &#8220;Talk talk talk&#8221;, dell&#8217;anno dopo, mentre i successivi tradiranno un eccessivo amore per l&#8217;orecchiabilit&agrave;. Su tutto, comunque, la monocorde ma affascinante voce di Richard Butler, spesso e volentieri in debito verso le tonalit&agrave; <a href=\"\/Bowie.html\">bowiane<\/a>.<\/p>\n<p>Interessanti anche <strong>Echo &amp; the Bunnymen<\/strong>, con una chitarra che percorre in maniera lancinante ma mai ossessiva le canzoni donando un decisivo tocco di rock psichedelico che ricorda spesso i Television e (in parte) gli <a href=\"\/U2.html\">U2<\/a>. I primi due album &#8211; &#8220;Crocodiles&#8221; (80) e &#8220;Heaven up here&#8221; (81) &#8211; sono i pi&ugrave; genuini, mentre il terzo e il quarto &#8211; &#8220;Porcupine&#8221; (83) e &#8220;Ocean rain&#8221; (84) &#8211; pur gradevoli, flirtano troppo con il pop.<\/p>\n<p>Nei <strong><a href=\"\/Sound.html\">Sound<\/a><\/strong> di Adrian Borland (che morir&agrave; tragicamente nel 1999, gettandosi contro un treno) l&#8217;amore per la psichedelia &egrave; sottolineato, invece che dalle chitarre, dall&#8217;uso delle tastiere decisamente sixties: anche qui i primi due dischi -&#8220;Jeopardy&#8221; (80) e &#8220;From the lions mouth&#8221; (81) &#8211; sono i migliori.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>In ultimo, parliamo dei <strong><a href=\"\/Cope.html\">Teardrop Explodes<\/a><\/strong>, la straordinaria formazione capitanata da <strong><a href=\"\/Cope.html\">Julian Cope<\/a><\/strong>, titolare di due album di studio &#8211; &#8220;Kilimanjaro&#8221; (80), capolavoro di moderna e guizzante psichedelia, e &#8220;Wilder&#8221; (81), leggermente inferiore &#8211; dove le tastiere psichedeliche memori dei <a href=\"\/Pinkfloyd.html\">Pink Floyd<\/a> e dei <a href=\"\/Wyatt.html\">Soft Machine<\/a> si mischiano ai bizzarri richiami al genio malato di <a href=\"\/Barrett.html\">Syd Barrett<\/a>. Intrapresa la carriera solista, Cope produrr&agrave; nello stesso anno (84) due nuovi capolavori di psichedelia aggiornata (&#8220;World shut your mouth&#8221; e, soprattutto, &#8220;Fried&#8221;) ma anche splendidamente evocativa del fantasma dell&#8217;ex leader dei Floyd.<\/p>\n<p><span class=\"storiadelrock_paragrafo\"><strong>2. Il dark-gothic<\/strong><\/span><\/p>\n<p>La musica dark, che, in realt&agrave;, nella natia Inghilterra, prende il ben pi&ugrave; suggestivo nome (dal punto di vista letterario) di musica gothic, &egrave; uno dei filoni pi&ugrave; floridi dell&#8217;intera scena <a href=\"\/speciali\/newwave.htm\">new wave<\/a> inglese: attraverso la catarsi del punk anch&#8217;esso recupera, metabolizza e rielabora alcuni linguaggi musicali del passato. I padri putativi del dark si possono rintracciare nell&#8217;hard venato di paesaggi spettrali dei primi <a href=\"\/Blacksabbath.html\">Black Sabbath<\/a> di Tony Iommi e Ozzy Osbourne, nella psichedelia ombrosa e spaziale di &#8220;A Saucerful Of Secrets&#8221; dei <a href=\"\/Pinkfloyd.html\">Pink Floyd<\/a> di Roger Waters, nel <a href=\"\/progressive.html\">progressive<\/a> cupo e macabro dei <a href=\"\/Vandergraaf.html\">Van Der Graaf Generator<\/a> di <a href=\"\/songwriter\/peterhammill.htm\">Peter Hammill<\/a>, nella disperata malattia sonora e lirica dei <a href=\"\/Velvet.html\">Velvet Underground<\/a> di <a href=\"\/Reed.html\">Lou Reed<\/a> e <a href=\"\/Cale.html\">John Cale<\/a>, nelle tetre litanie della sepolcrale <a href=\"\/Nico.html\">Nico<\/a> e, infine, nel <a href=\"\/Bowie.html\">David Bowie<\/a> tenebroso della cosiddetta &#8220;trilogia berlinese&#8221;. Musicalmente, siamo in presenza di suoni cupi, ossessivi, tetri, mentre, dal punto di vista lirico, l&#8217;indice viene puntato verso atmosfere lugubri o, comunque, opprimenti, malinconiche, tristi: in una parola, la cifra stilistica del dark &egrave; un romanticismo s&igrave; minimale e oscuro, ma quanto mai ricco di tensione emotiva.<\/p>\n<p>Alla fine degli anni 70, mentre gruppi come i <a href=\"\/Clash.html\">Clash<\/a> e i <a href=\"\/songwriter\/paulweller.htm\">Jam<\/a> ribadiscono, nei testi e negli atteggiamenti, il loro impegno sociale e politico, altri gruppi e altri autori scelgono volontariamente un totale ripiegamento su se stessi e sul loro mondo in miniatura, dando sfogo a liriche e a suoni minimali, ora malinconici, ora disperati, ma completamente impregnati di un romanticismo che rimette in primo piano la sensibilit&agrave; sofferente dell&#8217;uomo contemporaneo, non pi&ugrave; padrone del mondo, ma sfasato rispetto a se stesso e agli altri. Simbolo di questa visione della vita e progenitore-catalizzatore di tutte le caratteristiche del &#8220;mood&#8221; dark che abbiamo evidenziato fino ad ora &egrave; sicuramente Ian Curtis, leader degli indimenticabili <a href=\"\/Joydivision.html\">Joy Division<\/a>, morto suicida a soli 23 anni. Gli unici due album incisi dalla band, &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/joydivision_unknown.htm\">Unknown Pleasures<\/a>&#8221; (&#8217;79) e <a href=\"\/pietremiliari\/closer.html\">&#8220;Closer&#8221;<\/a> (80), sono, musicalmente e liricamente, un viaggio senza ritorno negli abissi dell&#8217;incomunicabilit&agrave; e della solitudine interiore, un precipitare freddo e insensato in una sorta di &#8220;cupio dissolvi&#8221;. I testi di Curtis, nello stesso momento in cui appaiono fotografare e descrivere in maniera distaccata uno stato d&#8217;animo, in realt&agrave; lo vivisezionano, analizzandone tutti gli aspetti pi&ugrave; reconditi e dolorosi in una sorta di metaforica richiesta d&#8217;aiuto al mondo esterno che, gi&agrave; si sa, non verr&agrave; raccolta.<br \/>La musica si evolve dalle asprezze post-punk del primo album, attraverso una messe di singoli tra cui non si pu&ograve; non ricordare la tenera e disperata &#8220;Love will tear us apart&#8221; (80), fino a raggiungere un&#8217;essenzialit&agrave; di suono quasi perfetta in <strong><a href=\"\/pietremiliari\/closer.html\">&#8220;Closer&#8221;<\/a><\/strong>: la chitarra &egrave; scabra e tagliente, la batteria e il basso inanellano ritmi ossessivi, la voce di Curtis, monocorde ma profonda, &egrave; il &#8220;trait d&#8217;union&#8221; di un crescendo memorabile, dove risaltano perle come &#8220;Atrocity Exhibition&#8221;, &#8220;Isolation&#8221;, &#8220;Decades&#8221;, &#8220;Heart And Soul&#8221;.<\/p>\n<p>Nello stesso anno d&#8217;esordio dei Joy Division, un altro gruppo figlio del punk &#8211; ricordiamo gli album d&#8217;esordio &#8220;Pink Flag&#8221; (77) e &#8220;Chair Missing&#8221; (78) intrisi di ricerca minimalista &#8211; d&agrave; alle stampe un disco seminale nell&#8217;elaborazione di un certo tipo di suono new wave e, specificamente, dark: sono i <strong><a href=\"\/rockedintorni\/wire.htm\">Wire<\/a><\/strong> e l&#8217;album si intitola &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/wire_154.htm\">154<\/a>&#8220;. In questo disco la fa da padrone un minimalismo sperimentale nei suoni come nei testi: frammenti lirico-sonori che si esaltano nell&#8217;oscura &#8220;I should have known better&#8221;.<br \/>In &#8220;154&#8221; la rozza asprezza e la cruda velocit&agrave; del punk lasciano lentamente il posto a una musica lenta ed evocativa, cifra stilistica che, accanto a un feroce e scabroso tormento esistenziale, segner&agrave; il trionfo artistico della cosiddetta &#8220;trilogia dark&#8221; di Robert Smith e dei suoi <strong><a href=\"\/Cure.html\">Cure<\/a><\/strong>, i quali, dopo un esordio di interessante commistione tra pop e punk, &#8220;Three Imaginary Boys&#8221; (&#8217;79), sprofondano per tre anni in un buio lacerante. Il mondo si &egrave; trasformato in una landa desolata e incomprensibile, dove la natura fredda si aggroviglia a sentimenti sempre pi&ugrave; scarnificati e la via d&#8217;uscita non solo non c&#8217;&egrave;, ma non c&#8217;&egrave; mai stata: &egrave; &#8220;A Forest&#8221;, vero capolavoro di una vita e brano guida di &#8220;Seventeen Seconds&#8221; (&#8217;80), primo album della trilogia. Qui e in &#8220;<a href=\"\/speciali\/ondarockstar_8_thecure.htm\">Faith<\/a>&#8221; (&#8217;81) la chitarra si contorce in riff taglienti e gelidamente morbosi, le tastiere, pi&ugrave; che ricamare in primo piano come nel <a href=\"\/progressive.html\">progressive<\/a> e nel <a href=\"\/speciali\/glam.htm\">glam<\/a>, tessono un sotterraneo ordito di continua tensione, il drumming &egrave; ossessivamente metronomico e il basso si trasforma, da strumento essenzialmente ritmico, in supporto melodico di malinconica efficacia, mentre i testi ora sussurrano ora gridano la coscienza timorosamente consapevole di un&#8217;esistenza sospesa in un mondo assurdo e senza significato. Tutte queste caratteristiche vengono sublimate all&#8217;ennesima potenza nell&#8217;ultimo album della trilogia, &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/cure_pornography.htm\">Pornography<\/a>&#8221; (&#8217;82), vero capolavoro del dark &#8220;all times&#8221; e disco capace di esprimere una sincera poetica rock, sganciata dalla pi&ugrave; o meno pedissequa imitazione di modelli altrui. Dal primo all&#8217;ultimo brano (citiamo almeno &#8220;One Hundred Years&#8221;, &#8220;The Hanging Garden&#8221;, &#8220;The Figurehead&#8221;, &#8220;A Strange Day&#8221; e la <em>title track<\/em>) &egrave; una trasognata cavalcata, a volte drammatica, a volte rassegnata, verso il nulla dell&#8217;esistenza.<br \/>Allontanatosi negli anni successivi dal dark, <a href=\"\/Cure.html\">Smith<\/a> ci torner&agrave; per darne una sorta di testamento nel brano d&#8217;apertura dell&#8217;album &#8220;Kiss Me Kiss Me Kiss Me&#8221; (&#8217;87) (disco orientato maggiormente in senso pop-psichedelico): in &#8220;The Kiss&#8221; (un quasi strumentale da brivido con digressioni chitarristiche lancinanti e ossessive) il bacio viene evocato come apportatore di amore e, contemporaneamente, di morte: le due pulsioni pi&ugrave; forti dell&#8217;uomo sono servite e il cerchio si pu&ograve; chiudere.<\/p>\n<p>&#8220;Sorella&#8221; dark di <a href=\"\/Cure.html\">Robert Smith<\/a> &egrave; Susan Dallion (in arte Siouxsie Sioux), carismatica e attraente leader dei <strong><a href=\"\/Siouxsie.html\">Siouxsie and the Banshees<\/a><\/strong>. Il gruppo, che avr&agrave; a pi&ugrave; riprese tra le sue fila proprio <a href=\"\/Cure.html\">Robert Smith<\/a> alla chitarra e alla composizione attraversa la new wave inglese seguendo un suo percorso coerente e lucido che lo porter&agrave; dal punk meno immediato e pi&ugrave; sofisticato a una brillante e mai banale psichedelia, il tutto retto dalla potente e oscura voce di <a href=\"\/Siouxsie.html\">Siouxsie<\/a>, capace di far precipitare l&#8217;ascoltatore nelle pi&ugrave; cupe profondit&agrave; del suono dark: a tal proposito segnaliamo i primi cinque album, &#8220;The Scream&#8221; (&#8217;78), &#8220;Join hands&#8221; (&#8217;79), &#8220;Kaleidoscope&#8221; (&#8217;80), &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/siouxsie_juju.htm\">Ju-Ju<\/a>&#8221; (&#8217;81), esemplare compendio dell&#8217;arte dei Banshees , e &#8220;A Kiss In The Dreamhouse&#8221; (&#8217;82).<\/p>\n<p>Iniziale deferenza alle sonorit&agrave; strumentali e vocali di <a href=\"\/Siouxsie.html\">Siouxsie Sioux<\/a> &egrave; presente nei magici <strong><a href=\"\/Cocteau.html\">Cocteau Twins<\/a><\/strong>, band capofila del cosiddetto <a href=\"\/classifiche\/dreampop.php\">dream-pop<\/a>. Ricordiamo gli album &#8220;Garlands&#8221; (82) e &#8220;Head Over Heels&#8221; (83) e i delicati Ep &#8220;Lullabies&#8221; (82), &#8220;Peppermint Pig&#8221; (83) e &#8220;Sunburst And Snowblind&#8221; (83), nei quali sono anche presenti soffuse ma elaborate orchestrazioni elettroniche. Successivamente la band di Elizabeth Fraser sapr&agrave; trovare una sua originalit&agrave; compositiva che la allontaner&agrave; dal gothic e, pi&ugrave; in generale, dalla new wave, ma che sar&agrave; in grado di mettere nel giusto risalto le potenzialit&agrave; vocali della cantante. L&#8217;onirico, spettrale &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/cocteautwins_treasure.htm\">Treasure<\/a>&#8221; (1984) rester&agrave; il vertice assoluto di questa band e di questo genere musicale, nonche&#8217; uno dei dischi piu&#8217; suggestivi della storia del rock. Simili per impostazione sono i <strong><a href=\"\/Dead.html\">Dead Can Dance<\/a><\/strong>, band australiana ma che incide per un&#8217;etichetta inglese: atmosfere gotiche e sepolcrali, utilizzo sapientemente dosato di strumentazione acustica ed elettronica, il tutto accanto a un delicato cantato che a volte si erge a picchi da brivido della vocalist <a href=\"\/interviste\/lisagerrard.htm\">Lisa Gerrard<\/a>, sono le prerogative del loro esordio &#8211; l&#8217;Ep &#8220;The Garden Of The Arcane Delights&#8221; (&#8217;83) &#8211; del primo, omonimo, album (84) e del secondo, &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/deadcandance_spleen.htm\">Spleen And Ideal<\/a>&#8221; (&#8217;85), che, gi&agrave; nel titolo, coniuga alla perfezione le istanze dark con quelle pi&ugrave; sensibilmente romantico-decadenti. Gi&agrave; a partire da &#8220;The Serpent&#8217;s Egg&#8221; (1988) la band australiana introdurr&agrave; i primi elementi di un sound etnico e ancestrale, che diventer&agrave; il suo marchio di fabbrica. Progetto del tutto particolare &egrave; <a href=\"\/dark\/thismortalcoil.htm\">This Mortal Coil<\/a> (supergruppo di cui fanno parte, tra gli altri, componenti dei <a href=\"\/Cocteau.html\">Cocteau Twins<\/a> e dei <a href=\"\/Dead.html\">Dead Can Dance<\/a>), emanazione della 4AD, etichetta, appunto, delle sopracitate band e titolare di un delicatissimo primo album, &#8220;It&#8217;ll End In Tears&#8221; (84), in bilico tra sperimentazione e atmosfere gotiche eteree e malinconiche.<\/p>\n<p>Contemporanee ai <a href=\"\/Joydivision.html\">Joy Division<\/a> e ai <a href=\"\/Cure.html\">Cure<\/a> sono le prime esperienze discografiche dei <strong><a href=\"\/Bauhaus.html\">Bauhaus<\/a><\/strong> e dei <strong><a href=\"\/Killing.html\">Killing Joke<\/a><\/strong>, altri due gruppi cardine per la definizione del suono gothic e non solo. Entrambi sommano, alle istanze glacialmente melodiche delle band che abbiamo citato in precedenza, un background fondamentalmente punk nell&#8217;approccio, un sottile gusto per certo hard intellettualistico e per certo rumorismo chitarristico ed elettronico, accanto alle inquietanti voci, rispettivamente, di <a href=\"\/Bauhaus.html\">Peter Murphy<\/a> e di Jaz Coleman.<br \/>Dei <a href=\"\/Bauhaus.html\">Bauhaus<\/a> (la cui caratura tecnica e l&#8217;eclettismo stilistico li porta a fondere in un &#8220;unicum&#8221; tutto le splendide peculiarit&agrave; dark del loro suono) ricordiamo il tenebroso singolo &#8220;Bela Lugosi&#8217;s Dead&#8221; del 1979 (chiari i riferimenti alla letteratura gotica inglese, con basso e chitarra a tracciare lividi percorsi sonici) e gli album &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/bauhaus_intheflat.htm\">In The Flat Field<\/a>&#8221; del 1980 (impressionante per l&#8217;impatto devastante e per la compattezza sonora), &#8220;Mask&#8221; del 1981 e il malinconico &#8220;The Sky&#8217;s Gone Out&#8221; (&#8217;82); dei Killing Joke il primo, seminale, <a href=\"\/pietremiliari\/killingjoke_killing.htm\">omonimo album<\/a> del 1980 (apripista per una infinit&agrave; di suoni che verranno, specie sul versante industrial) e il successivo &#8220;What&#8217;s This For!&#8221; (&#8217;81).<\/p>\n<p>La commistione tra sonorit&agrave; ora oscure, ora rumoristiche, ora addirittura psichedeliche trova la sua pi&ugrave; completa realizzazione nel progetto <strong><a href=\"\/Pil.html\">Public Image Ltd.<\/a><\/strong>, creatura di <a href=\"\/Sex.html\">Johnny Lydon<\/a> (Rotten, ai tempi in cui era frontman dei <a href=\"\/Sex.html\">Sex Pistols<\/a>). Al, tutto sommato, semplificante approccio al rock dei <a href=\"\/Sex.html\">Pistols<\/a>, i <a href=\"\/Pil.html\">P.I.L.<\/a> contrappongono una complessit&agrave; sonora, frutto della contemporanea assimilazione e rielaborazione su basi pi&ugrave; consce del messaggio punk, che di fatto li rende l&#8217;ideale &#8220;prova provata&#8221; dell&#8217;intrinseco legame che unisce indissolubilmente, in una sorta di evoluzione darwiniana, il sound e il &#8220;mood&#8221; del punk con le pi&ugrave; elaborate atmosfere new wave.<br \/>Di questa band sono imprescindibili i primi, solidissimi, tre album, dal suono ossessivo e claustrofobico: &#8220;First Issue&#8221; (&#8217;78), &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/pil_metalbox.htm\">Metal Box &#8211; Second Edition<\/a>&#8221; (&#8217;79) e &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/pil_flowers.htm\">The Flowers Of Romance<\/a>&#8221; (&#8217;81).<em><em><\/p>\n<p><\/em><\/em>In ultimo citiamo i Theatre of Hate, i <strong><a href=\"\/Sisters.html\">Sisters of Mercy<\/a><\/strong>, i <strong><a href=\"\/rockedintorni\/cult.htm\">Cult<\/a><\/strong> e i <strong><a href=\"\/Mission.html\">Mission<\/a><\/strong>, i cui rispettivi album d&#8217;esordio &#8211; &#8220;Westworld&#8221; (82), &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/sistersofmercy_first.htm\">First And Last And Always<\/a>&#8221; (&#8217;85), &#8220;Dreamtime&#8221; (&#8217;84) e &#8220;God&#8217;s Own Medicine&#8221; (86) &#8211; presentano un approccio gothic maturo e affascinante, ma, in certi momenti (specie per quanto concerne Cult e <a href=\"\/Mission.html\">Mission<\/a>) eccessivamente epico, in una sorta di &#8220;retoricizzazione&#8221; del suono dark. I <a href=\"\/Sisters.html\">Sisters Of Mercy<\/a> saranno anche autori di uno degli &#8220;inni&#8221; del movimento gotico, quella &#8220;Temple Of Love&#8221; che a distanza di anni mantiene ancora intatto il suo lugubre fascino.<\/p>\n<p>Le intuizioni del movimento dark-gothic britannico saranno riprese oltreoceano dai californiani <strong><a href=\"\/Christiandeath.html\">Christian Death<\/a><\/strong> di Rozz Williams (memorabili &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/christiandeath_only.htm\">Only Theatre Of Pain<\/a>&#8221; del 1982 e &#8220;Catastrophe Ballet&#8221; del 1984), oltre che da mostri sacri della scena industrial e hardcore, come <strong><a href=\"\/Nin.html\">Nine Inch Nails<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Ministry.html\">Ministry<\/a><\/strong> e <strong><a href=\"\/Swans.html\">Swans<\/a><\/strong> (autori quest&#8217;ultimi di un disco, &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/swans_children.htm\">Children Of God<\/a>&#8220;, che pu&ograve; essere considerato il capolavoro assoluto della musica dark d&#8217;oltre Oceano). E a partire dagli anni Novanta, a colorarsi di tinte oscure sar&agrave; anche l&#8217;elettronica di maestri ambient-gothic, come <strong><a href=\"\/Lycia.html\">Lycia<\/a><\/strong> e <strong><a href=\"\/Blacktape.html\">Black Tape For A Blue Girl<\/a><\/strong>.<em>&nbsp; <\/em><\/p>\n<p><strong><span class=\"storiadelrock_paragrafo\">3. Elettronica e synth-pop<\/span><br \/><\/strong><\/p>\n<p>Uno degli insegnamenti fondamentali del punk &egrave; che non &egrave; necessario essere virtuosi di uno strumento per poterlo suonare.<\/p>\n<p>Se associamo a questo assunto lo sviluppo tecnologico dirompente di questo periodo (con il perfezionamento dei sintetizzatori, la nascita delle batterie elettroniche &ndash; famosa quella dei <a href=\"\/Sisters.html\">Sisters Of Mercy<\/a> a cui verr&agrave; dato addirittura un nome, Doctor Avalanche &ndash; e dei primi campionatori), viene facile capire come anche l&#8217;elettronica wave (e il suo approccio ad essa) sia figlia del punk.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Ma i genitori sono anche altri: all&#8217;inizio degli anni &#8217;70, in Germania, ideale laboratorio sperimentale, nasce la cosiddetta &#8220;kosmische musik&#8221;, musica elettronica sperimentale, eterea e ossessiva allo stesso tempo, che ha tra i suoi pi&ugrave; luminosi rappresentanti i <strong><a href=\"\/Tangerine.html\">Tangerine Dream<\/a><\/strong>, i <strong><a href=\"\/Faust.html\">Faust<\/a><\/strong>, i <strong><a href=\"\/Can.html\">Can<\/a><\/strong> di Holger Czukay (pi&ugrave; tardi collaboratore di <a href=\"\/Sylvian.html\">David Sylvian<\/a>) e i <strong>Cluster<\/strong> (pi&ugrave; tardi al lavoro con <a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a>). Inoltre, sempre in Germania, nascono i <strong><a href=\"\/Kraftwerk.html\">Kraftwerk<\/a><\/strong> i quali, partiti da sonorit&agrave; avanguardistiche, arrivano a un approccio quasi pop verso l&#8217;elettronica, proponendosi (con il capolavoro &#8220;Autobahn&#8221; del &#8217;74 e poi con i dischi successivi) come ideali padri del connubio elettronica d&#8217;avanguardia-elettronica pop.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Fondamentali sono anche gli studi sul suono di <strong><a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a><\/strong> nei suoi album con i <a href=\"\/Roxy.html\">Roxy Music<\/a> e nei suoi progetti da solista (comprese le divagazioni ambient), cos&igrave; come &egrave; seminale (oltre che di grandissimo valore artistico) la &#8220;trilogia berlinese&#8221; di <strong><a href=\"\/Bowie.html\">David Bowie<\/a><\/strong> che, non a caso, vede come stretto collaboratore proprio <a href=\"\/Eno.html\">Eno<\/a>.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Anche se &egrave; poi l&#8217;Inghilterra a procreare gli astri pi&ugrave; suggestivi in ambito electro, sono ancora una volta gli USA ad anticipare i tempi o, perlomeno, a dettare le nuove regole.<\/p>\n<p>Tra il &#8217;77 e il &#8217;78 escono due album devastanti per coinvolgimento sonoro, per piglio avanguardistico e per tempismo pioneristico: gli esordi su vinile dei <a href=\"\/Suicide.html\">Suicide<\/a> e dei <a href=\"\/Devo.html\">Devo<\/a> (questi ultimi non a caso prodotti da <a href=\"\/Eno.html\">Eno<\/a>).<\/p>\n<p>L&#8217;omonimo album dei <strong><a href=\"\/Suicide.html\">Suicide<\/a><\/strong> di Alan Vega (voce) e Martin Rev (synth) &egrave; un muro di elettronica mai ascoltata prima, ipnotica e claustrofobica, dall&#8217;impatto durissimo e senza alcuna concessione ai ritmi ballabili: il tutto &egrave; completato da poesie metropolitane perverse alla <a href=\"\/Reed.html\">Lou Reed<\/a> (&#8220;Cheree&#8221;, &#8220;Ghost Rider&#8221; e soprattutto la terrificante &#8220;Frankie Teardrop&#8221;).<\/p>\n<p>In &#8220;Q. Are we not men? A. We are Devo!&#8221;, i <strong><a href=\"\/Devo.html\">Devo<\/a><\/strong> si destreggiano tra ritmi frenetici e tastiere robotiche, mischiando in un calderone che &egrave; cosa assolutamente innovativa (per l&#8217;epoca) il rock dei &#8217;60, i <a href=\"\/Kraftwerk.html\">Kraftwerk<\/a>, un certo &#8220;mood&#8221; funky e le istanze punk a loro contemporanee. Il secondo album &#8211; &#8220;Duty now for the future&#8221; (79) &#8211; approfondir&agrave; queste caratteristiche prima che i <a href=\"\/Devo.html\">Devo<\/a> si lascino tentare dal techno-pop.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>In Inghilterra la sperimentazione elettronica d&#8217;avanguardia comincia con le ricerche dei <strong><a href=\"\/dark\/throbbinggristle.htm\">Throbbing Gristle<\/a><\/strong>: il tema &egrave; l&#8217;alienazione dell&#8217;uomo nella civilt&agrave; industriale e il suono &egrave; un mix di nastri preregistrati e rovesciati, rumori, sonorit&agrave; metalliche e abrasive assolutamente ostiche e ipnotiche (segnaliamo il primo album &#8220;Second annual report&#8221; del &#8217;77, per il quale si conia il termine &#8220;scena industriale&#8221;). Una volta scioltisi, il leader Genesis P-Orridge fonda gli <strong>Psychic TV<\/strong>, fautori, nel loro esordio (&#8220;Force the hand of chance&#8221; dell&#8217;82), di un suono in bilico tra elettronica d&#8217;avanguardia, rumorismo e tecno-pop sperimentale.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>In ambito industriale sono per&ograve; i <strong><a href=\"\/Cabaret.html\">Cabaret Voltaire<\/a><\/strong> a produrre dei veri capolavori. Il loro suono &egrave; una caotica ma coinvolgente spirale che attrae e distoglie continuamente dal centro in un gioco ossessivo e (apparentemente) fine a se stesso (il nome del gruppo deriva da un locale di Zurigo dove, all&#8217;inizio del &#8216;900, nacque il movimento dadaista). Suoni sintetici e rumori elettronici, il tutto filtrato da una sensibilit&agrave; sperimentale, oscura e visionaria che si esalta nell&#8217; esordio (&#8220;Mix-up&#8221; del &#8217;79) ma che &egrave; presente in tutti i loro dischi successivi: &#8220;Live at the Y.M.C.A. 27.10.1979&#8221; (80), &#8220;The voice of America&#8221; (80), &#8220;Three mantras&#8221; (80) e &#8220;Red Mecca&#8221; (81) dove, peraltro, c&#8217;&egrave; un tentativo di attenuare la loro proverbiale osticit&agrave;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Sulla scia dei <a href=\"\/Cabaret.html\">Cabaret Voltaire<\/a> si pongono i <strong><a href=\"\/dark\/clockdva.htm\">Clock DVA<\/a><\/strong>, altra formazione dal suono difficile e poco fruibile, industrial-rumoristico, che, per&ograve;, privilegia un approccio pi&ugrave; punk inframezzato da tentazioni free-jazz. Ricordiamo gli album &#8220;White souls in black suits&#8221; (80) e &#8220;Thirst&#8221; (81).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Per concludere questa sezione dedicata all&#8217;elettronica industriale ci spostiamo in Germania dove nascono gli <strong><a href=\"\/Einsturzende.html\">Einsturzende Neubauten<\/a><\/strong> guidati da Blixa Bargeld (in seguito fondamentale guida dei Bad Seeds, il gruppo che accompagna Nick Cave). Anche qui l&#8217;approccio &egrave; fondamentalmente rumorista: il post-punk e l&#8217;elettronica d&#8217;avanguardia si fondono al meglio in &#8220;Die zeichnungen des patienten O.T.&#8221; (83), inciso in Inghilterra, ma anche nell&#8217;inquietante sinfonia industriale di &#8220;Halber Mensch&#8221;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Nella parte relativa al post-punk abbiamo detto che avremmo riparlato qui di <strong><a href=\"\/Ultravox.html\">John Foxx<\/a><\/strong> e dei rinnovati <a href=\"\/Ultravox.html\">Ultravox<\/a>, a riprova di quanto siano labili e interscambiabili i confini in ambito new wave: ci&ograve; che pi&ugrave; conta &egrave; una nuova sensibilit&agrave; storica e culturale che si esprime in una prodigiosa sintesi dei linguaggi musicali precedenti.<\/p>\n<p><a href=\"\/Ultravox.html\">John Foxx<\/a>, abbandonati gli <a href=\"\/Ultravox.html\">Ultravox<\/a>, si dedica anima e corpo alle nuove macchine elettroniche (soluzione gi&agrave; adombrata nel terzo album del gruppo): il suo primo disco solista, &#8220;Metamatic&#8221; (80), &egrave; completamente votato a sonorit&agrave; gelide, robotiche, intellettuali, ma mai dimentiche di un contenuto melodico assolutamente non banale. Il suo capolavoro &egrave; per&ograve; senz&#8217;altro l&#8217;album successivo, &#8220;The Garden&#8221; (81), che porta a compimento e a maturazione le intuizioni espresse nel disco precedente: il suono, pur fondamentalmente sintetico, si apre a squarci maestosi ed emotivi di grande suggestione, smentendo chi sostiene l&#8217;intrinseca freddezza della scelta elettronica.<\/p>\n<p>I due successivi &#8211; &#8220;The golden section&#8221; (83) e &#8220;In mysterious ways&#8221; (85) &#8211; tentano, con risultati alterni, ma sempre pieni di intensit&agrave;, di amalgamare le sonorit&agrave; elettroniche a un diverso recupero della strumentazione del rock classico.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Gli <strong><a href=\"\/Ultravox.html\">Ultravox<\/a><\/strong>, abbandonati da Foxx, trovano un nuovo leader in Midge Ure che li porta ad abbracciare le sonorit&agrave; sintetiche in un&#8217;ottica leggermente pi&ugrave; pop rispetto a John Foxx, ma non per questo meno affascinante.<\/p>\n<p>I primi due dischi del nuovo corso sono senza dubbio i pi&ugrave; riusciti: in &#8220;Vienna&#8221; (80), il tecno-pop della band si fonde con scelte sonore pi&ugrave; intellettuali (l&#8217;uso del piano e del violino) esaltate proprio nel brano omonimo, intriso di struggente romanticismo.<\/p>\n<p>Il successivo, l&#8217;ottimo &#8220;Rage in Eden&#8221; (81), &egrave; pi&ugrave; radicale nell&#8217;opzione elettronica, pi&ugrave; cupo nelle sonorit&agrave;, quasi dark nelle scelte stilistiche, evidenziate dall&#8217;ossessiva presenza delle tastiere e dal beat ritmicamente innovativo della batteria elettronica.<\/p>\n<p>Nei seguenti &#8220;Quartet&#8221; (82) e &#8220;Lament&#8221; (84) l&#8217;orientamento tecno-pop, pur non disprezzabile e, anzi, molto piacevole all&#8217;ascolto, prevale.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Da ricordare anche il disco d&#8217;esordio dei <strong>Visage<\/strong> di Steve Strange (&#8220;Visage&#8221;, 1980), un supergruppo che annovera personaggi del calibro di <a href=\"\/Ure.html\">Midge Ure<\/a> e Billy Curie degli <a href=\"\/Ultravox.html\">Ultravox<\/a>, oltre a diversi membri dei Magazine. La loro formula &egrave; un synth-pop di estrema eleganza, venato di sfumature &#8220;darkeggianti&#8221;, che influenzer&agrave; tutto il movimento &#8220;New Romantic&#8221; a venire. Il fenomenale singolo &#8220;Fade To Grey&#8221; spopoler&agrave; anche in discoteca.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Simile nelle scelte artistiche &egrave; <strong>Gary Numan<\/strong>, uno degli antesignani, in Inghilterra, della scelta electro e tecno-pop. I suoi esordi, per&ograve;, sono rigorosamente punk, testimoniati dall&#8217;album &#8220;The plan&#8221; (84) che raccoglie songs del biennio 77-78, prima che si dedichi completamente ai suoni sintetici, influenzato dai <a href=\"\/Kraftwerk.html\">Kraftwerk<\/a> e da <a href=\"\/Bowie.html\">Bowie<\/a>. I suoi album new wave &#8211; &#8220;Tubeway Army&#8221; (78), che &egrave; inizialmente il nome del gruppo dietro cui si cela Numan, &#8220;Replicas&#8221; (79), &#8220;The pleasure principle&#8221; (79), primo album a suo nome, &#8220;Telekon&#8221; (80) e &#8220;Dance&#8221; (81) &#8211; alternano sonorit&agrave; gelide e robotiche a momenti pi&ugrave; caldi e melodici e sono tutti governati dal tentativo (che riesce, ma non sempre) di coniugare la sperimentazione col techno-pop.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>In Inghilterra da segnalare anche l&#8217;attivit&agrave; di <strong>Thomas Dolby<\/strong>, tastierista sperimentale, ispirato dalla scuola di <a href=\"\/Eno.html\">Brian Eno<\/a>. &#8220;Blinded By Science&#8221; (1983) rester&agrave; il manifesto della sua eccentrica elettronica.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Sul fronte pi&ugrave; commerciale del synth-pop &#8220;romantico&#8221;, si situeranno band come <strong><a href=\"\/popmuzik\/duranduran.htm\">Duran Duran<\/a><\/strong> e <strong>Culture Club<\/strong> che spopoleranno nelle classifiche e nelle mode dei teenager, anche se i primi, in particolare, realizzeranno qualche brano interessante specie nei primi lavori (&#8220;Planet Earth&#8221;, &#8220;New Religion&#8221;, &#8220;The Chauffeur&#8221;, &#8220;New Moon On Monday&#8221;). Dei tedeschi Alphaville, invece, va ricordato il fortunato album &#8220;Forever Young&#8221; (con gli hit &#8220;Big In Japan&#8221; e &#8220;Sounds Like A Melody&#8221;).<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Due gruppi figli del punk e del post-punk pi&ugrave; seminale sono invece i <strong>Wire<\/strong> e i <a href=\"\/Neworder.html\">New Order<\/a>. I primi (che abbiamo gi&agrave; citato in precedenza) attraversano come un filo rosso tutta la new wave, facendo del minimalismo intellettuale la loro bandiera.<\/p>\n<p>Scioltisi dopo &#8220;154&#8221; (79), riappaiono nell&#8217;86 a tempo scaduto per la new wave, ma il loro ritorno &egrave; cos&igrave; importante che non possiamo non parlarne. Lo spirito di ricerca dei singoli componenti della band (che non &egrave; mai venuto meno durante la separazione, testimoniato dagli sperimentali lavori solistici dei vari membri) si estrinseca nuovamente, nell&#8217;ottica di gruppo, attraverso la scelta elettronica dell&#8217;Ep &#8220;Snakedrill&#8221; (86) e dell&#8217;album che immediatamente lo segue, &#8220;The Ideal Copy&#8221; (87).<\/p>\n<p>Quello che, a un&#8217;occhiata superficiale, pu&ograve; apparire banale tecno-pop (perlopi&ugrave; in ritardo di qualche anno rispetto agli originali), &egrave; in realt&agrave; ben altro: le strutture pop sono svuotate dall&#8217;interno e la forma viene sovrastata dalla sostanza sperimentale e innovativa dell&#8217;approccio ritmico e armonico, con l&#8217;elettronica totalmente al servizio dei geniali spunti compositivi.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>I <strong>New Order<\/strong> sono la seconda incarnazione dei <a href=\"\/Joydivision.html\">Joy Division<\/a>, una volta venuto a mancare Ian Curtis. Il primo album del nuovo corso, &#8220;Movement&#8221; (81), &egrave; stupefacente sia per la coerenza con cui prosegue il discorso musicale aperto da Curtis che per l&#8217;apparente scioltezza con cui riesce a coniugare le tendenze cupe di quel suono con la nuova scelta elettronica. L&#8217;album successivo, &#8220;Power, Corruption And Lies&#8221; (83), invece, prosegue&nbsp;la marcia di avvicinamento al&nbsp;techno-pop.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Un&#8217;altra band legata al tecno-pop (anche se inizialmente con velleit&agrave; sperimentali) sono gli <strong><a href=\"\/Lennox.html\">Eurythmics<\/a><\/strong>. Il primo album, &#8220;In the garden&#8221; (81), cerca di rifarsi alle esperienze elettroniche tedesche, ma risulta acerbo. Il successivo, &#8220;Sweet dreams (are made of this)&#8221; (83), ondeggia tra intuizioni electro e tentazioni tecno-pop, che diventano predominanti in &#8220;Touch&#8221; (84) (che pure contiene un bel brano come &#8220;Here comes the rain again&#8221;). Su tutto troneggia la possente voce bluesy di <strong><a href=\"\/Lennox.html\">Annie Lennox<\/a><\/strong>.<\/p>\n<p>La scelta degli Eurythmics (sintetizzatori pi&ugrave; voce femminile) viene ribadita da un altro duo, gli <strong>Yazoo<\/strong> (composti da Vince Clarke, fondatore dei <a href=\"\/Depeche.html\">Depeche Mode<\/a> e poi transfuga, e Alison Moyet). La band produce due album &#8211; &#8220;Upstairs at Eric&#8217;s&#8221; (82) e &#8220;You and me both&#8221; (83) &#8211; in cui il sound, sostanzialmente tecno-pop, &egrave; ravvivato dalle straordinarie performance della Moyet, singer bianca dalle sensibilit&agrave; vocali nere fino al midollo.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Pionieri dell&#8217;elettronica sono gli <strong><a href=\"\/Humanleague.html\">Human League<\/a><\/strong>. Fedele al motto &#8220;do it yourself&#8221;, tipico dell&#8217;estetica punk, il loro esordio, l&#8217;Ep &#8220;The dignity of labour&#8221; (78), &egrave; un tipico prodotto punk con l&#8217;unica, ma fondamentale, differenza che, al posto delle chitarre elettriche e del drumming umano, ci sono i sintetizzatori e una drum-machine. I due album che seguono, &#8220;Reproduction&#8221; (79) e &#8220;Travelogue&#8221; (80), sono due autentici capolavori del pop elettronico: il suono e la voce sono glaciali e immersi in un futuro oscuro, ma riescono ugualmente a comunicare un fascino misterioso e avvolgente: non c&#8217;&egrave; alcuna concessione al techno-pop pi&ugrave; commerciale e anche i momenti apparentemente pi&ugrave; facili nascondono una sottile ricerca sonora poco incline ai compromessi. &#8220;Don&#8217;t You Want Me&#8221;, dall&#8217;album &#8220;Dare&#8221; (1981) rester&agrave; il loro pi&ugrave; grande successo.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Da una costola degli Human League nascono gli <strong><a href=\"\/popmuzik\/heaven17.htm\">Heaven 17<\/a>\/B.E.F.<\/strong>: sono due progetti diversi che hanno alle spalle gli stessi fautori. La prima sigla &egrave; titolare di un discreto album tecno-pop, &#8220;Penthouse and pavement&#8221; (82), macchiato di funky e di soul. La seconda produce un album ai confini tra lo sperimentalismo e il tecno-pop, &#8220;Music of quality and distinction vol. 1&#8221; (82).<\/p>\n<p>Sulla scia dei ritmi e delle sonorit&agrave; gelide e (apparentemente) asettiche di Gary Numan e degli Human League, si pongono gli <a href=\"\/popmuzik\/omd.htm\"><strong>Orchestral Manoeuvres in the Dark (O.M.D.)<\/strong><\/a> del duo Paul Humphreys\/Andy McCluskey, il cui primo album omonimo dell&#8217;80 sembra ricalcare certe atmosfere sintetiche alla <a href=\"\/Kraftwerk.html\">Kraftwerk<\/a>. Nel successivo &#8220;Organisation&#8221; del 1980 (in cui &egrave; presente quell&#8217;inno del techno-pop che risponde al nome di &#8220;Enola Gay&#8221;) le istanze commerciali diventano predominanti e decisive per il loro sound.<\/p>\n<p>Atmosfere gradevolmente elettroniche connoteranno anche i lavori degli australiani <strong>Icehouse<\/strong>, che spopoleranno soprattutto con il singolo &#8220;Hey Little Girl&#8221;.<\/p>\n<p><\/p>\n<p>Proseguiamo con i <strong><a href=\"\/Almond.html\">Soft Cell<\/a><\/strong>, un duo (voce e tastiere elettroniche) a imitazione degli americani Suicide. Dopo un singolo straordinario come &#8220;Memorabilia&#8221; (1980), il gruppo incide uno dei dischi pi&ugrave; seminali e coinvolgenti di tutta la scena electro-new wave, &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/softcell_nonstoperoticcabaret.htm\">Non-Stop Erotic Cabaret<\/a>&#8221; (1981), che avr&agrave; un&#8217;appendice dance con &#8220;Non-stop ecstatic dancing&#8221; (&#8217;82). Ci&ograve; che all&#8217;apparenza &egrave; semplice synth-pop, si dimostra, a un pi&ugrave; attento ascolto, un calderone in cui le intuizioni electro, la ricchezza e la particolarit&agrave; degli arrangiamenti, una freddezza emotiva di fondo resa per&ograve; cosa viva dalla calda e compartecipe voce di <strong><a href=\"\/Almond.html\">Marc Almond<\/a><\/strong> si amalgamano in maniera univoca e uniforme a dare il senso di un disco epocale.<\/p>\n<p>Dopo &#8220;The Art Of Falling Apart&#8221; (83), un album interessante ma dal suono, a volte, eccessivo e barocco, i Soft Cell si dividono, non prima di aver dato alle stampe &#8220;This Last Night In Sodom&#8221; (84), un altro capolavoro in cui un&#8217;elettronica pi&ugrave; misurata e asciutta si confronta e si specchia in un suono dark cupo e senza respiro, ma straordinariamente avvolgente. Almond si dedicher&agrave; a una carriera solista discontinua, ma a tratti esaltante.<\/p>\n<p><\/p>\n<p><strong>The The<\/strong> &egrave; il nome, pi&ugrave; che di una band, di un progetto musicale, visto che, dietro quella sigla, si cela soltanto Matt Johnson. Nel primo album, &#8220;Burning blue soul&#8221; (81), c&#8217;&egrave; un&#8217;interessante miscela tra una moderna psichedelia e suoni pacatamente elettronici. Il successivo &#8220;<a href=\"\/pietremiliari\/thethe_soul.htm\">Soul Mining<\/a>&#8221; (83) ha i connotati del vero capolavoro: suggestioni tecno-pop non inclini al ripiegamento commerciale ravvivate da lucidissime intuizioni electro, tribali, soul, folk addirittura, a formare un impasto sonoro assolutamente innovativo.<\/p>\n<p>Partiti da gradevoli sonorit&agrave; synth-pop (&#8220;It&#8217;s My Life&#8221;, &#8220;Such A Shame&#8221;, &#8220;Tomorrow Started&#8221;), i <strong><a href=\"\/Talktalk.html\">Talk Talk<\/a><\/strong> di Mark Hollis approderanno a nuove frontiere del rock strumentale, provando soluzioni ai limiti del jazz e antesignane dei successivi slo-core e post-rock (il celestiale &#8220;Spirit Of Eden&#8221;).<\/p>\n<p>In quegli anni nascono in Inghilterra diverse etichette discografiche dedite in maniera specifica ai suoni new wave: ricordiamo la Rough Trade, la 4AD (che abbiamo gi&agrave; citato), la Fiction (dei <a href=\"\/Cure.html\">Cure<\/a>), la Factory (dei <a href=\"\/Joydivision.html\">Joy Division<\/a>) e, pi&ugrave; incline ai suoni elettronici, la Mute (per la quale incide anche <a href=\"\/Cave.html\">Nick Cave<\/a>).<\/p>\n<p>Per quest&#8217;etichetta incidono gli ultimi due gruppi che prenderemo in esame, i <strong>Fad Gadget<\/strong> e i Depeche Mode. I primi sono in realt&agrave; una sigla dietro la quale si cela l&#8217;unico titolare, Frank Tovey, responsabile di alcuni dischi &#8211; &#8220;Fireside favourities&#8221; (80), &#8220;Incontinent&#8221; (81), &#8220;Under the flag&#8221; (82) e &#8220;Gag&#8221; (84) &#8211; che mostrano un interessante, anche se poco conosciuto, spaccato della new wave, in bilico tra minimalismo sperimentale, elettronica e istanze teatrali.<\/p>\n<p>Infine, i <strong><a href=\"\/Depeche.html\">Depeche Mode<\/a><\/strong>, il gruppo principe della wave elettronica inglese, capace di una superba evoluzione artistica nel corso degli anni e di una notevole influenza sui suoni che verranno.<\/p>\n<p>Partiti con due banali album del techno-pop pi&ugrave; scontato e incline alla dance &#8211; &#8220;Speak And Spell&#8221; (1981) e &#8220;A Broken Frame&#8221; (1982) dove Martin Gore sostituisce in pianta stabile il transfuga Vince Clarke alla composizione -, gi&agrave; nel successivo &#8220;Construction Time Again&#8221; (1983) mettono in mostra arrangiamenti e strutture armoniche pi&ugrave; complesse, accanto a istanze pi&ugrave; electro. La mossa seguente &egrave; ancora pi&ugrave; ardita: &#8220;Some Great Reward&#8221; (&#8217;84) imbocca la strada dell&#8217;elettronica dura e sperimentale, una sorta di techno-punk in cui un implacabile rumorismo, totalmente campionato, viene efficacemente piegato alle esigenze di un sound comunque reso fruibile da inserti pi&ugrave; pop.<\/p>\n<p>L&#8217;album successivo, dell&#8217;86, &egrave; il loro vero capolavoro: anche se altre &#8220;onde sonore&#8221; ormai incalzano, in Inghilterra come in USA, i <a href=\"\/Depeche.html\">Depeche Mode<\/a> condensano in &#8220;Black Celebration&#8221; (frutto del nitore creativo di Gore e della voce sempre pi&ugrave; carismatica di Dave Gahan), in una sorta di &#8220;summa&#8221; pop di tutti gli umori che hanno innervato la new wave pi&ugrave; creativa, le pi&ugrave; limpide istanze di sintesi del post-punk, le cavalcate pi&ugrave; tenebrose del dark e una ricerca elettronica in cui tecnica e umanit&agrave; si danno finalmente la mano. Idealmente, questo &egrave; il disco oltre il quale c&#8217;&egrave; il punto di non ritorno: siamo intorno alla met&agrave; degli anni &#8217;80 e il rock sta gi&agrave; disegnandosi altre trame, nuove o, comunque, distanti dall&#8217;importanza storica, dalla finezza culturale e dalla sensibilit&agrave; artistica della new wave.<\/p>\n<p>Restano da ricordare gruppi che faranno tesoro della lezione della new wave, sviluppandola su altri versanti, a cominciare dagli shoegazer britannici (<strong><a href=\"\/Jesusandmary.html\">Jesus &amp; Mary Chain<\/a><\/strong>, ancora legati soprattutto a sonorit&agrave; dark-wave, <strong><a href=\"\/Mybloody.html\">My Bloody Valentine<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Slowdive.html\">Slowdive<\/a><\/strong>) per proseguire con certo hardcore statunitense (<strong><a href=\"\/Fear.html\">Fear<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Pixies.html\">Pixies<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Huskerdu.html\">Husker Du<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Smashing.html\">Smashing Pumpkins<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Blonde.html\">Blonde Redhead<\/a><\/strong>) e con il pop-rock sofisticato di band come <strong><a href=\"\/Stereolab.html\">Stereolab<\/a><\/strong>, <strong><a href=\"\/Portishead.html\">Portishead<\/a><\/strong> e <strong><a href=\"\/Radiohead.html\">Radiohead<\/a><\/strong>).<\/p>\n<p>Inevitabile, dunque, pervenire alla conclusione che la new wave sia stato non solo uno dei movimenti pi&ugrave; fertili del rock, ma anche uno dei pi&ugrave; duraturi e influenti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Introduzione La new wave &egrave; un movimento culturale e musicale estremamente sfaccettato, ricchissimo di spunti, di indicazioni, di tendenze che hanno traghettato la musica rock, attraverso l&#8217;imprescindibile terremoto di riassestamento determinato dal punk, dalla ricchezza policroma ma uniforme dell&#8217;arcobaleno dei Sixties e dei Seventies al macroscopico caleidoscopio di suoni e di umori odierni. La new [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":323,"featured_media":56122,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3,5],"tags":[],"class_list":["post-52463","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-speciali","category-storia-del-rock"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/52463","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/users\/323"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=52463"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/52463\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":56121,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/52463\/revisions\/56121"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/media\/56122"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=52463"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=52463"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/wave.digitrend.it\/ondarock\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=52463"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}